Il Papa ha spopolato in America
proponendo quel suo modo semplice di declinare temi forti che
scuotono le coscienze. La finanza selvaggia che soffoca i più
deboli, i profughi visti come vittime delle colpe dei grandi della
terra che non hanno saputo disinnescare le cause dell’esodo, il
traffico d’armi, la pena di morte, la povertà, sono tutti temi su
cui il Papa si è pronunciato con toni accorati sollecitando
soluzioni. Purtroppo le esortazioni del Santo Padre, a parte quella
sull’abolizione della pena di morte, sono destinate a restare
lettera morta, ci sono mali antichi come l’uomo che neanche il
sacrificio di Cristo è riuscito a sconfiggere. E tuttavia il Papa
non può rinunciare alla sua missione profetica che gli deriva
dall’essere l’erede di Cristo e non può arrestarsi dentro i
confini imposti dalla limitatezza umana, gli è proprio “un grado
superiore di saggezza” che si ostina a predicare misericordia anche
dove la misericordia troverà difficilmente proseliti. E’ la logica
della sua missione che ha bisogno di allargare continuamente i suoi
orizzonti e che però non sempre riesce a stare al passo con
sofferenze nuove che si affacciano alla soglia della sua misericordia
e del suo spirito evangelico. Su questo riflettevo mentre leggevo
l’ultima lettera di mio figlio detenuto in regime di 41 bis in cui
mi descrive la sua vita in carcere. Ho già scritto su come la penso
a proposito della stupidità e gratuita cattiveria della carcerazione
dura e su come l’amministrazione penitenziaria ne esasperi ancora
di più le condizioni andando oltre le regole già di per sé dure,
come fa quando perpetra abusi giungendo persino a non rispettare le
sentenze della magistratura o rispettandole dopo che le conseguenze
dell’abuso si sono consumate. In proposito ho cercato di attirare
l’attenzione dell’opinione pubblica lanciando appelli che, ahimè,
sono caduti nel vuoto. Ne ho ricavato soltanto improperi e sarcasmo.
Stavolta mi rivolgo al Papa e gli chiedo se conosce la realtà di
questi suoi figli alla mercé di uno sceriffo con la stella della
legge appuntata sul petto che ha sempre la meglio nel duello contro
l’ avversario munito di un’arma scarica. Se conosce la realtà di
un universo in cui si consuma la violazione dei diritti fondamentali
senza che nulla trapeli all’esterno, in un clima di omertà che
coinvolge le istituzioni e la cosiddetta società civile, pronta a
indignarsi sull’abbandono dei cani ma non altrettanto pronta a
indignarsi sulla vergogna di una enclave di inciviltà incuneata nel
bel mezzo della nostra civilissima Italia. Come è possibile che
accada tutto questo senza che nessuno, e tanto meno il Papa, levi una
qualsiasi protesta? Forse perché i detenuti in regime di 41 bis sono
lontani dai cuori di chi si esercita alla pietà su soliti drammi
scontati, forse perché creano imbarazzo con le loro storie truci e
sono rimossi dall’ipocrisia di chi fiuta l’impopolarità di una
battaglia lontana dal conformismo ideologico, forse perché sono
mafiosi e, secondo l’anatema del Papa, scomunicati e dunque fuori
dal perimetro della Chiesa, forse perché sono gli ultimi tra gli
ultimi e non meritano neanche il perdono di Cristo? Come diceva
Flaubert, il buon Dio è nei dettagli e il Papa, impegnato in giro
per il pianeta a condividere la sorte degli “scarti” disseminati
nel mondo, dovrebbe trovare il tempo e la voglia di condividere anche
la sorte degli “scarti” vessati nella Guantanamo di casa nostra.
