Ho partecipato alla presentazione di un
libro e ho ascoltato l’introduzione dell’autore. Lo conoscevo per
averlo letto e apprezzato nella sua veste di giornalista che sa
stare, come si suole dire, sul pezzo e, ascoltandolo nella veste di
romanziere, ho avuto la conferma della sua onestà intellettuale. E
uno che non si nasconde dietro un dito e ha il coraggio di fare le
pulci anche in casa sua senza fisime da casta. E’ inoltre un
profondo conoscitore del fenomeno mafioso ma ne parla con laica
cautela mettendo in guardia contro le facili semplificazioni di chi
ricorre a stereotipi scontati mettendo tutto il bene da una parte e
tutto il male dall’altra. Parla di un fenomeno complesso che va
analizzato passando attraverso l’esame di quella che egli chiama
cultura mafiosa annidata nelle pieghe della zona grigia che indulge a
un certo fascino perverso. Giustamente sostiene che, se la mafia si
limitasse solo ad una accolita di criminali priva di ancoraggi con la
cultura diffusa che la sostiene, sarebbe già stata sconfitta da
tempo, e si rammarica perché ad essa si oppone un’antimafia di
maniera che si produce, con i suoi tic giustizialisti, in linciaggi
di piazza appollaiandosi su rendite di posizione. Lamenta il
pressapochismo di certi suoi colleghi che sposano comode verità
senza preoccuparsi se reputazioni più o meno innocenti vengono
sporcate a causa di quella che qualcuno, non ricordo chi, ha definito
macelleria mediatica. Denuncia inoltre il lassismo delle istituzioni
che, negando una carcerazione dignitosa a chi è in carcere e non
offrendo chances a chi esce dal carcere e ha bisogno di essere
aiutato a non ricadere nella recidiva, vanificano ogni tentativo di
recupero. Parafrasando Brecht, si rammarica del fatto che la nostra
democrazia abbia bisogno di misure d’emergenza crudeli quali il 41
bis. Lamenta l’incapacità della cosiddetta società civile di
cogliere certe sensibilità sincere che provengono da quel mondo
terribile e complesso. Competente e onesto non è però
consequenziale. Perché se è vero ( ed è vero ), come egli
sostiene, che da quel mondo arrivano dei segnali, arriva l’eco del
travaglio di coscienze confuse che si interrogano sulle proprie colpe
e danno voce a testimonianze di un percorso pieno di insidie che
aspira alla redenzione, che descrivono come possono un contesto
drammatico e sbirciano nella speranza di stringere una mano che si
protenda verso di esse, è altrettanto vero che il nostro onesto e
sensibile giornalista ( sia detto senza ironia ) non ha mai provato a
tendere quella mano.
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venerdì 18 novembre 2016
sabato 12 novembre 2016
Referendum Si, referendum No
Perché votare Si al referendum
costituzionale del 4 dicembre è considerato dai sostenitori del No
l’anticamera di una deriva autoritaria solo perché esso prevede il
rafforzamento del potere dell’esecutivo? Forse che la volontà del
popolo espressa attraverso un referendum indetto secondo le regole
costituzionali, è un attentato alla Costituzione, ed è al contrario
onesto il tentativo di manipolare la realtà prospettando scenari
improbabili? Non è vero invece che la nostra Costituzione, ingessata
da 60 anni, blinda i privilegi di alcuni mentre condanna
all’irrilevanza il ruolo del Presidente del Consiglio costretto ad
arrancare in balia di limiti che gli impediscono di essere padrone
persino a casa sua ( non può neanche licenziare i suoi ministri ), e
degli umori di parlamentari inadeguati? La verità è che la pretesa
dei poteri dominanti, campioni di una intransigenza a difesa dei loro
