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venerdì 23 novembre 2018

Angeli e demoni

Si avvicinò con un sorriso sdentato e timido mimando con l’indice e il pollice il segno dei piccioli e bofonchiando: “Scusassi, scusassi”. L’aspetto era miserevole ma lasciava trasparire un trascorso stato di  benessere dal quale quell’uomo vestito di una modesta ma linda grisaglia si era  dimesso per ragioni che erano testimoniate dalla sua dentatura irrimediabilmente consunta. La carie aveva cavalcato in compagnia della incipiente indigenza ed era stata l’avanguardia dello stato di povertà assoluta nel quale quel borghese piccolo piccolo sarebbe stato traghettato. I denti guasti erano il biglietto da visita della sua  condizione di  nuovo povero che, impegnato a tentare di arginare la rovina economica incombente, non aveva avuto tempo, testa e risorse per occuparsi  dei denti che stava perdendo. Ora era  troppo tardi e se ne andava in giro a questuare all’insegna di quel suo sorriso osceno. Fermo davanti a me, il capo chino,  in un’attesa priva di speranza, si illuminò di stupore quando si accorse che armeggiavo col portafogli alla ricerca di una banconota da offrirgli. Chissà dove viveva, chissà dove dormiva! Ad un tratto mi vennero in mente i ritratti della galleria dei reietti nei quali mi sono imbattuto durante la mia vita. Mi ricordai di quel distinto signore che, sorpreso a rovistare nel cassonetto dell’immondizia all’imbrunire quando il pudore trova riparo nelle prime ombre della sera, si giustificò con aria colpevole e lo sguardo implorante, dicendo che era impegnato a cercare qualcosa di suo che, chissà come, era andato a finire nel cassonetto. Ricordai il suo imbarazzo e le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi spalancati in un abisso di disperazione. Mi ricordai di Aldo e Giovanna agghindati e sorridenti mentre, reduci dalla messa pomeridiana nella Chiesa della Mercede, passavano con aria noncurante davanti al Boccone del Povero e, guardandosi circospetti attorno, sgattaiolavano nei locali della mensa. Mi ricordai di Cecilia e Alberto raggomitolati sotto una coperta di fortuna al riparo nei portici della Chiesa di San Michele che, stretti in un abbraccio d’amore, le mani rinsecchite dal freddo abbrancate le une alle altre, accoglievano con un sorriso grato gli angeli della notte che portavano un pasto caldo. Mi ricordai di Costanza, tosta e annerita dalla fuliggine del fuoco acceso ai bordi della tenda nella quale era accampata e che divenne la sua urna funeraria quando le fiamme la inghiottirono. Mi ricordai di Giovanni che diede un calcio ai suoi sogni di promettente studente di filosofia e, come Diogene, si rifugiò nella sua botte di frustrazione dalla quale usciva con sguardo furente. Mi ricordai di me migrato dall’opulenza all’indigenza dopo avere attraversato un pezzo della mia vita popolato da incubi. Mi chiesi allora, con l’irritazione di chi non capiva, perché tanti nostri connazionali si spingono negli angoli più sperduti del mondo per offrire la loro solidarietà a bisognosi lontani invece che ai nostri. Sennonché ho letto gli insulti che sul web sono piovuti addosso alla povera Silvia Romano, la ragazza rapita in Kenia, “colpevole” della sua generosità in un posto così lontano, e mi sono vergognato della mia irritazione, anche perché non ho attenuanti. Sono onorato dall’amicizia di una donna straordinaria che spende la sua esistenza per gli altri senza porre confini geografici o di pelle alla sua generosità. Dovrei sapere che cosa muove l’animo di persone come la mia amica e Silvia Romano, così distanti anagraficamente e così vicini nel modo di intendere la loro vita, donandola agli altri senza confini e senza pretendere nulla in cambio. La mia amica non ha dimenticato lo slancio dei suoi vent’anni e continua a sognare, dobbiamo sperare che, quando ci verrà restituita, Silvia, a dispetto della sua terribile esperienza, continuerà ad amare e anche lei a sognare e così riscattare l’umanità dall’infamia degli sciacalli che appestano il mondo dei social e non solo quello.                
                                        

