A Genova si è consumata una tragedia e, come se non
bastasse, i corvi si sono avventati sul dolore dei genovesi per farne
mercimonio. Una vicenda che non doveva accadere, che doveva essere gestita con
la sobrietà che le circostanze imponevano, ha dato la stura alla consueta
litigiosità italiana. Siamo un popolo dalle due facce, capace di gesti di
eroismo e di solidarietà uniche al mondo, che nella circostanza ha saputo
stringersi con amore attorno a Genova, ma che nella stessa circostanza si è reso
protagonista di condotte imbarazzanti ad opera dei soliti disinvolti uomini
politici. La sobrietà, il dolore e la
volontà sincera di porre mano ai rimedi che il disastro imponeva, una emergenza
che esigeva di far quadrato e di trovare una unità di intenti, hanno lasciato il
posto a una girandola di accuse e giudizi sommari di iconoclasti invasati. E’
stato il festival delle cadute di stile. Ha cominciato la nuova maggioranza
alla quale non è parso vero di fare della tragedia un’occasione ghiotta per sferrare
un attacco agli avversari aizzando la piazza e fomentando voglie di vendetta pur
di lucrare un minimo di consenso, ma dimenticandosi di quando definiva una
“favoletta” il pericolo di crollo del ponte e giudicava inutile un’opera come
la Gronda. Per di più si è avventurata con la solita approssimazione in
propositi che non hanno nulla da spartire col buon senso e il rigore che una
materia così delicata imporrebbe. Fa un certo effetto sentire affermare dal
Presidente del Consiglio che bisogna sbarazzarsi immediatamente della
concessionaria Autostrade senza attendere “le lungaggini della giustizia”. Come
fa un certo effetto sentire il ministro Toninelli preannunciare che si costituirà
parte civile contro la suddetta concessionaria, ignorando che proprio il suo
dicastero, in quanto responsabile dei controlli sulla manutenzione del ponte,
potrebbe essere chiamato anche esso in causa. In questo caso che cosa fa il
signor Ministro, si costituisce parte civile contro se stesso? Evidentemente i
suoi burocrati non hanno fatto in tempo ad avvertirlo. Procedendo nella
carrellata delle minzioni fuori dall’orinale, segnaliamo l’attivismo del signor
Casalino, improbabile portavoce dei penta stellati, il quale non ha avvertito alcun
senso di vergogna quando, nel momento stesso in cui si svolgevano i funerali di
Stato delle vittime, ha inondato di messaggi i siti dei giornali invitandoli a
dare risonanza alla notizia delle ovazioni al suo boss, l’on. Di Maio. L’animo
del signor Casalino vibra di commozione per il tributo riservato al suo capo
più di quanto non riesca a fare per l’atmosfera di dolore che si respirava
durante le esequie. Per la sua parte la concessionaria Autostrade non è stata
da meno fottendosi del dolore dei familiari delle vittime e preoccupandosi, a caldo
e con i cadaveri ancora fumanti, di rivendicare il suo diritto a non essere
intaccato nei suoi interessi. Sull’antica maggioranza è meglio stendere un velo
pietoso. Essa è ritenuta (a torto o a ragione, si vedrà) la compagine che ha concesso un autentico
monopolio ad un privato e che ha avuto nei confronti di esso un atteggiamento
compiacente tanto da autorizzare sospetti inquietanti, ed è percepita come corresponsabile
del disastro. Ha balbettato accusando i legastellati di sciacallaggio e
imbastendo un maldestro tentativo di difesa del proprio operato che è sembrato
una difesa d’ufficio della concessionaria. Un vero e proprio autogol! Tra veleni e voglie di rivalsa la politica,
come si vede, non ha saputo superare i
suoi conflitti, non ha saputo affrontare facendo fronte comune una tragedia che
riguarda tutti, rimboccandosi le maniche
per ricostruire quello che è stato distrutto e rinviando a tempo debito la resa
dei conti. 43 persone sono morte, una città è in ginocchio e attende risposte
dalla politica che non siano il solito déjà vu. E attende anche giustizia. Se dagli
atti delle indagini dovessero emergere incuria, mancanza di prevenzione e di
controlli, se dovesse risultare che la tragedia di Genova è frutto della
collusione tra una finanza vorace e una politica infedele, che ai vertici della politica e della imprenditoria siede
una corruttela che in questa vicenda si è fatta prendere la mano dall’improvvisazione
e dall’ingordigia e ha sacrificato sull’altare del profitto 43 vite come usa
nelle più spietate mattanze di mafia, si abbia il coraggio di mirare in alto e
di punire con esemplare severità.
