Del giustizialismo e dintorni
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, inaugurando a Montecitorio la mostra “ Cesare Beccaria, la civiltà dei diritti “, si è espresso così: “Un moderno sistema penale, giudiziario e penitenziale raggiunge il suo scopo fondamentale di assicurare la giustizia e tutelare la sicurezza dei cittadini quando vengono contemporaneamente garantite la effettività della pena e l’efficace rieducazione del condannato “.
Beccaria fu un uomo di eccezionale e profetica visione del diritto che impresse una svolta epocale alla concezione di giustizia e di dignità dell’individuo. In un’epoca in cui imperava la condanna a morte egli sostenne che lo Stato non aveva diritto di sottrarre la vita a un suo cittadino e, in seguito alla pubblicazione del suo trattato “Dei delitti e delle pene”, la Russia abolì la pena di morte.
Teorizzò che il reato dovesse essere valutato per il danno che esso procura alla sicurezza e all’interesse della comunità e non per l’intenzione, che il peccato dovesse essere diviso dal reato, che l’imputato dovesse essere considerato innocente fino a prova contraria, che il processo dovesse essere breve e la carcerazione preventiva andasse inflitta in casi eccezionali, che la pena dovesse essere si certa, per educare al rispetto della legge e per tutelare la sicurezza della comunità, ma anche proporzionata all’entità del delitto e soprattutto immediata, affinché apparisse evidente il rapporto di causa ed effetto tra reato e pena e non si desse l’impressione che una pena comminata dopo tanto tempo assumesse la connotazione di uno spettacolo.
Chi, leggendo il pensiero di Beccaria, si limita a porre alla base di “ un moderno sistema penale, giudiziario e penitenziale “ che assicuri la giustizia e tuteli la sicurezza dei cittadini “, l’ effettività della pena e la rieducazione attraverso di essa del condannato, non coglie appieno lo spirito del pensiero di Beccaria il quale si preoccupava, è vero, che la pena fosse certa ma anche che fosse “ pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalla legge “. Deve essere pubblica perché il giudice è “ protettore e ministro delle leggi “ e deve garantire che una pena non diventi un fatto privato e dunque una violenza del più forte nei confronti del più debole col rischio di tramutarsi in una forma di persecuzione. Deve essere pronta perché sia evidente la relazione di causa ed effetto tre reato e pena e se ne colga l’efficacia. Anche perché una pena ritardata finisce per essere una pena ingiusta inflitta ad un uomo che, dopo un processo che in Italia può durare anche decenni, non è più lo stesso uomo e ha patito un supplemento di pena connessa all’angoscia procurata da un’attesa così lunga.
Deve essere necessaria e proporzionata ai delitti. Qui Beccaria opera una distinzione, fondamentale in diritto, tra reato e peccato, affermando che “ l’unica vera misura dei delitti è il danno fatto alla nazione, e però errano coloro che credettero vera misura dei delitti l’intenzione di chi li commette “. Il reato proprio perché si traduce in un danno per la società va punito dallo Stato, mentre il peccato va confinato in un ambito puramente privato e di esso l’uomo deve rispondere alla propria coscienza e a Dio. Beccaria si esprime esattamente così : “ Se ha stabilito pene eterne a chi disobbedisce alla sua onnipotenza, qual sarà l’insetto che oserà supplire alla divina giustizia, che vorrà vendicare l’Essere che basta a se stesso, che non può ricevere dagli oggetti impressione alcuna di piacere o di dolore, e che solo tra tutti gli esseri agisce senza reazione? “. E ancora: “ La gravezza del peccato dipende dalla imperscrutabile malizia del cuore. Questa da essere finiti non può senza rivelazione sapersi. Come dunque da questa si prenderà norma per punire i delitti? Potrebbono in questo caso gli uomini punire quanto Iddio perdona, e perdonare quanto Iddio punisce? “. Nonostante Beccaria pare proprio di si, vista la confusione che oggi viene fatta tra peccato e reato, tra giustizia e virtù con vere e proprie invasioni di campo nel regno del privato che pur non “ procurando danno alla nazione “, è portato sul banco degli imputati e offerto alla gogna pubblica. E vista la disinvoltura con cui vengono confezionate nuove figure di reato allorché l’appartenenza ad un contesto di valori eticamente censurabili ma che non hanno fatto in tempo a tradursi in atti penalmente rilevanti, è considerata reato e come tale perseguita.
A che cosa si riferisce Beccaria a proposito di reato lo si evince quando egli parla del ”processo informativo” dove il misfatto deve essere individuato senza alcun dubbio, l’indagato deve essere ritenuto colpevole del delitto ascrittogli attraverso una raccolta obiettiva e indifferente delle prove, la pena deve essere certa ma irrorata nella giusta misura e nel giusto modo, non come avviene purtroppo spesso in Italia dove essa è ritenuta certa anche quando è incerta la colpa, dove all’imputato viene fatta pagare, oltre alla colpa del reato, la colpa del suo modo d’ essere per il solo torto d’essere, l’intenzione piuttosto che l’azione, una maggiore pena rispetto al dovuto come nel caso di chi subisce anni di carcere preventivo in conto a sentenze che possono essere anche di assoluzione o nel caso di chi è costretto ad attendere in carcere che si realizzi lo status di definitivo per poter godere dei benefici di legge. O come avviene quando il compito attribuito da Beccaria alla pena di educare il condannato a rispettare la legge è vanificato da una carcerazione vendicativa in cui si perde il valore di riferimento di uno Stato credibile e maturano le condizioni perché il detenuto sia indotto a perseverare nella sua vocazione a delinquere anziché educato a rispettare la legge. E infine come avviene quando uomini costretti a vivere venti ore su ventiquattro tra le mura di una cella senza poter contare su strutture culturali, sociali e ludiche alternative alla inflessibile monotonia di giornate sempre uguali, maturano e mettono in atto propositi suicidi.
