Viene voglia di tifare per Salvini, e infatti buona parte
degli italiani lo fa mentre le solite prefiche, in preda ai consueti isterismi,
non sanno fare di meglio che gridare al lupo tacciando il nostro ministro
dell’Interno di fascismo per i suoi atteggiamenti muscolari e i suoi scivoloni
lessicali che sono un insulto all’intelligenza e sintomo di incultura ma che
tutto sommato attentano solo al buon gusto, sempre che alle parole non seguano
i fatti. Nessuno di loro che si interroghi sul perché, nonostante tutto, tanta
gente abbia decretato il successo del capo leghista. Egli ha i toni del bullo
di periferia, frequentazioni internazionali poco raccomandabili, alleanze
contraddittorie con gente ( Orbàn ) che ha a cuore interessi contrari ai nostri,
ha detto peste e corna dei meridionali salvo scendere successivamente in mezzo
a loro agitando la bandiera delle loro rivendicazioni con una disinvoltura da
funambolo della coerenza, millanta progetti che sa di non potere realizzare, ha
un eloquio poco istituzionale ( è finita la pacchia ), azzarda sfide che ci fanno
rischiare l’emarginazione, eppure imperversa col vento in poppa e con la prospettiva di fare il pieno al prossimo
turno elettorale. Se invece di ricorrere a facili demonizzazioni facessimo un’analisi onesta, capiremmo che
Salvini è il frutto di errori che sono
stati fatti e continuano ad essere fatti da tutti e ai quali bisogna sforzarsi
di porre rimedio. Una delle ragioni che spiegano il suo successo è il pugno
duro contro l’approdo nelle nostre coste dei migranti, e certo non ha aiutato a
ridimensionare la sua intransigenza (
anzi, il contrario ) l’uscita infelice dei francesi che con una faccia tosta
degna di miglior causa pretendono di dare lezioni di umanità sul fronte
dell’accoglienza a noi italiani che siamo tra i primi al mondo nell’universo
del volontariato e della solidarietà, e al contempo chiudono le porte di casa
loro respingendo i migranti a Ventimiglia e blindando i loro porti. Ahinoi, la Francia
non perde il vizio di salire in cattedra e impartire lezioni con la solita
prosopopea e il solito complesso di superiorità inconcludente e velleitario. La
miopia e l’inadeguatezza dell’Europa hanno fatto il resto e Salvini ha avuto buon gioco a farsi passare per paladino del
suo popolo con la narrazione dell’attacco portato ai nostri interessi dalle élites europee e del peggioramento
delle già precarie condizioni dei nostri concittadini più poveri a causa della
concorrenza dei disperati d’Africa, contro cui può impunemente impugnare la
bandiera dell’euroscetticismo e della xenofobia. Si può dire senza tema di smentita che il progenitore di Salvini è
l’Europa. Se alla Francia è stata data
la possibilità di fare sfracelli in Libia con il conseguente verminaio della
guerra di tutti contro tutti che ha fatto saltare il tappo all’ondata
migratoria incontrollata (in nome di una crociata umanitaria che nascondeva la solita
smania di grandeur), se alla Germania e ai Paesi del Nord Europa è stato
consentito di praticare una cieca politica di rigore che ha avuto come primo
obiettivo il consolidamento delle loro economie forti senza alcuna
considerazione per il welfare dei Pesi più poveri, se è stato consentito loro di
gestire la crisi finanziaria greca con una intransigenza pelosa che ha salvato
alcune banche tedesche buone a lucrare grossi guadagni sulla pelle della Grecia
in tempi di vacche grasse ma non a pagare le conseguenze del rischio assunto
allorché i loro investimenti sono diventati carta straccia, e di fare invece la
faccia feroce contro lo Stato italiano quando questo è corso in aiuto delle
nostre banche in crisi, se al contrario l’Italia, con la zavorra del suo debito