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martedì 29 settembre 2015
venerdì 18 settembre 2015
Il mio romanzo
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“La vita di un uomo”, il romanzo che
ho concepito in carcere, ha visto finalmente la luce. E’ stato un
parto travagliato perché trovare un editore che non si ritraesse
scandalizzato al cospetto di un condannato per mafia, non è stato
facile. Nicola Macaione, l’editore che ha accettato di pubblicarlo,
pur con la comprensibilissima cautela nei confronti della mia vicenda
giudiziaria, non si è fatto condizionare dal pregiudizio, non mi ha
respinto come hanno fatto i tanti attestati sulla certezza di ciò
che appariva, ha creduto nel valore del romanzo e, pur mettendo nel
conto il rischio delle indignazioni strumentali che avrebbe
suscitato, non ha esitato ad offrire al lettore un’opera della
quale, a suo avviso, non bisognava privarlo. Non solo, ma, oltre che
al lettore, ha offerto una chance anche a me e di ciò non gli sarò
mai abbastanza riconoscente. Grazie a lui sto incassando con gli
interessi il risarcimento per i colpi che il destino mi ha inferto,
grazie a lui ho l’opportunità di offrire uno spaccato che
scompagina le consuete e abusate categorie criminali con le quali
sono stato sbrigativamente liquidato. Come ha scritto su di me
Roberto Puglisi con la sua abituale onestà: “Vale la pena di
ricamare un pensiero sui pensieri, senza che si sappia se provengono
da un demonio o da una persona? Forse si ma è un rischio grave, con
l’abisso a un centimetro”. Ecco, se il mio romanzo susciterà dei
dubbi sugli irriducibili, se farà chiedere a qualcuno: “Ma chi è
veramente Nino Mandalà?”, ma, soprattutto, se riuscirà a
commuovere, avrà raggiunto il suo scopo. Senza contare poi
l’emozione dell’autore che vede battezzata la propria creatura in
un contesto che, per una volta, non lo mette sul banco dell’imputato
ma gli fa vivere la sensazione di un riscatto, e l’ebbrezza
ubriacante della facile euforia che, con i suoi inganni, gli fa
credere di avere conquistato la gloria letteraria. Da qui in avanti
nulla sarà più come prima.“
lunedì 7 settembre 2015
La pietà
L’immagine del bambino curdo raccolto
dalle mani pietose di un soldato turco è un emblema di cui faremmo
volentieri a meno. C’è bisogno di tanto strazio perché turchi e
curdi si stringano nell’abbraccio che la foto ci consegna in tutto
il suo enorme valore simbolico e la coscienza dell’Europa si
svegli ritrovando i valori che fanno parte del suo bagaglio storico
ma che sembra avere dimenticato? La signora Merkel che avevamo
definito “massaia dedita al bilancio familiare”, ha avuto un
sussulto e ha finalmente tirato fuori dal marsupio delle sue
potenzialità di eterna promessa, la sua statura di statista. Chapeau
a frau Merkel! Siamo convinti che la cancelliera di ferro abbia obbedito,
oltre che agli impulsi del cuore, alla sua vocazione di donna capace
di volare alto, oltre i miopi confini del contingente, per realizzare
costruzioni ardite. Il nuovo approccio della signora Merkel a
proposito dell’immigrazione (che è indubbiamente generoso ma
soddisfa anche le esigenze dell’economia tedesca a corto di
lavoratori) è però un primo passo cui devono seguirne altri in una
ottica universale che riproduca in Europa una rinascita delle
coscienze oltre che dell’economia. Se parliamo di Europa intesa
quale soggetto politico che si propone di superare gli egoismi di
parte, intendiamo una unica Nazione che si faccia carico di una problematica complessa che va armonizzata senza diseguaglianze tra
cittadini di serie A e B. Se il Nord d’Europa virtuoso fa valere i
suoi conti in ordine per rifiutarsi di soccorrere le economie meno
virtuose del Sud d’Europa, ciò vuol dire che la costruzione
europea ha fallito e non si può parlare di una unica Nazione. Chi si
mette assieme per costruire una casa comune e firma un patto, assume
l’impegno di andare oltre gli errori commessi da altri non mancando
al dovere della solidarietà e non fuggendo, davanti alle prime
difficoltà, dalle responsabilità che il patto comporta. In una
Nazione ci sono identità diverse che sono altrettante peculiarità
tutte utili alla casa comune. Se, prendendo ad esempio l’Italia, la
situazione economica italiana fa arricciare il naso ai tedeschi o
agli olandesi, non è certamente con atteggiamenti di spocchiosa
intransigenza che si risolve il problema. L’Italia, oltre ai conti
malconci, porta in dote il suo patrimonio artistico e naturale, le
sue bellezze, il suo talento, seppure disordinato, tutte risorse che
appartengono all’Europa e che essa deve avere la sapienza di sapere
utilizzare. E’ in quest’ottica che, per parafrasare Massimo
D’Azeglio, costruita l’Europa, bisogna costruire gli europei.
