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giovedì 21 giugno 2018

Salvini


Viene voglia di tifare per Salvini, e infatti buona parte degli italiani lo fa mentre le solite prefiche, in preda ai consueti isterismi, non sanno fare di meglio che gridare al lupo tacciando il nostro ministro dell’Interno di fascismo per i suoi atteggiamenti muscolari e i suoi scivoloni lessicali che sono un insulto all’intelligenza e sintomo di incultura ma che tutto sommato attentano solo al buon gusto, sempre che alle parole non seguano i fatti. Nessuno di loro che si interroghi sul perché, nonostante tutto, tanta gente abbia decretato il successo del capo leghista. Egli ha i toni del bullo di periferia, frequentazioni internazionali poco raccomandabili, alleanze contraddittorie con gente ( Orbàn ) che ha a cuore interessi contrari ai nostri, ha detto peste e corna dei meridionali salvo scendere successivamente in mezzo a loro agitando la bandiera delle loro rivendicazioni con una disinvoltura da funambolo della coerenza, millanta progetti che sa di non potere realizzare, ha un eloquio poco istituzionale ( è finita la pacchia ), azzarda sfide che ci fanno rischiare l’emarginazione, eppure imperversa col vento in poppa e con  la prospettiva di fare il pieno al prossimo turno elettorale. Se invece di ricorrere a facili demonizzazioni  facessimo un’analisi onesta, capiremmo che Salvini è il frutto di  errori che sono stati fatti e continuano ad essere fatti da tutti e ai quali bisogna sforzarsi di porre rimedio. Una delle ragioni che spiegano il suo successo è il pugno duro contro l’approdo nelle nostre coste dei migranti, e certo non ha aiutato a ridimensionare la sua intransigenza  ( anzi, il contrario ) l’uscita infelice dei francesi che con una faccia tosta degna di miglior causa pretendono di dare lezioni di umanità sul fronte dell’accoglienza a noi italiani che siamo tra i primi al mondo nell’universo del volontariato e della solidarietà, e al contempo chiudono le porte di casa loro respingendo i migranti a Ventimiglia e blindando i loro porti. Ahinoi, la Francia non perde il vizio di salire in cattedra e impartire lezioni con la solita prosopopea e il solito complesso di superiorità inconcludente e velleitario. La miopia e l’inadeguatezza dell’Europa hanno fatto il resto e Salvini  ha avuto  buon gioco a farsi passare per paladino del suo popolo con la narrazione dell’attacco portato ai nostri interessi dalle élites europee e del peggioramento delle già precarie condizioni dei nostri concittadini più poveri a causa della concorrenza dei disperati d’Africa, contro cui può impunemente impugnare la bandiera dell’euroscetticismo e della xenofobia. Si può dire senza tema di  smentita che il progenitore di Salvini è l’Europa. Se alla Francia  è stata data la possibilità di fare sfracelli in Libia con il conseguente verminaio della guerra di tutti contro tutti che ha fatto saltare il tappo all’ondata migratoria incontrollata (in nome di una crociata umanitaria che nascondeva la solita smania di grandeur), se alla Germania e ai Paesi del Nord Europa è stato consentito di praticare una cieca politica di rigore che ha avuto come primo obiettivo il consolidamento delle loro economie forti senza alcuna considerazione per il welfare dei Pesi più poveri, se è stato consentito loro di gestire la crisi finanziaria greca con una intransigenza pelosa che ha salvato alcune banche tedesche buone a lucrare grossi guadagni sulla pelle della Grecia in tempi di vacche grasse ma non a pagare le conseguenze del rischio assunto allorché i loro investimenti sono diventati carta straccia, e di