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venerdì 25 ottobre 2013

L’Italia a pezzi


Quando si parla di mafia si è soliti fare riferimento esclusivamente alla tradizionale criminalità organizzata rozza e sanguinaria connotata da stereotipi abusati. Si stenta a percepire che esistono mafie meno sanguinarie ma non per questo meno spietate che si annidano dentro lo Stato, nelle sue propaggini e in santuari insospettabili, le ciniche e raffinate mafie delle camarille e dei grumi di interessi, dei poteri fuori controllo, palesi o occulti, che producono guasti più devastanti di quelli prodotti dalla mafia tradizionale.
E’ all’attività di queste mafie che si deve lo stato di salute dell’Italia che non è esagerato definire comatoso.
Il quadro è presto detto.
Siamo un Paese in cui l’economia è ridotta al lumicino, che non ha più industrie degne di questo nome o meglio che, dopo la falcidia dei marchi d’eccellenza dell’industria italiana ad opera di gruppi stranieri, può contare su pochi capitani coraggiosi rimasti a resistere in una condizione di precarietà che non lascia sperare nulla di buono.
Se i gruppi stranieri vengono a fare shopping in Italia ma si rifiutano di lasciare i loro investimenti nel nostro Paese, se gli ultimi epigoni dell’imprenditoria italiana sono tentati di non resistere più, ci sarà un motivo.
Il motivo è l’inadeguatezza strutturale che la nostra classe dirigente ha determinato per inettitudine o obbedienza a interessi consolidati e disponibilità a prestarsi ad appetiti lobbistici.
Chi volete che venga da fuori a investire in Italia e perché le imprese italiane non dovrebbero essere tentate di trasferirsi altrove, visto che:
-          procedure infinite non garantiscono tempi certi sugli esiti di una pratica o di un contenzioso, una selva burocratica nella quale è difficile districarsi, una pressione fiscale fra le più elevate al mondo, sindacati potenti e irragionevoli, costi di lavoro onerosi, penalizzano l’attività delle imprese;
-          infrastrutture insufficienti e inefficienti, autostrade, porti ( siamo costretti a smantellare la Concordia fuori dall’Italia ), aeroporti, ferrovie, non garantiscono adeguati collegamenti;
-          lo Stato non paga i suoi debiti alle imprese e le costringe a fallire;
-          una finanza allegra e assistita dallo Stato si dedica a speculazioni cervellotiche e taglieggia le aziende.
E dove è la giustizia sociale in un Paese prigioniero di consorterie dedite agli interessi di parte? Anche qui il quadro è fosco:
       -    la boscaglia di leggi è terreno di caccia di una oligarchia che incrosta l’apparato statale, che
            orienta la produzione legislativa ispirando leggi caso per caso e la gestisce a piacimento nel
            suo percorso di attuazione, che di fatto governa più della politica;
-          le imprese statali e parastatali, gli enti pubblici, le banche, sono i luoghi dove imperversano
      a vita, di generazione in generazione, i soliti noti tanto incapaci professionalmente e autori
      di  disastri sui quali costruiscono impunemente le loro carriere, quanto capaci di curare l’in=
      teresse personale in preda a una insaziabile fame di prebende. Non siamo più neanche capaci
      di indignarci di fronte a emolumenti e pensioni d’oro che si cumulano e che hanno si una
      legittimazione legale ma non morale. Come si è potuta legittimare una così smaccata offesa  
      al senso della misura e al buon senso tout court?
 -    la distanza tra i pochissimi che possono tutto e i moltissimi che non possono nulla e pagano
      il fio, si allarga sempre di più;   
 -    lividi burattinai razziano nell’ombra senza controlli e senza pagare pegno.
E dove è la giustizia più in generale in un Paese in cui:
       -    la lunghezza dei processi tiene in sospeso per decenni la vita dei cittadini e la sorte delle
            imprese;
-          strutture carcerarie sovraffollate sfidano le leggi della fisica in spazi dove i corpi umani sono retrocessi al rango di polli in una stia;
-     i suicidi in carcere sono ormai una realtà che si ripete quasi quotidianamente;
      -     il 40% dei detenuti è in attesa di giudizio grazie all’istituto della carcerazione preventiva
che fa scontare alla metà di essi una detenzione che, grazie all’assoluzione, si rivelerà non
dovuta;
-          i dannati sottoposti ai regimi della carcerazione speciale patiscono delle autentiche forme di
