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lunedì 14 agosto 2017

Ferragosto


In questa estate particolarmente torrida mi imbatto spesso in anziani che vagano per le strade assolate con la sofferenza stampata nel volto. Sono gli esemplari di una umanità che non può permettersi la villa al mare o in montagna ed è costretta a vivere in città alle prese con un caldo che quest’anno è più spietato del solito. Per questi sfortunati però il caldo non è l’unico problema, ce n’è uno molto più insidioso ed è la solitudine, subdolo compagno di viaggio che scava dentro l’animo fino a consumarlo. Chi non ha imparato a convivere con essa è come un naufrago alla deriva, alla mercé del proprio disagio, senza una zattera alla quale aggrapparsi. Ne incontro parecchi di anziani durante le mie passeggiate nei pomeriggi domenicali, quando non c’è anima viva in giro manco a pagarla, e i sintomi sono sempre gli stessi, lo sguardo spento, l’incedere incerto di chi non sa dove andare perché tutte le strade sono deserte e non ha con chi comunicare. Essi sono la testimonianza della nostra perduta umanità. Ne ho conosciuto uno in particolare, un essere minuto dall’aria mite che sembra volersi  scusare perché esiste ed ha negli occhi una nostalgia che rimanda a tempi migliori, a quando era ancora un combattente e non si era arreso. Si chiama Mario e mi ha raccontato la sua storia, di quando addentava la vita e correva per le strade del mondo di successo in successo, un uomo tosto che non le mandava a dire. Purtroppo per lui non ha saputo schivare i colpi di un destino che non gli perdonava tanto successo, ed è caduto dal piedistallo. Il declino è stato accompagnato dalla solitudine. Si è ritrovato senza nulla su cui potere contare, abbandonato persino dai suoi familiari che non gli hanno perdonato la perduta agiatezza. Tutto questo mi ha raccontato Mario senza rancore nel suo sguardo dolce, con la sola delusione dello sconfitto tradito, stemperata da un sorriso tollerante. Durante l’inverno trova rifugio presso una combriccola di anziani come lui, pensionanti che si riuniscono in un marciapiedi dalle parti dello stadio e danno un senso alle loro giornate affrontandosi in discussioni che dibattono strampalatissime tesi sui massimi sistemi con la cocciutaggine dei vecchi affezionati alle loro incrostazioni. E’ una sorta di collettivo datato che si aggrappa ostinatamente alle utopie coltivate in gioventù  quando ancora la cruda realtà non si era imposta con le sue concretissime ragioni cancellando ogni illusione. Quelle utopie adesso si prendono la loro brava rivincita in un marciapiedi dove quei vecchi, tenaci e  battaglieri, si danno appuntamento e avviano infuocati dibattiti sul loro universo perduto. Si sentono il sale della terra e sono affezionati  a tal punto alle loro certezze da sfiorare la rissa. Mario è solito starsene in disparte, in silenzio e, se viene interpellato, si ritrae giustificandosi col dire che non è all’altezza. Con i primi tepori della primavera il marciapiedi comincia a spopolarsi. Già fin dal venerdì i componenti del collettivo, rivoluzionari a parole ma con i piedi ben piantati per terra, si trasferiscono nelle ville a mare realizzate grazie all’accorta, borghesissima gestione delle loro risorse finanziarie e lì passano il fine settimana ritornando in città il lunedì successivo. Con l’estate l’esodo è senza ritorno, i compagni di marciapiedi si dileguano incuranti di Mario e questi resta a vivere in solitudine il marciapiede deserto come un paesaggio lunare. Lo incontro quasi tutti i pomeriggi davanti alle vetrine dei negozi, mentre attacca  bottone con i clienti e con le commesse, o se ne sta in silenzio pago dell’umanità che lo sfiora. La domenica è il momento peggiore, allora si può vedere Mario seduto su una panchina, all’ombra, solo, lo sguardo perduto nel vuoto, la testa piegata di lato, la bocca attraversata da una smorfia amara, il fisico che sembra essersi rimpicciolito ancora di più, e nel volto dipinta la speranza tenera e illusoria in un amico che non verrà.

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