fare invece la faccia feroce contro lo Stato italiano quando questo è corso in aiuto delle nostre banche in crisi, se al contrario l’Italia, con la zavorra del suo debito pubblico e con la sua insipienza, si è autorelegata al ruolo di comparsa senza alcun peso nelle decisioni che contano ed è costretta a presentarsi col cappello in mano tutte le volte che chiede un minimo di flessibilità, mentre invece altri Paesi ne hanno abusato senza che ciò abbia destato scandalo, se ai Paesi dell’est europeo è stato consentito di attingere a piene mani dalle risorse europee ma non è stato imposto di  rispettare gli obblighi ai quali sono vincolati, se l’Italia e la Grecia sono state abbandonate al loro destino di Paesi da ultima spiaggia dove navi battenti bandiere di altri Paesi, sulla autentica vocazione solidale di alcune delle quali è lecito nutrire dubbi, riversano il loro carico di umanità anziché  fare rotta verso i Paesi di appartenenza e invece ai Paesi del  resto d’ Europa è stato consentito di chiudere i loro porti  e di gridare, con una logica che lascia di stucco, alla irresponsabilità e al cinismo quando a chiudere i porti sono stati gli italiani, se la Germania ha ottenuto che venisse elargita alla Turchia una regalia di 3 miliardi di euro l’anno, attinti dalle casse dell’Europa, in cambio del blocco della rotta balcanica e il conseguente maggior flusso migratorio sulla rotta del Mediterraneo, se non si riesce a modificare il trattato di Dublino che impone di tenere i migranti nel Paese in cui arrivano e in più si profila all’orizzonte  la minaccia del signor Seehofer, ministro dell’Interno tedesco, di rinviare i migranti accolti in Germania ma privi dei requisiti necessari, verso i Paesi dove sono stati registrati (vedi Italia e Grecia), se insomma in Europa allignano furbizie, egoismi e ipocrisie, vige il tornaconto dei Paesi  più forti che riescono a fare sistema, se lo sguardo non va oltre la siepe degli interessi particolari e ignora le rivendicazioni e le giuste ragioni dei Paesi meno forti, non ci si può scandalizzare se a tutto ciò si oppone la rodomontesca aggressività di Salvini. L’Europa nasce come patria di tutti con un progetto solidale e una carica ideale che poggia su valori comuni e  ha forgiato lungo gli anni identità che si sono sempre più integrate creando le fondamenta di quella che può diventare una unica futura nazione. Una nazione si assume il carico del buono e del meno buono che trova sulla sua strada. Se la Germania occidentale avesse fatto solo calcoli di convenienza economica avrebbe dovuto rinunciare all’unificazione. Se l’Europa ha come obiettivo solo l’etica del rigore e non la solidarietà, se non sa volare alto ispirandosi agli ideali superiori che l’hanno fatta nascere, se non sa condurre la battaglia in difesa dei più deboli (senza sconti, sia chiaro, sul rispetto delle regole di cui anche i deboli si debbono far carico e sullo sforzo che essi devono produrre in direzione di una più virtuosa gestione della propria economia) facendone la battaglia di tutti perché comune è il destino di essa e le criticità rischiano di trasformarsi in un boomerang per l’intero sistema, se non sa dotarsi di una politica estera unisona che non obbedisca a interessi particolari e ci faccia combattere a ranghi serrati le sfide globali che ci attendono, tra cui l’emergenza emigranti da affrontare con un approccio coeso, corresponsabile e intelligente, nella consapevolezza che essa è l’avvisaglia di un esodo epocale e inarrestabile, essa ha fallito e il futuro è dei Salvini e delle piccole patrie destinate ad essere fagocitate dai molossi universali.


