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venerdì 6 novembre 2009

Stefano

Stefano Cucchi è morto sul fronte della crudeltà nella gestione della detenzione in Italia.
Pur non conoscendo ancora l’esito delle indagini della magistratura, la cronaca del calvario di Stefano semina di indizi sinistri il percorso che lo ha portato alla morte. Ecco la cronaca di questo decesso ricavata dal Corriere della Sera:“C’era sangue nel suo stomaco e pure nella vescica. E poi un vasto edema cerebrale, ecchimosi sul volto, traumi multipli e due vertebre rotte. Stefano dice di essersi procurato tutto ciò cadendo dalle scale
Il giudice si accorge di quegli strani segni sul volto, così dispone che il medico del tribunale lo visiti. Il referto parla di “lesioni ecchidomiche bilaterali in regione palpebrale inferiore e lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Stefano chiede comprensione: “Sono epilettico,tossicodipendente e sieropositivo”. Vorrebbe andare ai domiciliari oppure tornare in comunità dove in passato aveva provato a disintossicarsi.
Il magistrato conferma il fermo.
Stefano rientra in carcere dove inizia lo sciopero della fame. Visto il peggioramento delle condizioni viene trasferito in ospedale.
. Dopo 4 giorni passati digiunando, sul letto d’ospedale, senza mai vedere i suoi genitori,bloccati alla porta dai secondini, Stefano sta ormai morendo.”
Vi abbiamo raccontato una storia di ordinaria follia in cui qualcuno si è ricavato il ruolo di boia, altri quello di comprimari indifferenti alla sorte di un ragazzo e che evoca inquietanti ricordi in chi, come me, ha conosciuto la detenzione.
E’ caduto dalle scale? I detenuti sono i primi complici dei loro aguzzini e non li accuseranno mai sia per timore di ulteriori ritorsioni sia per un malinteso senso di omertà. Le ecchimosi, le fratture sono solo sfortunate conseguenze del caso!
Quattro giorni di sciopero della fame? Non possono impressionare chi ha lasciato correre il rischio di morire a detenuti ridotti in condizioni scheletriche dopo quindici giorni di digiuno. Lo Stato non può piegarsi ai ricatti!
I familiari sono bloccati sulla soglia della stanza d’ospedale dove Stefano sta morendo? La pietà non ha diritto di asilo se non è in ordine con il regolamento!
Chissà se Stefano si è incontrato in cielo con Giorgio schiantato da un infarto perché il cuore non ha retto alle sofferenze patite in venti giorni durante i quali il poveretto ha tormentato se stesso e i compagni di detenzione con urla disumane che echeggiavano da una cella all’altra e che dicevano di una discopatia non curata che gli procurava dolori lancinanti?
Certamente non si è incontrato con me,ostinato e bastardo mastino della mia vita, che non ho voluto saperne di andarmene nonostante la buona volontà di chi mi ha tenuto quasi un mese senza cure contro una dermopolimiosite devastante e ha condito la propria crudeltà con la decisione di una traduzione infinita in altro carcere anziché del ricovero immediato chiesto inutilmente dagli allarmati medici ai quali ero stato indirizzato.
Tuttavia questa fiera dell’orrore non riesce a piegare gli indomiti abitanti delle carceri che oppongono alle attenzioni dei loro carnefici una orgogliosa indifferenza grazie alla quale le solite vittime continuano a cadere a grappoli sotto forma di impiccati, di pestati, di malati terminali avviati a morire nei cimiteri degli elefanti.
Ad essi non si possono concedere attenuanti per una sorte alla quale si offrono volontari ma almeno va risparmiata l’ipocrisia delle inutili associazioni di volontariato che si prestano a fungere da involontari complici della crudeltà che combattono, dei garanti dei diritti del detenuto tanto formalmente garanti quanto concretamente assenti e latitanti sugli innumerevoli temi dei diritti in carcere, persino della generosa ma velleitaria battaglia dei radicali da sempre impegnati su un fronte che li respinge. Rita Bernardini fa il paio con Tiziana Maiolo la quale, in visita negli anni novanta ai penitenziari di Pianosa e Asinara seguendo l’eco delle notizie di maltrattamenti inumani riservati ai detenuti, si sentiva rispondere da questi che erano inciampati e caduti dalle scale con buona pace dei morti certificati all’ospedale di Pisa dove mafiosi paludati di fierezza ma con la milza spappolata giungevano cadaveri.

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