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giovedì 12 aprile 2018

Lula


A quanto pare il Brasile è un Paese alla mercé di un regime che affida l’amministrazione della giustizia a tribunali speciali. Non ce ne eravamo resi conto fino a quando non  hanno provveduto ad aprirci gli occhi i santoni della sinistra italiana i quali hanno firmato un manifesto con cui decretano l’innocenza di Lula e accusano i magistrati brasiliani di avere emesso una sentenza di colpevolezza non fondata, con lo scopo di  cambiare le sorti delle prossime elezioni politiche in Brasile. Una magistratura deviata dunque al servizio  di non meglio precisati interessi occulti. Lula a sua volta ha messo in discussione la legge, quella stessa legge di cui era garante quando era presidente del Brasile, ponendosi al di sopra di essa con la sua decisione di sottrarsi alla pena e col sostegno dei suoi seguaci che assieme a lui si sono barricati nella sede del sindacato e hanno sospeso per parecchi giorni l’esecuzione della condanna. Quando finalmente ha deciso di consegnarsi alla giustizia, ha posto come condizione che il trasferimento in carcere avvenisse con un aereo privato e la detenzione fosse scontata in una prigione dorata. Tutto questo non ha scandalizzato i nostri campioni della democrazia che anzi, mentre ieri osannavano le sentenze che in Italia condannavano alcuni protagonisti della vita politica di parte avversa e insorgevano contro le accuse di partigianeria lanciate ai nostri magistrati, oggi non hanno lo stesso rispetto nei confronti di una sentenza della magistratura brasiliana della cui reputazione, evidentemente, non hanno grande considerazione. E’ una questione di quarti di nobiltà, la magistratura italiana ha i quarti giusti e merita di salire sugli scudi poiché colpisce nella direzione gradita agli illuminati di casa nostra, quella brasiliana invece, poiché si permette di colpire un unto della sinistra come Lula, merita di essere trattata alla stregua di una banda di malfattori dedita a disegni criminosi. E’ la logica dei nostri disinvolti moralisti, indulgenti con gli amici e severi con i nemici, inossidabili nella loro presunzione di un’etica superiore che poggia su categorie ideologiche.

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