lunedì 4 giugno 2018

I dioscuri


Con l’irruzione sulla scena di  Di Maio e Salvini i giacobini italiani possono contare su due alfieri irriducibili  delle loro frustrazioni e delle loro fobie.
Col suo portamento da abatino, con la sua grisaglia d’ordinanza, con il suo pedigree incolore, con il suo lessico infarcito di strafalcioni, lo scugnizzo di Pomigliano li rappresenta a pieno titolo e li guida all’assalto del potere a dispetto dei saperi e delle competenze. Teorico della democrazia diretta di rousseauiana memoria (ma ha letto Rousseau?), affida agli algoritmi della Casaleggio Associati il compito di reclutare in rete i disinvolti sostenitori delle più strampalate semplificazioni, una minoranza che rappresenta solo se stessa, di assecondarne le pulsioni velleitarie e, spacciandoli per espressione della volontà popolare, proiettarli ai vertici delle istituzioni. Sostituisce, senza avvertire il senso del ridicolo, Tocqueville con Grillo e pretende di mandare in soffitta le regole della vita democratica, teorizzando una dittatura della maggioranza autoreferenziale che non risponde ai vincoli previsti dalla Costituzione. Bipolare e corrivo, transita da un opposto all’altro prestando orecchio agli altalenanti umori della piazza e cambiando parere a seconda delle convenienze. Il suo capolavoro è stato la contradanza degli atteggiamenti contraddittori nei confronti del Capo dello Stato. E’ passato dalle lodi più sperticate(“ Piena fiducia in un grande uomo come Mattarella su qualsiasi decisione”, “Nessuna pressione su Mattarella”, Mattarella pienamente rispettoso della Costituzione”) quando ancora questi non aveva bocciato il nome di Savona, alle accuse più infamanti ( “Complice dell’establishment”, “Traditore della Costituzione da mettere in stato d’accusa” ) e addirittura alla richiesta  di impeachment, per servirci alla fine l’ennesima capriola, la versione dell’agnellino pronto a collaborare. Con la Lega non è stato da meno passando dalla demonizzazione all’alleanza con essa.
Salvini dal canto suo non ha niente della sprovvedutezza del suo gemello ma proprio per questo è più pericoloso. Egli dispone di un cinismo e di un fiuto che lo hanno fatto muovere  con  abilità nella intricata trattativa per la formazione del governo. Aveva un piano e lo ha centrato in pieno piazzandosi al centro della scena e proponendosi come elemento insostituibile. Ha dimostrato di possedere una sua intelligenza strategica ma non l’etica della responsabilità e ha messo il suo background al servizio dell’ interesse di parte piuttosto che dell’interesse nazionale. Ingrugnito e pieno di sé, cavalca i peggiori istinti della piazza con linguaggio tribunizio e incendiario, mostrando di non possedere quella dote che fa la grandezza di un leader, la capacità di rinunziare al proprio ego per amore della Patria, unita al senso della missione visionaria che ha al suo centro l’interesse superiore. Anche lui non si è risparmiato nella gara agli insulti con i 5 Stelle prima di sposarseli con tanto di contratto.
Questi due campioni così diversi e così uguali, accomunati da un peronismo d’antan, ci hanno fatto penzolare per due giorni sull’orlo del precipizio fino a quando sono stati spaventati dalla nemesi dei mercati e, di fronte allo scenario catastrofico che rischiava di mandare in malora il Paese, non per amor di Patria ma per calcolo, sono venuti a più miti consigli. Il governo è fatto ma affrontiamo trepidamente il viaggio in mare aperto consapevoli che i soci di maggioranza di esso sono questi signori  e che la loro inaffidabilità non è il miglior viatico per una navigazione tranquilla.


