L’ingiustizia in Italia dà il peggio
di sé quando marca la differenza tra la sorte degli ultimi che
pagano fino in fondo il fio delle loro colpe e quella dei
privilegiati che navigano nel mare dell’impunità. L’elenco dei
casi di potenti che, nonostante condanne pesanti, si sottraggono alle
pene grazie al censo che permette loro di imboccare costose
scorciatoie, si spreca, come si spreca la lista dei poveri cristi che
affollano le patrie galere. A parole sono in molti a denunciare
questa evidente disparità, mostrando di ispirarsi a principi di
equità e producendosi in esternazioni accorate con un’enfasi pari
alla sfrontatezza con la quale alcuni di essi difendono la loro
impunità. E’la doppiezza morale di sempre denunciata da Trasimaco
quando definisce la giustizia l’interesse del più forte, non
immaginando che persino nella stesura dell’elenco dei colpevoli
vessati dai rigori della legge avrebbe fatto capolino una buona dose
di classismo. Quanti infatti insorgono in difesa di Caino facendo un
discrimine tra chi merita misericordia e chi no, operano una
distinzione classista nel mondo di disperati che non fa alcuna
considerazione di merito. Gli emigranti, gli spacciatori, i
delinquenti di piccolo cabotaggio che non possono contare sulle
scorciatoie riservate ai potenti, possono contare sulla solidarietà
dei sacerdoti del politicamente corretto perché si prestano ad
essere pretesto di un buonismo a buon mercato esibito più che
sentito sinceramente, giusto per lustrare il pedigree del buon
samaritano. E’ una solidarietà pelosa espressa per lo più da
cialtroni in marsina che si riempiono la bocca con proclami
inneggianti a nobili concetti puntualmente traditi sull’altare
dell’interesse personale, una solidarietà nella quale non trovano
posto mafiosi e affini, merce avariata inutilizzabile per
masturbazioni moraleggianti. Persino il Papa che ha fatto della
misericordia la cifra del suo apostolato, li discrimina. Ad essi
tocca d’essere confinati nel recinto dei reietti dove non valgono
le regole, d’essere considerati ectoplasmi privi dei diritti
fondamentali nell’indifferenza della cosiddetta società civile.
Relegati nel girone degli orrori, oggetto del disprezzo della gente,
godono in compenso dell’attenzione dello Stato che su di loro
infierisce con spirito di vendetta. E’ il tramonto dell’epica
sciagurata della mafia costretta a subire il discrimine persino
rispetto ai malacarne di bassa lega, ma è anche l’eclissi dello
Stato di diritto che ha rinunciato ai propri principi fondanti in
nome della sicurezza, e delle coscienze libere che hanno rinnegato la
lezione dei lumi decidendo chi ha diritto o meno ad essere
considerato uomo.
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mercoledì 28 settembre 2016
domenica 18 settembre 2016
I gattopardi
In un suo editoriale di qualche tempo
fa sulla Sicilia Aldo Cazzullo lamentava la condizione in cui versa
l’isola, interrogandosi su come sia possibile che una terra che ha
dato i natali a Verga, Pirandello, Sciascia e altri straordinari
protagonisti che hanno connotato quasi per intero la letteratura
italiana del Novecento, sia la stessa terra che ha dato i natali a
Lombardo, Crocetta e Cuffaro. Non riusciva a darsi una spiegazione.
