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mercoledì 4 luglio 2018

I reietti


In Italia esiste una specie sconosciuta ai più, quella dei reietti, gli ultimi della società bollati dalle loro colpe o dal pregiudizio e relegati ai margini del consorzio civile. Di essi si occupano con particolare impegno i benemeriti ideologi dell’intolleranza che da sempre conducono contro la specie una vera e propria crociata lasciando sul terreno le vittime prescelte dal loro dogmatismo etico. Privato di buona parte dei diritti fondamentali, ridotto a paria della società, il reietto è una preda facile da addentare senza che alcuno corra in sua difesa. Il ghiro coda di topo, la farfalla monarca, il lemure del Madagascar possono contare sulla discesa in campo dei buoni contro il pericolo della loro estinzione, i reietti  no, essi sono marchiati a fuoco senza possibilità di riscatto, sono carne marcia su cui  si avventano i giacobini con la bava alla bocca che, seduti sul pulpito della loro superiorità morale, negano qualsiasi chance a chi tenta di risalire la china di una deriva che l’ha visto soccombente. Privi di dubbi i saccenti promotori dei comitati di salute pubblica conducono la loro campagna di odio che non concede remissione alle colpe, e costruiscono attorno agli indegni un cordone sanitario che eviti la contaminazione del tessuto sano. E’ l’etica che insegue il successo e cavalca l’intransigenza funzionale all’edificazione delle carriere dei sepolcri imbiancati impegnati ad apparire, la stessa etica che tiene i vili alla larga dal rischio della contaminazione. Vengono così eretti muri di indifferenza quando non di ostilità che guardano con sospetto all’autenticità di un cammino di redenzione e ne vanificano gli sforzi. I campioni dell’intransigenza e della superiorità morale che, guarda caso, si identificano con larghi settori dell’establishment culturale, fanno dell’intolleranza il loro credo e del cinismo lo strumento del loro successo.  A dispetto di essi può però accadere che anche per i reietti la vita abbia in serbo una qualche forma di risarcimento, è accaduto a me. Oggetto degli appetiti della stampa quando c’era da banchettare con la mia vicenda giudiziaria, snobbato quando c’era da dare testimonianza dei miei timidi tentativi di rinascita, respinto dal raccapriccio della cosiddetta società civile, sono stato raggiunto dalla carezza di una straordinaria signora impegnata non a declamare la vuota retorica di un moralismo livido che lascia alle proprie spalle solo macerie, ma a costruire luoghi di speranza inseguendo la propria vocazione, mettendo in campo la propria storia di donna baciata dal successo per aiutare gli ultimi d’Africa, reietti anche loro, cui dona tutto quello che può di sé, “una piccola goccia che contribuisce a fare l’oceano”, come è solita affermare. Lei non è si fermata sulla soglia della mia indegnità ma è andata oltre, si è fatta largo tra le pieghe di un animo in cui è rischioso addentrarsi, come scrisse di me un noto editorialista, e tuttavia ha deciso di fidarsi, ha deciso che non meritavo la gogna riservatami dalle tricoteuses urlanti ai piedi del patibolo, ha creduto che meritassi la sua preziosa amicizia e me ne ha fatto dono prendendomi per mano e accompagnandomi fuori dalle mura del lager dove sono rimasto segregato per anni.

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