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mercoledì 18 ottobre 2017

La società giudiziaria


In una sua lectio magistralis Luciano Violante si è detto allarmato perché “ in Italia sta nascendo una società giudiziaria e che ci deve preoccupare questa concezione autoritaria per cui il Codice penale è diventato la Magna Carta dell’etica politica. Si tratta di un segno di autoritarismo sul quale penso valga la pena riflettere”. A questa lamentazione Massimo Fini su Il Fatto Quotidiano ha replicato sostenendo a sua volta che “ una società giudiziaria non significa assolutamente niente, è una pura tautologia. Ogni società nel momento in cui assume la forma-Stato è giudiziaria perché in uno Stato il cittadino rinuncia alla violenza e ne conferisce il diritto allo Stato che ne assume il monopolio”. E naturalmente non ha perduto l’occasione per denunciare un attacco alla magistratura. Tanto per cambiare la solita contrapposizione ideologica perde di vista il cuore del problema, e il cuore del problema non è tanto il rischio che in Italia si instauri uno Stato autoritario quanto il fatto che la società giudiziaria siamo tutti noi, divenuti il luogo dell’intolleranza giacobina in cui ogni condotta, anche se non se ne è ancora provata l’illiceità, è sottoposta al giudizio insindacabile del magistrato della porta accanto che si arroga il diritto di indossare la toga e condannare la reputazione del vicino di casa sulla base degli spifferi che fuoriescono dalle segrete carte delle procure, una società in cui il sospetto è il sestante dei rapporti sociali e il campanello d’allarme che fa scattare la caccia al colpevole in un clima da macelleria messicana. Certo lo Stato ci mette del suo grazie alla disinvoltura di una certa magistratura che, muovendosi sul terreno del fideismo piuttosto che su quello degli elementi concreti, inchioda l’indagato ad una responsabilità non provata offrendolo in pasto ai forcaioli, complice un giornalismo sensazionalistico che si presta all’operazione di linciaggio trasformando l’avviso di garanzia in uno strumento di mascariamento e consegnando il “colpevole” agli onori della prima pagina quando ancora si è lontani dalla certezza della sua colpa. Se dalla presunzione di innocenza siamo passati alla presunzione di colpevolezza, dobbiamo ammettere che qualcosa non funziona e qualche domanda dobbiamo porcela. Perché si è giunti a tanto? Indubbiamente vi si è giunti  perché noi cittadini ci facciamo guidare dagli impulsi delle viscere piuttosto che dalle categorie della mente e incoraggiamo crociate moralisteggianti in un clima da stadio chiedendo la testa dell’indagato, ma anche perché alcuni magistrati non si fanno pregare indulgendo alla fascinazione populista e interpretando ad libitum la legge invece di applicarla, per perseguire obiettivi ideologici. E’ così che si rischia un corto circuito dalle conseguenze devastanti per la vita delle persone la cui unica garanzia è l’onore di un potere indipendente che non risponde a nessuno tranne alla coscienza delle proprie truppe e ad un organo di autogestione quale è il Consiglio Superiore della Magistratura. Se un siffatto potere perde la bussola e si trasforma in autoreferenzialità percepita non come servizio ma come esercizio di una discrezionalità arbitraria ancella di interessi che nulla hanno a che fare con l’amministrazione della giustizia, allora invece della giustizia si realizza l’ingiustizia e con essa un attentato alla democrazia che non riesce a garantire il cittadino. In Italia purtroppo questo rischio è incombente tanto è che il vice presidente del CSM Legnini ha sentito il bisogno, condiviso  dal Presidente della Repubblica, di invitare i magistrati ad una maggiore sobrietà. Non credo che l’appello verrà ascoltato e la tendenza a scambiare l’applicazione della legge con l’applicazione di una personale convinzione ideologica è destinata a perpetuarsi e a crescere, con quali conseguenze è facile immaginare. Grazie a Dio la nostra è una repubblica solida e non corre rischi ma è giunto il tempo di meditare sugli aggiustamenti da apportare alla gestione dell’attività giudiziaria, continuando a garantire l’indipendenza della magistratura, ma al contempo garantendo maggiormente il cittadino.