Una spiegazione invece se l’è data Ernesto Galli della Loggia
quando anche egli, in un articolo di fondo apparso sul Corriere, ha
denunciato lo stato comatoso in cui versa il Sud. In questo articolo
egli descrive il quadro desolante di una realtà in disfacimento
caratterizzata da una classe dirigente e politica imbarazzante (porta
l’esempio del penoso intervento dell’onorevole Barbagallo
nell’aula dell’Assemblea Regionale Siciliana), dall’assenza di
prospettive di sviluppo, dall’elevatissimo tasso di disoccupazione,
dalla carenza di servizi e infrastrutture, dall’inefficienza
dell’elefantiaca burocrazia e naturalmente dalla presenza invasiva
della criminalità organizzata. La causa di questo sfascio è dovuta,
secondo Galli della Loggia, ad una antica indigenza, a secoli di
malgoverno ma soprattutto alla latitanza dello Stato. Lo Stato in
verità, secondo la sua analisi, ha tentato di correggere questa
tendenza facendo da omogeneizzante culturale e sociale, favorendo lo
scambio fecondo delle diverse sensibilità, conoscenze, usi, culture,
idee che hanno arricchito il tessuto sociale dell’intera Nazione e
l’hanno reso più coeso. Purtroppo, dopo gli anni 70, per una serie
di motivi legati al mutato quadro politico e sindacale, è venuta
meno questa funzione collante e lo Stato ha fatto un passo indietro
rinunciando al suo ruolo di guida del Paese in settori strategici,
delegando alle istituzioni periferiche una serie di prerogative
importanti e lasciando campo libero all’autarchia, al familismo, al
clientelismo, ai miserabili interessi localistici, in definitiva ai
guasti che affliggono il Sud. La causa dei mali del Sud secondo Galli
della Loggia è dunque da attribuire alla sopravvenuta latitanza
dello Stato, non certo a “qualche malformazione genetica dei nostri
concittadini di quelle regioni”. Dice proprio così, “concittadini
di quelle regioni” e “quelle regioni” danno la misura della
distanza che l’autore percepisce inconsciamente da terre lontane
abitate da una umanità di cui fatica a decifrare l’indole. Se
Galli della Loggia avesse consapevolezza di come siamo fatti
veramente noi meridionali e i siciliani in particolare, eviterebbe
giudizi frettolosamente assolutori, saprebbe che è vero il contrario
di quanto egli afferma, che siamo irrimediabilmente malformati. Lo
siamo da quando, alle prese con gli eventi che hanno attraversato la
nostra storia, abbiamo dovuto fare i conti con essa e schivarne le
insidie in un contesto in cui già allora latitava un potere centrale
garante dei diritti di ognuno, da quando abbiamo dovuto imparare a
contare solo su di noi e siamo diventati per questo motivo
individualisti privi di illusioni, asociali guardinghi e sospettosi,
levantini, padreterni alle prese col nostro smisurato ego, in guerra
con tutto ciò che interferisce con esso. E’ così che ci siamo
formati, con i molti vizi e le poche virtù che sono diventati il
nostro patrimonio genetico. Prigionieri dei nostri geni, animali
bradi privi di un sentire comune, rifiutiamo qualsiasi tentativo di
inclusione. Ci è mancato uno Stato nel quale identificarci, e di
conseguenza il senso dello Stato, e sbaglia, a mio avviso, Galli
della Loggia quando afferma che lo Stato ha rinunciato a svolgere il
suo ruolo negli anni 70. Lo Stato dalle nostre parti è sempre stato
assente, persino in tempi recenti, quando una parvenza di unità ce
ne ha regalato uno patrigno contro il quale abbiamo coltivato
diffidenza e rancore. Capaci di dare il peggio di noi persino nelle
grandi battaglie ideali che riusciamo a insozzare con secondi
miserabili fini o, bene che vada, di esprimere personaggi patetici
come l’onorevole Barbagallo, andiamo incontro al nostro destino
senza sforzarci di imboccare la via per evitarlo, tranne che non
prendiamo il largo dalle acque limacciose del nostro brodo di coltura
e guadagniamo l’antica via dell’esilio. A mio figlio che si è
visto costretto a riporre i suoi sogni nel cassetto e ha dovuto
emigrare in Francia col cuore colmo dell’amore per la sua terra e
il proposito di tornarvi, ho raccomandato di scordarsi di Palermo e
non permettere a questa città infelice di sporcargli l’anima.
mercoledì 7 settembre 2016
Charlie Hebdo
Le popolazioni colpite dal terremoto
nel Lazio e nella Marche sono costrette a subire non solo l’affronto
della natura ma anche quello dell’uomo allorché questi si impegna
in una delle azioni più ripugnanti, lo sciacallaggio. E non parlo
solo degli sciacalli che si aggirano tra le macerie cercando di
rubare le povere cose che si sono salvate, parlo soprattutto di
quanti, in nome della libertà di espressione, esercitano impunemente
il diritto all’indegnità. Mi riferisco a Charlie Hebdo che non ha
esitato a sfregiare il buon gusto ancor prima che il buon senso,
ironizzando sulla vicenda del terremoto che avrebbe prodotto, secondo
il discutibile humour del vignettista Felix, italiani disegnati quali
“penne al pomodoro”, “penne gratinate” e persino “lasagne”
in forma di corpi ammucchiati a strati e grondanti di salsa-sangue.
