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mercoledì 28 settembre 2016

Il discrimine

L’ingiustizia in Italia dà il peggio di sé quando marca la differenza tra la sorte degli ultimi che pagano fino in fondo il fio delle loro colpe e quella dei privilegiati che navigano nel mare dell’impunità. L’elenco dei casi di potenti che, nonostante condanne pesanti, si sottraggono alle pene grazie al censo che permette loro di imboccare costose scorciatoie, si spreca, come si spreca la lista dei poveri cristi che affollano le patrie galere. A parole sono in molti a denunciare questa evidente disparità, mostrando di ispirarsi a principi di equità e producendosi in esternazioni accorate con un’enfasi pari alla sfrontatezza con la quale alcuni di essi difendono la loro impunità. E’la doppiezza morale di sempre denunciata da Trasimaco quando definisce la giustizia l’interesse del più forte, non immaginando che persino nella stesura dell’elenco dei colpevoli vessati dai rigori della legge avrebbe fatto capolino una buona dose di classismo. Quanti infatti insorgono in difesa di Caino facendo un discrimine tra chi merita misericordia e chi no, operano una distinzione classista nel mondo di disperati che non fa alcuna considerazione di merito. Gli emigranti, gli spacciatori, i delinquenti di piccolo cabotaggio che non possono contare sulle scorciatoie riservate ai potenti, possono contare sulla solidarietà dei sacerdoti del politicamente corretto perché si prestano ad essere pretesto di un buonismo a buon mercato esibito più che sentito sinceramente, giusto per lustrare il pedigree del buon samaritano. E’ una solidarietà pelosa espressa per lo più da cialtroni in marsina che si riempiono la bocca con proclami inneggianti a nobili concetti puntualmente traditi sull’altare dell’interesse personale, una solidarietà nella quale non trovano posto mafiosi e affini, merce avariata inutilizzabile per masturbazioni moraleggianti. Persino il Papa che ha fatto della misericordia la cifra del suo apostolato, li discrimina. Ad essi tocca d’essere confinati nel recinto dei reietti dove non valgono le regole, d’essere considerati ectoplasmi privi dei diritti fondamentali nell’indifferenza della cosiddetta società civile. Relegati nel girone degli orrori, oggetto del disprezzo della gente, godono in compenso dell’attenzione dello Stato che su di loro infierisce con spirito di vendetta. E’ il tramonto dell’epica sciagurata della mafia costretta a subire il discrimine persino rispetto ai malacarne di bassa lega, ma è anche l’eclissi dello Stato di diritto che ha rinunciato ai propri principi fondanti in nome della sicurezza, e delle coscienze libere che hanno rinnegato la lezione dei lumi decidendo chi ha diritto o meno ad essere considerato uomo.  