pubblico e con la sua insipienza, si è autorelegata al ruolo di comparsa senza
alcun peso nelle decisioni che contano ed è costretta a presentarsi col
cappello in mano tutte le volte che chiede un minimo di flessibilità, mentre invece
altri Paesi ne hanno abusato senza che ciò abbia destato scandalo, se ai Paesi
dell’est europeo è stato consentito di attingere a piene mani dalle risorse
europee ma non è stato imposto di rispettare gli obblighi ai quali sono
vincolati, se l’Italia e la Grecia sono state abbandonate al loro destino di
Paesi da ultima spiaggia dove navi battenti bandiere di altri Paesi, sulla autentica
vocazione solidale di alcune delle quali è lecito nutrire dubbi, riversano il
loro carico di umanità anziché fare
rotta verso i Paesi di appartenenza e invece ai Paesi del resto d’ Europa è stato consentito di chiudere
i loro porti e di gridare, con una
logica che lascia di stucco, alla irresponsabilità e al cinismo quando a
chiudere i porti sono stati gli italiani, se la Germania ha ottenuto che
venisse elargita alla Turchia una regalia di 3 miliardi di euro l’anno, attinti
dalle casse dell’Europa, in cambio del blocco della rotta balcanica e il
conseguente maggior flusso migratorio sulla rotta del Mediterraneo, se non si
riesce a modificare il trattato di Dublino che impone di tenere i migranti nel
Paese in cui arrivano e in più si profila all’orizzonte la minaccia del signor Seehofer, ministro
dell’Interno tedesco, di rinviare i migranti accolti in Germania ma privi dei
requisiti necessari, verso i Paesi dove sono stati registrati (vedi Italia e
Grecia), se insomma in Europa allignano furbizie, egoismi e ipocrisie, vige il
tornaconto dei Paesi più forti che
riescono a fare sistema, se lo sguardo non va oltre la siepe degli interessi
particolari e ignora le rivendicazioni e le giuste ragioni dei Paesi meno forti,
non ci si può scandalizzare se a tutto ciò si oppone la rodomontesca
aggressività di Salvini. L’Europa nasce come patria di tutti con un progetto
solidale e una carica ideale che poggia su valori comuni e ha forgiato lungo gli anni identità che si
sono sempre più integrate creando le fondamenta di quella che può diventare una
unica futura nazione. Una nazione si assume il carico del buono e del meno
buono che trova sulla sua strada. Se la Germania occidentale avesse fatto solo
calcoli di convenienza economica avrebbe dovuto rinunciare all’unificazione. Se
l’Europa ha come obiettivo solo l’etica del rigore e non la solidarietà, se non
sa volare alto ispirandosi agli ideali superiori che l’hanno fatta nascere, se
non sa condurre la battaglia in difesa dei più deboli (senza sconti, sia
chiaro, sul rispetto delle regole di cui anche i deboli si debbono far carico e
sullo sforzo che essi devono produrre in direzione di una più virtuosa gestione
della propria economia) facendone la battaglia di tutti perché comune è il destino
di essa e le criticità rischiano di trasformarsi in un boomerang per l’intero
sistema, se non sa dotarsi di una politica estera unisona che non obbedisca a
interessi particolari e ci faccia combattere a ranghi serrati le sfide globali
che ci attendono, tra cui l’emergenza emigranti da affrontare con un approccio
coeso, corresponsabile e intelligente, nella consapevolezza che essa è
l’avvisaglia di un esodo epocale e inarrestabile, essa ha fallito e il futuro è
dei Salvini e delle piccole patrie destinate ad essere fagocitate dai molossi
universali.
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giovedì 21 giugno 2018
lunedì 4 giugno 2018
I dioscuri
Con l’irruzione sulla scena di Di Maio e Salvini i giacobini italiani possono
contare su due alfieri irriducibili delle
loro frustrazioni e delle loro fobie.
