Visualizzazioni totali

martedì 21 agosto 2018

Genova


A Genova si è consumata una tragedia e, come se non bastasse, i corvi si sono avventati sul dolore dei genovesi per farne mercimonio. Una vicenda che non doveva accadere, che doveva essere gestita con la sobrietà che le circostanze imponevano, ha dato la stura alla consueta litigiosità italiana. Siamo un popolo dalle due facce, capace di gesti di eroismo e di solidarietà uniche al mondo, che nella circostanza ha saputo stringersi con amore attorno a Genova, ma che nella stessa circostanza si è reso protagonista di condotte imbarazzanti ad opera dei soliti disinvolti uomini politici. La sobrietà, il dolore  e la volontà sincera di porre mano ai rimedi che il disastro imponeva, una emergenza che esigeva di far quadrato e di trovare una unità di intenti, hanno lasciato il posto a una girandola di accuse e giudizi sommari di iconoclasti invasati. E’ stato il festival delle cadute di stile. Ha cominciato la nuova maggioranza alla quale non è parso vero di fare della tragedia un’occasione ghiotta per sferrare un attacco agli avversari aizzando la piazza e fomentando voglie di vendetta pur di lucrare un minimo di consenso, ma dimenticandosi di quando definiva una “favoletta” il pericolo di crollo del ponte e giudicava inutile un’opera come la Gronda. Per di più si è avventurata con la solita approssimazione in propositi che non hanno nulla da spartire col buon senso e il rigore che una materia così delicata imporrebbe. Fa un certo effetto sentire affermare dal Presidente del Consiglio che bisogna sbarazzarsi immediatamente della concessionaria Autostrade senza attendere “le lungaggini della giustizia”. Come fa un certo effetto sentire il ministro Toninelli preannunciare che si costituirà parte civile contro la suddetta concessionaria, ignorando che proprio il suo dicastero, in quanto responsabile dei controlli sulla manutenzione del ponte, potrebbe essere chiamato anche esso in causa. In questo caso che cosa fa il signor Ministro, si costituisce parte civile contro se stesso? Evidentemente i suoi burocrati non hanno fatto in tempo ad avvertirlo. Procedendo nella carrellata delle minzioni fuori dall’orinale, segnaliamo l’attivismo del signor Casalino, improbabile portavoce dei penta stellati, il quale non ha avvertito alcun senso di vergogna quando, nel momento stesso in cui si svolgevano i funerali di Stato delle vittime, ha inondato di messaggi i siti dei giornali invitandoli a dare risonanza alla notizia delle ovazioni al suo boss, l’on. Di Maio. L’animo del signor Casalino vibra di commozione per il tributo riservato al suo capo più di quanto non riesca a fare per l’atmosfera di dolore che si respirava durante le esequie. Per la sua parte la concessionaria Autostrade non è stata da meno fottendosi del dolore dei familiari delle vittime e preoccupandosi, a caldo e con i cadaveri ancora fumanti, di rivendicare il suo diritto a non essere intaccato nei suoi interessi. Sull’antica maggioranza è meglio stendere un velo pietoso. Essa è ritenuta (a torto o a ragione, si vedrà)  la compagine che ha concesso un autentico monopolio ad un privato e che ha avuto nei confronti di esso un atteggiamento compiacente tanto da autorizzare sospetti inquietanti, ed è percepita come corresponsabile del disastro. Ha balbettato accusando i legastellati di sciacallaggio e imbastendo un maldestro tentativo di difesa del proprio operato che è sembrato una difesa d’ufficio della concessionaria. Un vero e proprio autogol!  Tra veleni e voglie di rivalsa la politica, come si vede,  non ha saputo superare i suoi conflitti, non ha saputo affrontare facendo fronte comune una tragedia che riguarda tutti, rimboccandosi  le maniche per ricostruire quello che è stato distrutto e rinviando a tempo debito la resa dei conti. 43 persone sono morte, una città è in ginocchio e attende risposte dalla politica che non siano il solito déjà vu. E attende anche giustizia. Se dagli atti delle indagini dovessero emergere incuria, mancanza di prevenzione e di controlli, se dovesse risultare che la tragedia di Genova è frutto della collusione tra una finanza vorace e una politica infedele, che ai vertici  della politica e della imprenditoria siede una corruttela che in questa vicenda si è fatta prendere la mano dall’improvvisazione e dall’ingordigia e ha sacrificato sull’altare del profitto 43 vite come usa nelle più spietate mattanze di mafia, si abbia il coraggio di mirare in alto e di punire con esemplare severità.