domenica 18 settembre 2016

I gattopardi

In un suo editoriale di qualche tempo fa sulla Sicilia Aldo Cazzullo lamentava la condizione in cui versa l’isola, interrogandosi su come sia possibile che una terra che ha dato i natali a Verga, Pirandello, Sciascia e altri straordinari protagonisti che hanno connotato quasi per intero la letteratura italiana del Novecento, sia la stessa terra che ha dato i natali a Lombardo, Crocetta e Cuffaro. Non riusciva a darsi una spiegazione. Una spiegazione invece se l’è data Ernesto Galli della Loggia quando anche egli, in un articolo di fondo apparso sul Corriere, ha denunciato lo stato comatoso in cui versa il Sud. In questo articolo egli descrive il quadro desolante di una realtà in disfacimento caratterizzata da una classe dirigente e politica imbarazzante (porta l’esempio del penoso intervento dell’onorevole Barbagallo nell’aula dell’Assemblea Regionale Siciliana), dall’assenza di prospettive di sviluppo, dall’elevatissimo tasso di disoccupazione, dalla carenza di servizi e infrastrutture, dall’inefficienza dell’elefantiaca burocrazia e naturalmente dalla presenza invasiva della criminalità organizzata. La causa di questo sfascio è dovuta, secondo Galli della Loggia, ad una antica indigenza, a secoli di malgoverno ma soprattutto alla latitanza dello Stato. Lo Stato in verità, secondo la sua analisi, ha tentato di correggere questa tendenza facendo da omogeneizzante culturale e sociale, favorendo lo scambio fecondo delle diverse sensibilità, conoscenze, usi, culture, idee che hanno arricchito il tessuto sociale dell’intera Nazione e l’hanno reso più coeso. Purtroppo, dopo gli anni 70, per una serie di motivi legati al mutato quadro politico e sindacale, è venuta meno questa funzione collante e lo Stato ha fatto un passo indietro rinunciando al suo ruolo di guida del Paese in settori strategici, delegando alle istituzioni periferiche una serie di prerogative importanti e lasciando campo libero all’autarchia, al familismo, al clientelismo, ai miserabili interessi localistici, in definitiva ai guasti che affliggono il Sud. La causa dei mali del Sud secondo Galli della Loggia è dunque da attribuire alla sopravvenuta latitanza dello Stato, non certo a “qualche malformazione genetica dei nostri concittadini di quelle regioni”. Dice proprio così, “concittadini di quelle regioni” e “quelle regioni” danno la misura della distanza che l’autore percepisce inconsciamente da terre lontane abitate da una umanità di cui fatica a decifrare l’indole. Se Galli della Loggia avesse consapevolezza di come siamo fatti veramente noi meridionali e i siciliani in particolare, eviterebbe giudizi frettolosamente assolutori, saprebbe che è vero il contrario di quanto egli afferma, che siamo irrimediabilmente malformati. Lo siamo da quando, alle prese con gli eventi che hanno attraversato la nostra storia, abbiamo dovuto fare i conti con essa e schivarne le insidie in un contesto in cui già allora latitava un potere centrale garante dei diritti di ognuno, da quando abbiamo dovuto imparare a contare solo su di noi e siamo diventati per questo motivo individualisti privi di illusioni, asociali guardinghi e sospettosi, levantini, padreterni alle prese col nostro smisurato ego, in guerra con tutto ciò che interferisce con esso. E’ così che ci siamo formati, con i molti vizi e le poche virtù che sono diventati il nostro patrimonio genetico. Prigionieri dei nostri geni, animali bradi privi di un sentire comune, rifiutiamo qualsiasi tentativo di inclusione. Ci è mancato uno Stato nel quale identificarci, e di conseguenza il senso dello Stato, e sbaglia, a mio avviso, Galli della Loggia quando afferma che lo Stato ha rinunciato a svolgere il suo ruolo negli anni 70. Lo Stato dalle nostre parti è sempre stato assente, persino in tempi recenti, quando una parvenza di unità ce ne ha regalato uno patrigno contro il quale abbiamo coltivato diffidenza e rancore. Capaci di dare il peggio di noi persino nelle grandi battaglie ideali che riusciamo a insozzare con secondi miserabili fini o, bene che vada, di esprimere personaggi patetici come l’onorevole Barbagallo, andiamo incontro al nostro destino senza sforzarci di imboccare la via per evitarlo, tranne che non prendiamo il largo dalle acque limacciose del nostro brodo di coltura e guadagniamo l’antica via dell’esilio. A mio figlio che si è visto costretto a riporre i suoi sogni nel cassetto e ha dovuto emigrare in Francia col cuore colmo dell’amore per la sua terra e il proposito di tornarvi, ho raccomandato di scordarsi di Palermo e non permettere a questa città infelice di sporcargli l’anima.  