giovedì 1 novembre 2018

L'etica dei nuovi governanti


Ero convinto con Churchill che la democrazia fosse la peggior forma di governo, ad eccezione di tutte le altre, ma ci ha pensato Di Maio a mettere in crisi le mie convinzioni: grazie a lui ho scoperto che non c’è niente di peggio di una democrazia capace di eleggere alla guida del Paese uomini come il nostro vicepremier. Non varrebbe la pena di aggiungere altro all’impareggiabile palmarès di questo incorreggibile gaffeur, ma le performances che egli sforna a getto continuo suscitano reazioni pavloviane cui è difficile sottrarsi. Uno che prima di governare l’Italia si è distinto per avere ricoperto l’alto incarico di steward al S.Paolo di Napoli, si permette di trinciare giudizi sui massimi sistemi senza avvertire i limiti della sua inadeguatezza. Seduto sul trespolo, questo campione del rigore politico che già ci aveva folgorati sulla via dell’impeachment al Capo dello Stato e ci aveva deliziato sulle “manine” che, secondo lui, hanno inserito “a sua insaputa” norme in provvedimenti del governo di cui lui è una delle guide, adesso si produce nell’ultima delle sue imprese bacchettando nientemeno che Mario Draghi colpevole di “ avvelenare nonostante sia italiano il clima ulteriormente”, solo perché ci mette in guardia dai pericoli dello spread. Come se fosse scontato che Draghi, per il fatto di essere italiano, debba rinunciare alla sua indipendenza di giudizio e compiacere Di Maio. Evidentemente al nostro giovane ministro sfugge il dettaglio che Mario Draghi è il Presidente della BCE, che il suo ruolo gli impone l’obbligo di proteggere le sorti dell’economia europea da iniziative che ritiene rischiose per esse e gli da il diritto di esprimere il suo dissenso forte e chiaro in assoluta autonomia persino rispetto al suo passaporto. E’ chiaro che svolgendo il suo incarico con rigore e competenza come ha dimostrato di sapere fare Draghi guadagnandosi il rispetto e la stima del mondo intero, fa anche l’interesse dell’Italia non avallando iniziative scriteriate come pretende Di Maio e anzi mettendo in guardia il suo Paese da quelli come lui. Ma stiamo parlando di una etica che sfugge al nostro statista il quale si  abbevera alle farneticazioni della rete e disprezza il sapere, considerandolo una forma di arroganza. E a proposito di etica, un breve commento in margine alle reazioni suscitate dalla sentenza di Strasburgo che ha condannato l’Italia per avere continuato ad applicare il regime di 41 bis  a Provenzano nonostante le sue condizioni di salute. Contro di essa dalle parti dell’universo gialloverde, in particolare da parte di Salvini che nella circostanza ha definito l’Europa un inutile baraccone,  si sono levate, puntuali,  indignate proteste per quella che ritengono una invasione di campo e un tentativo di mettere in discussione il 41 bis, e si è sostenuto che nessun diritto è stato violato visto che Provenzano è stato curato al meglio in una struttura ospedaliera. E’ appena il caso di ricordare a questi misericordiosi farisei che anche gli animali destinati al macello vengono pasciuti con gli alimenti migliori affinché le loro carni arrivino nelle tavole dei consumatori più saporite. Ma qui si sta parlando di un uomo e del suo essere ontologicamente inteso prescindendo dai suoi predicati accidentali, di cui ha scritto un certo Aristotele, e non credo che lo Stato italiano, il quale giustamente ha inflitto a Provenzano le dure pene che meritavano le sue colpe, abbia rispettato negli ultimi suoi giorni di vita il suo essere in quanto tale prescindendo dalle sue colpe. Credo piuttosto che  l’Italia si sia lasciata prendere la mano dal ricordo della empietà di Provenzano e in omaggio ad essa abbia tollerato che un uomo ridotto a vegetale continuasse a subire la tortura del 41 bis. E’ questo che ha sanzionato Strasburgo, non il 41 bis in sé, e questo, con tutto il rispetto per il punto di vista dei nostri censori,  è un richiamo alla giustizia da non confondere con la vendetta.