interessi, di attestarsi su volontà ideologiche e fare del
terrorismo abbandonandosi a proclami apocalittici e condannando
attraverso interpretazioni arbitrarie qualsiasi tentativo di
modificare lo status quo, nasconde la paura di perdere il potere
conquistato grazie alla “Costituzione più bella del mondo”, la
stessa Costituzione nata da accordi consociativi, che ha permesso
l’erezione di santuari inviolabili e vede riaffiorare in difesa
della sua inamovibilità le antiche diverse anime che l’hanno
fondata. Una buona volta dobbiamo avere il coraggio di dire, senza
temere di essere tacciati di conservatorismo, che c’è un tentativo
di dare la libertà individuale in pasto alla dittatura del pensiero
unico che non tollera dissensi e si appalta in esclusiva il diritto
di stabilire cosa è giusto e cosa non lo è. L’arroganza di esso è
all’origine del disamore della gente comune nei confronti delle
istituzioni, della voglia di abbattere tutto, della reazione
istintiva di chi si mette sulla difensiva come può contro la potenza
di fuoco di chi ha le armi per affermare la propria supremazia, e
reagisce mettendo in quarantena la ragione e buttando a mare assieme
all’acqua sporca il buon senso. Perché solo l’assenza di buon
senso può spiegare il paradosso di una crociata che vede affiancati
sulle stesse barricate il diavolo e l’acqua santa, personaggi
emergenti dalle retrovie della prima repubblica, beneficiari delle
incrostazioni stratificatesi negli anni e contestatori dell’ultima
ora nelle cui vene sono stati inoculati a loro insaputa i valori dei
primi, tutti assieme appassionatamente all’insegna di una battaglia
che nel nome del nuovo conserva il vecchio. E’ il qualunquismo
suicida di coscienze confuse e avvelenate che, per paura e spirito di
vendetta, scelgono il tanto peggio tanto meglio e si abbandonano a
scelte avventate, come è accaduto in Inghilterra con la Brexit e
negli Stati Uniti con l’elezione di Trump.
domenica 23 ottobre 2016
Gli sciacalli
Il recente terremoto nel Lazio e nelle
Marche, ci ha proposto i soliti, disgustosi episodi di sciacallaggio
di cui ci indigniamo a maggior ragione perché perpetrati a spese di
popolazioni innocenti che non meritano certo l’oltraggio dell’uomo
dopo avere subito l’oltraggio della natura. Non proviamo invece
uguale indignazione tutte le volte che lo sciacallaggio viene
perpetrato nei confronti di una umanità meno innocente verso la
quale non nutriamo alcun senso di pietà e tolleriamo crudeltà
gratuite. Esso viene perpetrato molto più spesso di quanto non ce ne
rendiamo conto, e non ce ne rendiamo conto perché lo consideriamo la
giusta pena per una genere che abbiamo deciso di considerare
colpevole e meritevole di qualsiasi infamia. Nei confronti di esso
non è dovuto l’obbligo dell’onestà e anche un’azione estrema
come lo sciacallaggio è considerata moneta corrente senza che desti
scandalo. A questa umanità appartengo io, titolare di una notorietà
che non ritengo di meritare ma che mi è stata, mio malgrado,
imposta. La macelleria mediatica ha fiutato la preda e individuato
nel sottoscritto il personaggio su cui costruire pagine suggestive e
infedeli rispetto alla mia reale dimensione. Ricordo un episodio. Fui
avvicinato da un cronista giudiziario che va per la maggiore e che mi
propose una intervista. Rifiutai la proposta e con mia sorpresa il
mio interlocutore non insistette più di tanto, anzi mi diede
l’impressione di avere accettato il mio diniego con un sospiro di
sollievo. Mi spiegò egli stesso che, dopo essersi procurato
l’appuntamento con me, si era documentato sulla mia vicenda
giudiziaria e aveva scoperto la modestia delle mie imputazioni