mercoledì 7 settembre 2016

Charlie Hebdo

Le popolazioni colpite dal terremoto nel Lazio e nella Marche sono costrette a subire non solo l’affronto della natura ma anche quello dell’uomo allorché questi si impegna in una delle azioni più ripugnanti, lo sciacallaggio. E non parlo solo degli sciacalli che si aggirano tra le macerie cercando di rubare le povere cose che si sono salvate, parlo soprattutto di quanti, in nome della libertà di espressione, esercitano impunemente il diritto all’indegnità. Mi riferisco a Charlie Hebdo che non ha esitato a sfregiare il buon gusto ancor prima che il buon senso, ironizzando sulla vicenda del terremoto che avrebbe prodotto, secondo il discutibile humour del vignettista Felix, italiani disegnati quali “penne al pomodoro”, “penne gratinate” e persino “lasagne” in forma di corpi ammucchiati a strati e grondanti di salsa-sangue. Si sono scatenate, come era prevedibile, reazioni pro e contro la vignetta di Charlie Hebdo e, pur definendola infelice, in tanti l’hanno difesa nel nome della libertà di satira e del diritto di ciascuno di dire anche le cose più infami. Giusto, la libertà di pensiero è sacrosanta e quindi va bene il diritto di Charlie Hebdo di sproloquiare, ma è altrettanto sacrosanto il diritto di dissentire e di chiamare chi è capace di esprimere schifezze del genere col nome che merita: farabutto. E non solo perché come in questo caso il farabutto offende il senso estetico ed etico, ma anche perché è disonesto. Infatti di rimando alle critiche di cui è stato oggetto, Charlie Hebdo ha pubblicato una seconda vignetta con la quale ha chiamato in causa la mafia. La toppa peggiore del buco, perché credo si possa dire che nel caso specifico la mafia c’entra come il cavolo a merenda. Se infatti è vero che le esperienze passate ci hanno abituato a forme di corruzione e ci fanno temere che esse si possano ripetere anche nella ricostruzione di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, Pescara del Tronto, è altrettanto vero che parliamo appunto di corruzione, un fenomeno nel quale noi italiani certamente eccelliamo ma che prolifera sotto tutte le latitudini ed è chiamata col suo nome senza scomodare la mafia. In Italia invece no, la corruzione, secondo Charlie Hebdo, è mafia e dunque non solo ci becchiamo l’epiteto di “lasagne”, “penne gratinate e al pomodoro”, ma veniamo spicciativamente liquidati come mafiosi, secondo l’equazione abusata che ci vuole tali in quanto italiani e perciò capaci di esprimerci solo obbedendo a categorie criminali. Per questa miserabile semplificazione che non è esagerato definire razzismo, sappiamo chi ringraziare. Se i campioni della morale a buon mercato che proliferano in casa (non “cosa”) nostra e che hanno fatto della lotta alla mafia una professione redditizia non facendosi scrupolo di barare, fanno sventolare il vessillo di un Paese in cui il peggio è riconducibile sempre e solo alla mafia e propongono teoremi improbabili secondo cui se in Alto Adige abbattono un camoscio, se quattro gaglioffi si fanno complici in attività corruttive nel comune di Pizzighettoni, se a Orgosolo rubano una mandria di pecore, dietro ci sono interessi mafiosi ma ignorano e, in alcuni casi, addirittura coprono patologie molto più gravi nel cui elenco interminabile svetta al primo posto, appunto, la corruzione che ci affligge da sempre e non certo grazie alla mafia che semmai se ne serve come qualsiasi cittadino disonesto, non ci dobbiamo poi lamentare se Charlie Hebdo maramaldeggia sulla nostra mafiosità. La mafia è un bubbone che affligge il corpo della società italiana e va combattuta, senza però dilatarne la portata e inflazionarne il termine secondo la logica totalizzante del politicamente corretto che erige il feticcio e se ne serve per confondere le acque con forme di sciacallaggio che sono fuorvianti e costituiscono un pericolo serio quanto quello della mafia.