martedì 7 agosto 2018

La pena di morte


La pena di morte
Ci tocca tornare a parlare dei reietti dopo che il Papa ha deciso di riscrivere il catechismo affermando che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”. Il Vangelo, secondo la lettura intransigente del Papa che, per inciso, contraddice posizioni di diverso avviso di alcuni Padri della Chiesa, non consente all’uomo di violare la vita concedendogli solo la libertà di viverla, seppure con sofferenza, in obbedienza al volere divino. Che dire? Riesce difficile condividere una logica che non lascia spazio al libero arbitrio dell’uomo e non gli permette di ribellarsi al destino persino quando esso condanna al dolore. E tuttavia anche per chi si schiera dalla parte del Papa si impongono alcune riserve. Cosa significa infatti parlare di dignità della persona come fa il Papa limitandosi ad ammonire che la pena di morte attenta ad essa ma ignorando che la dignità reclama ragioni alle quali è la vita stessa ad attentare più che la morte? Che dignità è quella vissuta da chi vive in stato di costrizione senza prospettiva che questa condizione cessi se non con la morte? E’ la condizione degli ergastolani, dannati che muoiono ogni giorno vivendo una vita apparente, che trascinano le loro giornate scandite dal suono dei loro passi sempre uguali e sempre più stanchi, uomini murati vivi che cercano di dare un senso ad una esistenza senza più ragioni, diventati, dopo decenni di carcere duro, estranei a se stessi, avanzi dolenti dell’antico contesto, ossessionati dal pensiero onirico latente di quell’infido appuntamento estremo che è il suicidio, vittime di quella che Girard chiama “vendetta inutile”, frutto di una società in cui “il malvagio e il debole non possono cadere più in basso della peggiore bassezza che c’è anche in tutti noi…..perché, come una foglia non impallidisce senza la muta complicità di tutta la pianta, così il malvagio non potrà nuocere senza il tacito consenso di tutti noi” (Kahlil Gibran). Invocano la morte come una liberazione mentre guardano all’orizzonte infinito del fine pena mai. E’ un contesto nel quale la persona è privata della propria dignità dalla vita piuttosto che dalla morte. In queste condizioni la vita non merita di essere vissuta e la Chiesa non può restare sorda alla pietà limitandosi a proclamare il mantra della sacralità della vita anche quando essa è una parvenza di vita. Per gli ergastolani la morte è una grazia anche quando è comminata dallo Stato o è decisa dalla volontà di ciascuno alla resa, e la Chiesa deve avvertire l’imperativo misericordioso di lasciare morire in pace chi è già morto dentro.