Coltivare le diverse identità bilanciando aspetti positivi e
negativi, porre rimedio alle carenze di chi segna il passo
valorizzandone allo stesso tempo le opportunità, è la strada
maestra da percorrere. Pare che la signora Merkel l’abbia capito e
tutti ci aspettiamo che si impegni sui diversi fronti di una sfida
che appare epocale. C’è il problema di una maggiore flessibilità
rispetto al rigore delle regole in campo economico e finanziario, c’è
il problema di un’Europa orientale che sembra non avere superato i
postumi del rancore per i torti subiti nel suo sventurato passato e
ha tutta l’aria di volerli far pagare ai nuovi sventurati,
dimenticando l’esodo dei suoi profughi che fuggivano dalle angherie
sovietiche e trovavano rifugio nel resto d’Europa. E c’è il
problema enorme dei diritti umani spesso disattesi in alcuni angoli
d’Europa. Quando ci commuoviamo per la tragedia degli esuli e
davanti allo spettacolo terribile del cadavere di un bambino riverso
su una spiaggia mentre viene lambito dalla risacca del mare, o dei
migranti inghiottiti dal Mediterraneo, dovremmo ricordare che
tragedie altrettanto terribili si verificano nelle contrade della
civilissima Europa. Sempre per restare in Italia, in che cosa
differisce la visione del cadavere del bambino curdo dalle immagini
del corpo di Stefano Cucchi devastato dalle percosse? E gli
sventurati ammassati nelle carrette del mare o costretti a viaggiare
in tir che spesso si tramutano nella loro tomba, non evocano forse la
condizione di alcuni nostri detenuti murati vivi nelle carceri a
regime speciale, devastati nel fisico e nella psiche e ridotti ad uno
stato vegetale che molto spesso è l’anticamera del suicidio? E allora ben venga
la signora Merkel e, con buona pace del nostro Renzi il quale
protesta che non intende farsi dettare l’agenda da Bruxelles, detti
le regole della convivenza civile in Europa richiamandola alla sua
tradizione e al rispetto dei diritti di ciascuno, dia un’anima
all’Europa, costruisca una Nazione e formi i cittadini europei.
venerdì 4 settembre 2015
Il pubblico ministero
Ai termini dell’art. 358 del cod. di
proc. pen. Il pubblico ministero ha il dovere dell’ imparzialità
esattamente come il magistrato giudicante. Egli ha infatti l’obbligo
di svolgere accertamenti anche su fatti e circostanze a favore delle
persone sottoposte a indagini, concetto che è stato ribadito dalla
Corte di Cassazione con sentenza nr. 106 del 26 febbraio 1999. In
buona sostanza il pubblico ministero ha il compito di accertare la
verità, anche se la verità è a favore dell’imputato. Nei fatti è
così? L’argomento torna d’attualità tutte le volte che si
dibatte su separazione delle carriere si, separazione delle carriere
no, e chi sostiene che non è opportuno separare le carriere, lo fa
affermando che col sistema attuale si ha una maggiore tutela dei
diritti degli imputati oltre che naturalmente delle parti offese. Il
pubblico ministero infatti, proprio perché è un magistrato
imparziale e ha l’obbligo di sostenere l’innocenza dell’imputato
quando accerta elementi a sua discolpa, è una risorsa in più a
garanzia del buon funzionamento della giustizia, risorsa che viene
meno nel momento in cui il P.M. veste i panni del magistrato di parte
che così diventa un vero e proprio avvocato dell’accusa con la
funzione di limitarsi a cercare elementi a carico dell’imputato.
Ricordo che in tal senso si sono espressi l’on. Fassino quando era
ministro di grazia e giustizia e più recentemente il dottore
Spataro, procuratore della Repubblica di Torino. Purtroppo quella che
teoricamente è una bella favola è smentita dal modo in cui certi
pubblici ministeri la interpretano. Lo dico a ragion veduta perché
sono stato vittima di qualche “svista” durante i miei processi.