rimanendo spiazzato. Mi confessò che non capiva il motivo di tanto
clamore attorno alla mia figura a fronte di uno spessore criminale
tutto sommato irrilevante. Il buon cronista in verità non capiva di
essere rimasto vittima di se stesso o, meglio, del mondo cui egli
appartiene. I cacciatori di streghe prima di lui avevano sparato su
di me ad alzo zero senza verificare la reale portata delle mie
“malefatte”, avevano creato il personaggio senza curarsi di
accertarne l’autentica consistenza e lo avevano dato in pasto
all’opinione pubblica consegnando all’immaginario collettivo il
falso mito di cui lo stesso mio scrupoloso interlocutore era rimasto
vittima. Di cosa disponeva infatti egli che valesse la pena di
raccontare? Può interessare un mediocre personaggio di seconda fila
del panorama mafioso condannato ad appena 7 anni e 8 mesi per mafia
senza neanche l’aggravante di esserne un capo, mentre invece nel
serraglio dei mammasantissima che affollano il mondo delle grandi
storie mafiose fioccano ergastoli o, bene che vada, decine e decine
di anni di detenzione? Non un’accusa di omicidio, non un’accusa
di traffico di droga, non un’accusa di estorsione, o, meglio,
un’accusa di tentata estorsione conclusasi con un’assoluzione
piena, non l’accusa di avere intrattenuto rapporti con personaggi
di grosso calibro della Santa Chiesa, anche se i mestatori della rete
mi attribuiscono un ruolo nella cura della latitanza addirittura di
uno dei dioscuri che hanno fatto la storia della mafia in Sicilia. Ma
allora perché tanto accanimento? Sicuramente un motivo va fatto
risalire alle attenzioni che la Procura di Palermo mi ha riservato.
Essa infatti, pur in presenza di una sentenza che mi ha condannato,
è vero, per associazione mafiosa ma ha escluso un mio ruolo di
vertice, e di due sentenze, una del Magistrato di Sorveglianza di
Spoleto e una del Tribunale per le Misure di Prevenzione di Palermo,
che hanno respinto la richiesta di misure di prevenzione a mio carico
non ritenendomi pericoloso, si ostina ad agitare lo spauracchio del
mafioso stella di prima grandezza nel firmamento mafioso, non
perdendo l’occasione per leggere ogni mio comportamento, anche il
più innocente, con la lente del sospetto, in base non a prove di una
mia reale pericolosità ma ai vaneggiamenti di un teorema che le
riesce difficile archiviare. Il povero cronista nelle mie carte
giudiziarie non trovò nulla che meritasse l’onore di un servizio
in prima pagina, disponeva solo della carta straccia di una mitologia
farlocca costruita dalle grandi firme dell’impostura al servizio
della Procura. Che cavolo di personaggio ero? Che cosa avrebbe dovuto
raccontare il cronista alla gente se io, lusingato dalle sue
attenzioni e in cerca di visibilità come i tanti affetti da malattia
mediterranea che si annacano, avessi accettato l’intervista?
Dell’intervista non se ne fece niente ed io continuo ad assaporare
il gusto amaro dello sciacallaggio che imperversa contro di me in
certa letteratura d’appendice spacciata per coraggiosa denuncia
contro la mafia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e li pago
sotto forma di linciaggio o, bene che vada, di rimozione da parte dei
benpensanti che boicottano tutto ciò che nasce da me. I frutti della
mia vena vengono demonizzati ancor prima di essere gustati e basta
andare in rete per leggere le idiozie di uno stuolo di carneadi
indignati che protestano contro la mia pretesa di propormi come
autore, di cui non conoscono l’opera che però demoliscono ab
origine, per il solo fatto che è scritta da un condannato per mafia.