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martedì 21 agosto 2018
martedì 7 agosto 2018
La pena di morte
La pena di morte
Ci tocca tornare a parlare dei reietti
dopo che il Papa ha deciso di riscrivere il catechismo affermando che
“la pena di morte è inammissibile perché attenta
all’inviolabilità e dignità della persona”. Il Vangelo, secondo
la lettura intransigente del Papa che, per inciso, contraddice
posizioni di diverso avviso di alcuni Padri della Chiesa, non
consente all’uomo di violare la vita concedendogli solo la libertà
di viverla, seppure con sofferenza, in obbedienza al volere divino.
Che dire? Riesce difficile condividere una logica che non lascia
spazio al libero arbitrio dell’uomo e non gli permette di
ribellarsi al destino persino quando esso condanna al dolore. E
tuttavia anche per chi si schiera dalla parte del Papa si impongono
alcune riserve. Cosa significa infatti parlare di dignità della
persona come fa il Papa limitandosi ad ammonire che la pena di morte
attenta ad essa ma ignorando che la dignità reclama ragioni alle
quali è la vita stessa ad attentare più che la morte? Che dignità
è quella vissuta da chi vive in stato di costrizione senza
prospettiva che questa condizione cessi se non con la morte? E’ la
condizione degli ergastolani, dannati che muoiono ogni giorno vivendo
una vita apparente, che trascinano le loro giornate scandite dal
suono dei loro passi sempre uguali e sempre più stanchi, uomini
murati vivi che cercano di dare un senso ad una esistenza senza più
ragioni, diventati, dopo decenni di carcere duro, estranei a se
stessi, avanzi dolenti dell’antico contesto, ossessionati dal
pensiero onirico latente di quell’infido appuntamento estremo che è
il suicidio, vittime di quella che Girard chiama “vendetta
inutile”, frutto di una società in cui “il malvagio e il debole
non possono cadere più in basso della peggiore bassezza che c’è
anche in tutti noi…..perché, come una foglia non impallidisce
senza la muta complicità di tutta la pianta, così il malvagio non
potrà nuocere senza il tacito consenso di tutti noi” (Kahlil
Gibran). Invocano la morte come una liberazione mentre guardano
all’orizzonte infinito del fine pena mai. E’ un contesto nel
quale la persona è privata della propria dignità dalla vita
piuttosto che dalla morte. In queste condizioni la vita non merita di
essere vissuta e la Chiesa non può restare sorda alla pietà
limitandosi a proclamare il mantra della sacralità della vita anche
quando essa è una parvenza di vita. Per gli ergastolani la morte è
una grazia anche quando è comminata dallo Stato o è decisa dalla
volontà di ciascuno alla resa, e la Chiesa deve avvertire
l’imperativo misericordioso di lasciare morire in pace chi è già
morto dentro.