Un pubblico ministero per esempio, sicuramente per distrazione e in
perfetta buona fede, dimenticò di acquisire agli atti le
dichiarazioni che un collaboratore di giustizia aveva rilasciato a
mio favore. E, ne sono convinto, sempre per distrazione, in altra
occasione, una intercettazione dalla quale appariva evidente la mia
estraneità ai reati dei quali venivo accusato, non approdò in aula
se non dopo che l’episodio venne alla luce grazie alla rivelazione
di un pentito e il pubblico ministero fu invitato dal presidente
della corte a produrre il testo dell’intercettazione. Distrazioni,
sicuramente, ma guarda caso sempre a danno dell’imputato che
dovrebbe essere garantito dall’imparzialità del pubblico
ministero. Viene il sospetto che il magistrato inquirente che ha il
compito di costruire l’impianto accusatorio, si affezioni alla sua
creatura e la difenda anche sfidando i richiami della sua coscienza e
le prescrizioni del codice. O che si senta investito del compito di
redimere la società e obbedisca all’impulso del giustiziere
manipolando la verità invece di accertarla. La natura umana, come si
sa, ha le sue debolezze e forse è il caso di darle una mano
assegnandole compiti chiari che non la sottopongano a tentazioni.
venerdì 28 agosto 2015
La bella Italia
Non passa giorno senza che ci giunga
notizia di qualche ruberia consumata dai nostri pubblici
amministratori. Il problema è serio ma abbiamo la tendenza a
sottovalutarlo perché noi italiani siamo afflitti da un lassismo
morale che ci fa guardare con simpatia ai potenti corrotti
considerati furbi anziché disonesti, e ci fa rammaricare di non
essere al loro posto. In genere dunque non ci scandalizziamo più di
tanto e lasciamo correre, a meno che non siamo presi per mano e
portati in piazza a fare ammuina dai manipolatori di professione che
decidono su che cosa è opportuno sdegnarsi. Le pubbliche ruberie, la
corruzione, i grandi affari illeciti coinvolgono uomini tanto potenti
e convengono ad una così larga fetta della società da risultare
impunibili, anche se la conseguenza è lo sfascio dello Stato. Se ci
scappa l’incidente e qualche stupido si fa beccare con le mani
nella marmellata, se proprio non si può insabbiare, scatta la corsa
a minimizzare e a non infierire troppo. Gli arresti domiciliari, gli
arresti negati quando si tratta di parlamentari, e male che vada,
quando proprio non si può evitare, qualche annetto di reclusione in
carcere, sono il massimo che questi galantuomini rischiano. Ci può
stare, specie se si è fatto in tempo ad accumulare il malloppo e a
metterlo al sicuro, l’importante è non farsi sfiorare da sospetti
di collusione mafiosa, perché in questo caso scattano decenni di
carcere, sequestri di patrimoni più o meno leciti, allarmi che
tornano utili ai disegni di chi ha interesse ad alimentare il clima
d’emergenza e contrabbandare pericoli farlocchi per distrarre
l’attenzione dalla mafia in pantofole, la sola veramente vincente.