lunedì 28 maggio 2018

L'occasione mancata


I 5 Stelle e il Carroccio sono arrivati a un passo dal governare ma non sono riusciti a varcare la soglia di Palazzo Chigi a causa di un nome, quello di Paolo Savona. Attorno a questo nome, proposto da Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio incaricato, per la poltrona di ministro dell’economia, e bocciato dal Presidente Mattarella, si è consumata la frattura fra quest’ultimo e Di Maio e Salvini che hanno fatto della candidatura di Savona  un punto irrinunciabile per il varo del governo. Come è possibile che per un nome si sia arrivati a tanto? La verità è che dietro lo scontro sul nome si nasconde uno scontro su una diversa visione politica. Il programma dei nuovi aspiranti a governare prevede un programma economico che desta perplessità sul piano della disciplina di bilancio con progetti realizzabili attingendo a risorse pubbliche e facendo crescere il debito pubblico. Chi contesta questo programma sostiene che con la sua realizzazione si determina una eterogenesi dei fini, poiché la crescita del debito pubblico produce il risultato di fiaccare la nostra economia a scapito proprio dei più deboli che con quei progetti si vogliono tutelare. E teorizza che, se si vogliono veramente realizzare progetti solidali, non si  può che puntare su una maggiore crescita ottenibile riducendo, non aumentando il debito pubblico, e liberando le risorse necessarie a promuovere le attività produttive e garantire un pur modesto ammortizzatore sociale. Lo scenario dipinto da chi muove queste critiche lascia intravedere addirittura il pericolo che una politica di spesa non sostenuta dalla crescita possa condurre alla bancarotta. Questi timori, seppure non così apocalittici, sono condivisibili ma onestà vuole che siano condivisibili anche le riserve di Salvini e Di Maio nei confronti di una Europa la cui intransigente politica di austerity definita da Francesco Forte “arroganza del razionalismo tecnocratico”, gestisce il sogno europeo piegandolo agli interessi dei più forti e tradendo la vocazione solidaristica che l’ha fatto nascere. In questa direzione l’Italia deve far sentire la sua voce ma per farlo deve avere le carte in regola.  Certamente i nostri conti in disordine e il programma di Salvini e Di Maio non sono un buon viatico. Detto questo rimane il fatto che con tutte le loro contraddizioni i 5 Stelle e il Carroccio erano legittimati a governare. A questa legittimazione fa da contraltare la legittimazione del Capo dello Stato al quale è assegnata dalla Costituzione la prerogativa di nominare i ministri che gli vengono proposti e quindi anche di bocciare quelli che non condivide. Nel caso del professor Savona, il Capo dello Stato ha ritenuto che le posizioni euroscettiche di quest’ultimo ( e, sospetta chi scrive, i programmi di Salvini e Di Maio ) potessero spaventare gli investitori e farli fuggire dagli investimenti in Italia facendo mancare risorse indispensabili a tenere in piedi la macchina dello Stato. Lo ha detto chiaramente, temeva un aumento del debito pubblico, un aumento degli interessi per i mutui, un pericolo per i risparmi degli italiani. E temeva anche l’uscita dell’Italia dall’euro con le conseguenze che è pleonastico elencare. Alcune avvisaglie si erano cominciate a palesare con lo spread in salita e i mercati in picchiata. L’allarme del Presidente dunque si può capire e la sua decisione appare legittima sul piano istituzionale perché fa riferimento ad una prerogativa prevista dalla costituzione e si preoccupa degli interessi del Paese, ma desta perplessità sul piano della opportunità in chi vede nella sua decisione una invasione di campo. Due posizioni, come si vede, altrettanto legittime anche se attestate su visioni diverse, che avrebbero dovuto essere conciliate con senso di responsabilità, e che invece sono state avvelenate da accuse reciproche. I 5 Stelle e il Carroccio accusano Mattarella di obbedire ai diktat di alcune cancellerie europee e di avere indebitamente impedito un legittimo percorso democratico intervenendo a gamba tesa su una decisione politica di chi ha vinto le elezioni, il Presidente sostiene di avere esercitato una sua correttissima prerogativa e di avere messo sull’avviso per tempo sulla sua decisione contraria al nome di Savona, senza ricevere obiezioni, offrendo la sua disponibilità a prendere in considerazione un altro nominativo e dimostrando così di non avere voluto ostacolare la formazione del governo.  Nell’entourage del Presidente della Repubblica si guarda con stupore e amarezza al mistero della strana intransigenza di Salvini sul nome di Savona che da molti viene letta come uno stratagemma per fare saltare il banco e andare a elezioni anticipate. Da una parte dunque l’accusa che il Capo dello Stato non abbia fatto gli interessi dell’Italia, dall’altra il sospetto che si sia cercato il casus belli per meschini calcoli elettoralistici, ma, diciamolo chiaramente, quello che sgomenta è l’arroganza e la mancanza di rispetto che viene riservata alla più alta carica dello Stato  e l’assenza del senso di responsabilità, nel momento forse più delicato della nostra storia repubblicana, da parte di chi si riempie la bocca con proclami sull’interesse della collettività. Come si vede un bel quadro in cui la sola a fare le spese è l’Italia precipitata in una crisi politica e, con la richiesta di impeachment, in una crisi istituzionale. Non c’è che dire, siamo in buone mani