Per non parlare poi dei maitres à penser, di quelli cioè che
determinano il successo o l’insuccesso secondo una logica ferrea
che esclude gli estranei al circuito magico, figuriamoci gli
appestati come me. Sollecitati dal mio editore ad una lettura
purchessia, anche critica, del mio romanzo, hanno opposto un ostinato
silenzio. Ho preso il coraggio a due mani e un paio di essi li ho
persino affrontati (non con atteggiamento mafioso, lo giuro)
chiedendo il motivo del loro ostracismo nei confronti di un evento
alla cui presentazione erano stati invitati, risposta: mi mandi il
libro, lo leggerò e le farò sapere. Risultato: anche in questo caso
silenzio assoluto. Chi invece ha perduto una buona occasione per
stare zitto, è stato un assessore comunale che, distrattosi, mi ha
concesso l’utilizzo di una struttura pubblica per la presentazione
del mio libro e che, accortosi quando ormai era troppo tardi, che il
beneficiario della concessione ero io, ha strepitato protestando di
essere stato ingannato. Anche lui ha confessato di non aver letto il
mio romanzo e che dunque parlava di ciò che non conosceva, ma questo
importava poco al nostro amministratore, non gli importava d’avere
permesso con la sua decisione lo svolgimento di un dibattito
culturale, anzi se ne rammaricava, quello che gli rodeva era non
avere potuto cogliere anche lui l’occasione per issare la sua brava
bandiera antimafia di maniera, come i tanti che ne fanno un uso
improprio pur di guadagnare uno straccio di visibilità.
lunedì 3 ottobre 2016
Le delusioni d Ilaria Capua
In una lettera indirizzata al Corriere
della Sera Ilaria Capua ripercorre il suo calvario di indagata per
associazione a delinquere finalizzata a corruzione e traffico di
virus. Nientemeno! Una scienziata apprezzata in tutto il mondo
trascinata in una storiaccia così squallida! Certo, il censo non può
essere motivo di impunità e dunque se c’erano gli estremi la
signora Capua andava indagata. Ma c’erano gli estremi ed erano essi
tali da sfidare la statura di un simile personaggio? L’indagine è
una garanzia per l’indagato innocente perché l’esito lo
scagionerà e dissolverà qualsiasi dubbio sulla sua moralità, ma in
un Paese come l’Italia dove il sospetto è l’anticamera della
verità, un avviso di garanzia si traduce in un atto d’accusa e
l’indagato viene esposto all’onta del mascariamento. Questo è
quello che è accaduto alla signora Capua risorsa preziosa di una
Italia migliore, la cui credibilità avrebbe dovuto far nascere
qualche dubbio sulle accuse che le venivano rivolte, e il cui
prestigio andava maggiormente tutelato. Nei suoi confronti, vista la
sua levatura morale, si sarebbe dovuto adottare una maggiore cautela,
evitare di darla in pasto alla solita stampa famelica, e, una volta
archiviata l’indagine con il suo totale proscioglimento, si sarebbe
dovuto accertare se si era proceduto con avventatezza nel sostenere
l’accusa e, in caso positivo, presentare il conto a chi di dovere.
Vale per qualsiasi cittadino ma vale in particolare per la signora
Capua in considerazione della sua notorietà internazionale e
dell’eco che la vicenda ha avuto in tutto il mondo esponendoci ad
una figuraccia. Nessuno invece ha pagato o meglio, a pagare sono
state la signora Capua e l’Italia. Perché indurre una tale
scienziata a lasciare l’Italia e mettere a disposizione di un altro
Paese il suo sapere, indurre una parlamentare che avrebbe potuto
promuovere in questa veste iniziative a favore della ricerca, a
dimettersi, è una sofferenza gratuita per l’incolpevole Capua e un
danno incalcolabile per il Paese che essa è chiamata a servire. Che
delusione non sentire una sola voce di solidarietà levarsi a favore
della signora Capua ad opera di un qualsiasi rappresentante delle
istituzioni, non percepire alcun sussulto di indignazione e di
rammarico proveniente dalla politica per le conseguenze disastrose di
una vicenda che un minimo di decenza avrebbe dovuto scoraggiare,
nessuna denuncia contro la disinvoltura di un’accusa che si è
rivelata priva di riscontri! I responsabili di questo danno, i soliti
a caccia di notorietà a spese del personaggio di turno, andrebbero
messi nelle condizioni di non nuocere e invece no, come nel caso
Tortora, come nel caso Cucchi, come nei tanti casi di giustizia
allegra, nessun responsabile è individuato e punito, e il proposito
di Ilaria Capua di aprire un fronte del suo impegno sul versante
della giustizia in Italia, ora che ne ha conosciuto le delizie, le fa
onore ma è destinato a restare una illusione.