Chi parla di giustizia e in nome di essa invoca un inasprimento della pena e la rieducazione del condannato che le nostre strutture carcerarie non sono in grado di garantire, sappia di che cosa parla e non scambi giustizialismo per giustizia.
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venerdì 11 febbraio 2011
venerdì 4 febbraio 2011
Il Paese reale
In questi giorni mi sono sorpreso a ricordare momenti vissuti in un periodo della mia vita ricca di progetti che in tanti contavamo di realizzare. Era il periodo in cui si affacciava la speranza che finalmente si riuscissero a concretizzare le condizioni di una nuova stagione coltivata nella mente di tanti sognatori e mai venuta alla luce.
Le delusioni accumulate avevano tenuto questi uomini lontani dalla partecipazione e li avevano esiliati in una sorta di Aventino dall’alto del quale guardavano con rassegnata disapprovazione a quello che accadeva sotto di loro, assordati e confusi dal clamore degli arrembanti tribuni che reclamavano a gran voce la distribuzione di una ricchezza sottratta ai nostri figli in nome di un welfare che non potevamo permetterci. Rannicchiati nelle loro utopie assistevano allo straripamento di una retorica sociale che faceva a pugni con una realtà che esigeva rigore e onestà intellettuale e subivano impotenti la sinecura dei privilegiati e l’esempio di una classe politica che aveva dimenticato gli insegnamenti dei padri del pensiero cattolico e liberale. Già all’epoca del Risorgimento l’ispirazione a superiori ideali albergava sia nella Chiesa cattolica che in laici come Mazzini e Cavour. Pio IX, seppure strumentalmente, in una sua enciclica si doleva: “ Chi non vede e pienamente capisce come l’umana società, sciolta dai vincoli della religione e della vera giustizia, non possa certamente prefiggersi altro, fuorché lo scopo di procacciare ed aumentare ricchezze né seguire altra legge nelle sue azioni, se non l’indomita cupidigia dell’animo di servire ai propri comodi e piaceri “. Papa Mastai lamentava che i vizi della società derivassero dall’assenza di vincoli religiosi e riteneva che il ritorno ai giusti valori si realizzasse con il ritorno all’assolutismo temporale della Chiesa, rivendicazione la quale sminuiva la credibilità della fonte ma non la portata della denuncia che possiamo far rientrare a pieno titolo nel patrimonio morale dei nostri uomini migliori e si salda con l’etica degli Sturzo, dei De Gasperi e degli Einaudi. La Chiesa con la sua dottrina sociale ha saputo superare l’ oscurantismo ideale che l’affliggeva riconoscendo che i valori religiosi e laici possono convivere, che il profitto non è scandaloso ed ha una sua funzione sociale e l’individuo che si attiva per creare ricchezza personale, se la reimpiega in progetti produttivi, svolge un ruolo di solidarietà e di realizzazione del bene comune.
La risposta liberale a questo messaggio è stata purtroppo balbettante fino a quando la nascita di nuove formazioni politiche non fece rifiorire le speranze degli esuli dell’utopia e li indusse a scendere dal loro Aventino, a ritenere che l’Italia si sarebbe finalmente affrancata dai vincoli che ne avevano frenato la maturazione e che un sano pragmatismo liberale si sarebbe finalmente affermato. Sennonché, ahinoi, le cose sono andate come tutti sappiamo e i disvalori lamentati da Pio IX sono tragicamente rimasti attuali presentando un panorama di rovine che ci consegna ad un tramonto economico e sociale.
Il futuro dei giovani, razziato dai padri, è senza speranza, gli stessi padri faticano a sopravvivere, i valori etici hanno subito un degrado mai conosciuto prima testimoniato dalla disinvoltura delle signorine che si offrono al Principe e dalla disponibilità dei genitori che le spingono a concedersi, la classe politica, senza distinzioni, offre di se un’immagine che è insieme vuota di contenuti e priva del senso della vergogna allorché ostenta una sfrontatezza cui non ha diritto, i diversi poteri dello Stato hanno perso la bussola in una corsa a invadere campi altrui, il diritto è diventato una variabile interpretata secondo le convenienze delle diverse parti e la giustizia è concessa agli appartenenti alle giuste consorterie. Una simile Italia ha la sua foto di famiglia in uomini come Padoa-Schioppa che ci rimandano ai personaggi migliori della nostra storia, alle testimonianze della nostra arte, alle bellezze di una terra senza pari, agli esempi splendidi e isolati di una generosa solidarietà, ma anche negli squallidi funamboli della morale comune che ci rimandano ad una società marcia, irredimibile e stratificata nei suoi difetti che non sa riconoscersi nei suoi uomini migliori e ci propone l’antica contrapposizione tra Cesare e suburra.