mercoledì 25 luglio 2018

La tortura


Scontare la vita morendo come sosteneva Anassimandro? Pagare con la morte e prima ancora con la sofferenza la colpa di esistere? La vita con la sua crudeltà sembra dar ragione ad Anassimandro e l’uomo appare vittima di un ingiusto destino. Da sempre ci si interroga sul perché del male senza riuscire a trovare una risposta soddisfacente, tutti però conveniamo sull’obbligo morale dell’uomo di porre, per quanto gli è possibile, un argine ad esso. In un recente commento all’opera di Nietzsche, Claudio Magris, a proposito del male, scrive: “La tragedia infame dei deboli, degli oppressi, degli sfruttati, dei malati, dei torturati, dei massacrati è il cancro del mondo, contro cui è necessario e così difficile combattere”. Combattere Il male dunque è un imperativo categorico e anche quando la violenza si impone come accade allorché lo Stato priva della libertà il cittadino che si macchia di un reato, essa non può andare oltre i confini previsti dalla legge e trasformarsi in violenza gratuita o addirittura sconfinare nella tortura. Purtroppo spesso questi confini non vengono rispettati. Quando pensiamo a Gabriele Cagliari il quale, dopo quattro mesi di “canile” (è la definizione da lui data alla detenzione nell’ultima lettera ai suoi familiari) nel carcere di San Vittore prima che fosse accertata definitivamente la sua colpevolezza, devastato dal dolore e dalla vergogna, ha posto fine alla sua vita, quando pensiamo ad Enzo Tortora il quale, accusato di essere un trafficante di droga e un venditore di morte, è stato lasciato marcire in carcere per mesi da magistrati che si sono rivelati inadeguati al ruolo, prima di essere riconosciuto innocente, e di lì a poco è morto di crepacuore, quando pensiamo al suicidio di Raul Gardini rimasto stritolato nel terribile gioco al massacro di una stagione carica di veleni in cui il tintinnio delle manette era il refrain ricorrente, quando pensiamo ai 7 innocenti condannati all’ergastolo per l’eccidio Borsellino grazie al depistaggio di funzionari dello Stato e riconosciuti innocenti solo dopo 15 anni di detenzione non dovuta, quando pensiamo ai tanti indagati che finiscono sulla graticola dell’inquisitore e, ancor prima di essere condannati da un tribunale della Repubblica, sono condannati alla gogna ad opera della folla tumultuante che li lincia in piazza, e alcuni di essi decidono che non valga più la pena di continuare a vivere, quando pensiamo ai detenuti in regime di 41 bis i quali  la loro vita la perdono un pezzo al giorno trascinandosi in un incubo che annulla qualsiasi parvenza di umanità (Jean Paul Costa presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato: “Ancora per l’Italia la Corte ha sollevato dubbi sul frequente ricorso alla detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l’associazione mafiosa, con pesanti rischi per la salute psichica del carcerato”), quando pensiamo ad alcuni poteri dello Stato, dalle cui decisioni dipende la vita e la reputazione di ciascuno di noi, che trasformano la loro indipendenza in arroganza e impunità e non si curano della giustizia ma della loro volontà di potenza, non possiamo non dirci allarmati e non è esagerato parlare di tortura. E quando l’on. Meloni strepita proponendo l’abolizione del reato di tortura, perché, a suo dire, una tale codifica equivale a privare le forze dell’ordine di uno strumento essenziale per svolgere efficacemente il loro lavoro, non possiamo non preoccuparci per questo approccio che pretende di autorizzare la tortura quale strumento di legge. Il caso Cucchi che ci racconta di un ragazzo massacrato dalle forze dell’ordine per “svolgere il loro lavoro”, è lì a ricordarci che la giusta severità comandata dalla legge non può essere un alibi per infliggere la tortura. Ad alimentare ancora di più questa logica giacobina ci hanno pensato alcuni nostri intellettuali, omertosi quando devono spartirsi l’argenteria di famiglia, garruli quando devono contrabbandare la loro fedeltà a valori su cui costruire rendite di posizione. Questi campioni della doppia morale dall’alto dei loro privilegi pontificano di giustizia sociale stando però attenti a non mischiarsi con la plebe perché, per dirla con Ricossa, “amano il popolo come astrazione ma lo detestano come insieme di persone vive e cioè rumorose, volgari, sudate,invadenti”, lucrano le loro guarentigie fottendo i disperati di cui si fanno paladini a parole e naturalmente invocano la forca ad ogni piè sospinto.