domenica 28 agosto 2016

Il terremoto

Le vittime del terremoto, quelle che hanno perduto la vita e quelle che in vita sono rimaste ma sono alle prese col dolore e con la costernazione di una esistenza devastata, sono costrette a subire l’oltraggio di una retorica melensa con cui certa stampa declina la loro sofferenza e dei soliti proclami con cui si esibiscono i politici. I soli che obbediscono a un minimo di sobrietà sono i volontari i quali, silenziosi e pieni di abnegazione, ci dimostrano di che pasta è fatta una certa Italia quando è chiamata a gesti di solidarietà. Purtroppo l’esperienza passata non ci dà molte speranze che le promesse di affrontare e risolvere gli enormi problemi delle popolazioni terremotate siano rispettate. Si è visto cosa è successo a L’Aquila, nel Belice e in altre zone in cui la terra ha tremato e non c’è motivo di essere ottimisti in questa circostanza. Bravi ad affrontare l’emergenza, siamo invece incapaci di affrontare il problema della ricostruzione laddove occorre progettualità, trasparenza, efficienza, fantasia e quant’altro serve a realizzare fondamenta solide che non si sbriciolino al primo appuntamento con l’ulteriore terremoto. Per prima cosa ci dobbiamo dotare di una legislazione che vincoli le costruzioni a regole ben precise e preveda sanzioni severe nel caso in cui esse non siano rispettate, e ci dobbiamo impegnare a ricostruire le case esattamente dove sono state distrutte perché è lì che sono state seppellite le storie di tanta gente ed è lì che bisogna farle rinascere. E poi occorre porre mano ad un nuovo approccio nella cura delle nostre opere d’arte. Siamo un Paese ad alto rischio sismico e quando dobbiamo fare i conti col terremoto di turno, in ballo non ci sono solo vite umane e beni privati che, cancellati dal sisma, rischiano di mettere in ginocchio l’economia della zona, in ballo ci sono opere d’arte che appartengono all’umanità e che abbiamo il dovere di tutelare. Lo dobbiamo al mondo intero ma lo dobbiamo soprattutto a noi stessi, alle infinite opportunità e alle ricadute positive che questo patrimonio ci offre. In un Paese normale le vestigia antiche disseminate su tutto il territorio dovrebbero costituire la prima industria con cui risolvere problemi annosi di disoccupazione e di sviluppo. Si pensi a cosa significherebbe per tutti una maggiore cura delle innumerevoli opere d’arte che possediamo e di cui non abbiamo rispetto né contezza, quali opportunità di lavoro procurerebbero a maestranze, artisti, restauratori, imprenditori edili, il ripristino e la messa in sicurezza di opere esposte agli accanimenti del tempo e della natura e di quelle seppellite nei nostri scantinati che finora non hanno visto la luce, una maggiore cura dei siti archeologici, una maggiore promozione dell’immensa ricchezza che abbiamo e che dovrebbe farci attestare al primo posto assoluto nel circuito turistico mondiale. Questo disastro ci offre l’occasione di voltare pagina, e voltare pagina significa correre in soccorso delle popolazioni disastrate con un impegno più concreto delle solite parole al vento, ma significa anche correre in soccorso di tutti i beni di interesse pubblico, fare un censimento di essi, monitorarne le condizioni, restituirli allo splendore che meritano, amarli e proteggerli avendo cura che non vadano in pezzi al primo tremore della terra, aprire cantieri pulsanti di vita. Sarebbe il modo migliore per soccorrere l’economia collassata delle zone colpite dai terremoti in ogni angolo d’Italia e per dare risposte ai tanti in cerca di lavoro, e sarebbe soprattutto il modo migliore per onorare i nostri morti. Da qualche parte ho letto che una operazione così massiccia non è fattibile con le risorse finanziarie di cui dispone l’Italia e che essa può essere resa possibile solo nell’ambito di una cooperazione europea che dovrebbe contribuire in termini finanziari e chiudere un occhio sul nostro debito pubblico. Da ogni angolo dell’Europa ci son giunte attestazioni di solidarietà e belle parole, parole che ci commuovono e aprono il cuore alla speranza ma che non devono restare vuoti esercizi retorici, i nostri governanti facciano si che esse si traducano in fatti, vadano a Bruxelles non col cappello in mano come dei questuanti ma con la forza di un progetto credibile, sbattano i pugni se necessario, ricordino che l’arte italiana è l’arte dell’Europa e pretendano che essa si comporti da patria comune. L'Europa ci chiede di crescere, bene, il terremoto può essere l’occasione per sperimentare una sorta di terapia della crescita, ed è anche l'occasione per dimostrare che oltre a quella dei volontari esiste un’altra Italia degna dei nostri morti.