Il parterre dell’Aula Magna della Bocconi che rende omaggio a Padoa-Schioppa non è, giusto quanto afferma De Bortoli, “ la proiezione ambiziosa ed esclusiva di una elite distaccata dal Paese reale “, ma non è nemmeno, come sempre sostiene De Bortoli, l’immagine che meritiamo noi italiani, è semmai la proiezione del Paese reale distaccato dalla sua elite, perché il contributo di cultura e di intelligenza offerto da uomini come Padoa-Schioppa rientra nella tradizione di un Paese che riesce ad esprimere splendide individualità di cui non è all’altezza.
Non c’è motivo per essere ottimisti.
In questi giorni mi sono sorpreso a ricordare momenti vissuti in un periodo della mia vita ricca di progetti che in tanti contavamo di realizzare. Era il periodo in cui si affacciava la speranza che finalmente si riuscissero a concretizzare le condizioni di una nuova stagione coltivata nella mente di tanti sognatori e mai venuta alla luce.
Le delusioni accumulate avevano tenuto questi uomini lontani dalla partecipazione e li avevano esiliati in una sorta di Aventino dall’alto del quale guardavano con rassegnata disapprovazione a quello che accadeva sotto di loro, assordati e confusi dal clamore degli arrembanti tribuni che reclamavano a gran voce la distribuzione di una ricchezza sottratta ai nostri figli in nome di un welfare che non potevamo permetterci. Rannicchiati nelle loro utopie assistevano allo straripamento di una retorica sociale che faceva a pugni con una realtà che esigeva rigore e onestà intellettuale e subivano impotenti la sinecura dei privilegiati e l’esempio di una classe politica che aveva dimenticato gli insegnamenti dei padri del pensiero cattolico e liberale. Già all’epoca del Risorgimento l’ispirazione a superiori ideali albergava sia nella Chiesa cattolica che in laici come Mazzini e Cavour. Pio IX, seppure strumentalmente, in una sua enciclica si doleva: “ Chi non vede e pienamente capisce come l’umana società, sciolta dai vincoli della religione e della vera giustizia, non possa certamente prefiggersi altro, fuorché lo scopo di procacciare ed aumentare ricchezze né seguire altra legge nelle sue azioni, se non l’indomita cupidigia dell’animo di servire ai propri comodi e piaceri “. Papa Mastai lamentava che i vizi della società derivassero dall’assenza di vincoli religiosi e riteneva che il ritorno ai giusti valori si realizzasse con il ritorno all’assolutismo temporale della Chiesa, rivendicazione la quale sminuiva la credibilità della fonte ma non la portata della denuncia che possiamo far rientrare a pieno titolo nel patrimonio morale dei nostri uomini migliori e si salda con l’etica degli Sturzo, dei De Gasperi e degli Einaudi. La Chiesa con la sua dottrina sociale ha saputo superare l’ oscurantismo ideale che l’affliggeva riconoscendo che i valori religiosi e laici possono convivere, che il profitto non è scandaloso ed ha una sua funzione sociale e l’individuo che si attiva per creare ricchezza personale, se la reimpiega in progetti produttivi, svolge un ruolo di solidarietà e di realizzazione del bene comune.
La risposta liberale a questo messaggio è stata purtroppo balbettante fino a quando la nascita di nuove formazioni politiche non fece rifiorire le speranze degli esuli dell’utopia e li indusse a scendere dal loro Aventino, a ritenere che l’Italia si sarebbe finalmente affrancata dai vincoli che ne avevano frenato la maturazione e che un sano pragmatismo liberale si sarebbe finalmente affermato. Sennonché, ahinoi, le cose sono andate come tutti sappiamo e i disvalori lamentati da Pio IX sono tragicamente rimasti attuali presentando un panorama di rovine che ci consegna ad un tramonto economico e sociale.
Il futuro dei giovani, razziato dai padri, è senza speranza, gli stessi padri faticano a sopravvivere, i valori etici hanno subito un degrado mai conosciuto prima testimoniato dalla disinvoltura delle signorine che si offrono al Principe e dalla disponibilità dei genitori che le spingono a concedersi, la classe politica, senza distinzioni, offre di se un’immagine che è insieme vuota di contenuti e priva del senso della vergogna allorché ostenta una sfrontatezza cui non ha diritto, i diversi poteri dello Stato hanno perso la bussola in una corsa a invadere campi altrui, il diritto è diventato una variabile interpretata secondo le convenienze delle diverse parti e la giustizia è concessa agli appartenenti alle giuste consorterie. Una simile Italia ha la sua foto di famiglia in uomini come Padoa-Schioppa che ci rimandano ai personaggi migliori della nostra storia, alle testimonianze della nostra arte, alle bellezze di una terra senza pari, agli esempi splendidi e isolati di una generosa solidarietà, ma anche negli squallidi funamboli della morale comune che ci rimandano ad una società marcia, irredimibile e stratificata nei suoi difetti che non sa riconoscersi nei suoi uomini migliori e ci propone l’antica contrapposizione tra Cesare e suburra.