Il gioco è facile, perché in quel mondo di principi sacri quale è
quello dei mammasantissima è d’uso soffrire in silenzio, issare la
bandiera del valore al merito conquistato grazie al cursus honorum di
una lunga detenzione e, con la vocazione all’autolesionismo,
fungere da utili idioti. Non si vuole certo sottovalutare la portata
e l’attualità del problema mafioso e tantomeno elevare i mafiosi a
rango di vittime, ma c’è il timore che, ubriachi di antimafiosità,
sottovalutiamo la portata e l’attualità del malcostume e del
malaffare che sempre più pervadono la nostra società, che sono
altrettanto se non più pericolosi del fenomeno mafioso, e per giunta
pretendono di manipolarci. Mentre infatti i tragici protagonisti di
quella che fu una sciagurata epica mafiosa, trasformatisi in patetici
figuranti, vengono utilizzati per lustrare blasoni e coprire maneggi,
i boss dei piani alti della politica, seduti in prima fila alla
greppia della cosa pubblica, banchettano vestendo i panni
dell’intransigenza morale. Ne è testimonianza la sequela di
proteste sdegnate e ipocrite che siamo costretti a sorbirci dopo che
i Casamonica hanno allestito lo spettacolo kitsch dei funerali del
loro capo, folcloristici e di cattivo gusto quanto si vuole, ma che
non hanno avuto certo la pretesa di attentare all’autorità dello
Stato come vogliono farci credere. E, se è vero, ma non è vero,
che degli zingari che non sanno neanche che cosa è lo Stato,
volevano sfidare lo Stato, dove erano quelli che avrebbero dovuto
impedirlo? E’ vero invece che l’insulto allo Stato prima che gli
zingari, lo portano gli uomini delle istituzioni, impegnati a fare i
loro interessi invece del bene comune. Eccoli lì i nostri bravi
politici e certi giornalisti che reggono loro il gioco, tutti
fintamente scandalizzati e indignati, con l’aureola delle vergini
violate, pronti a cogliere l’occasione per sfoderare le gramaglie
di circostanza, tutti caduti dal pero del loro lindore insozzato! Al
riparo della loro faccia di bronzo, questi malandrini dai polsini
inamidati hanno buon gioco a mettere in ginocchio l’economia e
saccheggiare le casse dello Stato. Razziano a piene mani, evadono il
fisco, rubano, corrompono, si fanno corrompere, ora agitando la
bandiera del loro impegno contro le mafie usato come specchietto per
le allodole, ora non agitando un bel niente, sicuri della loro
impunità, con l’arroganza tipica dei veri mafiosi. Il Mezzogiorno
che si stacca sempre più dall’Europa e si avvicina al Maghreb,
Roma allo sfascio, Fiumicino nel caos, Pompei e le opere d’arte
uniche al mondo ostaggio di quattro imbecilli aizzati dal sindacato,
la miseria che incombe sempre più inarrestabile e ingrossa le fila
dei sempre più numerosi nuovi poveri, specie al sud dove (rapporto
annuale sullo stato del Mezzogiorno) ” la crisi ciclica rischia di
trasformarsi in un sottosviluppo perenne, il PIL pro capite si è
ridotto nel 2014 al 57% del valore nazionale, il numero degli
occupati è sceso a 5,8 milioni, il più basso dal 1977, le famiglie
meridionali consumano mediamente il 67% di quello che consumano le
famiglie del Centro-Nord”, sono i frutti avvelenati che stiamo
raccogliendo. Siamo ormai un Paese spaccato a metà, con un Sud da
quarto mondo, grazie a questa classe dirigente incompetente, avida,
corrotta e miope, autentica mafia insinuata nei gangli vitali dello
Stato e composta da veri professionisti delle peggiori nefandezze (e
per favore Buccini ci risparmi il suo sarcasmo a proposito
dell’equazione mafia=politica bollata come un ritornello
populista), che affonda i suoi denti aguzzi nelle nostre carni e
non ha neppure l’accortezza di rimpolpare il tessuto da azzannare
alla prossima occasione, specchio fedele della nostra società
cosiddetta civile, bravissima, specie quella meridionale, a
piagnucolare sulla propria malasorte ma incapace di essere
all’altezza del proprio riscatto. Di quale riscatto può essere
infatti capace una società nella quale imperversano la mancanza di
senso civico, l’inettitudine imprenditoriale, le rivendicazioni di
assistenzialismo, la retorica antimafiosa che invece di combattere la
mafia conclude affari e costruisce carriere, le zone grigie dei
cittadini compiacenti che ammiccano con complicità silente e sono il
brodo di coltura della mafia, l’ambizione di misurarci in imprese
manifatturiere che non sono nelle nostre corde di contro alla
sottovalutazione delle potenzialità turistiche sulla quali, grazie
ai patrimoni artistici e naturali unici al mondo di cui disponiamo,
potremmo costruire il nostro futuro, la mancanza di un progetto di
valorizzazione e di recupero delle nostre opere d’arte che, oltre a
restituirci il godimento del bello, aiuterebbe a risolvere il
problema dei tanti giovani sfornati dalle Accademie di Belle Arti e
catafottuti nel girone delle balzachiane illusioni perdute, la
furbizia che ci fa ritenere i soli scaltri in circolazione quando
invece siamo solo dei cialtroni che sperperano la loro credibilità,
la presunzione di provenire da lombi superiori ed avere diritto in
Sicilia allo Statuto Speciale, un mostro speciale all’insegna del
quale è stato organizzato il festival del privilegio, e via
elencando? E mentre ci balocchiamo col nulla, la mafia tradizionale
dei dilettanti allo sbaraglio, o quello che rimane di essa,
ringrazia. Se nutriva qualche speranza di rialzare la testa, lo Stato
gliene sta offrendo l’occasione spingendo ad ingrossare le sue fila
un esercito di disperati allo sbando e dalla coscienza fragile che
non sa più dove sbattere la testa. Un bel risultato, non c’è che
dire!
