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venerdì 18 novembre 2016

L’onestà intellettuale

Ho partecipato alla presentazione di un libro e ho ascoltato l’introduzione dell’autore. Lo conoscevo per averlo letto e apprezzato nella sua veste di giornalista che sa stare, come si suole dire, sul pezzo e, ascoltandolo nella veste di romanziere, ho avuto la conferma della sua onestà intellettuale. E uno che non si nasconde dietro un dito e ha il coraggio di fare le pulci anche in casa sua senza fisime da casta. E’ inoltre un profondo conoscitore del fenomeno mafioso ma ne parla con laica cautela mettendo in guardia contro le facili semplificazioni di chi ricorre a stereotipi scontati mettendo tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Parla di un fenomeno complesso che va analizzato passando attraverso l’esame di quella che egli chiama cultura mafiosa annidata nelle pieghe della zona grigia che indulge a un certo fascino perverso. Giustamente sostiene che, se la mafia si limitasse solo ad una accolita di criminali priva di ancoraggi con la cultura diffusa che la sostiene, sarebbe già stata sconfitta da tempo, e si rammarica perché ad essa si oppone un’antimafia di maniera che si produce, con i suoi tic giustizialisti, in linciaggi di piazza appollaiandosi su rendite di posizione. Lamenta il pressapochismo di certi suoi colleghi che sposano comode verità senza preoccuparsi se reputazioni più o meno innocenti vengono sporcate a causa di quella che qualcuno, non ricordo chi, ha definito macelleria mediatica. Denuncia inoltre il lassismo delle istituzioni che, negando una carcerazione dignitosa a chi è in carcere e non offrendo chances a chi esce dal carcere e ha bisogno di essere aiutato a non ricadere nella recidiva, vanificano ogni tentativo di recupero. Parafrasando Brecht, si rammarica del fatto che la nostra democrazia abbia bisogno di misure d’emergenza crudeli quali il 41 bis. Lamenta l’incapacità della cosiddetta società civile di cogliere certe sensibilità sincere che provengono da quel mondo terribile e complesso. Competente e onesto non è però consequenziale. Perché se è vero ( ed è vero ), come egli sostiene, che da quel mondo arrivano dei segnali, arriva l’eco del travaglio di coscienze confuse che si interrogano sulle proprie colpe e danno voce a testimonianze di un percorso pieno di insidie che aspira alla redenzione, che descrivono come possono un contesto drammatico e sbirciano nella speranza di stringere una mano che si protenda verso di esse, è altrettanto vero che il nostro onesto e sensibile giornalista ( sia detto senza ironia ) non ha mai provato a tendere quella mano.

sabato 12 novembre 2016

Referendum Si, referendum No

Perché votare Si al referendum costituzionale del 4 dicembre è considerato dai sostenitori del No l’anticamera di una deriva autoritaria solo perché esso prevede il rafforzamento del potere dell’esecutivo? Forse che la volontà del popolo espressa attraverso un referendum indetto secondo le regole costituzionali, è un attentato alla Costituzione, ed è al contrario onesto il tentativo di manipolare la realtà prospettando scenari improbabili? Non è vero invece che la nostra Costituzione, ingessata da 60 anni, blinda i privilegi di alcuni mentre condanna all’irrilevanza il ruolo del Presidente del Consiglio costretto ad arrancare in balia di limiti che gli impediscono di essere padrone persino a casa sua ( non può neanche licenziare i suoi ministri ), e degli umori di parlamentari inadeguati? La verità è che la pretesa dei poteri dominanti, campioni di una intransigenza a difesa dei loro interessi, di attestarsi su volontà ideologiche e fare del terrorismo abbandonandosi a proclami apocalittici e condannando attraverso interpretazioni arbitrarie qualsiasi tentativo di modificare lo status quo, nasconde la paura di perdere il potere conquistato grazie alla “Costituzione più bella del mondo”, la stessa Costituzione nata da accordi consociativi, che ha permesso l’erezione di santuari inviolabili e vede riaffiorare in difesa della sua inamovibilità le antiche diverse anime che l’hanno fondata. Una buona volta dobbiamo avere il coraggio di dire, senza temere di essere tacciati di conservatorismo, che c’è un tentativo di dare la libertà individuale in pasto alla dittatura del pensiero unico che non tollera dissensi e si appalta in esclusiva il diritto di stabilire cosa è giusto e cosa non lo è. L’arroganza di esso è all’origine del disamore della gente comune nei confronti delle istituzioni, della voglia di abbattere tutto, della reazione istintiva di chi si mette sulla difensiva come può contro la potenza di fuoco di chi ha le armi per affermare la propria supremazia, e reagisce mettendo in quarantena la ragione e buttando a mare assieme all’acqua sporca il buon senso. Perché solo l’assenza di buon senso può spiegare il paradosso di una crociata che vede affiancati sulle stesse barricate il diavolo e l’acqua santa, personaggi emergenti dalle retrovie della prima repubblica, beneficiari delle incrostazioni stratificatesi negli anni e contestatori dell’ultima ora nelle cui vene sono stati inoculati a loro insaputa i valori dei primi, tutti assieme appassionatamente all’insegna di una battaglia che nel nome del nuovo conserva il vecchio. E’ il qualunquismo suicida di coscienze confuse e avvelenate che, per paura e spirito di vendetta, scelgono il tanto peggio tanto meglio e si abbandonano a scelte avventate, come è accaduto in Inghilterra con la Brexit e negli Stati Uniti con l’elezione di Trump.

