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sabato 14 marzo 2015

La sentenza Berlusconi




La sentenza di assoluzione emessa a favore di Berlusconi dalla Cassazione, ha rimarcato un principio sul quale vale la pena riflettere. Le piccanti notizie emerse sulle abitudini pecorecce di Berlusconi non hanno condizionato la sentenza dei giudici della Suprema Corte i quali si sono limitati ad esercitare la loro funzione senza indulgere a tentazioni moraleggianti, hanno verificato se nelle condotte di Berlusconi si ravvisassero illeciti passibili di condanna penale e, non trovandoli, hanno confermato la sentenza di assoluzione della Corte d’appello, bocciando il tentativo dell’accusa di confondere peccato e reato. Sul piano penale, se non c’è reato non può esserci condanna, con buona pace dei pruriti moralistici delle solite beghine. Certo sconcerta il fatto che un uomo politico del calibro di Berlusconi si dedichi in maniera così smaccata a certe licenze, ma questo riguarda il senso etico ed estetico dell’uomo e la sua incapacità di valutare che cosa è opportuno per un personaggio che ha alte responsabilità nei confronti della Nazione. E riguarda l’elettore quando dovrà fare le sue scelte, non certo il giudice. Bene ha fatto dunque l’avvocato Coppi a citare i processi ai boss di Cosa nostra affermando: “Qui si pretende  di condannare un potente non perché ha abusato dei propri poteri ma solo perché è un potente, così come si puniscono i mafiosi non per quello che hanno fatto ma solo perché appartengono alla mafia”. Ha centrato il punto ma ha anche tradito una sua riserva mentale, perché è chiaro ciò che Coppi  intendeva sottintendere:  essere potenti non è reato mentre lo è essere mafiosi.
Non è comodo prendere le parti dei mafiosi, nel mio caso poi è sospetto visto che io sono istituzionalmente un mafioso, ma correttezza vuole che venga fatta chiarezza su una materia che induce ad un pressappochismo con cui si fa strame del diritto. Si è discusso tanto sulla singolarità di un reato, il 416 bis, che fa riferimento alla cultura criminale piuttosto che al fatto delittuoso che ne può derivare, concreto, circostanziato e provato. Se passa il principio che far parte di Cosa nostra è un reato che va punito in sé, pur in assenza di una attivazione della teorica capacità criminale, se, per dirla con Aristotele, si mischia potenza e atto, io, giusto per fare un esempio, essendo stato condannato per mafia e di conseguenza essendo ritenuto affiliato a Cosa nostra, in virtù del mio status dovrei morire in carcere. Siamo come si vede alla solita confusione tra peccato e reato. Indubbiamente non si possono non condannare, dal punto di vista etico e culturale, atteggiamenti che si ispirano a valori negativi, ma non si possono neanche perseguire e condannare penalmente condotte che non hanno fatto in tempo a tradursi in fatti delittuosi. E ciò vale non soltanto per i potenti ma anche per i mafiosi.

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