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lunedì 27 febbraio 2017

La Sla



Ho condiviso la testimonianza di una donna affetta da Sla e ho sentito mia tutta la sua umanità martoriata tanto più quanto più l’infame sclerosi laterale amiotrofica sta tentando di cancellarne l’identità. Perfida e invasiva essa ha attaccato le sue cellule cerebrali, ha compromesso i suoi arti ed è arrivata fino all’insulto estremo rendendola un relitto che vegeta con la fissità di un cadavere vivente, incapace di esprimere ciò che prova, persino di respirare, mortificata dall’umiliazione di dipendere dagli altri anche per i bisogni più imbarazzanti. Dell’umanità di questa persona è rimasta solo la volontà ferrea di giungere in fondo pur tra mille sofferenze, eroica e ferma nel suo attaccamento alla vita e ai suoi valori irrinunciabili, nel suo proposito di non darla vinta alla sfida titanica portata dalla sorte e resistere con serenità fino alla fine che Dio vorrà. Di altri so che hanno ceduto e sono in preda ad una disperazione muta straziando la loro anima e invocando la fine anzitempo. La testimonianza di questa donna eroica mi ha fatto venire in mente storie di altri infelici confinanti con l’abisso, gli ergastolani. Di essi alcuni non hanno rinunciato a lottare, continuano a progettare i loro sogni, a coltivare le loro speranze, a rivendicare le loro intelligenze e il loro sentire. Altri invece si sono arresi e vivono la loro esistenza come una finzione di vita che parla solo a se stessa, monca, innaturale, senza connessioni con il resto del mondo, arrancando dolenti e confusi, avanzi sventurati dell’antico contesto, ossessionati dai demoni che si avventano sulle loro fragili coscienze e le conducono all’appuntamento col loro pensiero onirico latente, l’appuntamento con il suicidio. La sorte che accomuna questi infelici è il sudario che li ha destinati ad una uguale prova, alla prova estrema di sé, alla capacità di alimentare o meno una scintilla di dignità che li faccia sentire, nonostante tutto, ancora umani.

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