Si sono scatenate, come era prevedibile, reazioni pro e contro la
vignetta di Charlie Hebdo e, pur definendola infelice, in tanti
l’hanno difesa nel nome della libertà di satira e del diritto di
ciascuno di dire anche le cose più infami. Giusto, la libertà di
pensiero è sacrosanta e quindi va bene il diritto di Charlie Hebdo
di sproloquiare, ma è altrettanto sacrosanto il diritto di
dissentire e di chiamare chi è capace di esprimere schifezze del
genere col nome che merita: farabutto. E non solo perché come in
questo caso il farabutto offende il senso estetico ed etico, ma anche
perché è disonesto. Infatti di rimando alle critiche di cui è
stato oggetto, Charlie Hebdo ha pubblicato una seconda vignetta con
la quale ha chiamato in causa la mafia. La toppa peggiore del buco,
perché credo si possa dire che nel caso specifico la mafia c’entra
come il cavolo a merenda. Se infatti è vero che le esperienze
passate ci hanno abituato a forme di corruzione e ci fanno temere che
esse si possano ripetere anche nella ricostruzione di Amatrice,
Accumoli, Arquata del Tronto, Pescara del Tronto, è altrettanto vero
che parliamo appunto di corruzione, un fenomeno nel quale noi
italiani certamente eccelliamo ma che prolifera sotto tutte le
latitudini ed è chiamata col suo nome senza scomodare la mafia. In
Italia invece no, la corruzione, secondo Charlie Hebdo, è mafia e
dunque non solo ci becchiamo l’epiteto di “lasagne”, “penne
gratinate e al pomodoro”, ma veniamo spicciativamente liquidati
come mafiosi, secondo l’equazione abusata che ci vuole tali in
quanto italiani e perciò capaci di esprimerci solo obbedendo a
categorie criminali. Per questa miserabile semplificazione che non è
esagerato definire razzismo, sappiamo chi ringraziare. Se i campioni
della morale a buon mercato che proliferano in casa (non “cosa”)
nostra e che hanno fatto della lotta alla mafia una professione
redditizia non facendosi scrupolo di barare, fanno sventolare il
vessillo di un Paese in cui il peggio è riconducibile sempre e solo
alla mafia e propongono teoremi improbabili secondo cui se in Alto
Adige abbattono un camoscio, se quattro gaglioffi si fanno complici
in attività corruttive nel comune di Pizzighettoni, se a Orgosolo
rubano una mandria di pecore, dietro ci sono interessi mafiosi ma
ignorano e, in alcuni casi, addirittura coprono patologie molto più
gravi nel cui elenco interminabile svetta al primo posto, appunto, la
corruzione che ci affligge da sempre e non certo grazie alla mafia
che semmai se ne serve come qualsiasi cittadino disonesto, non ci
dobbiamo poi lamentare se Charlie Hebdo maramaldeggia sulla nostra
mafiosità. La mafia è un bubbone che affligge il corpo della
società italiana e va combattuta, senza però dilatarne la portata e
inflazionarne il termine secondo la logica totalizzante del
politicamente corretto che erige il feticcio e se ne serve per
confondere le acque con forme di sciacallaggio che sono fuorvianti e
costituiscono un pericolo serio quanto quello della mafia.