mercoledì 4 luglio 2018

I reietti


In Italia esiste una specie sconosciuta ai più, quella dei reietti, gli ultimi della società bollati dalle loro colpe o dal pregiudizio e relegati ai margini del consorzio civile. Di essi si occupano con particolare impegno i benemeriti ideologi dell’intolleranza che da sempre conducono contro la specie una vera e propria crociata lasciando sul terreno le vittime prescelte dal loro dogmatismo etico. Privato di buona parte dei diritti fondamentali, ridotto a paria della società, il reietto è una preda facile da addentare senza che alcuno corra in sua difesa. Il ghiro coda di topo, la farfalla monarca, il lemure del Madagascar possono contare sulla discesa in campo dei buoni contro il pericolo della loro estinzione, i reietti  no, essi sono marchiati a fuoco senza possibilità di riscatto, sono carne marcia su cui  si avventano i giacobini con la bava alla bocca che, seduti sul pulpito della loro superiorità morale, negano qualsiasi chance a chi tenta di risalire la china di una deriva che l’ha visto soccombente. Privi di dubbi i saccenti promotori dei comitati di salute pubblica conducono la loro campagna di odio che non concede remissione alle colpe, e costruiscono attorno agli indegni un cordone sanitario che eviti la contaminazione del tessuto sano. E’ l’etica che insegue il successo e cavalca l’intransigenza funzionale all’edificazione delle carriere dei sepolcri imbiancati impegnati ad apparire, la stessa etica che tiene i vili alla larga dal rischio della contaminazione. Vengono così eretti muri di indifferenza quando non di ostilità che guardano con sospetto all’autenticità di un cammino di redenzione e ne vanificano gli sforzi. I campioni dell’intransigenza e della superiorità morale che, guarda caso, si identificano con larghi settori dell’establishment culturale, fanno dell’intolleranza il loro credo e del cinismo lo strumento del loro successo.  A dispetto di essi può però accadere che anche per i reietti la vita abbia in serbo una qualche forma di risarcimento, è accaduto a me. Oggetto degli appetiti della stampa quando c’era da banchettare con la mia vicenda giudiziaria, snobbato quando c’era da dare testimonianza dei miei timidi tentativi di rinascita, respinto dal raccapriccio della cosiddetta società civile, sono stato raggiunto dalla carezza di una straordinaria signora impegnata non a declamare la vuota retorica di un moralismo livido che lascia alle proprie spalle solo macerie, ma a costruire luoghi di speranza inseguendo la propria vocazione, mettendo in campo la propria storia di donna baciata dal successo per aiutare gli ultimi d’Africa, reietti anche loro, cui dona tutto quello che può di sé, “una piccola goccia che contribuisce a fare l’oceano”, come è solita affermare. Lei non è si fermata sulla soglia della mia indegnità ma è andata oltre, si è fatta largo tra le pieghe di un animo in cui è rischioso addentrarsi, come scrisse di me un noto editorialista, e tuttavia ha deciso di fidarsi, ha deciso che non meritavo la gogna riservatami dalle tricoteuses urlanti ai piedi del patibolo, ha creduto che meritassi la sua preziosa amicizia e me ne ha fatto dono prendendomi per mano e accompagnandomi fuori dalle mura del lager dove sono rimasto segregato per anni.