martedì 22 maggio 2018

Il linciaggio, nuova frontiera della giustizia


Nei giorni scorsi sono stati celebrati gli anniversari  delle morti di Enzo Tortora e del commissario Calabresi, due date tragiche che evocano due casi analoghi di linciaggio giudiziario e mediatico. Tortora fu giustiziato moralmente dal PM Marmo che lo accusò di collusione con la camorra ottenendone la condanna in primo grado sulla base delle dichiarazioni dei pentiti Barra e Pandico alle quali non si preoccupò di trovare riscontri oggettivi. Come finì  lo sappiamo tutti,  per Tortora con l’assoluzione piena e definitiva dopo un  calvario di diversi anni che lo condusse alla morte prematura per crepacuore, per Marmo in modo inglorioso, con la smentita del suo impianto accusatorio ma soprattutto con il peso di quella terribile affermazione da lui fatta durante la requisitoria quando chiamò Tortora “cinico mercante di morte”. Il caso Tortora non è il solo svarione nel quale è incorso il PM Marmo visto che fu ancora lui a sostenere l’accusa per traffico di stupefacenti contro il soldato Raiola il quale fu assolto ma non poté evitare che la sua vita andasse a rotoli prima che venisse riconosciuta la sua innocenza. L’arrembante disinvoltura non ha impedito al giudice Marmo di fare carriera in magistratura senza che i superiori organi si preoccupassero di disinnescare questa mina vagante.
Caso pressoché analogo quello del commissario Calabresi vittima del giornalismo manettaro e ideologicamente schierato che non esitò ad accusarlo della morte dell’anarchico Pinelli  consegnandolo al mirino dei militanti di Lotta Continua che punirono la sua presunta responsabilità  assassinandolo. Anche in questo caso sappiamo come finì, Calabresi fu riconosciuto estraneo alla morte di Pinelli e le icone giornalistiche dell’epoca non mostrarono di avere alcun soprassalto di coscienza né di nutrire alcun dubbio sul ruolo salvifico del loro giacobinismo. Epigoni di quell’intellighenzia supponente che ha dominato la cultura del dopoguerra, questi campioni della superiorità morale che Pareto chiamava “virtuisti”, hanno continuato a imperversare e, per dirla sempre con Pareto, hanno preteso  di “raccontarci che solo un uomo disonesto può avere un’opinione contraria alla loro”, lasciandoci in eredità discepoli  livorosi e intransigenti che, seduti sulle loro certezze, ripercorrono ancora oggi la strada dei cattivi maestri. Ancorati al dogma della primazia della morale questi rampolli esagitati, figli del furore etico, negano al diritto qualsiasi ragionevolezza, alla giustizia la prudenza, all’applicazione della legge l’attenzione necessaria a evitare, per quanto è possibile, l’errore sempre in agguato e, obbedendo alla loro vocazione forcaiola, sentenziano che il cittadino raggiunto da un avviso di garanzia è presuntivamente colpevole.
Quando ci esibiamo nei soliti rituali che accompagnano anniversari tragici, non una voce si leva a denunciare il farisaismo dei sepolcri imbiancati che continuano a pontificare stritolando la vita delle persone, forti della loro impunità e dei poteri che rappresentano.