domenica 28 agosto 2016
Il terremoto
Le vittime del terremoto, quelle che
hanno perduto la vita e quelle che in vita sono rimaste ma sono alle
prese col dolore e con la costernazione di una esistenza devastata,
sono costrette a subire l’oltraggio di una retorica melensa con cui
certa stampa declina la loro sofferenza e dei soliti proclami con cui
si esibiscono i politici. I soli che obbediscono a un minimo di
sobrietà sono i volontari i quali, silenziosi e pieni di
abnegazione, ci dimostrano di che pasta è fatta una certa Italia
quando è chiamata a gesti di solidarietà. Purtroppo l’esperienza
passata non ci dà molte speranze che le promesse di affrontare e
risolvere gli enormi problemi delle popolazioni terremotate siano
rispettate. Si è visto cosa è successo a L’Aquila, nel Belice e
in altre zone in cui la terra ha tremato e non c’è motivo di
essere ottimisti in questa circostanza. Bravi ad affrontare
l’emergenza, siamo invece incapaci di affrontare il problema della
ricostruzione laddove occorre progettualità, trasparenza,
efficienza, fantasia e quant’altro serve a realizzare fondamenta
solide che non si sbriciolino al primo appuntamento con l’ulteriore
terremoto. Per prima cosa ci dobbiamo dotare di una legislazione che
vincoli le costruzioni a regole ben precise e preveda sanzioni severe
nel caso in cui esse non siano rispettate, e ci dobbiamo impegnare a
ricostruire le case esattamente dove sono state distrutte perché è
lì che sono state seppellite le storie di tanta gente ed è lì che
bisogna farle rinascere. E poi occorre porre mano ad un nuovo
approccio nella cura delle nostre opere d’arte. Siamo un Paese ad
alto rischio sismico e quando dobbiamo fare i conti col terremoto di
turno, in ballo non ci sono solo vite umane e beni privati che,
cancellati dal sisma, rischiano di mettere in ginocchio l’economia
della zona, in ballo ci sono opere d’arte che appartengono
all’umanità e che abbiamo il dovere di tutelare. Lo dobbiamo al
mondo intero ma lo dobbiamo soprattutto a noi stessi, alle infinite
opportunità e alle ricadute positive che questo patrimonio ci offre.
In un Paese normale le vestigia antiche disseminate su tutto il
territorio dovrebbero costituire la prima industria con cui risolvere
problemi annosi di disoccupazione e di sviluppo. Si pensi a cosa
significherebbe per tutti una maggiore cura delle innumerevoli opere
d’arte che possediamo e di cui non abbiamo rispetto né contezza,
quali opportunità di lavoro procurerebbero a maestranze, artisti,
restauratori, imprenditori edili, il ripristino e la messa in
sicurezza di opere esposte agli accanimenti del tempo e della natura
e di quelle seppellite nei nostri scantinati che finora non hanno
visto la luce, una maggiore cura dei siti archeologici, una maggiore
promozione dell’immensa ricchezza che abbiamo e che dovrebbe farci
attestare al primo posto assoluto nel circuito turistico mondiale.
Questo disastro ci offre l’occasione di voltare pagina, e voltare
pagina significa correre in soccorso delle popolazioni disastrate con
un impegno più concreto delle solite parole al vento, ma significa
anche correre in soccorso di tutti i beni di interesse pubblico, fare
un censimento di essi, monitorarne le condizioni, restituirli allo
splendore che meritano, amarli e proteggerli avendo cura che non
vadano in pezzi al primo tremore della terra, aprire cantieri
pulsanti di vita. Sarebbe il modo migliore per soccorrere l’economia
collassata delle zone colpite dai terremoti in ogni angolo d’Italia
e per dare risposte ai tanti in cerca di lavoro, e sarebbe
soprattutto il modo migliore per onorare i nostri morti. Da qualche
parte ho letto che una operazione così massiccia non è fattibile
con le risorse finanziarie di cui dispone l’Italia e che essa può
essere resa possibile solo nell’ambito di una cooperazione europea
che dovrebbe contribuire in termini finanziari e chiudere un occhio
sul nostro debito pubblico. Da ogni angolo dell’Europa ci son
giunte attestazioni di solidarietà e belle parole, parole che ci
commuovono e aprono il cuore alla speranza ma che non devono restare
vuoti esercizi retorici, i nostri governanti facciano si che esse si
traducano in fatti, vadano a Bruxelles non col cappello in mano come
dei questuanti ma con la forza di un progetto credibile, sbattano i
pugni se necessario, ricordino che l’arte italiana è l’arte
dell’Europa e pretendano che essa si comporti da patria comune. L'Europa ci chiede di crescere, bene, il terremoto può essere l’occasione per sperimentare una sorta di terapia della crescita, ed è anche l'occasione per dimostrare che oltre a quella dei volontari esiste
un’altra Italia degna dei nostri morti.