Il parterre dell’Aula Magna della Bocconi che rende omaggio a Padoa-Schioppa non è, giusto quanto afferma De Bortoli, “ la proiezione ambiziosa ed esclusiva di una elite distaccata dal Paese reale “, ma non è nemmeno, come sempre sostiene De Bortoli, l’immagine che meritiamo noi italiani, è semmai la proiezione del Paese reale distaccato dalla sua elite, perché il contributo di cultura e di intelligenza offerto da uomini come Padoa-Schioppa rientra nella tradizione di un Paese che riesce ad esprimere splendide individualità di cui non è all’altezza.
Non c’è motivo per essere ottimisti.
mercoledì 26 gennaio 2011
Il talebano
Stavolta mi è andata bene. Invece della carrettata di contumelie incassate in altre occasioni, registro, a proposito del mio post “ Cuffaro in carcere “, l’isolata invettiva di Giovanni, indignato e anonimo censore delle mie esternazioni. Gli anonimi, oltre a quello di essere vili, hanno il problema di essere acefali e di abusare della loro stupidità, tanto chi li scopre?
E siccome sono un maledetto sadico, approfitto della suscettibilità del nostro irascibile talebano per scandalizzarlo ancor di più con ulteriori considerazioni sulla condanna di Cuffaro.
Quando Cuffaro dice: “ Affronto la mia pena come è giusto che sia “ e fa seguire la sua affermazione presentandosi ai cancelli di Rebibbia, da un esempio di dignità e di rispetto nei confronti dell’Istituzione che ha emesso la sentenza. Con questo Stato abbiamo fatto un patto e il patto va rispettato e sennò manchiamo di rispetto nei confronti di noi stessi prima che dello Stato. Ma io al posto di Cuffaro avrei detto : “ Affronto la mia pena come è “ingiusto” che sia “, perché rispettare una sentenza non deve necessariamente significare che la si condivide, specie una sentenza come quella di cui discutiamo che nasce da un contrasto all’interno della stessa magistratura, ha visto lo stesso Procuratore Generale della Cassazione dichiarare l’inesistenza della prova di colpevolezza e può dunque legittimamente suscitare qualche dubbio.
La rassegnazione di Cuffaro sa tanto di sindrome di Stoccolma!
Ma , tornando a Giovanni, presumo che quando egli proclama di amare questo Paese, intende un Paese in cui il solito Di Pietro non sa cogliere l’occasione di stare zitto e si produce nel consueto scampolo di cinismo minimizzando il gesto di Cuffaro e riducendolo alla dimensione della doverosa accettazione della pena priva di qualsiasi nobiltà, in cui il signor Camilleri può tranquillamente affermare che chi vota Berlusconi è intellettualmente e moralmente inferiore, in cui i processi vengono istruiti in piazza, la presunzione di innocenza è negata, le sentenze della magistratura devono essere non solo accettate ma condivise, la pietà è bandita e non si ha mai alcun dubbio sulle proprie convinzioni formatesi sulle fondamenta della propria intolleranza.
Un Paese così fatto non può che regalarci personaggi come Giovanni.
Stavolta mi è andata bene. Invece della carrettata di contumelie incassate in altre occasioni, registro, a proposito del mio post “ Cuffaro in carcere “, l’isolata invettiva di Giovanni, indignato e anonimo censore delle mie esternazioni. Gli anonimi, oltre a quello di essere vili, hanno il problema di essere acefali e di abusare della loro stupidità, tanto chi li scopre?
E siccome sono un maledetto sadico, approfitto della suscettibilità del nostro irascibile talebano per scandalizzarlo ancor di più con ulteriori considerazioni sulla condanna di Cuffaro.
Quando Cuffaro dice: “ Affronto la mia pena come è giusto che sia “ e fa seguire la sua affermazione presentandosi ai cancelli di Rebibbia, da un esempio di dignità e di rispetto nei confronti dell’Istituzione che ha emesso la sentenza. Con questo Stato abbiamo fatto un patto e il patto va rispettato e sennò manchiamo di rispetto nei confronti di noi stessi prima che dello Stato. Ma io al posto di Cuffaro avrei detto : “ Affronto la mia pena come è “ingiusto” che sia “, perché rispettare una sentenza non deve necessariamente significare che la si condivide, specie una sentenza come quella di cui discutiamo che nasce da un contrasto all’interno della stessa magistratura, ha visto lo stesso Procuratore Generale della Cassazione dichiarare l’inesistenza della prova di colpevolezza e può dunque legittimamente suscitare qualche dubbio.
La rassegnazione di Cuffaro sa tanto di sindrome di Stoccolma!
Ma , tornando a Giovanni, presumo che quando egli proclama di amare questo Paese, intende un Paese in cui il solito Di Pietro non sa cogliere l’occasione di stare zitto e si produce nel consueto scampolo di cinismo minimizzando il gesto di Cuffaro e riducendolo alla dimensione della doverosa accettazione della pena priva di qualsiasi nobiltà, in cui il signor Camilleri può tranquillamente affermare che chi vota Berlusconi è intellettualmente e moralmente inferiore, in cui i processi vengono istruiti in piazza, la presunzione di innocenza è negata, le sentenze della magistratura devono essere non solo accettate ma condivise, la pietà è bandita e non si ha mai alcun dubbio sulle proprie convinzioni formatesi sulle fondamenta della propria intolleranza.