venerdì 18 maggio 2018

Libertà e uguaglianza


La Costituzione italiana all’articolo 1 recita: ”L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” . La dizione risente di una impostazione ideologica che connota lo Stato in base all’identità di una parte sociale piuttosto che a quella dell’intero tessuto sociale. L’idea del lavoro come fondamento della democrazia assume in questo modo le sembianze di un discrimine che cozza contro il principio sancito proprio dalla Costituzione che all’articolo 3 recita: ”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge”. Ed è una impostazione che si scontra con il pensiero liberale da sempre assertore del principio secondo cui un’autentica democrazia debba fondarsi sulla libertà senza disparità e senza limitazioni che non siano quelle previste dalla legge, principio solennemente proclamato già nel lontano 1789 nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” che è il testamento della nostra civiltà moderna e che all’articolo 2 pone in testa all’elenco dei diritti fondamentali, appunto, la libertà. Libertà e uguaglianza sono dunque i due principi in base ai quali tutti i cittadini hanno la possibilità di esercitare i loro diritti in condizioni di parità, ma ciascuno in base alle proprie capacità, e di affrontare nel giusto modo le disuguaglianze che la natura, assai meno equanime della legge, decreta assegnando doti diverse e spesso diseguali. La libertà fa di queste disuguaglianze delle opportunità se lo Stato permette alla libera iniziativa di dispiegarsi, non imponendo dall’alto l’omologazione artificiosa di una uniformità che finisce per realizzare la più iniqua delle disuguaglianze, non opponendo alla creatività delle idee l’ineluttabilità della materia che relega gli elementi ideali nella soffitta della sovrastruttura (materialismo storico), non negando a nessuno il diritto di starsene alla finestra a guardare o invece di sprigionare i propri spiriti animali, l’estro, la fantasia, l’ingegno, di sfidare i rischi per proprio conto e produrre maggiori opportunità per gli altri. Il profitto di chi si mette in gioco reinvestito in attività produttive assume la funzione di propellente della crescita e dell’occupazione piuttosto che le sembianze della farina del diavolo, e il lavoro con le ricadute in termini di giustizia sociale si rende possibile non per decreto ma grazie al talento creativo legittimamente espresso che obbedisce alla propria vocazione e al contempo col suo dinamismo promuove i diritti dei meno dotati.  Allo Stato spetta il compito di vigilare affinché le diversità non diventino privilegi  gratuiti, non si creino sacche di impunità e caste voraci, il profitto non diventi selvaggio, e di esercitare la giusta rappresentanza delle istanze dei cittadini come si conviene ad una autentica democrazia. La democrazia liberale, è bene ricordarlo, ha reso possibili le conquiste di cui godiamo ed è un patrimonio prezioso da tutelare contro le tentazioni qualunquistiche di quanti scrivono libri dei sogni facendo promesse impossibili da realizzare. Il pragmatismo che ha preso per mano il liberalismo contemporaneo e lo ha accompagnato verso la realizzazione di un riformismo sociale sostenibile, è uno strumento che non possiamo mandare in soffitta.