venerdì 19 agosto 2016
Il politicamente scorretto
Il politicamente corretto imperversa
incurante della decenza e ci fa venire voglia di respirare l’aria
ruspante del politicamente scorretto il cui linguaggio rozzo fa
giustizia del fariseismo annidato nel linguaggio lindo e attento alla
forma che col suo conformismo linguistico sublima i problemi anziché
risolverli. Il politicamente corretto gioca molto spesso sul tavolo
truccato del doppiogiochismo combattendo a parole battaglie in difesa
dei diritti dei più deboli con lo stesso impegno con cui si accuccia
ai piedi dei più forti. Campioni come i nostri intellettuali radical
chic non hanno niente da spartire con l’umanità infelice che
fingono di difendere e mostrano di che pasta sono autenticamente
fatti quando dal buen retiro di Capalbio frignano perché il loro
eden è messo a rischio dall’arrivo dei migranti, o quando fanno
della signora Hillary Clinton la loro icona sorvolando sul fatto che
questa signora rappresenta Wall Street e la grande finanza, le grandi
multinazionali, la upper class americana, grossi interessi
corporativi e, nonostante ciò, con una faccia tosta degna di miglior
causa, ci dà a bere la panzana dei grandi ideali, della giustizia
sociale, dei diritti delle donne e degli omosessuali, del
multiculturalismo, dei diritti dei lavoratori, quegli stessi
lavoratori schiavizzati nei Paesi dove i colossi imprenditoriali
americani producono le loro merci. Il glorioso Partito Democratico
colpito e affondato nel nome dei soliti concretissimi interessi di
bottega mascherati da nobili ideali. Tutto all’insegna del
politicamente corretto! Sembra di vederli i nostri intellettuali
della sinistra mentre dall’alto dei loro privilegi tuonano contro
le disuguaglianze sociali andando a braccetto con chi queste
disuguaglianze produce e alimenta. Arroccati in circoli esclusivi e
club à la page, ci impongono la loro tirannia ideologica, ostentano
le stellette del potere con cui condizionano la vita del Paese,
demonizzano chiunque osi deviare dai canoni da loro imposti, guardano
con preoccupazione alle possibili contaminazioni del loro mondo,
tremano all’idea di rischiare di mescolarsi con gli ultimi, in
grisaglia e cachemire, col sopracciglio arcuato, osservano dall’alto
gli scarabei che razzolano nei loro escrementi e allo stesso tempo
salgono sul pulpito strepitando contro le disuguaglianze sociali e le
discriminazioni della cui perpetuazione sono i primi complici ma che
denunciano col cinismo di chi non si fa scrupolo di strumentalizzare
quegli escrementi per fertilizzare il proprio orticello. Si
indignano, si, ma un conto è concionare nobilmente dei diritti dei
cenciosi, un altro conto è averli in casa! Averli in casa significa
misurarsi concretamente con la disperazione, significa convivere con
le storie di ordinaria follia magistralmente descritte da Bukowski,
significa toccare con mano e condividere la miseria dei reietti ai
margini della società, scendere in mezzo a loro e maneggiare lo
schifo che la nostra opulenta società ha prodotto. E invece questi
signori dall’aria ispirata, schizzinosi e più o meno consapevoli
sacerdoti del pensiero unico, allevati a caviale e champagne, si
ritraggono schifati, hanno il terrore della miseria, strillano come
delle mammolette impazzite se appena il loro benessere è scalfito, e
in più ci rifilano l’insulto della loro spocchia morale e ideale,
senza provare alcuna vergogna!
venerdì 29 luglio 2016
Il terrorismo nostrano
In questa estate infuocata dal caldo e da eventi drammatici
che sembrano aver fatto smarrire la ragione alla razza umana, balbettiamo
incapaci di uno scatto di reni. E non parlo di rispondere alla violenza con la
violenza, ma di recuperare l’identità che abbiamo perduto quando abbiamo
dimenticato il nostro passato e tradito l’eredità che esso ci ha lasciato. Siamo diventati mercanti che hanno posto al
centro dell’universo la struttura economica e una sovrastruttura finanziaria per
la maggior parte corsara e priva di scrupoli, e hanno mandato in soffitta sia
il sogno liberale che quello marxista. L’uomo incapace di creare la società a
misura d’uomo, la società impazzita che crea androidi dall’aspetto umano, sono
la dimostrazione di questo fallimento. L’uomo non è più l’obiettivo della
società ma strumento di consumo che ha abdicato alla propria identità e dignità
e di cui si può fare strame senza inorridire. L’esposizione oscena dei cadaveri
a Nizza, Dacca, Monaco, in Siria, in America,
in Africa, sono il segno della perduta considerazione del valore della vita, di
uno smarrimento del senso d’umanità che è lo scellerato patrimonio di entrambi
i fronti, quello della barbarie terroristica e quello della cosiddetta società
civile. Quando ci lamentiamo perché il terrorista islamico non ha rispetto per
la vita umana dimentichiamo che di questa vita si è perduto il senso proprio in
quella parte del mondo che ha dato i natali alla centralità dell’uomo. Il
lungomare di Nizza affollato di bagnanti all’indomani della strage è, con la
sua mostruosa normalità quotidiana, la testimonianza del relativismo su cui
abbiamo edificato il nostro futuro, una deriva di cui abbiamo le prove ovunque, anche dove il
terrorismo islamico non è ancora giunto.
