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martedì 14 maggio 2013


La giustizia

Si suole dire che le sentenze vanno accettate. E’ questa una affermazione pleonastica perché non si può scegliere di non accettare le sentenze senza contravvenire alla legge. Uno dei caratteri della norma è la sua coazione che ci obbliga a scontare la pena.
Si dice anche che le sentenze non vanno commentate e qui si esagera come succede sempre quando si vuol fare professione di zelo impegnandosi in esercizi di piaggeria nei confronti di un tabù che non si osa mettere in discussione.
Già mi figuro la reazione di chi fa le pulci a queste considerazioni ritenendole frutto del mio malanimo contro una giustizia che con me non è stata tenera. Chi conosce le mie vicende giudiziarie potrebbe dirmi che non ho motivo di lamentarmi perché, tutto sommato, mi è andata bene: su tre procedimenti ho incassato due assoluzioni ormai definitive e una condanna che ancora deve passare al vaglio della Cassazione. In effetti non mi lamento delle assoluzioni, ci mancherebbe, mi lamento però del fatto che, per ottenerle, ho dovuto sottostare, con costi che non mi sono mai stati rimborsati e ansie che hanno minato la mia serenità, a due processi ai quali non si doveva arrivare.
E mi lamento della sentenza di condanna riportata in primo e secondo grado perché la ritengo ingiusta nel merito e frutto di pregiudizio, ma anche perché essa ancora dopo quindici anni non è giunta a conclusione definitiva e quando vi giungerà, se sarà confermata, punirà un innocente che non è più lo stesso uomo di quindici anni fa e che ha pagato un conto salato quanto e più della pena in essa contenuta, l’emarginazione durante questi lunghi, interminabili anni nel ghetto dei cittadini immeritevoli. A tutto ciò si aggiungano sei anni di carcere preventivo già scontati prima di sapere se sono veramente colpevole. Si può ben dire che il mio è un caso di malagiustizia che va ad aggiungersi ai tanti casi, e sono la maggioranza, che costellano il panorama giudiziario italiano.
Quando diciamo “lex dura lex sed lex, intendiamo che tutti siamo sudditi della legge, che essa è cogente nei confronti dei cittadini colpevoli che ne subiscono la pena ma anche nei confronti dei giudici che hanno l’obbligo di applicarla con onestà ed equità. Ma, ahinoi, la positività della legge è nelle mani degli uomini, risente dei limiti dell’azione umana e per questo motivo non sempre i nostri giudici sono all’altezza del loro compito, ubbidendo spesso a pulsioni che con il rigore della legge non hanno nulla da spartire e ne mettono in crisi la credibilità. Può accadere che, compresi della loro funzione terribile e solitaria, essi trasformino la loro indipendenza in delirio d’onnipotenza, si convincano che a loro è affidata la missione di salvare il mondo, si adagino su ancoraggi ideologici che ne minano l’equidistanza, diventino cattivi giudici.
Bisogna allora avere il coraggio di denunciare l’ipocrisia della sacralità di alcune sentenze quando, al di là dell’onesto errore umano, in esse si annida una disonestà intellettuale ( in presenza della quale riesce difficile non condividere con Capogrossi la considerazione che il principio di effettività avalutativo è una mera esaltazione di forza ), che è sorda al richiamo del vincolo morale e al contempo vi ricorre facendo proprie valutazioni etiche per condannare la reputazione anziché la colpa. Non è ammissibile che il positivismo giuridico prescinda dalla legge di natura che Locke teorizzava quale presidio della libertà dell’individuo e si traduca in assolutismo e arbitrio, che all’autonomia del magistrato manchi la coscienza morale di una Antigone che rivendichi il primato dei valori etici, beninteso non contro l’autorità della legge ma contro l’autoreferenzialità di una corporazione arroccata in un fortilizio consortile e indifferente alle garanzie dell’habeas corpus.
A proposito dei magistrati Calamandrei diceva: “Il vostro potere è così grande che l’umiltà per voi è il prezzo dovuto perché siate legittimati a esercitarlo”, umiltà che, in alcuni casi, è mancata.
Basta frequentare le aule dei  tribunali  per imbattersi in giudici dall’aspetto malmostoso e l’aria di chi ha in odio il mondo e lo vuole redimere riversando nelle sentenze la propria furia giacobina.
Il problema è che in gioco ci sono delle vite umane. 

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