venerdì 26 ottobre 2018

La favola della democrazia diretta


I nuovi arrivati ai vertici del potere, in preda ad una insopprimibile sindrome di  hybris, ci ossessionano con il mantra della legittimazione elettorale: secondo questi signori, i soli che meritano di essere presi in considerazione sono gli eletti anche se inetti. Issati a bordo del potere a furor di un popolo con la bava alla bocca che ha come unico scopo quello di farla pagare a chi li ha li ha lasciati eredi del disastro attuale, questi miracolati non hanno saputo cogliere l’occasione offerta dalla loro buona stella e trasformarla in opportunità. Nella presunzione che il suffragio li esima dalla competenza, non hanno avvertito il senso del ruolo insperatamente conquistato e non si sono sforzati di realizzare il bene dei cittadini con l’arte del possibile ma, al contrario, si sono prodotti in una vera e propria eterogenesi dei fini proponendo rimedi che rischiano di peggiorare anziché migliorare le condizioni di salute dell’ammalato. Si scagliano contro la democrazia rappresentativa che affida il compito di governare alle élite selezionate attraverso un lungo percorso formativo, pretendendo di realizzare la cosiddetta democrazia diretta che manda al potere i campioni di un velleitarismo e di un pressappochismo il cui indirizzo all’azione politica è dettato dal gradimento di una base fanatica che trasmette veleni anziché saggezza. Il coraggio della solitudine degli uomini di Stato che sanno andare controcorrente pur di fare il bene comune, è un ingrediente che non appartiene agli attuali governanti  i quali sanno solo perseguire l’obiettivo contingente del consenso ad ogni costo, anche a costo di sfasciare la macchina dello Stato. Evocano pericoli esterni, si scagliano contro fantomatici poteri forti e contro l’Europa matrigna (che ha tanto da farsi perdonare per avere tradito la sua vocazione solidale adottando una politica restrittiva che ha scoraggiato la crescita, fatto diminuire il PIL,  aumentare il debito e ha contribuito a innescare rigurgiti “sovranisti”,  ma alla quale non c’è alternativa che non sia l’isolamento con  conseguenze facilmente immaginabili), quando invece l’unico vero pericolo arriva dai mercati, giudici inflessibili che non cedono alla suggestione dei proclami. I numeri, veri indicatori del nostro stato di salute, dicono che lo spread ha superato quota 300, che il nostro debito pubblico è il più elevato d’Europa, dopo quello greco, che lo spettro del piano B è ancora dietro l’angolo nonostante le rassicurazioni, che l’aumento del deficit rispetto al PIL serve solo alla spesa corrente e ad alimentare un assistenzialismo improduttivo e non una  crescita che nelle proiezioni degli analisti è addirittura dato sempre più  in coda al treno europeo, che prima o poi si porrà mano alla falcidia dei risparmi privati, che i proclamati investimenti pubblici e le ventilate riforme strutturali sono smentiti dalla tentazione di abbandonare alla incompiutezza opere straordinarie e strategiche per il futuro del Paese, con enormi ricadute in termini di occupazione e sviluppo, quali la Tav, la Tap, il tunnel del Brennero scavato già per 90 chilometri e costato 1,8 miliardi,etc., e di imbarcare nel carrozzone pubblico aziende decotte come l’Alitalia. Questo scenario da ultima spiaggia è sotto gli occhi dei mercati i quali traggono le loro conclusioni con spietata coerenza. Cercare altrove responsabilità è strumentale e disonesto.          