Col suo portamento da abatino, con la sua grisaglia
d’ordinanza, con il suo pedigree incolore, con il suo lessico infarcito di
strafalcioni, lo scugnizzo di Pomigliano li rappresenta a pieno titolo e li
guida all’assalto del potere a dispetto dei saperi e delle competenze. Teorico
della democrazia diretta di rousseauiana memoria (ma ha letto Rousseau?),
affida agli algoritmi della Casaleggio Associati il compito di reclutare in
rete i disinvolti sostenitori delle più strampalate semplificazioni, una
minoranza che rappresenta solo se stessa, di assecondarne le pulsioni
velleitarie e, spacciandoli per espressione della volontà popolare, proiettarli
ai vertici delle istituzioni. Sostituisce, senza avvertire il senso del
ridicolo, Tocqueville con Grillo e pretende di mandare in soffitta le regole
della vita democratica, teorizzando una dittatura della maggioranza autoreferenziale
che non risponde ai vincoli previsti dalla Costituzione. Bipolare e corrivo,
transita da un opposto all’altro prestando orecchio agli altalenanti umori
della piazza e cambiando parere a seconda delle convenienze. Il suo capolavoro
è stato la contradanza degli atteggiamenti contraddittori nei confronti del
Capo dello Stato. E’ passato dalle lodi più sperticate(“ Piena fiducia in un
grande uomo come Mattarella su qualsiasi decisione”, “Nessuna pressione su
Mattarella”, Mattarella pienamente rispettoso della Costituzione”) quando
ancora questi non aveva bocciato il nome di Savona, alle accuse più infamanti (
“Complice dell’establishment”, “Traditore della Costituzione da mettere in
stato d’accusa” ) e addirittura alla richiesta di impeachment, per servirci alla fine
l’ennesima capriola, la versione dell’agnellino pronto a collaborare. Con la
Lega non è stato da meno passando dalla demonizzazione all’alleanza con essa.
Salvini dal canto suo non ha niente della sprovvedutezza del
suo gemello ma proprio per questo è più pericoloso. Egli dispone di un cinismo
e di un fiuto che lo hanno fatto muovere con abilità nella intricata trattativa per la
formazione del governo. Aveva un piano e lo ha centrato in pieno piazzandosi al
centro della scena e proponendosi come elemento insostituibile. Ha dimostrato
di possedere una sua intelligenza strategica ma non l’etica della
responsabilità e ha messo il suo background al servizio dell’ interesse di
parte piuttosto che dell’interesse nazionale. Ingrugnito e pieno di sé, cavalca
i peggiori istinti della piazza con linguaggio tribunizio e incendiario, mostrando
di non possedere quella dote che fa la grandezza di un leader, la capacità di
rinunziare al proprio ego per amore della Patria, unita al senso della missione
visionaria che ha al suo centro l’interesse superiore. Anche lui non si è
risparmiato nella gara agli insulti con i 5 Stelle prima di sposarseli con
tanto di contratto.
Questi due campioni così diversi e così uguali, accomunati
da un peronismo d’antan, ci hanno fatto penzolare per due giorni sull’orlo del
precipizio fino a quando sono stati spaventati dalla nemesi dei mercati e, di
fronte allo scenario catastrofico che rischiava di mandare in malora il Paese, non
per amor di Patria ma per calcolo, sono venuti a più miti consigli. Il governo
è fatto ma affrontiamo trepidamente il viaggio in mare aperto consapevoli che i
soci di maggioranza di esso sono questi signori e che la loro inaffidabilità non è il miglior
viatico per una navigazione tranquilla.