tortura che violano la carta costituzionale oltre che i principi universali del diritto;     
-          uomini e donne che hanno sbagliato ma che potrebbero essere recuperati grazie ad un programma di rieducazione, sono lasciati alla mercé della scuola del malaffare quanto mai attiva in carcere e, quando tornano in libertà, non trovano opportunità di lavoro e tornano a delinquere;
-          la magistratura è ormai un corpo separato ( non nelle carriere ) che, grazie al libero convin=
      cimento quanto mai discrezionale, ubbidisce a logiche proprie e non alla legge ed è protetta,           
come ha scritto qualcuno, “da una invulnerabile e iniqua irresponsabilità”.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
-          giovani senza futuro;
-          la genialità dei nostri talenti regalata a Paesi stranieri;
-          pensionati senza serenità e costretti ad accollarsi il mantenimento dei figli senza lavoro;
-          i fieri campioni di una borghesia che fu, retrocessi nel girone dei nuovi poveri;
-          ectoplasmi senza identità e cultura che non sanno cosa significa leggere un libro e si aggirano inebetiti fra le icone di una nuova mitologia priva di contenuti;
-          il nostro patrimonio culturale che cade a pezzi. Musei, biblioteche, reperti archeologici che erano il nostro vanto e rappresentano la buona metà delle testimonianze artistiche del mondo intero, giacciono in preda all’incuria. Quello che era al vertice del turismo internazionale, è diventato un Paese che arranca nelle posizioni di rincalzo;
-          una natalità che si è arrestata e ci propone sempre di più un Paese di vecchi condannandoci al rischio di estinzione;
-          inedia e mancanza di spirito di iniziativa, incapacità di coltivare speranze in un panorama che non offre opportunità.
Siamo ormai un guscio vuoto in cui si mescolano inettitudine, cialtroneria e la presunzione di una elite di maitres à penser che non hanno nulla da insegnarci e parlano solo a sé stessi, ebbri del loro autocompiacimento, avulsi dalla realtà e legati a miti frusti e duri a morire. Siamo un popolo privo di identità che non ha l’orgoglio dell’appartenenza, che ha privato i propri membri della dignità di cittadini e li ha trasformati da sudditi della legge in sudditi dell’arbitrio, che si è piegato sotto il peso della rassegnazione, che non ha obiettivi, mete da raggiungere e miti ai quali rifarsi, non ha il coraggio di osare e vegeta in attesa di non si sa che. Siamo un Paese nel quale il giornalismo dei Terzani e dei Montanelli che azzannava alle caviglie i potenti, ha lasciato il posto ad un giornalismo accomodante che si accuccia prono ai piedi del potente di turno e invece di raccontare la verità la crea secondo convenienza. E’ciò che rimane dell’Italia di un tempo che fu e che i nostri figli non hanno fatto in tempo a conoscere, un Paese dove non abita più il nostro cuore, in cui il patto sociale è stato tradito dal Leviatano che ha rovesciato il tavolo e ha stabilito che l’unico interesse lecito è il suo, in cui una mafia scaltra, paludata, invasiva, subdola, sgusciante e impunita, si è macchiata di un crimine molto più grave di quelli commessi dalla sanguinolenta e stupida mafia tradizionalmente intesa, ha ucciso una nazione.

Qualcuno si chiederà dove è la politica che dovrebbe guidarci. La politica è un oggetto misterioso vuoto di idee e di contenuti, espressione di un popolo che non esiste più, prigioniero di un potere che risiede altrove, è una entità informe sulla quale non vale la pena di spendere una parola.

2 commenti:

  1. Diceva qualcuno: "gli italiani sono un popolo dalle mille risorse e verrà un giorno in cui l'Italia sarà una nazione che verrà guardata con invidia. L'Italia ha tutto: monumenti, paesaggi, etc.., basta solo che il popolo lo voglia che diverrà il Paese più bello e ricco del mondo". Leggere quello che Lei scrive, che purtroppo è la sacrosanta verità, mette angoscia e fa perdere quella poca speranza che rimane a veder realizzata quella profezia. Cordialmente, con stima

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  2. Voglio dire ancora una cosa. Io credo, anzi sono certo, che si arriverà ad un punto di non ritorno in cui il popolo insorgerà (non oso immaginare se sia meglio in modo cruento o incruento...) ed allora dovremo partire da zero su tutto: politica, società, solidarietà, disuguaglianza sociale, etc...

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