giovedì 21 giugno 2018

Salvini


Viene voglia di tifare per Salvini, e infatti buona parte degli italiani lo fa mentre le solite prefiche, in preda ai consueti isterismi, non sanno fare di meglio che gridare al lupo tacciando il nostro ministro dell’Interno di fascismo per i suoi atteggiamenti muscolari e i suoi scivoloni lessicali che sono un insulto all’intelligenza e sintomo di incultura ma che tutto sommato attentano solo al buon gusto, sempre che alle parole non seguano i fatti. Nessuno di loro che si interroghi sul perché, nonostante tutto, tanta gente abbia decretato il successo del capo leghista. Egli ha i toni del bullo di periferia, frequentazioni internazionali poco raccomandabili, alleanze contraddittorie con gente ( Orbàn ) che ha a cuore interessi contrari ai nostri, ha detto peste e corna dei meridionali salvo scendere successivamente in mezzo a loro agitando la bandiera delle loro rivendicazioni con una disinvoltura da funambolo della coerenza, millanta progetti che sa di non potere realizzare, ha un eloquio poco istituzionale ( è finita la pacchia ), azzarda sfide che ci fanno rischiare l’emarginazione, eppure imperversa col vento in poppa e con  la prospettiva di fare il pieno al prossimo turno elettorale. Se invece di ricorrere a facili demonizzazioni  facessimo un’analisi onesta, capiremmo che Salvini è il frutto di  errori che sono stati fatti e continuano ad essere fatti da tutti e ai quali bisogna sforzarsi di porre rimedio. Una delle ragioni che spiegano il suo successo è il pugno duro contro l’approdo nelle nostre coste dei migranti, e certo non ha aiutato a ridimensionare la sua intransigenza  ( anzi, il contrario ) l’uscita infelice dei francesi che con una faccia tosta degna di miglior causa pretendono di dare lezioni di umanità sul fronte dell’accoglienza a noi italiani che siamo tra i primi al mondo nell’universo del volontariato e della solidarietà, e al contempo chiudono le porte di casa loro respingendo i migranti a Ventimiglia e blindando i loro porti. Ahinoi, la Francia non perde il vizio di salire in cattedra e impartire lezioni con la solita prosopopea e il solito complesso di superiorità inconcludente e velleitario. La miopia e l’inadeguatezza dell’Europa hanno fatto il resto e Salvini  ha avuto  buon gioco a farsi passare per paladino del suo popolo con la narrazione dell’attacco portato ai nostri interessi dalle élites europee e del peggioramento delle già precarie condizioni dei nostri concittadini più poveri a causa della concorrenza dei disperati d’Africa, contro cui può impunemente impugnare la bandiera dell’euroscetticismo e della xenofobia. Si può dire senza tema di  smentita che il progenitore di Salvini è l’Europa. Se alla Francia  è stata data la possibilità di fare sfracelli in Libia con il conseguente verminaio della guerra di tutti contro tutti che ha fatto saltare il tappo all’ondata migratoria incontrollata (in nome di una crociata umanitaria che nascondeva la solita smania di grandeur), se alla Germania e ai Paesi del Nord Europa è stato consentito di praticare una cieca politica di rigore che ha avuto come primo obiettivo il consolidamento delle loro economie forti senza alcuna considerazione per il welfare dei Pesi più poveri, se è stato consentito loro di gestire la crisi finanziaria greca con una intransigenza pelosa che ha salvato alcune banche tedesche buone a lucrare grossi guadagni sulla pelle della Grecia in tempi di vacche grasse ma non a pagare le conseguenze del rischio assunto allorché i loro investimenti sono diventati carta straccia, e di fare invece la faccia feroce