lunedì 28 maggio 2018
L'occasione mancata
I 5 Stelle e il Carroccio sono arrivati a un passo dal
governare ma non sono riusciti a varcare la soglia di Palazzo Chigi a causa di
un nome, quello di Paolo Savona. Attorno a questo nome, proposto da Giuseppe
Conte, Presidente del Consiglio incaricato, per la poltrona di ministro
dell’economia, e bocciato dal Presidente Mattarella, si è consumata la frattura
fra quest’ultimo e Di Maio e Salvini che hanno fatto della candidatura di
Savona un punto irrinunciabile per il
varo del governo. Come è possibile che per un nome si sia arrivati a tanto? La
verità è che dietro lo scontro sul nome si nasconde uno scontro su una diversa
visione politica. Il programma dei nuovi aspiranti a governare prevede un
programma economico che desta perplessità sul piano della disciplina di
bilancio con progetti realizzabili attingendo a risorse pubbliche e facendo
crescere il debito pubblico. Chi contesta questo programma sostiene che con la
sua realizzazione si determina una eterogenesi dei fini, poiché la crescita del
debito pubblico produce il risultato di fiaccare la nostra economia a scapito
proprio dei più deboli che con quei progetti si vogliono tutelare. E teorizza
che, se si vogliono veramente realizzare progetti solidali, non si può che puntare su una maggiore crescita ottenibile
riducendo, non aumentando il debito pubblico, e liberando le risorse necessarie
a promuovere le attività produttive e garantire un pur modesto ammortizzatore
sociale. Lo scenario dipinto da chi muove queste critiche lascia intravedere
addirittura il pericolo che una politica di spesa non sostenuta dalla crescita
possa condurre alla bancarotta. Questi timori, seppure non così apocalittici,
sono condivisibili ma onestà vuole che siano condivisibili anche le riserve di
Salvini e Di Maio nei confronti di una Europa la cui intransigente politica di
austerity definita da Francesco Forte “arroganza del razionalismo
tecnocratico”, gestisce il sogno europeo piegandolo agli interessi dei più
forti e tradendo la vocazione solidaristica che l’ha fatto nascere. In questa
direzione l’Italia deve far sentire la sua voce ma per farlo deve avere le
carte in regola. Certamente i nostri
conti in disordine e il programma di Salvini e Di Maio non sono un buon
viatico. Detto questo rimane il fatto che con tutte le loro contraddizioni i 5
Stelle e il Carroccio erano legittimati a governare. A questa legittimazione fa
da contraltare la legittimazione del Capo dello Stato al quale è assegnata
dalla Costituzione la prerogativa di nominare i ministri che gli vengono proposti
e quindi anche di bocciare quelli che non condivide. Nel caso del professor
Savona, il Capo dello Stato ha ritenuto che le posizioni euroscettiche di
quest’ultimo ( e, sospetta chi scrive, i programmi di Salvini e Di Maio )
potessero spaventare gli investitori e farli fuggire dagli investimenti in
Italia facendo mancare risorse indispensabili a tenere in piedi la macchina
dello Stato. Lo ha detto chiaramente, temeva un aumento del debito pubblico, un
aumento degli interessi per i mutui, un pericolo per i risparmi degli italiani.
E temeva anche l’uscita dell’Italia dall’euro con le conseguenze che è
pleonastico elencare. Alcune avvisaglie si erano cominciate a palesare con lo
spread in salita e i mercati in picchiata. L’allarme del Presidente dunque si
può capire e la sua decisione appare legittima sul piano istituzionale perché
fa riferimento ad una prerogativa prevista dalla costituzione e si preoccupa
degli interessi del Paese, ma desta perplessità sul piano della opportunità in
chi vede nella sua decisione una invasione di campo. Due posizioni, come si
vede, altrettanto legittime anche se attestate su visioni diverse, che
avrebbero dovuto essere conciliate con senso di responsabilità, e che invece
sono state avvelenate da accuse reciproche. I 5 Stelle e il Carroccio accusano
Mattarella di obbedire ai diktat di alcune cancellerie europee e di avere
indebitamente impedito un legittimo percorso democratico intervenendo a gamba
tesa su una decisione politica di chi ha vinto le elezioni, il Presidente