venerdì 19 agosto 2016

Il politicamente scorretto

Il politicamente corretto imperversa incurante della decenza e ci fa venire voglia di respirare l’aria ruspante del politicamente scorretto il cui linguaggio rozzo fa giustizia del fariseismo annidato nel linguaggio lindo e attento alla forma che col suo conformismo linguistico sublima i problemi anziché risolverli. Il politicamente corretto gioca molto spesso sul tavolo truccato del doppiogiochismo combattendo a parole battaglie in difesa dei diritti dei più deboli con lo stesso impegno con cui si accuccia ai piedi dei più forti. Campioni come i nostri intellettuali radical chic non hanno niente da spartire con l’umanità infelice che fingono di difendere e mostrano di che pasta sono autenticamente fatti quando dal buen retiro di Capalbio frignano perché il loro eden è messo a rischio dall’arrivo dei migranti, o quando fanno della signora Hillary Clinton la loro icona sorvolando sul fatto che questa signora rappresenta Wall Street e la grande finanza, le grandi multinazionali, la upper class americana, grossi interessi corporativi e, nonostante ciò, con una faccia tosta degna di miglior causa, ci dà a bere la panzana dei grandi ideali, della giustizia sociale, dei diritti delle donne e degli omosessuali, del multiculturalismo, dei diritti dei lavoratori, quegli stessi lavoratori schiavizzati nei Paesi dove i colossi imprenditoriali americani producono le loro merci. Il glorioso Partito Democratico colpito e affondato nel nome dei soliti concretissimi interessi di bottega mascherati da nobili ideali. Tutto all’insegna del politicamente corretto! Sembra di vederli i nostri intellettuali della sinistra mentre dall’alto dei loro privilegi tuonano contro le disuguaglianze sociali andando a braccetto con chi queste disuguaglianze produce e alimenta. Arroccati in circoli esclusivi e club à la page, ci impongono la loro tirannia ideologica, ostentano le stellette del potere con cui condizionano la vita del Paese, demonizzano chiunque osi deviare dai canoni da loro imposti, guardano con preoccupazione alle possibili contaminazioni del loro mondo, tremano all’idea di rischiare di mescolarsi con gli ultimi, in grisaglia e cachemire, col sopracciglio arcuato, osservano dall’alto gli scarabei che razzolano nei loro escrementi e allo stesso tempo salgono sul pulpito strepitando contro le disuguaglianze sociali e le discriminazioni della cui perpetuazione sono i primi complici ma che denunciano col cinismo di chi non si fa scrupolo di strumentalizzare quegli escrementi per fertilizzare il proprio orticello. Si indignano, si, ma un conto è concionare nobilmente dei diritti dei cenciosi, un altro conto è averli in casa! Averli in casa significa misurarsi concretamente con la disperazione, significa convivere con le storie di ordinaria follia magistralmente descritte da Bukowski, significa toccare con mano e condividere la miseria dei reietti ai margini della società, scendere in mezzo a loro e maneggiare lo schifo che la nostra opulenta società ha prodotto. E invece questi signori dall’aria ispirata, schizzinosi e più o meno consapevoli sacerdoti del pensiero unico, allevati a caviale e champagne, si ritraggono schifati, hanno il terrore della miseria, strillano come delle mammolette impazzite se appena il loro benessere è scalfito, e in più ci rifilano l’insulto della loro spocchia morale e ideale, senza provare alcuna vergogna!

