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sabato 15 settembre 2018

Totò Cuffaro e la sua nuova coscienza


Presso l’aula dell’ARS intestata a Piersanti Mattarella si è svolto nei giorni scorsi un convegno sul sistema carcerario e sul disagio dei familiari dei detenuti, promosso dall’on. Figuccia, relatori Salvatore Cuffaro, ex detenuto, come recitava la locandina, il prof. Fiandaca ed altri che si sono succeduti con i loro interventi. Sia il parterre che il tavolo della presidenza offrivano un bel colpo d’occhio. La gente era tanta, come accade quando scende in pista l’ex presidente della Regione Siciliana, e confesso che una così folta presenza mi ha fatto dubitare della sincerità di quella partecipazione. In un Paese come l’Italia in cui i benpensanti, bene che vada, storcono la bocca quando si parla di carcere e, se sono in vena di giustizia sommaria, chiedono che la cella diventi la tomba del detenuto, non c’è da farsi molte illusioni. Cuffaro gode tuttora di parecchio seguito ed era difficile distinguere tra l’affetto che gli ancora numerosi seguaci nutrono per lui e l’interesse sincero per l’argomento oggetto del dibattito. La materia non è facile da affrontare, bisogna essersi sporcati veramente le mani per sapere di cosa si parla, bisogna avere sudato lacrime e sangue per sapere esprimere appieno l’idea di che cosa è la condizione del detenuto. Non è solo il corpo che viene imprigionato, è l’anima la vera vittima di una necrosi che uccide lo spirito giorno per giorno e ti trascina in un abisso senza ritorno se una mano pietosa non ti soccorre. Ebbene i relatori del convegno hanno saputo rendere il senso di questa tragedia, hanno preso per mano l’uditorio e l’hanno guidato passo passo nei sentieri  di un percorso accidentato narrandone tutte le asperità e ricevendone in cambio una partecipazione attenta e commossa. Sul versante strettamente tecnico il prof. Fiandaca ha messo l’accento su alcune storture del sistema carcerario denunciando l’uso strumentale della legalità e la mancanza di coraggio della politica che si guarda bene dal prendere il toro per le corna e affrontare come si deve un problema tanto serio, temendo una ricaduta negativa in termini elettorali. Il prof. Vitale e la prof.ssa Lo Curto ci hanno esortato a non dimenticare che i detenuti sono delle persone, che la solidarietà è una moneta che rende più di quanto non pretenda, che tutti siamo colpevoli, persino i magistrati i quali, invece che nell’eremo delle loro coscienze, a volte decidono secondo categorie ideologiche e di appartenenza, che la detenzione non può essere fatta scontare in modo afflittivo ma deve sapere afferrare per i capelli uomini che possono essere redenti e a volte salvati da se stessi prima che decidano di farla finita. I toni sono stati toccanti e hanno avuto l’apogeo nell’intervento di una ragazza disabile che dalla sua carrozzina ci ha ammoniti contro il demone del pregiudizio. E naturalmente la chiusura è stata tutta per Totò Cuffaro al quale nessuno deve insegnare quali sono le corde da toccare. Ha descritto la sua sofferenza ma soprattutto la sofferenza dei suoi ex compagni di pena che non ha dimenticato e ai quali offre il contributo del suo impegno e della sua testimonianza mettendosi in gioco anche a rischio di essere azzannato dai forcaioli di turno. Chi come me ha vissuto lo stesso destino di Cuffaro si è sentito a casa, al riparo dalla damnatio, risarcito dopo anni di emarginazione, in quell’aula che porta il nome di un martire, ha percepito che quel martire da lassù approvava, che in quell’aula si stava onorando la pietà mentre fuori da essa andava in scena il  siparietto di una sparuta pattuglia di irriducibili che si esibiva nel solito, logoro copione all’insegna dell’intolleranza.      

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