sostiene di avere esercitato una sua correttissima prerogativa e di avere messo
sull’avviso per tempo sulla sua decisione contraria al nome di Savona, senza
ricevere obiezioni, offrendo la sua disponibilità a prendere in considerazione
un altro nominativo e dimostrando così di non avere voluto ostacolare la
formazione del governo. Nell’entourage
del Presidente della Repubblica si guarda con stupore e amarezza al mistero
della strana intransigenza di Salvini sul nome di Savona che da molti viene
letta come uno stratagemma per fare saltare il banco e andare a elezioni
anticipate. Da una parte dunque l’accusa che il Capo dello Stato non abbia
fatto gli interessi dell’Italia, dall’altra il sospetto che si sia cercato il
casus belli per meschini calcoli elettoralistici, ma, diciamolo chiaramente,
quello che sgomenta è l’arroganza e la mancanza di rispetto che viene riservata
alla più alta carica dello Stato e
l’assenza del senso di responsabilità, nel momento forse più delicato della
nostra storia repubblicana, da parte di chi si riempie la bocca con proclami
sull’interesse della collettività. Come si vede un bel quadro in cui la sola a
fare le spese è l’Italia precipitata in una crisi politica e, con la richiesta
di impeachment, in una crisi istituzionale. Non c’è che dire, siamo in buone
mani
martedì 22 maggio 2018
Il linciaggio, nuova frontiera della giustizia
Nei giorni scorsi sono stati celebrati gli anniversari delle morti di Enzo Tortora e del commissario
Calabresi, due date tragiche che evocano due casi analoghi di linciaggio
giudiziario e mediatico. Tortora fu giustiziato moralmente dal PM Marmo che lo
accusò di collusione con la camorra ottenendone la condanna in primo grado
sulla base delle dichiarazioni dei pentiti Barra e Pandico alle quali non si
preoccupò di trovare riscontri oggettivi. Come finì lo sappiamo tutti, per Tortora con l’assoluzione piena e
definitiva dopo un calvario di diversi
anni che lo condusse alla morte prematura per crepacuore, per Marmo in modo
inglorioso, con la smentita del suo impianto accusatorio ma soprattutto con il
peso di quella terribile affermazione da lui fatta durante la requisitoria
quando chiamò Tortora “cinico mercante di morte”. Il caso Tortora non è il solo
svarione nel quale è incorso il PM Marmo visto che fu ancora lui a sostenere
l’accusa per traffico di stupefacenti contro il soldato Raiola il quale fu assolto
ma non poté evitare che la sua vita andasse a rotoli prima che venisse
riconosciuta la sua innocenza. L’arrembante disinvoltura non ha impedito al giudice
Marmo di fare carriera in magistratura senza che i superiori organi si
preoccupassero di disinnescare questa mina vagante.
Caso pressoché analogo quello del commissario Calabresi
vittima del giornalismo manettaro e ideologicamente schierato che non esitò ad
accusarlo della morte dell’anarchico Pinelli consegnandolo al mirino dei militanti di Lotta
Continua che punirono la sua presunta responsabilità assassinandolo. Anche in questo caso sappiamo
come finì, Calabresi fu riconosciuto estraneo alla morte di Pinelli e le icone
giornalistiche dell’epoca non mostrarono di avere alcun soprassalto di
coscienza né di nutrire alcun dubbio sul ruolo salvifico del loro giacobinismo.
Epigoni di quell’intellighenzia supponente che ha dominato la cultura del
dopoguerra, questi campioni della superiorità morale che Pareto chiamava
“virtuisti”, hanno continuato a imperversare e, per dirla sempre con Pareto,
hanno preteso di “raccontarci che solo
un uomo disonesto può avere un’opinione contraria alla loro”, lasciandoci in
eredità discepoli livorosi e
intransigenti che, seduti sulle loro certezze, ripercorrono ancora oggi la
strada dei cattivi maestri. Ancorati al dogma della primazia della morale questi
rampolli esagitati, figli del furore etico, negano al diritto qualsiasi
ragionevolezza, alla giustizia la prudenza, all’applicazione della legge
l’attenzione necessaria a evitare, per quanto è possibile, l’errore sempre in
agguato e, obbedendo alla loro vocazione forcaiola, sentenziano che il
cittadino raggiunto da un avviso di garanzia è presuntivamente colpevole.