sabato 13 ottobre 2018

Travaglio


Durante un duello televisivo con Severgnini, Marco Travaglio ha sentenziato: “Due istituzioni, FMI e Bankitalia non sono elettivi e non possono permettersi di dire ai governi quali leggi devono fare, quali devono mantenere, quali non possono cambiare e quali possono cambiare. Avrebbero semmai potuto dire che le stime di crescita del governo sono troppo ottimistiche e questo è quello che hanno detto agli altri governi. Invece con questo governo hanno fatto qualcosa di più, hanno detto che cosa non si può toccare. Io capisco che a tanti non importa che la maggioranza degli elettori chieda che siano riformati il iobs Act e la legge Fornero e sia introdotto il reddito di cittadinanza ma, purtroppo, fino a quando nella Costituzione ci sarà scritto che la sovranità appartiene al popolo, la sovranità apparterrà al popolo e non a Bankitalia o al FMI. Quando il popolo si pronuncia e premia due forze che vogliono riformare delle leggi queste ultime vanno riformate. Si può criticare quelle forze che non trovano le coperture ma non gli si può dire che cosa possono o non possono fare, perché quelle scelte riguardano la politica”. In un suo editoriale apparso sul Corriere dell’altro ieri il prof. Cassese sostiene esattamente il contrario. Egli infatti, commentando la dichiarazione dell’on. Di Maio che invita Bankitalia a candidarsi alle prossime elezioni affermando che solo ricevendo il mandato dalla volontà popolare essa può sindacare l’azione del governo, scrive: “Per il vicepresidente del Consiglio tutto il potere discende dal popolo ed è sempre il popolo che, mediante le elezioni, deve pronunciarsi. La democrazia è ridotta ad elezioni e anche i vertici della Banca d’Italia debbono presentarsi all’elettorato o sottostare alla volontà del governo. Questa è una versione romanzata della democrazia che, invece, ha al suo interno poteri e contropoteri, non tutti con una investitura popolare diretta. Le corti giudiziarie, la Corte costituzionale, le autorità indipendenti, le università, sono corpi autonomi, alcuni garantiti come tali dalla Costituzione.” E procede spiegando che cosa è il pluralismo in democrazia, come si impedisce la tirannide della maggioranza e si garantiscono i diritti individuali nei confronti dell’opinione e dei sentimenti prevalenti grazie ai pesi e contrappesi che servono a equilibrare i poteri dello Stato, come ci hanno insegnato pensatori quali Alexis de Tocqueville e Stuart Mill le cui idee sono state alla base della democrazia moderna. La lezione del prof. Cassese dovrebbe servire a far capire a Travaglio che la sovranità popolare non può tutto e va esercitata solo entro i confini posti dal dettato costituzionale il quale peraltro attribuisce ad altri poteri altrettanta sovranità non condizionabile. Che è vero che agli eletti dal popolo non si può dire quello che debbono fare ma è altrettanto vero che gli si può benissimo dire quello che non possono fare. E  una cosa che non possono fare, neanche in omaggio alla volontà del popolo, è sfasciare lo Stato. Ci sono gli anticorpi costituzionali che l’impediscono e dovrebbe esserci anche il buonsenso degli stessi eletti i quali debbono sapere esercitare il loro ruolo di guida e discernere ciò che la dura realtà consente di fare, contrastando l’assalto all’albero della cuccagna dei loro stessi elettori e scoraggiando istanze che, ahinoi, appartengono al libro dei sogni. E’ nobile tentare di correggere una realtà che tutti riconosciamo ingiusta e fanno bene i nuovi governanti a tentare di farlo purché non si lascino prendere la mano dalle loro buone intenzioni e non ci raccontino la favola dell’abolizione della povertà. Di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno tanto per citare il buon Marx e non è il caso di buttare con l’acqua sporca anche il bambino. E tanto per essere chiari, come fa giustamente notare il prof. Cassese, 16 milioni di votanti che hanno premiato i due partiti di governo, non sono la maggioranza degli italiani aventi diritto di voto.