Un Paese così fatto non può che regalarci personaggi come Giovanni.
domenica 23 gennaio 2011
Cuffaro in carcere
Totò Cuffaro in carcere impressiona quanto può impressionare l’immagine di un uomo di potere ritenuto intoccabile e costretto invece a varcare la soglia della prigione.
Si dice che le sentenze vanno rispettate e dunque le rispettiamo, ma va rispettata anche la condizione di un uomo che cade dagli altari e il cui tonfo è ancora più doloroso data l’altezza da cui egli precipita. Il carcere è una delle esperienze più angosciose che può toccarci perché muta la condizione naturale dell’uomo nato per essere libero e perché questa esperienza in Italia è ancora più dura viste le condizioni ambientali nelle quali si è costretti a patirla. Inoltre immaginiamo che un uomo come Cuffaro, abituato alla soavità del potere, sopporterà con maggiore angoscia la nuova condizione e dunque avrà bisogno di tutta la sua forza d’animo e di tutta la sua fede. Si confronterà con una cultura diversa, dovrà adattarsi ad un rapporto diverso con le Istituzioni, lui che nelle Istituzioni ha vissuto da personaggio dominante, ma dovrà farsi una ragione del nuovo contesto e affrontarlo attingendo a tutto il suo patrimonio culturale e spirituale. Mai come in questa circostanza, la sua formazione gli tornerà utile. Naturalmente non è mancato il solito gracchiare delle cornacchie che, pontificando di trionfo della giustizia e di sua inflessibilità anche nei confronti dei potenti, non sono riusciti a dissimulare la loro esultanza per l’abbattimento del simbolo delle loro frustrazioni finalmente liberate da uno scomodo inquilino. Già leggiamo le parole dei soliti portatori della superiorità morale che infieriscono sull’ex potente caduto in disgrazia e fanno del sarcasmo crudele e becero incapaci della pietà che la circostanza impone, i messaggi deliranti che impazzano su face book: è la solita miseria che accompagna questi episodi e che rendono insopportabile l’appartenenza alla razza umana. La morale della favola è l’abusata considerazione che così passano le glorie del mondo, ma di fronte a tutto questo giganteggia la figura di Totò che ammiriamo mentre affronta con fierezza la sua sorte e ci fa dire con un sospiro di sollievo che il personaggio macchiettistico quale era considerato dai cultori del politically correct, ha saputo trasformarsi in uomo!
Totò Cuffaro in carcere impressiona quanto può impressionare l’immagine di un uomo di potere ritenuto intoccabile e costretto invece a varcare la soglia della prigione.
Si dice che le sentenze vanno rispettate e dunque le rispettiamo, ma va rispettata anche la condizione di un uomo che cade dagli altari e il cui tonfo è ancora più doloroso data l’altezza da cui egli precipita. Il carcere è una delle esperienze più angosciose che può toccarci perché muta la condizione naturale dell’uomo nato per essere libero e perché questa esperienza in Italia è ancora più dura viste le condizioni ambientali nelle quali si è costretti a patirla. Inoltre immaginiamo che un uomo come Cuffaro, abituato alla soavità del potere, sopporterà con maggiore angoscia la nuova condizione e dunque avrà bisogno di tutta la sua forza d’animo e di tutta la sua fede. Si confronterà con una cultura diversa, dovrà adattarsi ad un rapporto diverso con le Istituzioni, lui che nelle Istituzioni ha vissuto da personaggio dominante, ma dovrà farsi una ragione del nuovo contesto e affrontarlo attingendo a tutto il suo patrimonio culturale e spirituale. Mai come in questa circostanza, la sua formazione gli tornerà utile. Naturalmente non è mancato il solito gracchiare delle cornacchie che, pontificando di trionfo della giustizia e di sua inflessibilità anche nei confronti dei potenti, non sono riusciti a dissimulare la loro esultanza per l’abbattimento del simbolo delle loro frustrazioni finalmente liberate da uno scomodo inquilino. Già leggiamo le parole dei soliti portatori della superiorità morale che infieriscono sull’ex potente caduto in disgrazia e fanno del sarcasmo crudele e becero incapaci della pietà che la circostanza impone, i messaggi deliranti che impazzano su face book: è la solita miseria che accompagna questi episodi e che rendono insopportabile l’appartenenza alla razza umana. La morale della favola è l’abusata considerazione che così passano le glorie del mondo, ma di fronte a tutto questo giganteggia la figura di Totò che ammiriamo mentre affronta con fierezza la sua sorte e ci fa dire con un sospiro di sollievo che il personaggio macchiettistico quale era considerato dai cultori del politically correct, ha saputo trasformarsi in uomo!
giovedì 20 gennaio 2011
Morale e giustizia
A chi ha perduto l’amore per la politica grazie ai nani che in Italia l’hanno mortificata, riesce indigesto avventurarsi nel pattume che vede fronteggiarsi i politicanti nostrani, specie se c’è da difendere Berlusconi che, lo riconosciamo, non è facilmente difendibile.