mercoledì 28 settembre 2016
Il discrimine
L’ingiustizia in Italia dà il peggio
di sé quando marca la differenza tra la sorte degli ultimi che
pagano fino in fondo il fio delle loro colpe e quella dei
privilegiati che navigano nel mare dell’impunità. L’elenco dei
casi di potenti che, nonostante condanne pesanti, si sottraggono alle
pene grazie al censo che permette loro di imboccare costose
scorciatoie, si spreca, come si spreca la lista dei poveri cristi che
affollano le patrie galere. A parole sono in molti a denunciare
questa evidente disparità, mostrando di ispirarsi a principi di
equità e producendosi in esternazioni accorate con un’enfasi pari
alla sfrontatezza con la quale alcuni di essi difendono la loro
impunità. E’la doppiezza morale di sempre denunciata da Trasimaco
quando definisce la giustizia l’interesse del più forte, non
immaginando che persino nella stesura dell’elenco dei colpevoli
vessati dai rigori della legge avrebbe fatto capolino una buona dose
di classismo. Quanti infatti insorgono in difesa di Caino facendo un
discrimine tra chi merita misericordia e chi no, operano una
distinzione classista nel mondo di disperati che non fa alcuna
considerazione di merito. Gli emigranti, gli spacciatori, i
delinquenti di piccolo cabotaggio che non possono contare sulle
scorciatoie riservate ai potenti, possono contare sulla solidarietà
dei sacerdoti del politicamente corretto perché si prestano ad
essere pretesto di un buonismo a buon mercato esibito più che
sentito sinceramente, giusto per lustrare il pedigree del buon
samaritano. E’ una solidarietà pelosa espressa per lo più da
cialtroni in marsina che si riempiono la bocca con proclami
inneggianti a nobili concetti puntualmente traditi sull’altare
dell’interesse personale, una solidarietà nella quale non trovano
posto mafiosi e affini, merce avariata inutilizzabile per
masturbazioni moraleggianti. Persino il Papa che ha fatto della
misericordia la cifra del suo apostolato, li discrimina. Ad essi
tocca d’essere confinati nel recinto dei reietti dove non valgono
le regole, d’essere considerati ectoplasmi privi dei diritti
fondamentali nell’indifferenza della cosiddetta società civile.
Relegati nel girone degli orrori, oggetto del disprezzo della gente,
godono in compenso dell’attenzione dello Stato che su di loro
infierisce con spirito di vendetta. E’ il tramonto dell’epica
sciagurata della mafia costretta a subire il discrimine persino
rispetto ai malacarne di bassa lega, ma è anche l’eclissi dello
Stato di diritto che ha rinunciato ai propri principi fondanti in
nome della sicurezza, e delle coscienze libere che hanno rinnegato la
lezione dei lumi decidendo chi ha diritto o meno ad essere
considerato uomo.
domenica 18 settembre 2016
I gattopardi
In un suo editoriale di qualche tempo
fa sulla Sicilia Aldo Cazzullo lamentava la condizione in cui versa
l’isola, interrogandosi su come sia possibile che una terra che ha
dato i natali a Verga, Pirandello, Sciascia e altri straordinari
protagonisti che hanno connotato quasi per intero la letteratura
italiana del Novecento, sia la stessa terra che ha dato i natali a
Lombardo, Crocetta e Cuffaro. Non riusciva a darsi una spiegazione.