venerdì 12 ottobre 2018

Saviano


Da cronista impegnato a inseguire per i vicoli di Scampia notizie sui fatti di sangue della camorra, a icona della galleria delle patacche allestita dai sacerdoti del politicamente corretto, Saviano ne ha fatta di strada. Star  tra le più ambite nei salotti che contano, al punto da essere stato ricevuto all’Eliseo e avere vissuto una serata da protagonista a casa di Bernard-Henry-Lévy, idolo dei talk show che se lo contendono trattandolo come un oracolo, egli è l’esempio di come dal nulla nasce un mito. La fulminea escalation del guaglione rampante si inquadra nella necessità della nomenklatura intellettuale imperante di sostituire vecchi arnesi, contrabbandati per anni quali paladini dei diritti fondamentali e nel frattempo andati in pezzi, con nuovi  campioni improbabili ma utili ad alimentare il mito di un déjà-vu caduto in disgrazia. E’ una necessità che non riguarda solo la galassia italiana tanto è che  l’inossidabile Bernard Henry-Levy, cui non fa certo difetto la faccia tosta e che è stato uno degli artefici della crociata contro Gheddafi millantando la difesa dei diritti umani, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, non pago del suo capolavoro, si è lanciato nella nuova titanica impresa di portare sugli scudi nientemeno che Saviano difficilmente individuabile quale titolare di meriti che giustifichino la sua accoglienza come ospite d’onore in uno dei salotti più esclusivi dell’intellighenzia francese. Pur di issare uno straccio di vessillo ideologico lo spocchioso Henry-Levy è disposto ad accontentarsi di un tribuno che ha saputo dargliela a bere, senza star lì a fare troppo lo schizzinoso. D’altronde in fatto di patacche la Francia non è seconda a nessuno, avendo essa ospitato nientemeno che nelle vesti di rifugiati politici, fior di galantuomini come Toni Negri e Cesare Batisti, fatte naturalmente le debite differenze. I nostri intellettuali dal loro canto, a corto di argomenti e di eroi, sconfitti in tutti i campi in cui si sono cimentati e dove hanno lasciato solo macerie,  hanno eletto a loro campione Saviano il quale non si è fatto pregare e, investito del ruolo, non ha esitato a proclamarsi la coscienza più autentica di una Italia virtuosa. Ispirandosi a categorie manichee egli stabilisce cosa è giusto o cosa non lo è, chi è santo e chi è diavolo, se condannare Salvini che, essendo un diavolo non può non avere violato la legge, e assolvere Mimmo Lucano che ha, si, violato la legge ma con i panni del santo. Niente di nuovo in un universo che da sempre procede per dogmi, in cui si fa valere il principio di due pesi e due misure a seconda della categoria di appartenenza, ma non lamentiamoci poi se i barbari sono alle porte. Nessuno disconosce i meriti e il coraggio di Saviano dimostrati nella sua denuncia dei misfatti della camorra e l’idea di privarlo della scorta è insensata, ma è altrettanto insensato fare di lui il re travicello che decide che cosa è giusto e cosa non lo è. Il signor Saviano costruisca pure sulla sua vicenda una fruttuosa rendita di posizione ma per carità non pretenda di colonizzare le nostre coscienze raccontandoci che la sua coscienza è più consapevole e candida della nostra.