domenica 23 ottobre 2016

Gli sciacalli


Il recente terremoto nel Lazio e nelle Marche, ci ha proposto i soliti, disgustosi episodi di sciacallaggio di cui ci indigniamo a maggior ragione perché perpetrati a spese di popolazioni innocenti che non meritano certo l’oltraggio dell’uomo dopo avere subito l’oltraggio della natura. Non proviamo invece uguale indignazione tutte le volte che lo sciacallaggio viene perpetrato nei confronti di una umanità meno innocente verso la quale non nutriamo alcun senso di pietà e tolleriamo crudeltà gratuite. Esso viene perpetrato molto più spesso di quanto non ce ne rendiamo conto, e non ce ne rendiamo conto perché lo consideriamo la giusta pena per una genere che abbiamo deciso di considerare colpevole e meritevole di qualsiasi infamia. Nei confronti di esso non è dovuto l’obbligo dell’onestà e anche un’azione estrema come lo sciacallaggio è considerata moneta corrente senza che desti scandalo. A questa umanità appartengo io, titolare di una notorietà che non ritengo di meritare ma che mi è stata, mio malgrado, imposta. La macelleria mediatica ha fiutato la preda e individuato nel sottoscritto il personaggio su cui costruire pagine suggestive e infedeli rispetto alla mia reale dimensione. Ricordo un episodio. Fui avvicinato da un cronista giudiziario che va per la maggiore e che mi propose una intervista. Rifiutai la proposta e con mia sorpresa il mio interlocutore non insistette più di tanto, anzi mi diede l’impressione di avere accettato il mio diniego con un sospiro di sollievo. Mi spiegò egli stesso che, dopo essersi procurato l’appuntamento con me, si era documentato sulla mia vicenda giudiziaria e aveva scoperto la modestia delle mie imputazioni rimanendo spiazzato. Mi confessò che non capiva il motivo di tanto clamore attorno alla mia figura a fronte di uno spessore criminale tutto sommato irrilevante. Il buon cronista in verità non capiva di essere rimasto vittima di se stesso o, meglio, del mondo cui egli appartiene. I cacciatori di streghe prima di lui avevano sparato su di me ad alzo zero senza verificare la reale portata delle mie “malefatte”, avevano creato il personaggio senza curarsi di accertarne l’autentica consistenza e lo avevano dato in pasto all’opinione pubblica consegnando all’immaginario collettivo il falso mito di cui lo stesso mio scrupoloso interlocutore era rimasto vittima. Di cosa disponeva infatti egli che valesse la pena di raccontare? Può interessare un mediocre personaggio di seconda fila del panorama mafioso condannato ad appena 7 anni e 8 mesi per mafia senza neanche l’aggravante di esserne un capo, mentre invece nel serraglio dei mammasantissima che affollano il mondo delle grandi storie mafiose fioccano ergastoli o, bene che vada, decine e decine di anni di detenzione? Non un’accusa di omicidio, non un’accusa di traffico di droga, non un’accusa di estorsione, o, meglio, un’accusa di tentata estorsione conclusasi con un’assoluzione piena, non l’accusa di avere intrattenuto rapporti con personaggi di grosso calibro della Santa Chiesa, anche se i mestatori della rete mi attribuiscono un ruolo nella cura della latitanza addirittura di uno dei dioscuri che hanno fatto la storia della mafia in Sicilia. Ma allora perché tanto accanimento? Sicuramente un motivo va fatto risalire alle attenzioni che la Procura di Palermo mi ha riservato. Essa infatti, pur in presenza di una