venerdì 6 ottobre 2017

Le misure afflittive


Il nuovo codice antimafia approvato recentemente in Parlamento estende le misure di prevenzione dai mafiosi ai corrotti. Le misure, per chi non lo sapesse, vengono comminate in presenza di un sospetto di condotta illecita senza l’obbligo da parte dello Stato di portare prove a sostegno del provvedimento.  Col nuovo codice lo stravolgimento di un principio del diritto che vuole l’onere della prova a carico di chi muove l’accusa, in passato imposto ai mafiosi, adesso viene inflitto indiscriminatamente a chiunque odori di corruttela. Un vulnus che finora  ha riguardato solo i figli di un dio minore e che non ha suscitato alcuna reazione di protesta, provoca allarme nel momento in cui alza l’asticella e investe indiscriminatamente l’intera società. Si è inaugurata una nuova stagione di caccia alle streghe e nel mirino sono finiti  tutti coloro che, ladri di polli o capitani d’industria, prosseneti o frequentatori dei piani alti della finanza, piccoli impiegati del catasto o grand commis, sono sfiorati dal sospetto che vadano all’assalto della morale comune secondo le categorie del GA (Grande Accusatore). Col nuovo editto bulgaro siamo affidati alle cure amorevoli di uno Stato al quale è impossibile farla in barba, che monitora ogni nostra azione e vigila contro l’arroganza di chi ha la faccia tosta di esigere il rispetto di uno straccio di coerenza giuridica. Ci lasciamo alle spalle il tempo del lassismo e andiamo festosamente incontro al tempo dell’efficienza poliziesca. Adesso non si può, come in passato, intraprendere una qualsiasi attività con la pretesa di farla franca, e ai buontemponi che rivendicano la liceità delle loro condotte, i moralisti replicano che qualsiasi attività non può dirsi lecita fino a quando non supera il test dell’illibatezza. Fino ad allora, fino a quando non hai assolto all’onere della prova, sei un malfattore potenziale da guardare con sospetto e perseguire con la severità dovuta agli impudenti sostenitori della libertà di fare i propri comodi senza incorrere nelle maglie della censura. E a chi protesta che fare impresa non significa fare i propri comodi, la risposta è pronta, fare impresa è un attentato alla pubblica moralità e alla sicurezza della società se non obbedisce a imprescindibili canoni etici, alla vulgata del politicamente corretto, alla crociata a favore dei miti sacralizzati dai sepolcri imbiancati. Da questo momento in poi gli spericolati avventurieri che hanno il vizietto di fare impresa sono avvertiti, debbono sapere che le categorie alle quali attenersi non sono la competenza e la lungimiranza, non l’oculatezza della gestione e il senso di responsabilità, non l’onestà e l’integrità ma l’obbedienza ad un simulacro di legalità formale che pretende di profumare d’incenso ma che in effetti ha l’afrore nauseabondo della demonizzazione ideologica. Debbono sapere che in caso contrario saranno costretti a fare i conti con gli scherani di Stato che vigilano contro l’assurda pretesa di chi rivendica diritti fondamentali e imbrigliano la volontà di libertà con le provvidenziali misure di prevenzione fondate sul nulla ammantato di legalitarismo. Siamo tutti avvertiti, da oggi in poi, chi vuole dormire sonni tranquilli si iscriva all’albo dei bacchettoni, si arruoli nell’esercito della salvezza dei pretoriani d’assalto alla cittadella del diritto, stringa un patto che li preservi dalle rappresaglie con chi ha il monopolio della giusta causa e viva serena la sua miserabile esistenza nella casa del Grande Fratello di orwelliana memoria.