mercoledì 3 ottobre 2018

Di Maio


Se fossimo un popolo che ha a cuore il proprio destino dovremmo sentire il puzzo di carne marcia che esala dal nostro organismo in putrefazione. Siamo un Paese allo sfascio e la finanza allegra alla quale si dedicano i grillini ricorda l’anima spensierata dei governanti che li hanno preceduti e lasciati eredi di vizi antichi. Questi strani personaggi piombati sulla scena politica e il loro capo, l’on. Di Maio, più che a politici somigliano ad un allegra brigata di fanciulli che si baloccano con un giocattolo più grande di loro trotterellando sul cavallo a dondolo della decrescita felice.  L’on. Di Maio ha nel volto glabro di bambino mai cresciuto le fattezze di un pierino capriccioso che scambia le favole con la realtà e fa le bizze se non viene accontentato. Calca la scena nazionale e internazionale come fosse il cortile di casa e gioca le partite dei grandi dove sono in ballo le sorti delle nazioni come una partita a tresette nel circolo di quartiere.  Il guaio è che egli è solo la punta dell’iceberg di una massa informe, incapace di pensare, sedotta dagli spin doctor che manipolano le menti e drogano la rete inserendo in essa veleni che incitano alla rivolta e producono refrains demenziali. Siamo alla dissennatezza in libera uscita e Di Maio ne è l’interprete più autentico. Vedere all’opera il nostro vice presidente del Consiglio fa tremare i polsi. Poiché è stato eletto dal popolo l’on. Di Maio ritiene di potersi permettere tutto, anche di infischiarsi della Costituzione e di ribaltare prassi collaudate, piegare uomini e regole ai suoi capricci, chiedere avventatamente l’impeachment contro il Capo dello Stato, fare la guerra alle autorità indipendenti accusandole di essere nemiche del popolo, fuggire dalle proprie responsabilità ed evocare fantomatici congiurati che tramano nell’ombra, condurre battaglie che appaiono generose ma che sono velleitarie. La battaglia in difesa dei più deboli di cui pretende di farsi unico interprete l’on. Di Maio, è sacrosanta e non è certo lui che ce lo deve ricordare perché essa rientra tra i compiti fondamentali della politica, ma è altrettanto saggio non fare correre nel nome di questa battaglia rischi mortali al Paese con ricette suicide. Ed è sacrosanta anche la battaglia contro la finanza globale che ha ormai preso il sopravvento sulla politica, una battaglia che però deve sapere recuperare anziché demonizzare la politica, l’unico strumento, se utilizzato in maniera virtuosa, di cui disponiamo a sostegno della stessa sopravvivenza della democrazia e della lotta a favore dei più deboli. Gli avversari politici infine non sono nemici da mettere all’indice solo perché osano opporsi al dogma del pensiero unico predicato dal nostro, essi al contrario hanno il merito di dare un contributo di idee che possono essere condivise o no ma che sono legittime e utili al dibattito politico. Issato dal popolo ai vertici dello Stato, preso di sé e della presunzione di operare miracoli come nientemeno quello di abolire la povertà, l’on. Di Maio svolge diligentemente e più o meno consapevolmente il ruolo di utile idiota al servizio del famigerato piano B di cui si è infatuato probabilmente perché non ha ben ponderato la portata delle conseguenze che ne deriverebbero. Quando da piccoli giocavamo a mosca cieca capitava spesso di dovere fare i conti con bizzosi compagnetti che non accettavano le regole del gioco e pretendevano di imporre quelle che gli suggeriva l’educazione al soddisfacimento del loro ego impartita da genitori inadeguati. I progenitori di Di Maio, purtroppo per noi, non sono inadeguati ma perfidamente capaci di confezionare il pupo che interpreta fedelmente la parte che gli è stata assegnata. Ci sorge però un dubbio, forse non abbiamo capito un bel nulla, forse non abbiamo capito che il nostro Richelieu pensa con la propria testa e ha una propria strategia, quella cioè di andare ai materassi (lo ha scritto a suo tempo Grillo), cavalcare l’ira della gente perpetuando un clima di conflitto in cui agitare la solita bandiera populista che colmi il vuoto nel quale volteggia la sua distopia e, anche grazie alla concessione di mance assistenziali, continuare a incassare dividendi elettorali. Un’altra spiegazione potrebbe essere la voglia di rivincita di chi, baciato dalla fortuna, si è ubriacato del suo nuovo stato, ha perso il senso della misura e, come tutti i nuovi arricchiti, si prende la sua brava rivincita abusando del potere conquistato e illudendosi così di riscattare il suo passato di travet.  E l’interesse del popolo? Quella è un’altra storia che non ha niente a che vedere con la battaglia dell’on. Di Maio.