contro lo Stato italiano quando questo è corso in aiuto delle nostre banche in crisi, se al contrario l’Italia, con la zavorra del suo debito pubblico e con la sua insipienza, si è autorelegata al ruolo di comparsa senza alcun peso nelle decisioni che contano ed è costretta a presentarsi col cappello in mano tutte le volte che chiede un minimo di flessibilità, mentre invece altri Paesi ne hanno abusato senza che ciò abbia destato scandalo, se ai Paesi dell’est europeo è stato consentito di attingere a piene mani dalle risorse europee ma non è stato imposto di  rispettare gli obblighi ai quali sono vincolati, se l’Italia e la Grecia sono state abbandonate al loro destino di Paesi da ultima spiaggia dove navi battenti bandiere di altri Paesi, sulla autentica vocazione solidale di alcune delle quali è lecito nutrire dubbi, riversano il loro carico di umanità anziché  fare rotta verso i Paesi di appartenenza e invece ai Paesi del  resto d’ Europa è stato consentito di chiudere i loro porti  e di gridare, con una logica che lascia di stucco, alla irresponsabilità e al cinismo quando a chiudere i porti sono stati gli italiani, se la Germania ha ottenuto che venisse elargita alla Turchia una regalia di 3 miliardi di euro l’anno, attinti dalle casse dell’Europa, in cambio del blocco della rotta balcanica e il conseguente maggior flusso migratorio sulla rotta del Mediterraneo, se non si riesce a modificare il trattato di Dublino che impone di tenere i migranti nel Paese in cui arrivano e in più si profila all’orizzonte  la minaccia del signor Seehofer, ministro dell’Interno tedesco, di rinviare i migranti accolti in Germania ma privi dei requisiti necessari, verso i Paesi dove sono stati registrati (vedi Italia e Grecia), se insomma in Europa allignano furbizie, egoismi e ipocrisie, vige il tornaconto dei Paesi  più forti che riescono a fare sistema, se lo sguardo non va oltre la siepe degli interessi particolari e ignora le rivendicazioni e le giuste ragioni dei Paesi meno forti, non ci si può scandalizzare se a tutto ciò si oppone la rodomontesca aggressività di Salvini. L’Europa nasce come patria di tutti con un progetto solidale e una carica ideale che poggia su valori comuni e  ha forgiato lungo gli anni identità che si sono sempre più integrate creando le fondamenta di quella che può diventare una unica futura nazione. Una nazione si assume il carico del buono e del meno buono che trova sulla sua strada. Se la Germania occidentale avesse fatto solo calcoli di convenienza economica avrebbe dovuto rinunciare all’unificazione. Se l’Europa ha come obiettivo solo l’etica del rigore e non la solidarietà, se non sa volare alto ispirandosi agli ideali superiori che l’hanno fatta nascere, se non sa condurre la battaglia in difesa dei più deboli (senza sconti, sia chiaro, sul rispetto delle regole di cui anche i deboli si debbono far carico e sullo sforzo che essi devono produrre in direzione di una più virtuosa gestione della propria economia) facendone la battaglia di tutti perché comune è il destino di essa e le criticità rischiano di trasformarsi in un boomerang per l’intero sistema, se non sa dotarsi di una politica estera unisona che non obbedisca a interessi particolari e ci faccia combattere a ranghi serrati le sfide globali che ci attendono, tra cui l’emergenza emigranti da affrontare con un approccio coeso, corresponsabile e intelligente, nella consapevolezza che essa è l’avvisaglia di un esodo epocale e inarrestabile, essa ha fallito e il futuro è dei Salvini e delle piccole patrie destinate ad essere fagocitate dai molossi universali.