mercoledì 25 luglio 2018
La tortura
Scontare la vita morendo come sosteneva Anassimandro? Pagare
con la morte e prima ancora con la sofferenza la colpa di esistere? La vita con
la sua crudeltà sembra dar ragione ad Anassimandro e l’uomo appare vittima di
un ingiusto destino. Da sempre ci si interroga sul perché del male senza
riuscire a trovare una risposta soddisfacente, tutti però conveniamo sull’obbligo
morale dell’uomo di porre, per quanto gli è possibile, un argine ad esso. In un
recente commento all’opera di Nietzsche, Claudio Magris, a proposito del male,
scrive: “La tragedia infame dei deboli, degli oppressi, degli sfruttati, dei
malati, dei torturati, dei massacrati è il cancro del mondo, contro cui è
necessario e così difficile combattere”. Combattere Il male dunque è un
imperativo categorico e anche quando la violenza si impone come accade allorché
lo Stato priva della libertà il cittadino che si macchia di un reato, essa non
può andare oltre i confini previsti dalla legge e trasformarsi in violenza
gratuita o addirittura sconfinare nella tortura. Purtroppo spesso questi
confini non vengono rispettati. Quando pensiamo a Gabriele Cagliari il quale,
dopo quattro mesi di “canile” (è la definizione da lui data alla detenzione
nell’ultima lettera ai suoi familiari) nel carcere di San Vittore prima che
fosse accertata definitivamente la sua colpevolezza, devastato dal dolore e
dalla vergogna, ha posto fine alla sua vita, quando pensiamo ad Enzo Tortora il
quale, accusato di essere un trafficante di droga e un venditore di morte, è
stato lasciato marcire in carcere per mesi da magistrati che si sono rivelati
inadeguati al ruolo, prima di essere riconosciuto innocente, e di lì a poco è
morto di crepacuore, quando pensiamo al suicidio di Raul Gardini rimasto
stritolato nel terribile gioco al massacro di una stagione carica di veleni in
cui il tintinnio delle manette era il refrain ricorrente, quando pensiamo ai 7
innocenti condannati all’ergastolo per l’eccidio Borsellino grazie al
depistaggio di funzionari dello Stato e riconosciuti innocenti solo dopo 15 anni
di detenzione non dovuta, quando pensiamo ai tanti indagati che finiscono sulla
graticola dell’inquisitore e, ancor prima di essere condannati da un tribunale
della Repubblica, sono condannati alla gogna ad opera della folla tumultuante che
li lincia in piazza, e alcuni di essi decidono che non valga più la pena di
continuare a vivere, quando pensiamo ai detenuti in regime di 41 bis i quali la loro vita la perdono un pezzo al giorno
trascinandosi in un incubo che annulla qualsiasi parvenza di umanità (Jean Paul
Costa presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato:
“Ancora per l’Italia la Corte ha sollevato dubbi sul frequente ricorso alla
detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l’associazione
mafiosa, con pesanti rischi per la salute psichica del carcerato”), quando pensiamo
ad alcuni poteri dello Stato, dalle cui decisioni dipende la vita e la
reputazione di ciascuno di noi, che trasformano la loro indipendenza in
arroganza e impunità e non si curano della giustizia ma della loro volontà di
potenza, non possiamo non dirci allarmati e non è esagerato parlare di tortura.
E quando l’on. Meloni strepita proponendo l’abolizione del reato di tortura, perché,
a suo dire, una tale codifica equivale a privare le forze dell’ordine di uno
strumento essenziale per svolgere efficacemente il loro lavoro, non possiamo
non preoccuparci per questo approccio che pretende di autorizzare la tortura
quale strumento di legge. Il caso Cucchi che ci racconta di un ragazzo
massacrato dalle forze dell’ordine per “svolgere il loro lavoro”, è lì a
ricordarci che la giusta severità comandata dalla legge non può essere un alibi
per infliggere la tortura. Ad alimentare ancora di più questa logica giacobina
ci hanno pensato alcuni nostri intellettuali, omertosi quando devono spartirsi
l’argenteria di famiglia, garruli quando devono contrabbandare la loro fedeltà
a valori su cui costruire rendite di posizione. Questi campioni della doppia
morale dall’alto dei loro privilegi pontificano di giustizia sociale stando
però attenti a non mischiarsi con la plebe perché, per dirla con Ricossa,
“amano il popolo come astrazione ma lo detestano come insieme di persone vive e
cioè rumorose, volgari, sudate,invadenti”, lucrano le loro guarentigie fottendo
i disperati di cui si fanno paladini a parole e naturalmente invocano la forca
ad ogni piè sospinto.