sentenza che mi ha condannato, è vero, per associazione mafiosa ma ha escluso un mio ruolo di vertice, e di due sentenze, una del Magistrato di Sorveglianza di Spoleto e una del Tribunale per le Misure di Prevenzione di Palermo, che hanno respinto la richiesta di misure di prevenzione a mio carico non ritenendomi pericoloso, si ostina ad agitare lo spauracchio del mafioso stella di prima grandezza nel firmamento mafioso, non perdendo l’occasione per leggere ogni mio comportamento, anche il più innocente, con la lente del sospetto, in base non a prove di una mia reale pericolosità ma ai vaneggiamenti di un teorema che le riesce difficile archiviare. Il povero cronista nelle mie carte giudiziarie non trovò nulla che meritasse l’onore di un servizio in prima pagina, disponeva solo della carta straccia di una mitologia farlocca costruita dalle grandi firme dell’impostura al servizio della Procura. Che cavolo di personaggio ero? Che cosa avrebbe dovuto raccontare il cronista alla gente se io, lusingato dalle sue attenzioni e in cerca di visibilità come i tanti affetti da malattia mediterranea che si annacano, avessi accettato l’intervista? Dell’intervista non se ne fece niente ed io continuo ad assaporare il gusto amaro dello sciacallaggio che imperversa contro di me in certa letteratura d’appendice spacciata per coraggiosa denuncia contro la mafia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e li pago sotto forma di linciaggio o, bene che vada, di rimozione da parte dei benpensanti che boicottano tutto ciò che nasce da me. I frutti della mia vena vengono demonizzati ancor prima di essere gustati e basta andare in rete per leggere le idiozie di uno stuolo di carneadi indignati che protestano contro la mia pretesa di propormi come autore, di cui non conoscono l’opera che però demoliscono ab origine, per il solo fatto che è scritta da un condannato per mafia. Per non parlare poi dei maitres à penser, di quelli cioè che determinano il successo o l’insuccesso secondo una logica ferrea che esclude gli estranei al circuito magico, figuriamoci gli appestati come me. Sollecitati dal mio editore ad una lettura purchessia, anche critica, del mio romanzo, hanno opposto un ostinato silenzio. Ho preso il coraggio a due mani e un paio di essi li ho persino affrontati (non con atteggiamento mafioso, lo giuro) chiedendo il motivo del loro ostracismo nei confronti di un evento alla cui presentazione erano stati invitati, risposta: mi mandi il libro, lo leggerò e le farò sapere. Risultato: anche in questo caso silenzio assoluto. Chi invece ha perduto una buona occasione per stare zitto, è stato un assessore comunale che, distrattosi, mi ha concesso l’utilizzo di una struttura pubblica per la presentazione del mio libro e che, accortosi quando ormai era troppo tardi, che il beneficiario della concessione ero io, ha strepitato protestando di essere stato ingannato. Anche lui ha confessato di non aver letto il mio romanzo e che dunque parlava di ciò che non conosceva, ma questo importava poco al nostro amministratore, non gli importava d’avere permesso con la sua decisione lo svolgimento di un dibattito culturale, anzi se ne rammaricava, quello che gli rodeva era non avere potuto cogliere anche lui l’occasione per issare la sua brava bandiera antimafia di maniera, come i tanti che ne fanno un uso improprio pur di guadagnare uno straccio di visibilità.