Ma difendere Berlusconi, con riferimento ai recenti avvenimenti del rubygate, non significa abbandonarsi ad un esercizio di cieca partigianeria bensì difendere quei valori liberali ai quali, seppure da lui disattesi, anche il Presidente del Consiglio ha diritto e che gli sono stati negati al grido di: “Dagli all’untore”. E non solo Berlusconi va difeso ma tutto il corollario di personaggi che ruotano attorno a lui e che sono stati travolti dalla caccia grossa scatenata dalle parti di Arcore.
Incominciamo col dire che la Magistratura ha il compito di perseguire il reato non il peccato, che i comportamenti nel privato, quando non sconfinano nella violazione della legge, possono essere censurati, non perseguiti e dunque riesce difficile giustificare la propensione di certi magistrati ad affastellare pubblico e privato, peccato e reato, senza alcun riguardo per la vita privata di chi incappa in questa specie di safari.
Quando Ostellino lamenta che delle ragazze, per il solo fatto che utilizzano il loro corpo a loro piacimento senza macchiarsi di alcun reato, vengono definite prostitute e consegnate all’opinione pubblica nelle vesti di donne di facili costumi, la loro vita privata monitorata per mesi e infine invasa da perquisizioni, giustamente punta il dito contro una violazione della dignità di queste persone. E lo stesso Berlusconi che, come tutti i cittadini, deve sottostare alla legge e accettare di essere inquisito quando il magistrato ha notizia di un reato che lo riguarda, merita di essere difeso quando la Magistratura dispone una massiccia rete di monitoraggio a strascico estesa a personaggi che alla fine risulteranno estranei a fatti illeciti, nella speranza di imbattersi in reati e, quando ritiene di averli individuati, sbatte il mostro in prima pagina.
E’ ancora fresco il ricordo dello sputtanamento internazionale dell’Italia in seguito all’avviso di garanzia notificato a Berlusconi nel 1994, mentre questi era impegnato nei lavori del G7, per una ipotesi di reato conclusasi successivamente con un nulla di fatto. Il Presidente del Consiglio ha il dovere, connesso alla sua carica, di non scindere il pubblico dal privato e di agire con maggiore cautela rispetto al cittadino comune, e non c’è dubbio che la sua vita privata si presta a qualche censura, ma anche la Magistratura ha l’obbligo della cautela, non maggiore ma uguale a quella nei confronti di un qualsiasi cittadino, nei confronti del Presidente del Consiglio.
La giustizia non guarda in faccia a nessuno ma la sua severità non va aggravata da una gestione rancorosa di essa, perché c’è in ballo la vita della gente e, nel caso del presidente del Consiglio, oltre alla sua vita c’è in ballo la credibilità delle Istituzioni che già traballa per i comportamenti del premier e non ha certo bisogno di altre turbolenze.
Lo Stato etico appartiene ai fantasmi del passato e la Magistratura ha il compito di applicare la legge, non di mettere al rogo i peccatori
A chi ha perduto l’amore per la politica grazie ai nani che in Italia l’hanno mortificata, riesce indigesto avventurarsi nel pattume che vede fronteggiarsi i politicanti nostrani, specie se c’è da difendere Berlusconi che, lo riconosciamo, non è facilmente difendibile.
Ma difendere Berlusconi, con riferimento ai recenti avvenimenti del rubygate, non significa abbandonarsi ad un esercizio di cieca partigianeria bensì difendere quei valori liberali ai quali, seppure da lui disattesi, anche il Presidente del Consiglio ha diritto e che gli sono stati negati al grido di: “Dagli all’untore”. E non solo Berlusconi va difeso ma tutto il corollario di personaggi che ruotano attorno a lui e che sono stati travolti dalla caccia grossa scatenata dalle parti di Arcore.
Incominciamo col dire che la Magistratura ha il compito di perseguire il reato non il peccato, che i comportamenti nel privato, quando non sconfinano nella violazione della legge, possono essere censurati, non perseguiti e dunque riesce difficile giustificare la propensione di certi magistrati ad affastellare pubblico e privato, peccato e reato, senza alcun riguardo per la vita privata di chi incappa in questa specie di safari.
Quando Ostellino lamenta che delle ragazze, per il solo fatto che utilizzano il loro corpo a loro piacimento senza macchiarsi di alcun reato, vengono definite prostitute e consegnate all’opinione pubblica nelle vesti di donne di facili costumi, la loro vita privata monitorata per mesi e infine invasa da perquisizioni, giustamente punta il dito contro una violazione della dignità di queste persone. E lo stesso Berlusconi che, come tutti i cittadini, deve sottostare alla legge e accettare di essere inquisito quando il magistrato ha notizia di un reato che lo riguarda, merita di essere difeso quando la Magistratura dispone una massiccia rete di monitoraggio a strascico estesa a personaggi che alla fine risulteranno estranei a fatti illeciti, nella speranza di imbattersi in reati e, quando ritiene di averli individuati, sbatte il mostro in prima pagina.