mercoledì 4 luglio 2018
I reietti
In Italia esiste una specie sconosciuta ai più, quella dei
reietti, gli ultimi della società bollati dalle loro colpe o dal pregiudizio e
relegati ai margini del consorzio civile. Di essi si occupano con particolare
impegno i benemeriti ideologi dell’intolleranza che da sempre conducono contro la
specie una vera e propria crociata lasciando sul terreno le vittime prescelte
dal loro dogmatismo etico. Privato di buona parte dei diritti fondamentali, ridotto
a paria della società, il reietto è una preda facile da addentare senza che alcuno
corra in sua difesa. Il ghiro coda di topo, la farfalla monarca, il lemure del
Madagascar possono contare sulla discesa in campo dei buoni contro il pericolo
della loro estinzione, i reietti no, essi
sono marchiati a fuoco senza possibilità di riscatto, sono carne marcia su
cui si avventano i giacobini con la bava
alla bocca che, seduti sul pulpito della loro superiorità morale, negano
qualsiasi chance a chi tenta di risalire la china di una deriva che l’ha visto
soccombente. Privi di dubbi i saccenti promotori dei comitati di salute
pubblica conducono la loro campagna di odio che non concede remissione alle
colpe, e costruiscono attorno agli indegni un cordone sanitario che eviti la contaminazione
del tessuto sano. E’ l’etica che insegue il successo e cavalca l’intransigenza
funzionale all’edificazione delle carriere dei sepolcri imbiancati impegnati ad
apparire, la stessa etica che tiene i vili alla larga dal rischio della
contaminazione. Vengono così eretti muri di indifferenza quando non di ostilità
che guardano con sospetto all’autenticità di un cammino di redenzione e ne
vanificano gli sforzi. I campioni dell’intransigenza e della superiorità morale
che, guarda caso, si identificano con larghi settori dell’establishment
culturale, fanno dell’intolleranza il loro credo e del cinismo lo strumento del
loro successo. A dispetto di essi può però
accadere che anche per i reietti la vita abbia in serbo una qualche forma di
risarcimento, è accaduto a me. Oggetto degli appetiti della stampa quando c’era
da banchettare con la mia vicenda giudiziaria, snobbato quando c’era da dare
testimonianza dei miei timidi tentativi di rinascita, respinto dal raccapriccio
della cosiddetta società civile, sono stato raggiunto dalla carezza di una straordinaria
signora impegnata non a declamare la vuota retorica di un moralismo livido che lascia
alle proprie spalle solo macerie, ma a costruire luoghi di speranza inseguendo
la propria vocazione, mettendo in campo la propria storia di donna baciata dal
successo per aiutare gli ultimi d’Africa, reietti anche loro, cui dona tutto
quello che può di sé, “una piccola goccia che contribuisce a fare l’oceano”,
come è solita affermare. Lei non è si fermata sulla soglia della mia indegnità
ma è andata oltre, si è fatta largo tra le pieghe di un animo in cui è
rischioso addentrarsi, come scrisse di me un noto editorialista, e tuttavia ha
deciso di fidarsi, ha deciso che non meritavo la gogna riservatami dalle tricoteuses
urlanti ai piedi del patibolo, ha creduto che meritassi la sua preziosa
amicizia e me ne ha fatto dono prendendomi per mano e accompagnandomi fuori dalle
mura del lager dove sono rimasto segregato per anni.