Quando ci esibiamo nei soliti rituali che accompagnano
anniversari tragici, non una voce si leva a denunciare il farisaismo dei
sepolcri imbiancati che continuano a pontificare stritolando la vita delle
persone, forti della loro impunità e dei poteri che rappresentano.
venerdì 18 maggio 2018
Libertà e uguaglianza
La Costituzione italiana all’articolo 1 recita: ”L’Italia è
una repubblica democratica fondata sul lavoro” . La dizione risente di una
impostazione ideologica che connota lo Stato in base all’identità di una parte sociale
piuttosto che a quella dell’intero tessuto sociale. L’idea del lavoro come
fondamento della democrazia assume in questo modo le sembianze di un discrimine
che cozza contro il principio sancito proprio dalla Costituzione che
all’articolo 3 recita: ”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono
uguali davanti alla legge”. Ed è una impostazione che si scontra con il
pensiero liberale da sempre assertore del principio secondo cui un’autentica
democrazia debba fondarsi sulla libertà senza disparità e senza limitazioni che
non siano quelle previste dalla legge, principio solennemente proclamato già nel
lontano 1789 nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” che è
il testamento della nostra civiltà moderna e che all’articolo 2 pone in testa
all’elenco dei diritti fondamentali, appunto, la libertà. Libertà e uguaglianza
sono dunque i due principi in base ai quali tutti i cittadini hanno la
possibilità di esercitare i loro diritti in condizioni di parità, ma ciascuno in
base alle proprie capacità, e di affrontare nel giusto modo le disuguaglianze che
la natura, assai meno equanime della legge, decreta assegnando doti diverse e
spesso diseguali. La libertà fa di queste disuguaglianze delle opportunità se
lo Stato permette alla libera iniziativa di dispiegarsi, non imponendo
dall’alto l’omologazione artificiosa di una uniformità che finisce per realizzare
la più iniqua delle disuguaglianze, non opponendo alla creatività delle idee
l’ineluttabilità della materia che relega gli elementi ideali nella soffitta della
sovrastruttura (materialismo storico), non negando a nessuno il diritto di
starsene alla finestra a guardare o invece di sprigionare i propri spiriti
animali, l’estro, la fantasia, l’ingegno, di sfidare i rischi per proprio conto
e produrre maggiori opportunità per gli altri. Il profitto di chi si mette in
gioco reinvestito in attività produttive assume la funzione di propellente
della crescita e dell’occupazione piuttosto che le sembianze della farina del
diavolo, e il lavoro con le ricadute in termini di giustizia sociale si rende
possibile non per decreto ma grazie al talento creativo legittimamente espresso
che obbedisce alla propria vocazione e al contempo col suo dinamismo promuove i
diritti dei meno dotati. Allo Stato spetta
il compito di vigilare affinché le diversità non diventino privilegi gratuiti, non si creino sacche di impunità e
caste voraci, il profitto non diventi selvaggio, e di esercitare la giusta
rappresentanza delle istanze dei cittadini come si conviene ad una autentica
democrazia. La democrazia liberale, è bene ricordarlo, ha reso possibili le
conquiste di cui godiamo ed è un patrimonio prezioso da tutelare contro le
tentazioni qualunquistiche di quanti scrivono libri dei sogni facendo promesse impossibili
da realizzare. Il pragmatismo che ha preso per mano il liberalismo
contemporaneo e lo ha accompagnato verso la realizzazione di un riformismo
sociale sostenibile, è uno strumento che non possiamo mandare in soffitta.