lunedì 3 ottobre 2016

Le delusioni d Ilaria Capua

In una lettera indirizzata al Corriere della Sera Ilaria Capua ripercorre il suo calvario di indagata per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e traffico di virus. Nientemeno! Una scienziata apprezzata in tutto il mondo trascinata in una storiaccia così squallida! Certo, il censo non può essere motivo di impunità e dunque se c’erano gli estremi la signora Capua andava indagata. Ma c’erano gli estremi ed erano essi tali da sfidare la statura di un simile personaggio? L’indagine è una garanzia per l’indagato innocente perché l’esito lo scagionerà e dissolverà qualsiasi dubbio sulla sua moralità, ma in un Paese come l’Italia dove il sospetto è l’anticamera della verità, un avviso di garanzia si traduce in un atto d’accusa e l’indagato viene esposto all’onta del mascariamento. Questo è quello che è accaduto alla signora Capua risorsa preziosa di una Italia migliore, la cui credibilità avrebbe dovuto far nascere qualche dubbio sulle accuse che le venivano rivolte, e il cui prestigio andava maggiormente tutelato. Nei suoi confronti, vista la sua levatura morale, si sarebbe dovuto adottare una maggiore cautela, evitare di darla in pasto alla solita stampa famelica, e, una volta archiviata l’indagine con il suo totale proscioglimento, si sarebbe dovuto accertare se si era proceduto con avventatezza nel sostenere l’accusa e, in caso positivo, presentare il conto a chi di dovere. Vale per qualsiasi cittadino ma vale in particolare per la signora Capua in considerazione della sua notorietà internazionale e dell’eco che la vicenda ha avuto in tutto il mondo esponendoci ad una figuraccia. Nessuno invece ha pagato o meglio, a pagare sono state la signora Capua e l’Italia. Perché indurre una tale scienziata a lasciare l’Italia e mettere a disposizione di un altro Paese il suo sapere, indurre una parlamentare che avrebbe potuto promuovere in questa veste iniziative a favore della ricerca, a dimettersi, è una sofferenza gratuita per l’incolpevole Capua e un danno incalcolabile per il Paese che essa è chiamata a servire. Che delusione non sentire una sola voce di solidarietà levarsi a favore della signora Capua ad opera di un qualsiasi rappresentante delle istituzioni, non percepire alcun sussulto di indignazione e di rammarico proveniente dalla politica per le conseguenze disastrose di una vicenda che un minimo di decenza avrebbe dovuto scoraggiare, nessuna denuncia contro la disinvoltura di un’accusa che si è rivelata priva di riscontri! I responsabili di questo danno, i soliti a caccia di notorietà a spese del personaggio di turno, andrebbero messi nelle condizioni di non nuocere e invece no, come nel caso Tortora, come nel caso Cucchi, come nei tanti casi di giustizia allegra, nessun responsabile è individuato e punito, e il proposito di Ilaria Capua di aprire un fronte del suo impegno sul versante della giustizia in Italia, ora che ne ha conosciuto le delizie, le fa onore ma è destinato a restare una illusione.

mercoledì 28 settembre 2016

Il discrimine

L’ingiustizia in Italia dà il peggio di sé quando marca la differenza tra la sorte degli ultimi che pagano fino in fondo il fio delle loro colpe e quella dei privilegiati che navigano nel mare dell’impunità. L’elenco dei casi di potenti che, nonostante condanne pesanti, si sottraggono alle pene grazie al censo che permette loro di imboccare costose scorciatoie, si spreca, come si spreca la lista dei poveri cristi che affollano le patrie galere. A parole sono in molti a denunciare questa evidente disparità, mostrando di ispirarsi a principi di equità e producendosi in esternazioni accorate con un’enfasi pari alla sfrontatezza con la quale alcuni di essi difendono la loro impunità. E’la doppiezza morale di sempre denunciata da Trasimaco quando definisce la giustizia l’interesse del più forte, non immaginando che persino nella stesura dell’elenco dei colpevoli vessati dai rigori della legge avrebbe fatto capolino una buona dose di classismo. Quanti infatti insorgono in difesa di Caino facendo un discrimine tra chi merita misericordia e chi no, operano una distinzione classista nel mondo di disperati che non fa alcuna considerazione di merito. Gli emigranti, gli spacciatori, i delinquenti di piccolo cabotaggio che non possono contare sulle scorciatoie riservate ai potenti, possono contare sulla solidarietà dei sacerdoti del politicamente corretto perché si prestano ad essere pretesto di un buonismo a buon mercato esibito più che sentito sinceramente, giusto per lustrare il pedigree del buon samaritano. E’ una solidarietà pelosa espressa per lo più da cialtroni in marsina che si riempiono la bocca con proclami inneggianti a nobili concetti puntualmente traditi sull’altare dell’interesse personale, una solidarietà nella quale non trovano posto mafiosi e affini, merce avariata inutilizzabile per masturbazioni moraleggianti. Persino il Papa che ha fatto della misericordia la cifra del suo apostolato, li discrimina. Ad essi tocca d’essere confinati nel recinto dei reietti dove non valgono le regole, d’essere considerati ectoplasmi privi dei diritti fondamentali nell’indifferenza della cosiddetta società civile. Relegati nel girone degli orrori, oggetto del disprezzo della gente, godono in compenso dell’attenzione dello Stato che su di loro infierisce con spirito di vendetta. E’ il tramonto dell’epica sciagurata della mafia costretta a subire il discrimine persino rispetto ai malacarne di bassa lega, ma è anche l’eclissi dello Stato di diritto che ha rinunciato ai propri principi fondanti in nome della sicurezza, e delle coscienze libere che hanno rinnegato la lezione dei lumi decidendo chi ha diritto o meno ad essere considerato uomo.  