giovedì 21 giugno 2018
Salvini
Viene voglia di tifare per Salvini, e infatti buona parte
degli italiani lo fa mentre le solite prefiche, in preda ai consueti isterismi,
non sanno fare di meglio che gridare al lupo tacciando il nostro ministro
dell’Interno di fascismo per i suoi atteggiamenti muscolari e i suoi scivoloni
lessicali che sono un insulto all’intelligenza e sintomo di incultura ma che
tutto sommato attentano solo al buon gusto, sempre che alle parole non seguano
i fatti. Nessuno di loro che si interroghi sul perché, nonostante tutto, tanta
gente abbia decretato il successo del capo leghista. Egli ha i toni del bullo
di periferia, frequentazioni internazionali poco raccomandabili, alleanze
contraddittorie con gente ( Orbàn ) che ha a cuore interessi contrari ai nostri,
ha detto peste e corna dei meridionali salvo scendere successivamente in mezzo
a loro agitando la bandiera delle loro rivendicazioni con una disinvoltura da
funambolo della coerenza, millanta progetti che sa di non potere realizzare, ha
un eloquio poco istituzionale ( è finita la pacchia ), azzarda sfide che ci fanno
rischiare l’emarginazione, eppure imperversa col vento in poppa e con la prospettiva di fare il pieno al prossimo
turno elettorale. Se invece di ricorrere a facili demonizzazioni facessimo un’analisi onesta, capiremmo che
Salvini è il frutto di errori che sono
stati fatti e continuano ad essere fatti da tutti e ai quali bisogna sforzarsi
di porre rimedio. Una delle ragioni che spiegano il suo successo è il pugno
duro contro l’approdo nelle nostre coste dei migranti, e certo non ha aiutato a
ridimensionare la sua intransigenza (
anzi, il contrario ) l’uscita infelice dei francesi che con una faccia tosta
degna di miglior causa pretendono di dare lezioni di umanità sul fronte
dell’accoglienza a noi italiani che siamo tra i primi al mondo nell’universo
del volontariato e della solidarietà, e al contempo chiudono le porte di casa
loro respingendo i migranti a Ventimiglia e blindando i loro porti. Ahinoi, la Francia
non perde il vizio di salire in cattedra e impartire lezioni con la solita
prosopopea e il solito complesso di superiorità inconcludente e velleitario. La
miopia e l’inadeguatezza dell’Europa hanno fatto il resto e Salvini ha avuto buon gioco a farsi passare per paladino del
suo popolo con la narrazione dell’attacco portato ai nostri interessi dalle élites europee e del peggioramento
delle già precarie condizioni dei nostri concittadini più poveri a causa della
concorrenza dei disperati d’Africa, contro cui può impunemente impugnare la
bandiera dell’euroscetticismo e della xenofobia. Si può dire senza tema di smentita che il progenitore di Salvini è
l’Europa. Se alla Francia è stata data
la possibilità di fare sfracelli in Libia con il conseguente verminaio della
guerra di tutti contro tutti che ha fatto saltare il tappo all’ondata
migratoria incontrollata (in nome di una crociata umanitaria che nascondeva la solita
smania di grandeur), se alla Germania e ai Paesi del Nord Europa è stato
consentito di praticare una cieca politica di rigore che ha avuto come primo
obiettivo il consolidamento delle loro economie forti senza alcuna
considerazione per il welfare dei Pesi più poveri, se è stato consentito loro di
gestire la crisi finanziaria greca con una intransigenza pelosa che ha salvato
alcune banche tedesche buone a lucrare grossi guadagni sulla pelle della Grecia
in tempi di vacche grasse ma non a pagare le conseguenze del rischio assunto
allorché i loro investimenti sono diventati carta straccia, e di fare invece la
faccia feroce contro lo Stato italiano quando questo è corso in aiuto delle
nostre banche in crisi, se al contrario l’Italia, con la zavorra del suo debito
pubblico e con la sua insipienza, si è autorelegata al ruolo di comparsa senza
alcun peso nelle decisioni che contano ed è costretta a presentarsi col
cappello in mano tutte le volte che chiede un minimo di flessibilità, mentre invece
altri Paesi ne hanno abusato senza che ciò abbia destato scandalo, se ai Paesi
dell’est europeo è stato consentito di attingere a piene mani dalle risorse
europee ma non è stato imposto di rispettare gli obblighi ai quali sono
vincolati, se l’Italia e la Grecia sono state abbandonate al loro destino di
Paesi da ultima spiaggia dove navi battenti bandiere di altri Paesi, sulla autentica
vocazione solidale di alcune delle quali è lecito nutrire dubbi, riversano il
loro carico di umanità anziché fare
rotta verso i Paesi di appartenenza e invece ai Paesi del resto d’ Europa è stato consentito di chiudere
i loro porti e di gridare, con una