venerdì 20 aprile 2018

L'innocenza violata


Il 16 aprile 1973 a Roma, quartiere Primavalle, perirono, arsi vivi in un rogo, Stefano Mattei di 8 anni, e il fratello Virgilio di 22 anni. Furono le vittime dell’incendio appiccato alla loro casa da alcuni esponenti del movimento extraparlamentare di estrema sinistra Potere Operaio, giovani della buona borghesia romana che giocavano a fare i rivoluzionari e non si facevano scrupolo di arrostire i rappresentanti del proletariato che avevano il torto di essere figli di un “fascista”. In nome della lotta al fascismo bruciare vivo un bambino di 8 anni rientrava nella logica dei danni collaterali cui si deve prestare ogni sacrosanta battaglia per la democrazia. Ma l’enormità del misfatto non si è fermata al massacrò in sé, essa si è dilatata ancora di più con la mistificazione operata dalla galassia di sinistra che si impegnò nello sforzo di far passare la vicenda come una faida interna al mondo dei nostalgici fascisti, costruendo una realtà parallela e falsa che aveva come scopo di scagionare i veri colpevoli. Cortei e appelli pro-indagati furono inscenati manipolando la realtà e ficcando cinicamente l’inganno dentro la solita sbornia ideologica. In nome delle magnifiche sorti e progressive anche la terribile morte di un bambino ad opera di delinquenti politici veniva strumentalizzata per fini ideologici. Erano i tempi in cui i brigatisti rossi veniva gratificati con l’indulgente epiteto di compagni che sbagliano. Buona parte di questo ciarpame ideologico ha continuato a imperversare, anzi ha conquistato il centro della scena decretando quello che è giusto e quello che non lo è, quello che è morale e quello che non lo è, impossessandosi del ruolo di mosca cocchiera delle coscienze e rivendicando l’esclusiva del politicamente corretto. Sono i campioni di questo ciarpame che decidono quali sono le battaglie da combattere intestandosele in esclusiva e costruendo su di esse reputazioni altrimenti improbabili. Sono gli eredi di coloro che hanno ucciso una seconda volta il piccolo Mattei impegnandosi nell’occultamento della verità e che hanno rimosso un episodio emblematico del loro cinismo ideologico banalizzandolo come un qualsiasi episodio di cronaca nera, gli stessi che oggi fanno sentire più alte le loro voci rispetto all’unanime indignazione per l’infame uccisione del piccolo Di Matteo. Persino l’indignazione diventa per i nostri campioni strumento ideologico e assume una colorazione diversa a seconda che un bambino trucidato si chiami Mattei o Di Matteo.

giovedì 12 aprile 2018

Lula


A quanto pare il Brasile è un Paese alla mercé di un regime che affida l’amministrazione della giustizia a tribunali speciali. Non ce ne eravamo resi conto fino a quando non  hanno provveduto ad aprirci gli occhi i santoni della sinistra italiana i quali hanno firmato un manifesto con cui decretano l’innocenza di Lula e accusano i magistrati brasiliani di avere emesso una sentenza di colpevolezza non fondata, con lo scopo di  cambiare le sorti delle prossime elezioni politiche in Brasile. Una magistratura deviata dunque al servizio  di non meglio precisati interessi occulti. Lula a sua volta ha messo in discussione la legge, quella stessa legge di cui era garante quando era presidente del Brasile, ponendosi al di sopra di essa con la sua decisione di sottrarsi alla pena e col sostegno dei suoi seguaci che assieme a lui si sono barricati nella sede del sindacato e hanno sospeso per parecchi giorni l’esecuzione della condanna. Quando finalmente ha deciso di consegnarsi alla giustizia, ha posto come condizione che il trasferimento in carcere avvenisse con un aereo privato e la detenzione fosse scontata in una prigione dorata. Tutto questo non ha scandalizzato i nostri campioni della democrazia che anzi, mentre ieri osannavano le sentenze che in Italia condannavano alcuni protagonisti della vita politica di parte avversa e insorgevano contro le accuse di partigianeria lanciate ai nostri magistrati, oggi non hanno lo stesso rispetto nei confronti di una sentenza della magistratura brasiliana della cui reputazione, evidentemente, non hanno grande considerazione. E’ una questione di quarti di nobiltà, la magistratura italiana ha i quarti giusti e merita di salire sugli scudi poiché colpisce nella direzione gradita agli illuminati di casa nostra, quella brasiliana invece, poiché si permette di colpire un unto della sinistra come Lula, merita di essere trattata alla stregua di una banda di malfattori dedita a disegni criminosi. E’ la logica dei nostri disinvolti moralisti, indulgenti con gli amici e severi con i nemici, inossidabili nella loro presunzione di un’etica superiore che poggia su categorie ideologiche.