domenica 18 settembre 2016

I gattopardi

In un suo editoriale di qualche tempo fa sulla Sicilia Aldo Cazzullo lamentava la condizione in cui versa l’isola, interrogandosi su come sia possibile che una terra che ha dato i natali a Verga, Pirandello, Sciascia e altri straordinari protagonisti che hanno connotato quasi per intero la letteratura italiana del Novecento, sia la stessa terra che ha dato i natali a Lombardo, Crocetta e Cuffaro. Non riusciva a darsi una spiegazione. Una spiegazione invece se l’è data Ernesto Galli della Loggia quando anche egli, in un articolo di fondo apparso sul Corriere, ha denunciato lo stato comatoso in cui versa il Sud. In questo articolo egli descrive il quadro desolante di una realtà in disfacimento caratterizzata da una classe dirigente e politica imbarazzante (porta l’esempio del penoso intervento dell’onorevole Barbagallo nell’aula dell’Assemblea Regionale Siciliana), dall’assenza di prospettive di sviluppo, dall’elevatissimo tasso di disoccupazione, dalla carenza di servizi e infrastrutture, dall’inefficienza dell’elefantiaca burocrazia e naturalmente dalla presenza invasiva della criminalità organizzata. La causa di questo sfascio è dovuta, secondo Galli della Loggia, ad una antica indigenza, a secoli di malgoverno ma soprattutto alla latitanza dello Stato. Lo Stato in verità, secondo la sua analisi, ha tentato di correggere questa tendenza facendo da omogeneizzante culturale e sociale, favorendo lo scambio fecondo delle diverse sensibilità, conoscenze, usi, culture, idee che hanno arricchito il tessuto sociale dell’intera Nazione e l’hanno reso più coeso. Purtroppo, dopo gli anni 70, per una serie di motivi legati al mutato quadro politico e sindacale, è venuta meno questa funzione collante e lo Stato ha fatto un passo indietro rinunciando al suo ruolo di guida del Paese in settori strategici, delegando alle istituzioni periferiche una serie di prerogative importanti e lasciando campo libero all’autarchia, al familismo, al clientelismo, ai miserabili interessi localistici, in definitiva ai guasti che affliggono il Sud. La causa dei mali del Sud secondo Galli della Loggia è dunque da attribuire alla sopravvenuta latitanza dello Stato, non certo a “qualche malformazione genetica dei nostri concittadini di quelle regioni”. Dice proprio così, “concittadini di quelle regioni” e “quelle regioni” danno la misura della distanza che l’autore percepisce inconsciamente da terre lontane abitate da una umanità di cui fatica a decifrare l’indole. Se Galli della Loggia avesse consapevolezza di come siamo fatti veramente noi meridionali e i siciliani in particolare, eviterebbe giudizi frettolosamente assolutori, saprebbe che è vero il contrario di quanto egli afferma, che siamo irrimediabilmente malformati. Lo siamo da quando, alle prese con gli eventi che hanno attraversato la nostra storia, abbiamo dovuto fare i conti con essa e schivarne le insidie in un contesto in cui già allora latitava un potere centrale garante dei diritti di ognuno, da quando abbiamo dovuto imparare a contare solo su di noi e siamo diventati per questo motivo individualisti privi di illusioni, asociali guardinghi e sospettosi, levantini, padreterni alle prese col nostro smisurato ego, in guerra con tutto ciò che interferisce con esso. E’ così che ci siamo formati, con i molti vizi e le poche virtù che sono diventati il nostro patrimonio genetico. Prigionieri dei nostri geni, animali bradi privi di un sentire comune, rifiutiamo qualsiasi tentativo di inclusione. Ci è mancato uno Stato nel quale identificarci, e di conseguenza il senso dello Stato, e sbaglia, a mio avviso, Galli della Loggia quando afferma che lo Stato ha rinunciato a svolgere il suo ruolo negli anni 70. Lo Stato dalle nostre parti è sempre stato assente, persino in tempi recenti, quando una parvenza di unità ce ne ha regalato uno patrigno contro il quale abbiamo coltivato diffidenza e rancore. Capaci di dare il peggio di noi persino nelle grandi battaglie ideali che riusciamo a insozzare con secondi miserabili fini o, bene che vada, di esprimere personaggi patetici come l’onorevole Barbagallo, andiamo incontro al nostro destino senza sforzarci di imboccare la via per evitarlo, tranne che non prendiamo il largo dalle acque limacciose del nostro brodo di coltura e guadagniamo l’antica via dell’esilio. A mio figlio che si è visto costretto a riporre i suoi sogni nel cassetto e ha dovuto emigrare in Francia col cuore colmo dell’amore per la sua terra e il proposito di tornarvi, ho raccomandato di scordarsi di Palermo e non permettere a questa città infelice di sporcargli l’anima.  

