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sabato 1 aprile 2017

I Cinque Stelle e la superiorità morale


Lo tsunami grillino che si appresta a investire l’Italia è al centro di dibattiti che tentano di spiegarne lo spirito e prefigurare le conseguenze che ne deriveranno. Indubbiamente lo spirito è quello giusto, esso riflette la rabbia dei tanti che si sono sentiti traditi dalla vecchia politica e vogliono imprimere un nuovo corso ad una politica diversa all’insegna dell’onestà. Ecco, appunto, l’onestà. E’ il mantra che accompagna le esternazioni dei penta stellati che, in nome di essa, si inerpicano per sentieri non sempre praticabili. Qualcuno ha detto che la politica è “sangue e merda”, terreno di scontro spietato in cui spesso l’onestà perde la bussola e precipita in una specie di eterogenesi dei fini, predicando le migliori intenzioni e ottenendo i peggiori risultati. Ma essa è pur sempre il luogo dove può avvenire che la democrazia con la sua onestà imperfetta realizzi il miglior risultato possibile contro l’inconcludenza di quanti salgono in cattedra e pontificano di etica fine a se stessa all’insegna di una iconografia del mito duro e puro che prescinde dai risultati. Quando i grillini proclamano che non accettano alleanze con nessuno in nome di una purezza che non si lascia inquinare, cadono nel vizietto che contraddistingue una certa parte politica che combattono e che si è intestata l’esclusiva della superiorità morale. Con quali risultati, si è visto. Non credo che coloro i quali votano Cinque Stelle, pur invocando l’onestà,  chiedano l’ordalia di una purezza vuota di contenuti. Alle prese col problema di come mettere insieme il pranzo con la cena, essi pretendono risposte che li aiutino a scacciare lo spettro di una povertà sempre più incombente. Giocare a fare i moralisti rinunciando a scendere sul terreno dei compromessi leciti e delle legittime mediazioni della politica in nome di una intransigenza ideologica e morale che considera scellerato anche il patto più onesto, vellicare i peggiori istinti della pancia e manipolare coscienze fragili senza proporre alcun programma o proponendo programmi improbabili ad uso di un popolo di creduloni, tuonare agitando progetti ambiziosi senza indicare le risorse per realizzarli, significa fare della demagogia offrendo suggestioni anziché progetti realizzabili, significa tradire le attese della gente. Stiamo vivendo tempi drammatici in cui non ci possiamo permettere il lusso di apprendisti stregoni che, oltretutto, farneticano di democrazia diretta. La pretesa dei grillini di eliminare i partiti considerati luogo di corruzione anziché luogo di dibattito e sintesi, e di abolire la democrazia rappresentativa a favore di una utopica democrazia diretta, obbedisce al disegno (con quali conseguenze è facile immaginare) di un uomo solo al comando il quale, lo vediamo già adesso, decide quali sono le regole della democrazia confondendole con le regole del suo inappellabile arbitrio e dispensa ai suoi seguaci il verbo della beata ignoranza, del credo di ciascuno (uno vale uno) contro il merito e persino contro le conquiste della scienza, sulla scia di un certo Rousseau teorico del buon selvaggio immune dalla corruzione della conoscenza e di un collettivismo in cui la volontà generale si traduce nella volontà di pochi. La storia del Novecento è lì ad ammonirci sui guasti che ne sono derivati.

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