lunedì 4 giugno 2018

I dioscuri


Con l’irruzione sulla scena di  Di Maio e Salvini i giacobini italiani possono contare su due alfieri irriducibili  delle loro frustrazioni e delle loro fobie.
Col suo portamento da abatino, con la sua grisaglia d’ordinanza, con il suo pedigree incolore, con il suo lessico infarcito di strafalcioni, lo scugnizzo di Pomigliano li rappresenta a pieno titolo e li guida all’assalto del potere a dispetto dei saperi e delle competenze. Teorico della democrazia diretta di rousseauiana memoria (ma ha letto Rousseau?), affida agli algoritmi della Casaleggio Associati il compito di reclutare in rete i disinvolti sostenitori delle più strampalate semplificazioni, una minoranza che rappresenta solo se stessa, di assecondarne le pulsioni velleitarie e, spacciandoli per espressione della volontà popolare, proiettarli ai vertici delle istituzioni. Sostituisce, senza avvertire il senso del ridicolo, Tocqueville con Grillo e pretende di mandare in soffitta le regole della vita democratica, teorizzando una dittatura della maggioranza autoreferenziale che non risponde ai vincoli previsti dalla Costituzione. Bipolare e corrivo, transita da un opposto all’altro prestando orecchio agli altalenanti umori della piazza e cambiando parere a seconda delle convenienze. Il suo capolavoro è stato la contradanza degli atteggiamenti contraddittori nei confronti del Capo dello Stato. E’ passato dalle lodi più sperticate(“ Piena fiducia in un grande uomo come Mattarella su qualsiasi decisione”, “Nessuna pressione su Mattarella”, Mattarella pienamente rispettoso della Costituzione”) quando ancora questi non aveva bocciato il nome di Savona, alle accuse più infamanti ( “Complice dell’establishment”, “Traditore della Costituzione da mettere in stato d’accusa” ) e addirittura alla richiesta  di impeachment, per servirci alla fine l’ennesima capriola, la versione dell’agnellino pronto a collaborare. Con la Lega non è stato da meno passando dalla demonizzazione all’alleanza con essa.
Salvini dal canto suo non ha niente della sprovvedutezza del suo gemello ma proprio per questo è più pericoloso. Egli dispone di un cinismo e di un fiuto che lo hanno fatto muovere  con  abilità nella intricata trattativa per la formazione del governo. Aveva un piano e lo ha centrato in pieno piazzandosi al centro della scena e proponendosi come elemento insostituibile. Ha dimostrato di possedere una sua intelligenza strategica ma non l’etica della responsabilità e ha messo il suo background al servizio dell’ interesse di parte piuttosto che dell’interesse nazionale. Ingrugnito e pieno di sé, cavalca i peggiori istinti della piazza con linguaggio tribunizio e incendiario, mostrando di non possedere quella dote che fa la grandezza di un leader, la capacità di rinunziare al proprio ego per amore della Patria, unita al senso della missione visionaria che ha al suo centro l’interesse superiore. Anche lui non si è risparmiato nella gara agli insulti con i 5 Stelle prima di sposarseli con tanto di contratto.
Questi due campioni così diversi e così uguali, accomunati da un peronismo d’antan, ci hanno fatto penzolare per due giorni sull’orlo del precipizio fino a quando sono stati spaventati dalla nemesi dei mercati e, di fronte allo scenario catastrofico che rischiava di mandare in malora il Paese, non per amor di Patria ma per calcolo, sono venuti a più miti consigli. Il governo è fatto ma affrontiamo trepidamente il viaggio in mare aperto consapevoli che i soci di maggioranza di esso sono questi signori  e che la loro inaffidabilità non è il miglior viatico per una navigazione tranquilla.