mercoledì 7 settembre 2016

Charlie Hebdo

Le popolazioni colpite dal terremoto nel Lazio e nella Marche sono costrette a subire non solo l’affronto della natura ma anche quello dell’uomo allorché questi si impegna in una delle azioni più ripugnanti, lo sciacallaggio. E non parlo solo degli sciacalli che si aggirano tra le macerie cercando di rubare le povere cose che si sono salvate, parlo soprattutto di quanti, in nome della libertà di espressione, esercitano impunemente il diritto all’indegnità. Mi riferisco a Charlie Hebdo che non ha esitato a sfregiare il buon gusto ancor prima che il buon senso, ironizzando sulla vicenda del terremoto che avrebbe prodotto, secondo il discutibile humour del vignettista Felix, italiani disegnati quali “penne al pomodoro”, “penne gratinate” e persino “lasagne” in forma di corpi ammucchiati a strati e grondanti di salsa-sangue. Si sono scatenate, come era prevedibile, reazioni pro e contro la vignetta di Charlie Hebdo e, pur definendola infelice, in tanti l’hanno difesa nel nome della libertà di satira e del diritto di ciascuno di dire anche le cose più infami. Giusto, la libertà di pensiero è sacrosanta e quindi va bene il diritto di Charlie Hebdo di sproloquiare, ma è altrettanto sacrosanto il diritto di dissentire e di chiamare chi è capace di esprimere schifezze del genere col nome che merita: farabutto. E non solo perché come in questo caso il farabutto offende il senso estetico ed etico, ma anche perché è disonesto. Infatti di rimando alle critiche di cui è stato oggetto, Charlie Hebdo ha pubblicato una seconda vignetta con la quale ha chiamato in causa la mafia. La toppa peggiore del buco, perché credo si possa dire che nel caso specifico la mafia c’entra come il cavolo a merenda. Se infatti è vero che le esperienze passate ci hanno abituato a forme di corruzione e ci fanno temere che esse si possano ripetere anche nella ricostruzione di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, Pescara del Tronto, è altrettanto vero che parliamo appunto di corruzione, un fenomeno nel quale noi italiani certamente eccelliamo ma che prolifera sotto tutte le latitudini ed è chiamata col suo nome senza scomodare la mafia. In Italia invece no, la corruzione, secondo Charlie Hebdo, è mafia e dunque non solo ci becchiamo l’epiteto di “lasagne”, “penne gratinate e al pomodoro”, ma veniamo spicciativamente liquidati come mafiosi, secondo l’equazione abusata che ci vuole tali in quanto italiani e perciò capaci di esprimerci solo obbedendo a categorie criminali. Per questa miserabile semplificazione che non è esagerato definire razzismo, sappiamo chi ringraziare. Se i campioni della morale a buon mercato che proliferano in casa (non “cosa”) nostra e che hanno fatto della lotta alla mafia una professione redditizia non facendosi scrupolo di barare, fanno sventolare il vessillo di un Paese in cui il peggio è riconducibile sempre e solo alla mafia e propongono teoremi improbabili secondo cui se in Alto Adige abbattono un camoscio, se quattro gaglioffi si fanno complici in attività corruttive nel comune di Pizzighettoni, se a Orgosolo rubano una mandria di pecore, dietro ci sono interessi mafiosi ma ignorano e, in alcuni casi, addirittura coprono patologie molto più gravi nel cui elenco interminabile svetta al primo posto, appunto, la corruzione che ci affligge da sempre e non certo grazie alla mafia che semmai se ne serve come qualsiasi cittadino disonesto, non ci dobbiamo poi lamentare se Charlie Hebdo maramaldeggia sulla nostra mafiosità. La mafia è un bubbone che affligge il corpo della società italiana e va combattuta, senza però dilatarne la portata e inflazionarne il termine secondo la logica totalizzante del politicamente corretto che erige il feticcio e se ne serve per confondere le acque con forme di sciacallaggio che sono fuorvianti e costituiscono un pericolo serio quanto quello della mafia.