Una spiegazione invece se l’è data Ernesto Galli della Loggia
quando anche egli, in un articolo di fondo apparso sul Corriere, ha
denunciato lo stato comatoso in cui versa il Sud. In questo articolo
egli descrive il quadro desolante di una realtà in disfacimento
caratterizzata da una classe dirigente e politica imbarazzante (porta
l’esempio del penoso intervento dell’onorevole Barbagallo
nell’aula dell’Assemblea Regionale Siciliana), dall’assenza di
prospettive di sviluppo, dall’elevatissimo tasso di disoccupazione,
dalla carenza di servizi e infrastrutture, dall’inefficienza
dell’elefantiaca burocrazia e naturalmente dalla presenza invasiva
della criminalità organizzata. La causa di questo sfascio è dovuta,
secondo Galli della Loggia, ad una antica indigenza, a secoli di
malgoverno ma soprattutto alla latitanza dello Stato. Lo Stato in
verità, secondo la sua analisi, ha tentato di correggere questa
tendenza facendo da omogeneizzante culturale e sociale, favorendo lo
scambio fecondo delle diverse sensibilità, conoscenze, usi, culture,
idee che hanno arricchito il tessuto sociale dell’intera Nazione e
l’hanno reso più coeso. Purtroppo, dopo gli anni 70, per una serie
di motivi legati al mutato quadro politico e sindacale, è venuta
meno questa funzione collante e lo Stato ha fatto un passo indietro
rinunciando al suo ruolo di guida del Paese in settori strategici,
delegando alle istituzioni periferiche una serie di prerogative
importanti e lasciando campo libero all’autarchia, al familismo, al
clientelismo, ai miserabili interessi localistici, in definitiva ai
guasti che affliggono il Sud. La causa dei mali del Sud secondo Galli
della Loggia è dunque da attribuire alla sopravvenuta latitanza
dello Stato, non certo a “qualche malformazione genetica dei nostri
concittadini di quelle regioni”. Dice proprio così, “concittadini
di quelle regioni” e “quelle regioni” danno la misura della
distanza che l’autore percepisce inconsciamente da terre lontane
abitate da una umanità di cui fatica a decifrare l’indole. Se
Galli della Loggia avesse consapevolezza di come siamo fatti
veramente noi meridionali e i siciliani in particolare, eviterebbe
giudizi frettolosamente assolutori, saprebbe che è vero il contrario
di quanto egli afferma, che siamo irrimediabilmente malformati. Lo
siamo da quando, alle prese con gli eventi che hanno attraversato la
nostra storia, abbiamo dovuto fare i conti con essa e schivarne le
insidie in un contesto in cui già allora latitava un potere centrale
garante dei diritti di ognuno, da quando abbiamo dovuto imparare a
contare solo su di noi e siamo diventati per questo motivo
individualisti privi di illusioni, asociali guardinghi e sospettosi,
levantini, padreterni alle prese col nostro smisurato ego, in guerra
con tutto ciò che interferisce con esso. E’ così che ci siamo
formati, con i molti vizi e le poche virtù che sono diventati il
nostro patrimonio genetico. Prigionieri dei nostri geni, animali
bradi privi di un sentire comune, rifiutiamo qualsiasi tentativo di
inclusione. Ci è mancato uno Stato nel quale identificarci, e di
conseguenza il senso dello Stato, e sbaglia, a mio avviso, Galli
della Loggia quando afferma che lo Stato ha rinunciato a svolgere il
suo ruolo negli anni 70. Lo Stato dalle nostre parti è sempre stato
assente, persino in tempi recenti, quando una parvenza di unità ce
ne ha regalato uno patrigno contro il quale abbiamo coltivato
diffidenza e rancore. Capaci di dare il peggio di noi persino nelle
grandi battaglie ideali che riusciamo a insozzare con secondi
miserabili fini o, bene che vada, di esprimere personaggi patetici
come l’onorevole Barbagallo, andiamo incontro al nostro destino
senza sforzarci di imboccare la via per evitarlo, tranne che non
prendiamo il largo dalle acque limacciose del nostro brodo di coltura
e guadagniamo l’antica via dell’esilio. A mio figlio che si è
visto costretto a riporre i suoi sogni nel cassetto e ha dovuto
emigrare in Francia col cuore colmo dell’amore per la sua terra e
il proposito di tornarvi, ho raccomandato di scordarsi di Palermo e
non permettere a questa città infelice di sporcargli l’anima.