logica che lascia di stucco, alla irresponsabilità e al cinismo quando a
chiudere i porti sono stati gli italiani, se la Germania ha ottenuto che
venisse elargita alla Turchia una regalia di 3 miliardi di euro l’anno, attinti
dalle casse dell’Europa, in cambio del blocco della rotta balcanica e il
conseguente maggior flusso migratorio sulla rotta del Mediterraneo, se non si
riesce a modificare il trattato di Dublino che impone di tenere i migranti nel
Paese in cui arrivano e in più si profila all’orizzonte la minaccia del signor Seehofer, ministro
dell’Interno tedesco, di rinviare i migranti accolti in Germania ma privi dei
requisiti necessari, verso i Paesi dove sono stati registrati (vedi Italia e
Grecia), se insomma in Europa allignano furbizie, egoismi e ipocrisie, vige il
tornaconto dei Paesi più forti che
riescono a fare sistema, se lo sguardo non va oltre la siepe degli interessi
particolari e ignora le rivendicazioni e le giuste ragioni dei Paesi meno forti,
non ci si può scandalizzare se a tutto ciò si oppone la rodomontesca
aggressività di Salvini. L’Europa nasce come patria di tutti con un progetto
solidale e una carica ideale che poggia su valori comuni e ha forgiato lungo gli anni identità che si
sono sempre più integrate creando le fondamenta di quella che può diventare una
unica futura nazione. Una nazione si assume il carico del buono e del meno
buono che trova sulla sua strada. Se la Germania occidentale avesse fatto solo
calcoli di convenienza economica avrebbe dovuto rinunciare all’unificazione. Se
l’Europa ha come obiettivo solo l’etica del rigore e non la solidarietà, se non
sa volare alto ispirandosi agli ideali superiori che l’hanno fatta nascere, se
non sa condurre la battaglia in difesa dei più deboli (senza sconti, sia
chiaro, sul rispetto delle regole di cui anche i deboli si debbono far carico e
sullo sforzo che essi devono produrre in direzione di una più virtuosa gestione
della propria economia) facendone la battaglia di tutti perché comune è il destino
di essa e le criticità rischiano di trasformarsi in un boomerang per l’intero
sistema, se non sa dotarsi di una politica estera unisona che non obbedisca a
interessi particolari e ci faccia combattere a ranghi serrati le sfide globali
che ci attendono, tra cui l’emergenza emigranti da affrontare con un approccio
coeso, corresponsabile e intelligente, nella consapevolezza che essa è
l’avvisaglia di un esodo epocale e inarrestabile, essa ha fallito e il futuro è
dei Salvini e delle piccole patrie destinate ad essere fagocitate dai molossi
universali.
lunedì 4 giugno 2018
I dioscuri
Con l’irruzione sulla scena di Di Maio e Salvini i giacobini italiani possono
contare su due alfieri irriducibili delle
loro frustrazioni e delle loro fobie.
Col suo portamento da abatino, con la sua grisaglia
d’ordinanza, con il suo pedigree incolore, con il suo lessico infarcito di
strafalcioni, lo scugnizzo di Pomigliano li rappresenta a pieno titolo e li
guida all’assalto del potere a dispetto dei saperi e delle competenze. Teorico
della democrazia diretta di rousseauiana memoria (ma ha letto Rousseau?),
affida agli algoritmi della Casaleggio Associati il compito di reclutare in
rete i disinvolti sostenitori delle più strampalate semplificazioni, una
minoranza che rappresenta solo se stessa, di assecondarne le pulsioni
velleitarie e, spacciandoli per espressione della volontà popolare, proiettarli
ai vertici delle istituzioni. Sostituisce, senza avvertire il senso del
ridicolo, Tocqueville con Grillo e pretende di mandare in soffitta le regole
della vita democratica, teorizzando una dittatura della maggioranza autoreferenziale
che non risponde ai vincoli previsti dalla Costituzione. Bipolare e corrivo,
transita da un opposto all’altro prestando orecchio agli altalenanti umori
della piazza e cambiando parere a seconda delle convenienze. Il suo capolavoro
è stato la contradanza degli atteggiamenti contraddittori nei confronti del
Capo dello Stato. E’ passato dalle lodi più sperticate(“ Piena fiducia in un
grande uomo come Mattarella su qualsiasi decisione”, “Nessuna pressione su
Mattarella”, Mattarella pienamente rispettoso della Costituzione”) quando
ancora questi non aveva bocciato il nome di Savona, alle accuse più infamanti (
“Complice dell’establishment”, “Traditore della Costituzione da mettere in
stato d’accusa” ) e addirittura alla richiesta di impeachment, per servirci alla fine
l’ennesima capriola, la versione dell’agnellino pronto a collaborare. Con la
Lega non è stato da meno passando dalla demonizzazione all’alleanza con essa.