E’ ancora fresco il ricordo dello sputtanamento internazionale dell’Italia in seguito all’avviso di garanzia notificato a Berlusconi nel 1994, mentre questi era impegnato nei lavori del G7, per una ipotesi di reato conclusasi successivamente con un nulla di fatto. Il Presidente del Consiglio ha il dovere, connesso alla sua carica, di non scindere il pubblico dal privato e di agire con maggiore cautela rispetto al cittadino comune, e non c’è dubbio che la sua vita privata si presta a qualche censura, ma anche la Magistratura ha l’obbligo della cautela, non maggiore ma uguale a quella nei confronti di un qualsiasi cittadino, nei confronti del Presidente del Consiglio.
La giustizia non guarda in faccia a nessuno ma la sua severità non va aggravata da una gestione rancorosa di essa, perché c’è in ballo la vita della gente e, nel caso del presidente del Consiglio, oltre alla sua vita c’è in ballo la credibilità delle Istituzioni che già traballa per i comportamenti del premier e non ha certo bisogno di altre turbolenze.
Lo Stato etico appartiene ai fantasmi del passato e la Magistratura ha il compito di applicare la legge, non di mettere al rogo i peccatori
lunedì 17 gennaio 2011
Il suicida anonimo
A pié pagina, nascosta tra le pieghe di notizie più importanti, leggo la notizia: “ Licenziato per un furto di 5 euro, si uccide ”.
Anche la cronaca ha una sua logica spietata e, se ad uccidersi è un povero diavolo sommerso dalla vergogna per in’accusa di furto seppur lieve ma che gli è costato il licenziamento, l’ordine dei valori relega questa notizia all’interno del giornale e la liquida con poche righe.
Non importa quello che è passato per la mente e per il cuore di quest’uomo tanto da indurlo ad un gesto estremo solo perché sospettato di avere rubato 5 euro di buoni spesa che al netto dell’utile dell’azienda si riducono a 3 euro, la logica di mercato non fa eccezioni e non si cura della banale disperazione di un uomo che non fa notizia.
Immaginiamo quest’uomo mentre, seppur marito di una giovane sposa e padre di un bambino di 3 anni, spoglia il suo cuore di ogni pietà e si abbandona alla crudeltà di un addio, la testa in fiamme, si annoda la corda intorno al collo, preda della sua lucida follia, si lascia penzolare dal nodo che gli attanaglia e gli lacera la gola e ci guardiamo attorno sperando di imbatterci in una penna pietosa che voglia descriverne la disperazione ultima. Ma la ricerca risulta vana e si smarrisce nell’indifferenza delle penne d’autore distratte e ciniche, impegnate altrove a descrivere i pruriti erotici del Cavaliere e ad avviare sbavanti guardoni dietro il buco della serratura.
Persino la viltà del suicidio ha una sua nobiltà in confronto a tanta disumanità ed anche questo è il segno dei tempi
A pié pagina, nascosta tra le pieghe di notizie più importanti, leggo la notizia: “ Licenziato per un furto di 5 euro, si uccide ”.
Anche la cronaca ha una sua logica spietata e, se ad uccidersi è un povero diavolo sommerso dalla vergogna per in’accusa di furto seppur lieve ma che gli è costato il licenziamento, l’ordine dei valori relega questa notizia all’interno del giornale e la liquida con poche righe.
Non importa quello che è passato per la mente e per il cuore di quest’uomo tanto da indurlo ad un gesto estremo solo perché sospettato di avere rubato 5 euro di buoni spesa che al netto dell’utile dell’azienda si riducono a 3 euro, la logica di mercato non fa eccezioni e non si cura della banale disperazione di un uomo che non fa notizia.
Immaginiamo quest’uomo mentre, seppur marito di una giovane sposa e padre di un bambino di 3 anni, spoglia il suo cuore di ogni pietà e si abbandona alla crudeltà di un addio, la testa in fiamme, si annoda la corda intorno al collo, preda della sua lucida follia, si lascia penzolare dal nodo che gli attanaglia e gli lacera la gola e ci guardiamo attorno sperando di imbatterci in una penna pietosa che voglia descriverne la disperazione ultima. Ma la ricerca risulta vana e si smarrisce nell’indifferenza delle penne d’autore distratte e ciniche, impegnate altrove a descrivere i pruriti erotici del Cavaliere e ad avviare sbavanti guardoni dietro il buco della serratura.
Persino la viltà del suicidio ha una sua nobiltà in confronto a tanta disumanità ed anche questo è il segno dei tempi
domenica 2 gennaio 2011
Battista
Ho incontrato Battista mentre passeggiava mano nella mano con una ragazza nel salotto di Palermo.
Non lo vedevo da quando lo avevo lasciato a Pagliarelli dove stava scontando la carcerazione preventiva per una imputazione di mafia. Se fosse arrivato a scadenza dei termini prima della sentenza definitiva , sarebbe stato scarcerato. E infatti fu scarcerato grazie ai lunghi tempi della giustizia. Lessi la notizia sul Giornale di Sicilia ma mi guardai bene dal cercarlo né lui cercò me.