mercoledì 7 settembre 2016
Charlie Hebdo
Le popolazioni colpite dal terremoto
nel Lazio e nella Marche sono costrette a subire non solo l’affronto
della natura ma anche quello dell’uomo allorché questi si impegna
in una delle azioni più ripugnanti, lo sciacallaggio. E non parlo
solo degli sciacalli che si aggirano tra le macerie cercando di
rubare le povere cose che si sono salvate, parlo soprattutto di
quanti, in nome della libertà di espressione, esercitano impunemente
il diritto all’indegnità. Mi riferisco a Charlie Hebdo che non ha
esitato a sfregiare il buon gusto ancor prima che il buon senso,
ironizzando sulla vicenda del terremoto che avrebbe prodotto, secondo
il discutibile humour del vignettista Felix, italiani disegnati quali
“penne al pomodoro”, “penne gratinate” e persino “lasagne”
in forma di corpi ammucchiati a strati e grondanti di salsa-sangue.
Si sono scatenate, come era prevedibile, reazioni pro e contro la
vignetta di Charlie Hebdo e, pur definendola infelice, in tanti
l’hanno difesa nel nome della libertà di satira e del diritto di
ciascuno di dire anche le cose più infami. Giusto, la libertà di
pensiero è sacrosanta e quindi va bene il diritto di Charlie Hebdo
di sproloquiare, ma è altrettanto sacrosanto il diritto di
dissentire e di chiamare chi è capace di esprimere schifezze del
genere col nome che merita: farabutto. E non solo perché come in
questo caso il farabutto offende il senso estetico ed etico, ma anche
perché è disonesto. Infatti di rimando alle critiche di cui è
stato oggetto, Charlie Hebdo ha pubblicato una seconda vignetta con
la quale ha chiamato in causa la mafia. La toppa peggiore del buco,
perché credo si possa dire che nel caso specifico la mafia c’entra
come il cavolo a merenda. Se infatti è vero che le esperienze
passate ci hanno abituato a forme di corruzione e ci fanno temere che
esse si possano ripetere anche nella ricostruzione di Amatrice,
Accumoli, Arquata del Tronto, Pescara del Tronto, è altrettanto vero
che parliamo appunto di corruzione, un fenomeno nel quale noi
italiani certamente eccelliamo ma che prolifera sotto tutte le
latitudini ed è chiamata col suo nome senza scomodare la mafia. In
Italia invece no, la corruzione, secondo Charlie Hebdo, è mafia e
dunque non solo ci becchiamo l’epiteto di “lasagne”, “penne
gratinate e al pomodoro”, ma veniamo spicciativamente liquidati
come mafiosi, secondo l’equazione abusata che ci vuole tali in
quanto italiani e perciò capaci di esprimerci solo obbedendo a
categorie criminali. Per questa miserabile semplificazione che non è
esagerato definire razzismo, sappiamo chi ringraziare. Se i campioni
della morale a buon mercato che proliferano in casa (non “cosa”)
nostra e che hanno fatto della lotta alla mafia una professione
redditizia non facendosi scrupolo di barare, fanno sventolare il
vessillo di un Paese in cui il peggio è riconducibile sempre e solo
alla mafia e propongono teoremi improbabili secondo cui se in Alto
Adige abbattono un camoscio, se quattro gaglioffi si fanno complici
in attività corruttive nel comune di Pizzighettoni, se a Orgosolo
rubano una mandria di pecore, dietro ci sono interessi mafiosi ma
ignorano e, in alcuni casi, addirittura coprono patologie molto più
gravi nel cui elenco interminabile svetta al primo posto, appunto, la
corruzione che ci affligge da sempre e non certo grazie alla mafia
che semmai se ne serve come qualsiasi cittadino disonesto, non ci
dobbiamo poi lamentare se Charlie Hebdo maramaldeggia sulla nostra
mafiosità. La mafia è un bubbone che affligge il corpo della
società italiana e va combattuta, senza però dilatarne la portata e
inflazionarne il termine secondo la logica totalizzante del
politicamente corretto che erige il feticcio e se ne serve per
confondere le acque con forme di sciacallaggio che sono fuorvianti e
costituiscono un pericolo serio quanto quello della mafia.
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