venerdì 21 settembre 2018

L'Europa dei Rodomonte


Prima la signora Bachelet che ha messo nel mirino l’Italia, adesso il signor Asselborn, ministro degli esteri del Lussemburgo che aggredisce  Salvini reo di avere affermato che in Italia non abbiamo bisogno di schiavi e che se proprio ci tiene sia il Lussemburgo ad accoglierli, e finisce in bellezza con un perentorio “et merde, alors”. Sembra proprio che quando si tratta dell’Italia tutti si scoprano dei giganti. Ce lo meritiamo perché non abbiamo mai saputo proporci in Europa in modo credibile, abbiamo sottovalutato il nostro ruolo in seno ad essa, abbiamo gestito i nostri conti in maniera da dovere piatire continuamente deroghe alle regole comunitarie, ci siamo fatti la fama di Paese poco affidabile e il risultato è che viene facile anche all’ultimo arrivato mancarci di rispetto. La responsabilità chiaramente non è dei nuovi governanti ma di chi li ha preceduti, di coloro cioè che, impegnati a specchiarsi nelle acque del loro narcisismo e a darsi battaglia circumnavigando il proprio ombelico, non hanno saputo dare alla loro azione politica un respiro internazionale, non hanno saputo fare nulla per evitare la retrocessione dell’Italia nella fascia dei Paesi ininfluenti e anzi hanno fatto di tutto con la loro inadeguatezza perché ciò accadesse. Ormai fuori gioco, questi signori sanno solo guardare scandalizzati all’avanzata dei” barbari” e tentare di screditarli tifando per Bachelet e Asselborn, e poco importa se, così facendo, si schierano contro il loro Paese ma soprattutto contro una onesta narrazione dei fatti. Se parliamo dei nuovi arrivati le cose non vanno meglio. Seppure incolpevoli del disastro che hanno ereditato, essi sono colpevoli delle conseguenze che sta producendo il loro dilettantismo incapace di affrontare l’emergenza con il buon senso e il pragmatismo che la situazione impone. Anche loro infatti, sudditi di una ideologia stracciona, invece di studiare e trovare soluzioni adatte alla bisogna, invece di fare analisi lucide e adottare decisioni che servano a sanare il disastro che hanno trovato, non hanno saputo fare di meglio che cavalcare la rabbia della gente inseguendo traguardi irreali e, se parliamo di Europa, ingaggiando un braccio di ferro che non possiamo permetterci e che ci aliena le simpatie dei più. Il risultato è che persino un signor Asselborn qualsiasi si può permettere di trattarci come ha fatto. Perché poi? Se è vero che Salvini ha usato il termine schiavi, è pure vero che il signor Asselborn ci ha marciato in assoluta malafede. Quando infatti Salvini, oltre a illudersi che le nostre donne procreeranno nuove forze lavoro, afferma che l’Italia non vuole accogliere nuovi schiavi, non intende etichettare spregiativamente i migranti ma fare l’ovvia considerazione che una accoglienza offerta in un contesto che non è in grado di integrarli dignitosamente, rischia di avviare questi disgraziati ai lavori più degradanti se non addirittura al malaffare e all’accattonaggio, in definitiva ad una nuova forma di schiavitù. E l’invito al Lussemburgo di accoglierli a casa propria non può suonare offensivo per un Paese che si dice solidale. Dove è dunque lo scandalo? Si ha come l’impressione che non si riesca a perdonare a Salvini la colpa di esistere e gliela si voglia far pagare censurandolo anche quando dice cose ragionevoli.  Non è una forma di razzismo oltre che una mancanza di garbo istituzionale quella che il signor Asselborn riserva al nostro ministro quando lo contesta immeritatamente e lo apostrofa con quei toni, lanciando addirittura il microfono sul tavolo? Per una volta che Salvini riesce a non andare fuori dal seminato ci pensa il signor Asselborg a non farci mancare atteggiamenti da bullo. Che lezioni ci può dare poi un signore che rivendica al Lussemburgo il merito di una della pagine più nere della migrazione europea? Quando l’ineffabile ministro degli esteri lussemburghese si vanta dell’accoglienza riservata dal Lussemburgo ai migranti italiani nel dopoguerra, sembra non rendersi conto che i nostri poveri compatrioti in quelle contrade vissero una vita disumana e molti di loro, 136 per la precisione, morirono nell’inferno di Marcinelle. Di che cosa dunque mena vanto il signor Asselborn e Salvini che fa? Proprio lui che ci ha abituato ad un profilo tonitruante quando gioca in casa, non ha saputo rimbeccare questo galantuomo col giusto piglio. Siamo messi veramente bene! Fortunatamente la spacconata del signor Asselborn ci salva dal gradino più basso, c’è chi sta peggio di noi, ma ciò non toglie che siamo incapaci e imbelli.