Avremmo potuto incontrarci legittimamente perché nulla ce lo impediva e perché ci univa da sempre un rapporto di stretta familiarità. Battista era cresciuto a casa mia ed era stato uno dei migliori amici di mio figlio tanto da essere stato coinvolto in una vicenda giudiziaria che non gli apparteneva a causa di questo rapporto.
Il nostro legame si era cementato ancor di più durante la comune carcerazione quando all’affetto si era unita la pietà per la condizione di sofferenza di un giovane che nell’età della spensieratezza stava vivendo un’esperienza così drammatica. Avevo desiderio di vederlo ed, ero certo, anche lui desiderava vedere me e tuttavia rinunciammo a farlo perché sentivamo confusamente che era opportuno evitare un incontro che poteva prestarsi ad una lettura piena di insidie.
Quando giunse la notizia della conferma definitiva dell’ergastolo a mio figlio, sentii ancora di più dolorosa la lontananza da Battista, uno dei pochi che poteva spartire con me la sofferenza per il destino senza speranza di questo figlio cui ci legava lo stesso amore. In quei giorni perciò sperai che Battista non si curasse delle sue paure, che la forza dei sentimenti lo inducesse a rinunciare ad un a cautela tanto crudele, lo spingesse ad abbandonarsi ad un abbraccio liberatorio con me e a piangere assieme a me lacrime che ci consolassero a vicenda per la sorte di un fratello e di un figlio definitivamente perduto.
Lo aspettai invano e tuttavia mi sforzai di comprendere le ragioni di una decisione dettata dalla paura, me lo figurai spaurito e sofferente e, paradossalmente, lo amai ancora di più.
Quando lo vidi improvvisamente davanti a me, sentii che il destino si era fatto beffa delle nostre paure, ci aveva fatto incontrare rimediando all’ingiustizia delle nostre cautele, ci invitava a stringerci in quell’abbraccio che la ragione aveva per lungo tempo posposto e che il caso complice e pietoso si era incaricato di donarci. Lo guardai con gli occhi lucidi e il cuore che traboccava di commozione accingendomi a lanciarmi verso di lui e stringerlo a me, ma non riuscii ad incrociare il suo sguardo, ché Battista abbassò gli occhi, scartò di lato, mi sfiorò affrettando il passo e passò oltre, le spalle curve sotto il peso della sua viltà, vittima di una vicenda spietata che lo aveva privato della sua umanità.
Non lo vedevo da quando lo avevo lasciato a Pagliarelli dove stava scontando la carcerazione preventiva per una imputazione di mafia. Se fosse arrivato a scadenza dei termini prima della sentenza definitiva , sarebbe stato scarcerato. E infatti fu scarcerato grazie ai lunghi tempi della giustizia. Lessi la notizia sul Giornale di Sicilia ma mi guardai bene dal cercarlo né lui cercò me.
Avremmo potuto incontrarci legittimamente perché nulla ce lo impediva e perché ci univa da sempre un rapporto di stretta familiarità. Battista era cresciuto a casa mia ed era stato uno dei migliori amici di mio figlio tanto da essere stato coinvolto in una vicenda giudiziaria che non gli apparteneva a causa di questo rapporto.
Il nostro legame si era cementato ancor di più durante la comune carcerazione quando all’affetto si era unita la pietà per la condizione di sofferenza di un giovane che nell’età della spensieratezza stava vivendo un’esperienza così drammatica. Avevo desiderio di vederlo ed, ero certo, anche lui desiderava vedere me e tuttavia rinunciammo a farlo perché sentivamo confusamente che era opportuno evitare un incontro che poteva prestarsi ad una lettura piena di insidie.
Quando giunse la notizia della conferma definitiva dell’ergastolo a mio figlio, sentii ancora di più dolorosa la lontananza da Battista, uno dei pochi che poteva spartire con me la sofferenza per il destino senza speranza di questo figlio cui ci legava lo stesso amore. In quei giorni perciò sperai che Battista non si curasse delle sue paure, che la forza dei sentimenti lo inducesse a rinunciare ad un a cautela tanto crudele, lo spingesse ad abbandonarsi ad un abbraccio liberatorio con me e a piangere assieme a me lacrime che ci consolassero a vicenda per la sorte di un fratello e di un figlio definitivamente perduto.
Lo aspettai invano e tuttavia mi sforzai di comprendere le ragioni di una decisione dettata dalla paura, me lo figurai spaurito e sofferente e, paradossalmente, lo amai ancora di più.
Quando lo vidi improvvisamente davanti a me, sentii che il destino si era fatto beffa delle nostre paure, ci aveva fatto incontrare rimediando all’ingiustizia delle nostre cautele, ci invitava a stringerci in quell’abbraccio che la ragione aveva per lungo tempo posposto e che il caso complice e pietoso si era incaricato di donarci. Lo guardai con gli occhi lucidi e il cuore che traboccava di commozione accingendomi a lanciarmi verso di lui e stringerlo a me, ma non riuscii ad incrociare il suo sguardo, ché Battista abbassò gli occhi, scartò di lato, mi sfiorò affrettando il passo e passò oltre, le spalle curve sotto il peso della sua viltà, vittima di una vicenda spietata che lo aveva privato della sua umanità.
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