venerdì 29 luglio 2016

Il terrorismo nostrano


In questa estate infuocata dal caldo e da eventi drammatici che sembrano aver fatto smarrire la ragione alla razza umana, balbettiamo incapaci di uno scatto di reni. E non parlo di rispondere alla violenza con la violenza, ma di recuperare l’identità che abbiamo perduto quando abbiamo dimenticato il nostro passato e tradito l’eredità che esso ci ha lasciato.  Siamo diventati mercanti che hanno posto al centro dell’universo la struttura economica e una sovrastruttura finanziaria per la maggior parte corsara e priva di scrupoli, e hanno mandato in soffitta sia il sogno liberale che quello marxista. L’uomo incapace di creare la società a misura d’uomo, la società impazzita che crea androidi dall’aspetto umano, sono la dimostrazione di questo fallimento. L’uomo non è più l’obiettivo della società ma strumento di consumo che ha abdicato alla propria identità e dignità e di cui si può fare strame senza inorridire. L’esposizione oscena dei cadaveri a Nizza, Dacca, Monaco, in  Siria, in America, in Africa, sono il segno della perduta considerazione del valore della vita, di uno smarrimento del senso d’umanità che è lo scellerato patrimonio di entrambi i fronti, quello della barbarie terroristica e quello della cosiddetta società civile. Quando ci lamentiamo perché il terrorista islamico non ha rispetto per la vita umana dimentichiamo che di questa vita si è perduto il senso proprio in quella parte del mondo che ha dato i natali alla centralità dell’uomo. Il lungomare di Nizza affollato di bagnanti all’indomani della strage è, con la sua mostruosa normalità quotidiana, la testimonianza del relativismo su cui abbiamo edificato il nostro futuro, una deriva  di cui abbiamo le prove ovunque, anche dove il terrorismo islamico non è ancora giunto.  Un esempio è l’Italia, Paese non ancora colpito dal terrorismo  (almeno per il momento)  ma afflitto da una peste altrettanto esiziale, la decadenza morale e ideale che ha fatto del Paese terra di confine esposta alle scorrerie di consorterie che hanno preso in ostaggio le istituzioni e cannibalizzato le classi più deboli, prima fra tutte la cosiddetta middle class, con pericolose ripercussioni sulla tenuta della democrazia. Da qualche tempo ho preso l’abitudine di ritornare a letture fatte in passato. In questi giorni sto rileggendo La Pelle di Malaparte e sono rimasto impressionato dall’attualità del libro. In alcune sue pagine si legge: “Quando gli uomini lottano per vivere, tutto, anche un barattolo vuoto, una cicca, una scorza d’arancia, una crosta di pan secco raccattata nelle immondizie, un osso spolpato, tutto ha per loro un valore enorme decisivo. Gli uomini sono capaci di qualunque vigliaccheria, per vivere : di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere,…..a prostituirsi, a inginocchiarsi,…..a leccare le scarpe di chi può sfamarlo, a piegare la schiena sotto la frusta, ad asciugarsi sorridendo la guancia sporca di sputo”. E’ un affresco spietato della Napoli del dopoguerra che torna terribilmente attuale nei nostri giorni. Dopo settant’anni riusciamo ancora a misurarci con la miseria d’allora. Ancora assistiamo alla scena straziante del pensionato che rovista nell’immondizia e dei disperati della notte che bivaccano sotto le stelle, ma soprattutto assistiamo al collasso della nostra civiltà, alla perdita dell’eredità delle due grandi rivoluzioni che hanno attraversato l’Occidente, la rivoluzione cristiana e quella dei lumi, alla giustizia sommaria che dà in pasto alla plebe tumultuante chiunque sia sfiorato dal sospetto, all’attività giudiziaria strabica e schizofrenica dove il libero convincimento troppo spesso viene abusato, alla tortura in carcere con fini predatori (istruttiva in proposito la descrizione che ne fa Voltaire cui fa eco in un recente articolo la denuncia di Dacia Maraini), allo spettacolo disgustoso dell’arrivista che vende l’anima al padrone di turno, ai contorcimenti di spregiudicati arrampicatori disposti a tutto per un posto al sole, all’assalto alla vita altrui con cui gli sciacalli saziano la propria voracità, all’avidità del potere, assistiamo, appunto, alla negazione della centralità dell’uomo. I tanti migranti che affollano le nostre strade chiedendo l’elemosina, i tanti giovani cui è stato negato un futuro, i nuovi poveri che scendono sempre più numerosi verso il degrado, gli zombie che navigano in rete rinunciando a relazionarsi, i tweet demenziali, la condivisione su Facebook dei momenti più insignificanti della nostra vita con degli sconosciuti, il calo verticale delle letture, il bla bla rissoso e inconcludente nei salotti televisivi, sono le diverse facce della stessa medaglia, la perdita irreversibile di ciò che eravamo, lo sprofondare in quello che Umberto Galimberti ha chiamato “l’ospite inquietante”, il nichilismo. Questa  società liquida in cui può accadere di tutto, è appannaggio non solo dell’Italia ma dell’intera Europa, ed entrambe, pur senza condividere Il giustificazionismo di quanti pretendono di fare risalire alle colpe dell’Occidente il fenomeno del terrorismo, hanno qualcosa da farsi perdonare. Il mondo che hanno creato si è rivelato incapace di affrontare le sfide che incombevano e di intuire i pericoli che  si profilavano all’orizzonte, ma si è rivelato soprattutto incapace di generare uomini all’altezza del compito loro assegnato dalla Storia, diventando al contrario terreno di coltura dei mostri che si sono annidati come un virus infetto nel nostro organismo, quinte colonne del terrorismo non arruolate dall’Isis ma che ad essa si ispirano trovando nella comune farneticazione religiosa l’innesco alla loro frustrazione. Quando ci indigniamo per le nefande imprese del terrorismo islamico, dobbiamo avere l’onestà di indignarci per la nostra inadeguatezza e per la nostra mancanza di ancoraggi ideali che è anch’essa una forma di destabilizzazione.