Salvini dal canto suo non ha niente della sprovvedutezza del
suo gemello ma proprio per questo è più pericoloso. Egli dispone di un cinismo
e di un fiuto che lo hanno fatto muovere con abilità nella intricata trattativa per la
formazione del governo. Aveva un piano e lo ha centrato in pieno piazzandosi al
centro della scena e proponendosi come elemento insostituibile. Ha dimostrato
di possedere una sua intelligenza strategica ma non l’etica della
responsabilità e ha messo il suo background al servizio dell’ interesse di
parte piuttosto che dell’interesse nazionale. Ingrugnito e pieno di sé, cavalca
i peggiori istinti della piazza con linguaggio tribunizio e incendiario, mostrando
di non possedere quella dote che fa la grandezza di un leader, la capacità di
rinunziare al proprio ego per amore della Patria, unita al senso della missione
visionaria che ha al suo centro l’interesse superiore. Anche lui non si è
risparmiato nella gara agli insulti con i 5 Stelle prima di sposarseli con
tanto di contratto.
Questi due campioni così diversi e così uguali, accomunati
da un peronismo d’antan, ci hanno fatto penzolare per due giorni sull’orlo del
precipizio fino a quando sono stati spaventati dalla nemesi dei mercati e, di
fronte allo scenario catastrofico che rischiava di mandare in malora il Paese, non
per amor di Patria ma per calcolo, sono venuti a più miti consigli. Il governo
è fatto ma affrontiamo trepidamente il viaggio in mare aperto consapevoli che i
soci di maggioranza di esso sono questi signori e che la loro inaffidabilità non è il miglior
viatico per una navigazione tranquilla.
lunedì 28 maggio 2018
L'occasione mancata
I 5 Stelle e il Carroccio sono arrivati a un passo dal
governare ma non sono riusciti a varcare la soglia di Palazzo Chigi a causa di
un nome, quello di Paolo Savona. Attorno a questo nome, proposto da Giuseppe
Conte, Presidente del Consiglio incaricato, per la poltrona di ministro
dell’economia, e bocciato dal Presidente Mattarella, si è consumata la frattura
fra quest’ultimo e Di Maio e Salvini che hanno fatto della candidatura di
Savona un punto irrinunciabile per il
varo del governo. Come è possibile che per un nome si sia arrivati a tanto? La
verità è che dietro lo scontro sul nome si nasconde uno scontro su una diversa
visione politica. Il programma dei nuovi aspiranti a governare prevede un
programma economico che desta perplessità sul piano della disciplina di
bilancio con progetti realizzabili attingendo a risorse pubbliche e facendo
crescere il debito pubblico. Chi contesta questo programma sostiene che con la
sua realizzazione si determina una eterogenesi dei fini, poiché la crescita del
debito pubblico produce il risultato di fiaccare la nostra economia a scapito
proprio dei più deboli che con quei progetti si vogliono tutelare. E teorizza
che, se si vogliono veramente realizzare progetti solidali, non si può che puntare su una maggiore crescita ottenibile
riducendo, non aumentando il debito pubblico, e liberando le risorse necessarie
a promuovere le attività produttive e garantire un pur modesto ammortizzatore
sociale. Lo scenario dipinto da chi muove queste critiche lascia intravedere
addirittura il pericolo che una politica di spesa non sostenuta dalla crescita
possa condurre alla bancarotta. Questi timori, seppure non così apocalittici,
sono condivisibili ma onestà vuole che siano condivisibili anche le riserve di
Salvini e Di Maio nei confronti di una Europa la cui intransigente politica di
austerity definita da Francesco Forte “arroganza del razionalismo