Un esempio è l’Italia, Paese non ancora colpito dal terrorismo (almeno per il momento) ma afflitto da una peste altrettanto
esiziale, la decadenza morale e ideale che ha fatto del Paese terra di confine
esposta alle scorrerie di consorterie che hanno preso in ostaggio le
istituzioni e cannibalizzato le classi più deboli, prima fra tutte la
cosiddetta middle class, con pericolose ripercussioni sulla tenuta della democrazia.
Da qualche tempo ho preso l’abitudine di ritornare a letture fatte in passato.
In questi giorni sto rileggendo La Pelle di Malaparte e sono rimasto
impressionato dall’attualità del libro. In alcune sue pagine si legge: “Quando
gli uomini lottano per vivere, tutto, anche un barattolo vuoto, una cicca, una
scorza d’arancia, una crosta di pan secco raccattata nelle immondizie, un osso
spolpato, tutto ha per loro un valore enorme decisivo. Gli uomini sono capaci
di qualunque vigliaccheria, per vivere : di tutte le infamie, di tutti i
delitti, per vivere,…..a prostituirsi, a inginocchiarsi,…..a leccare le scarpe
di chi può sfamarlo, a piegare la schiena sotto la frusta, ad asciugarsi
sorridendo la guancia sporca di sputo”. E’ un affresco spietato della Napoli
del dopoguerra che torna terribilmente attuale nei nostri giorni. Dopo
settant’anni riusciamo ancora a misurarci con la miseria d’allora. Ancora
assistiamo alla scena straziante del pensionato che rovista nell’immondizia e
dei disperati della notte che bivaccano sotto le stelle, ma soprattutto
assistiamo al collasso della nostra civiltà, alla perdita dell’eredità delle
due grandi rivoluzioni che hanno attraversato l’Occidente, la rivoluzione
cristiana e quella dei lumi, alla giustizia sommaria che dà in pasto alla plebe
tumultuante chiunque sia sfiorato dal sospetto, all’attività giudiziaria
strabica e schizofrenica dove il libero convincimento troppo spesso viene
abusato, alla tortura in carcere con fini predatori (istruttiva in proposito la
descrizione che ne fa Voltaire cui fa eco in un recente articolo la denuncia di
Dacia Maraini), allo spettacolo disgustoso dell’arrivista che vende l’anima al
padrone di turno, ai contorcimenti di spregiudicati arrampicatori disposti a
tutto per un posto al sole, all’assalto alla vita altrui con cui gli sciacalli
saziano la propria voracità, all’avidità del potere, assistiamo, appunto, alla
negazione della centralità dell’uomo. I tanti migranti che affollano le nostre
strade chiedendo l’elemosina, i tanti giovani cui è stato negato un futuro, i
nuovi poveri che scendono sempre più numerosi verso il degrado, gli zombie che
navigano in rete rinunciando a relazionarsi, i tweet demenziali, la
condivisione su Facebook dei momenti più insignificanti della nostra vita con
degli sconosciuti, il calo verticale delle letture, il bla bla rissoso e inconcludente
nei salotti televisivi, sono le diverse facce della stessa medaglia, la perdita
irreversibile di ciò che eravamo, lo sprofondare in quello che Umberto
Galimberti ha chiamato “l’ospite inquietante”, il nichilismo. Questa società liquida in cui può accadere di tutto, è
appannaggio non solo dell’Italia ma dell’intera Europa, ed entrambe, pur senza condividere
Il giustificazionismo di quanti pretendono di fare risalire alle colpe
dell’Occidente il fenomeno del terrorismo, hanno qualcosa da farsi perdonare.