lunedì 11 luglio 2016

Don Abbondio

L’inossidabile Totò Cuffaro si è materializzato sulla scena di Palazzo dei Normanni per turbare i sonni del Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana. Dal recinto dei reietti l’ex Presidente della Regione si è fatto vivo e ha chiesto di utilizzare la Sala Mattarella per un convegno sul tema “Universo carceri”. La richiesta, innocente in sé ma viziata dalla fonte di provenienza, deve aver gettato nel panico l’on. Ardizzone e la decisione, immediata e meccanica, è scattata come una sorta di reazione pavloviana, niente Sala Mattarella per la nobile ragione che non è opportuno ospitare un condannato per favoreggiamento alla mafia nella sala intestata ad una vittima della mafia. Sennonché la motivazione ufficiale non ha convinto tutti, a qualcuno è venuto in mente il sospetto che non siano stati motivi di opportunità morale ad avere dettato la decisione ma che Don Abbondio abbia avuto la meglio e che lo “scantazzo” più che le nobili ragioni abbia indotto l’on. Ardizzone ad una scelta prudente. I due in passato hanno convissuto sotto lo stesso tetto politico e in parecchi malignano che l’on. Ardizzone, negando il permesso alla richiesta di Cuffaro, abbia voluto rimuovere quel passato. Se è così pazienza, il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare, però, c’è un però. Per quanto ingombrante sia Cuffaro, per quanto egli possa essere considerato un furbo di tre cotte, per quanto sia reale il rischio di veleni, in ballo non ci sono Cuffaro e i misteriosi disegni che gli si vogliono attribuire bensì i diritti di gente che soffre, nei confronti dei quali le Istituzioni debbono avere la massima considerazione, a dispetto di cautele pelose. Va bene, anzi va male, che, secondo i canoni cari ai forcaioli in servizio perenne, gente come Cuffaro deve essere confinata in una riserva affinché non inquini il mondo dei virtuosi, ma i diritti dei detenuti debbono essere per questo motivo esiliati dalle stanze delle Istituzioni tanto care all’on. Ardizzone? Non è proprio la Costituzione italiana che, all’articolo 27, parla di pene non contrarie al senso d’umanità e di rieducazione del condannato, e dunque non dovrebbero essere proprio, anzi per prime, le Istituzioni a promuovere questo obiettivo e offrire ospitalità a chi mostra di volersi attivare in questa direzione? Qualcuno sospetta che questo non sia il caso di Cuffaro, ma i diritti dei detenuti non valgono un impegno delle Istituzioni al di là di qualsiasi sospetto o meglio di qualsiasi pregiudizio nei confronti di Cuffaro? Il dibattito sulle condizione di vita in carcere non ha forse diritto ad una degna cornice quale è la prestigiosa Sala Mattarella? Non stiamo parlando di mafia, stiamo parlando di gente che soffre e la statura di Piersanti Mattarella non merita di essere tirata in ballo per fornire alibi a risposte tartufesche che oltretutto fanno nascere dei sospetti. Uno è che non conviene dare opportunità a coloro che hanno sbagliato quando invece è più comodo metterli al sicuro in un bel serraglio e non correre rischi. Il serraglio dei detenuti in carcere è stato individuato nel regime del 41 bis, quello di chi dal carcere è uscito ma continua a rimanere detenuto secondo quanto affermato da Hugo e richiamato da Cuffaro, è l’emarginazione.