tecnocratico”, gestisce il sogno europeo piegandolo agli interessi dei più
forti e tradendo la vocazione solidaristica che l’ha fatto nascere. In questa
direzione l’Italia deve far sentire la sua voce ma per farlo deve avere le
carte in regola. Certamente i nostri
conti in disordine e il programma di Salvini e Di Maio non sono un buon
viatico. Detto questo rimane il fatto che con tutte le loro contraddizioni i 5
Stelle e il Carroccio erano legittimati a governare. A questa legittimazione fa
da contraltare la legittimazione del Capo dello Stato al quale è assegnata
dalla Costituzione la prerogativa di nominare i ministri che gli vengono proposti
e quindi anche di bocciare quelli che non condivide. Nel caso del professor
Savona, il Capo dello Stato ha ritenuto che le posizioni euroscettiche di
quest’ultimo ( e, sospetta chi scrive, i programmi di Salvini e Di Maio )
potessero spaventare gli investitori e farli fuggire dagli investimenti in
Italia facendo mancare risorse indispensabili a tenere in piedi la macchina
dello Stato. Lo ha detto chiaramente, temeva un aumento del debito pubblico, un
aumento degli interessi per i mutui, un pericolo per i risparmi degli italiani.
E temeva anche l’uscita dell’Italia dall’euro con le conseguenze che è
pleonastico elencare. Alcune avvisaglie si erano cominciate a palesare con lo
spread in salita e i mercati in picchiata. L’allarme del Presidente dunque si
può capire e la sua decisione appare legittima sul piano istituzionale perché
fa riferimento ad una prerogativa prevista dalla costituzione e si preoccupa
degli interessi del Paese, ma desta perplessità sul piano della opportunità in
chi vede nella sua decisione una invasione di campo. Due posizioni, come si
vede, altrettanto legittime anche se attestate su visioni diverse, che
avrebbero dovuto essere conciliate con senso di responsabilità, e che invece
sono state avvelenate da accuse reciproche. I 5 Stelle e il Carroccio accusano
Mattarella di obbedire ai diktat di alcune cancellerie europee e di avere
indebitamente impedito un legittimo percorso democratico intervenendo a gamba
tesa su una decisione politica di chi ha vinto le elezioni, il Presidente
sostiene di avere esercitato una sua correttissima prerogativa e di avere messo
sull’avviso per tempo sulla sua decisione contraria al nome di Savona, senza
ricevere obiezioni, offrendo la sua disponibilità a prendere in considerazione
un altro nominativo e dimostrando così di non avere voluto ostacolare la
formazione del governo. Nell’entourage
del Presidente della Repubblica si guarda con stupore e amarezza al mistero
della strana intransigenza di Salvini sul nome di Savona che da molti viene
letta come uno stratagemma per fare saltare il banco e andare a elezioni
anticipate. Da una parte dunque l’accusa che il Capo dello Stato non abbia
fatto gli interessi dell’Italia, dall’altra il sospetto che si sia cercato il
casus belli per meschini calcoli elettoralistici, ma, diciamolo chiaramente,
quello che sgomenta è l’arroganza e la mancanza di rispetto che viene riservata
alla più alta carica dello Stato e
l’assenza del senso di responsabilità, nel momento forse più delicato della
nostra storia repubblicana, da parte di chi si riempie la bocca con proclami
sull’interesse della collettività. Come si vede un bel quadro in cui la sola a
fare le spese è l’Italia precipitata in una crisi politica e, con la richiesta
di impeachment, in una crisi istituzionale. Non c’è che dire, siamo in buone
mani
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