lunedì 28 maggio 2018

L'occasione mancata


I 5 Stelle e il Carroccio sono arrivati a un passo dal governare ma non sono riusciti a varcare la soglia di Palazzo Chigi a causa di un nome, quello di Paolo Savona. Attorno a questo nome, proposto da Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio incaricato, per la poltrona di ministro dell’economia, e bocciato dal Presidente Mattarella, si è consumata la frattura fra quest’ultimo e Di Maio e Salvini che hanno fatto della candidatura di Savona  un punto irrinunciabile per il varo del governo. Come è possibile che per un nome si sia arrivati a tanto? La verità è che dietro lo scontro sul nome si nasconde uno scontro su una diversa visione politica. Il programma dei nuovi aspiranti a governare prevede un programma economico che desta perplessità sul piano della disciplina di bilancio con progetti realizzabili attingendo a risorse pubbliche e facendo crescere il debito pubblico. Chi contesta questo programma sostiene che con la sua realizzazione si determina una eterogenesi dei fini, poiché la crescita del debito pubblico produce il risultato di fiaccare la nostra economia a scapito proprio dei più deboli che con quei progetti si vogliono tutelare. E teorizza che, se si vogliono veramente realizzare progetti solidali, non si  può che puntare su una maggiore crescita ottenibile riducendo, non aumentando il debito pubblico, e liberando le risorse necessarie a promuovere le attività produttive e garantire un pur modesto ammortizzatore sociale. Lo scenario dipinto da chi muove queste critiche lascia intravedere addirittura il pericolo che una politica di spesa non sostenuta dalla crescita possa condurre alla bancarotta. Questi timori, seppure non così apocalittici, sono condivisibili ma onestà vuole che siano condivisibili anche le riserve di Salvini e Di Maio nei confronti di una Europa la cui intransigente politica di austerity definita da Francesco Forte “arroganza del razionalismo tecnocratico”, gestisce il sogno europeo piegandolo agli interessi dei più forti e tradendo la vocazione solidaristica che l’ha fatto nascere. In questa direzione l’Italia deve far sentire la sua voce ma per farlo deve avere le carte in regola.  Certamente i nostri conti in disordine e il programma di Salvini e Di Maio non sono un buon viatico. Detto questo rimane il fatto che con tutte le loro contraddizioni i 5 Stelle e il Carroccio erano legittimati a governare. A questa legittimazione fa da contraltare la legittimazione del Capo dello Stato al quale è assegnata dalla Costituzione la prerogativa di nominare i ministri che gli vengono proposti e quindi anche di bocciare quelli che non condivide. Nel caso del professor Savona, il Capo dello Stato ha ritenuto che le posizioni euroscettiche di quest’ultimo ( e, sospetta chi scrive, i programmi di Salvini e Di Maio ) potessero spaventare gli investitori e farli fuggire dagli investimenti in Italia facendo mancare risorse indispensabili a tenere in piedi la macchina dello Stato. Lo ha detto chiaramente, temeva un aumento del debito pubblico, un aumento degli interessi per i mutui, un pericolo per i risparmi degli italiani. E temeva anche l’uscita dell’Italia dall’euro con le conseguenze che è pleonastico elencare. Alcune avvisaglie si erano cominciate a palesare con lo spread in salita e i mercati in picchiata. L’allarme del Presidente dunque si può capire e la sua decisione appare legittima sul piano istituzionale perché fa riferimento ad una prerogativa prevista dalla costituzione e si preoccupa degli interessi del Paese, ma desta perplessità sul piano della opportunità in chi vede nella sua decisione una invasione di campo. Due posizioni, come si vede, altrettanto legittime anche se attestate su visioni diverse, che avrebbero dovuto essere conciliate con senso di responsabilità, e che invece sono state avvelenate da accuse reciproche. I 5 Stelle e il Carroccio accusano Mattarella di obbedire ai diktat di alcune cancellerie europee e di avere indebitamente impedito un legittimo percorso democratico intervenendo a gamba tesa su una decisione politica di chi ha vinto le elezioni, il Presidente sostiene di avere esercitato una sua correttissima prerogativa e di avere messo sull’avviso per tempo sulla sua decisione contraria al nome di Savona, senza ricevere obiezioni, offrendo la sua disponibilità a prendere in considerazione un altro nominativo e dimostrando così di non avere voluto ostacolare la formazione del governo.  Nell’entourage del Presidente della Repubblica si guarda con stupore e amarezza al mistero della strana intransigenza di Salvini sul nome di Savona che da molti viene letta come uno stratagemma per fare saltare il banco e andare a elezioni anticipate. Da una parte dunque l’accusa che il Capo dello Stato non abbia fatto gli interessi dell’Italia, dall’altra il sospetto che si sia cercato il casus belli per meschini calcoli elettoralistici, ma, diciamolo chiaramente, quello che sgomenta è l’arroganza e la mancanza di rispetto che viene riservata alla più alta carica dello Stato  e l’assenza del senso di responsabilità, nel momento forse più delicato della nostra storia repubblicana, da parte di chi si riempie la bocca con proclami sull’interesse della collettività. Come si vede un bel quadro in cui la sola a fare le spese è l’Italia precipitata in una crisi politica e, con la richiesta di impeachment, in una crisi istituzionale. Non c’è che dire, siamo in buone mani