Il mondo che hanno creato si è rivelato incapace di affrontare le sfide che
incombevano e di intuire i pericoli che si profilavano all’orizzonte, ma si è rivelato
soprattutto incapace di generare uomini all’altezza del compito loro assegnato
dalla Storia, diventando al contrario terreno di coltura dei mostri che si sono
annidati come un virus infetto nel nostro organismo, quinte colonne del
terrorismo non arruolate dall’Isis ma che ad essa si ispirano trovando nella
comune farneticazione religiosa l’innesco alla loro frustrazione. Quando ci
indigniamo per le nefande imprese del terrorismo islamico, dobbiamo avere
l’onestà di indignarci per la nostra inadeguatezza e per la nostra mancanza di
ancoraggi ideali che è anch’essa una forma di destabilizzazione.
lunedì 11 luglio 2016
Don Abbondio
L’inossidabile Totò Cuffaro si è
materializzato sulla scena di Palazzo dei Normanni per turbare i
sonni del Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana. Dal
recinto dei reietti l’ex Presidente della Regione si è fatto vivo
e ha chiesto di utilizzare la Sala Mattarella per un convegno sul
tema “Universo carceri”. La richiesta, innocente in sé ma
viziata dalla fonte di provenienza, deve aver gettato nel panico
l’on. Ardizzone e la decisione, immediata e meccanica, è scattata
come una sorta di reazione pavloviana, niente Sala Mattarella per la
nobile ragione che non è opportuno ospitare un condannato per
favoreggiamento alla mafia nella sala intestata ad una vittima della
mafia. Sennonché la motivazione ufficiale non ha convinto tutti, a
qualcuno è venuto in mente il sospetto che non siano stati motivi di
opportunità morale ad avere dettato la decisione ma che Don Abbondio
abbia avuto la meglio e che lo “scantazzo” più che le nobili
ragioni abbia indotto l’on. Ardizzone ad una scelta prudente. I due
in passato hanno convissuto sotto lo stesso tetto politico e in
parecchi malignano che l’on. Ardizzone, negando il permesso alla
richiesta di Cuffaro, abbia voluto rimuovere quel passato. Se è così
pazienza, il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare, però,
c’è un però. Per quanto ingombrante sia Cuffaro, per quanto egli
possa essere considerato un furbo di tre cotte, per quanto sia reale
il rischio di veleni, in ballo non ci sono Cuffaro e i misteriosi
disegni che gli si vogliono attribuire bensì i diritti di gente che
soffre, nei confronti dei quali le Istituzioni debbono avere la
massima considerazione, a dispetto di cautele pelose. Va bene, anzi
va male, che, secondo i canoni cari ai forcaioli in servizio perenne,
gente come Cuffaro deve essere confinata in una riserva affinché non
inquini il mondo dei virtuosi, ma i diritti dei detenuti debbono
essere per questo motivo esiliati dalle stanze delle Istituzioni
tanto care all’on. Ardizzone? Non è proprio la Costituzione
italiana che, all’articolo 27, parla di pene non contrarie al senso
d’umanità e di rieducazione del condannato, e dunque non
dovrebbero essere proprio, anzi per prime, le Istituzioni a
promuovere questo obiettivo e offrire ospitalità a chi mostra di
volersi attivare in questa direzione? Qualcuno sospetta che questo
non sia il caso di Cuffaro, ma i diritti dei detenuti non valgono un
impegno delle Istituzioni al di là di qualsiasi sospetto o meglio di
qualsiasi pregiudizio nei confronti di Cuffaro? Il dibattito sulle
condizione di vita in carcere non ha forse diritto ad una degna
cornice quale è la prestigiosa Sala Mattarella? Non stiamo parlando
di mafia, stiamo parlando di gente che soffre e la statura di
Piersanti Mattarella non merita di essere tirata in ballo per fornire
alibi a risposte tartufesche che oltretutto fanno nascere dei
sospetti. Uno è che non conviene dare opportunità a coloro che
hanno sbagliato quando invece è più comodo metterli al sicuro in un
bel serraglio e non correre rischi. Il serraglio dei detenuti in
carcere è stato individuato nel regime del 41 bis, quello di chi dal
carcere è uscito ma continua a rimanere detenuto secondo quanto
affermato da Hugo e richiamato da Cuffaro, è l’emarginazione.
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