venerdì 20 aprile 2018
L'innocenza violata
Il 16 aprile 1973 a Roma, quartiere Primavalle, perirono,
arsi vivi in un rogo, Stefano Mattei di 8 anni, e il fratello Virgilio di 22
anni. Furono le vittime dell’incendio appiccato alla loro casa da alcuni
esponenti del movimento extraparlamentare di estrema sinistra Potere Operaio,
giovani della buona borghesia romana che giocavano a fare i rivoluzionari e non
si facevano scrupolo di arrostire i rappresentanti del proletariato che avevano
il torto di essere figli di un “fascista”. In nome della lotta al fascismo
bruciare vivo un bambino di 8 anni rientrava nella logica dei danni collaterali
cui si deve prestare ogni sacrosanta battaglia per la democrazia. Ma l’enormità
del misfatto non si è fermata al massacrò in sé, essa si è dilatata ancora di
più con la mistificazione operata dalla galassia di sinistra che si impegnò
nello sforzo di far passare la vicenda come una faida interna al mondo dei
nostalgici fascisti, costruendo una realtà parallela e falsa che aveva come
scopo di scagionare i veri colpevoli. Cortei e appelli pro-indagati furono
inscenati manipolando la realtà e ficcando cinicamente l’inganno dentro la
solita sbornia ideologica. In nome delle magnifiche sorti e progressive anche
la terribile morte di un bambino ad opera di delinquenti politici veniva
strumentalizzata per fini ideologici. Erano i tempi in cui i brigatisti rossi
veniva gratificati con l’indulgente epiteto di compagni che sbagliano. Buona
parte di questo ciarpame ideologico ha continuato a imperversare, anzi ha
conquistato il centro della scena decretando quello che è giusto e quello che
non lo è, quello che è morale e quello che non lo è, impossessandosi del ruolo
di mosca cocchiera delle coscienze e rivendicando l’esclusiva del politicamente
corretto. Sono i campioni di questo ciarpame che decidono quali sono le
battaglie da combattere intestandosele in esclusiva e costruendo su di esse
reputazioni altrimenti improbabili. Sono gli eredi di coloro che hanno ucciso
una seconda volta il piccolo Mattei impegnandosi nell’occultamento della verità
e che hanno rimosso un episodio emblematico del loro cinismo ideologico
banalizzandolo come un qualsiasi episodio di cronaca nera, gli stessi che oggi fanno
sentire più alte le loro voci rispetto all’unanime indignazione per l’infame
uccisione del piccolo Di Matteo. Persino l’indignazione diventa per i nostri
campioni strumento ideologico e assume una colorazione diversa a seconda che un
bambino trucidato si chiami Mattei o Di Matteo.
giovedì 12 aprile 2018
Lula
A quanto pare il Brasile è un Paese alla mercé di un regime
che affida l’amministrazione della giustizia a tribunali speciali. Non ce ne
eravamo resi conto fino a quando non hanno provveduto ad aprirci gli occhi i
santoni della sinistra italiana i quali hanno firmato un manifesto con cui
decretano l’innocenza di Lula e accusano i magistrati brasiliani di avere
emesso una sentenza di colpevolezza non fondata, con lo scopo di cambiare le sorti delle prossime elezioni
politiche in Brasile. Una magistratura deviata dunque al servizio di non meglio precisati interessi occulti. Lula
a sua volta ha messo in discussione la legge, quella stessa legge di cui era
garante quando era presidente del Brasile, ponendosi al di sopra di essa con la
sua decisione di sottrarsi alla pena e col sostegno dei suoi seguaci che
assieme a lui si sono barricati nella sede del sindacato e hanno sospeso per
parecchi giorni l’esecuzione della condanna. Quando finalmente ha deciso di
consegnarsi alla giustizia, ha posto come condizione che il trasferimento in
carcere avvenisse con un aereo privato e la detenzione fosse scontata in una
prigione dorata. Tutto questo non ha scandalizzato i nostri campioni della
democrazia che anzi, mentre ieri osannavano le sentenze che in Italia condannavano
alcuni protagonisti della vita politica di parte avversa e insorgevano contro
le accuse di partigianeria lanciate ai nostri magistrati, oggi non hanno lo
stesso rispetto nei confronti di una sentenza della magistratura brasiliana della
cui reputazione, evidentemente, non hanno grande considerazione. E’ una
questione di quarti di nobiltà, la magistratura italiana ha i quarti giusti e
merita di salire sugli scudi poiché colpisce nella direzione gradita agli
illuminati di casa nostra, quella brasiliana invece, poiché si permette di
colpire un unto della sinistra come Lula, merita di essere trattata alla
stregua di una banda di malfattori dedita a disegni criminosi. E’ la logica dei
nostri disinvolti moralisti, indulgenti con gli amici e severi con i nemici,
inossidabili nella loro presunzione di un’etica superiore che poggia su
categorie ideologiche.
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