lunedì 24 agosto 2015
Monsignor Galantino
Monsignor Galantino con la sua
reprimenda contro i politici insensibili all’accoglienza, non
poteva rappresentare meglio la piroclastica Chiesa di Francesco. Con
una franchezza di linguaggio inusuale per un prete, monsignore ci ha
impartito una lezione su cosa si deve intendere per accoglienza ai
migranti, rivendicata non come frutto della misericordia che un
essere umano prova nei confronti di un suo simile, ma come pretesa di
un obbligo che trasforma “la religione della carità in ideologia
dei diritti” (Marcello Pera, Corriere del 12 agosto). Con tutto il
rispetto per monsignore, credo si possa dire che chiunque approdi
nelle nostre coste non può pretendere altro che carità, non diritti
che non si è guadagnato. Io cristiano non esiterò a condividere le
mie risorse con chi è più sfortunato di me e il laico che, pur non
obbedendo all’imperativo cristiano, avverte gli stimoli della
propria coscienza alla solidarietà, anch’egli non si sottrarrà al
dovere morale di soccorrere chi ha bisogno, ma anche se apriamo,
come stiamo facendo noi italiani, una splendida pagina di solidarietà
nei confronti dei migranti, non per questo dobbiamo abbandonarci a
ubriacature ideologiche scambiando il nostro dovere della
misericordia con i diritti degli altri. E’ facile proclamare una
generosità sconfinata quando non si è chiamati a fare i conti con
le necessità reali. I liberali ci hanno insegnato che la cosiddetta
libertà positiva, seppure è libertà di volere, ha nel suo
esercizio un vincolo che rispetta le libertà altrui, e che i diritti
spettano ai cittadini che hanno sottoscritto un patto sociale
impegnandosi ad osservare in contropartita dei doveri. Questo impegno
nasce da una scelta comune che ha a che vedere con un comune sentire.
I migranti che approdano nel nostro suolo sono portatori di una
cultura che deve ancora misurarsi con i nostri costumi e la nostra
storia e deve guadagnarsi i galloni della cittadinanza attraverso un
percorso di avvicinamento alla cultura di chi li ospita. La politica
può aiutare i migranti in questo percorso di avvicinamento offrendo
soluzioni che diano loro dignità e li aiutino ad integrarsi e, sul
fronte interno, educando il popolo alla tolleranza. C’è chi non si
sente vincolato agli obblighi della solidarietà, chi è spaventato,
chi teme la concorrenza alla propria indigenza, chi ha paura che i
propri costumi e il proprio credo religioso vengano travolti, e non
merita per questo motivo di essere demonizzato ma di essere aiutato a
capire. Come si vede il problema non è semplice e la sfida è di
quelle che fanno tremare le vene ai polsi, ma la si può vincere se
politica e religione riescono a parlarsi. Certo il dialogo non è
incoraggiato dall’intransigenza di monsignor Galantino che
straparla di piazzisti da quattro soldi, di harem e relativismo
morale, e pretende una misericordia senza limiti da chi i limiti ce
li ha ed è costretto a misurarsi con le dure repliche della realtà
mentre tenta di affrontare e risolvere le problematiche prodotte
proprio dalla avventata generosità alla Galantino. Stupisce che la
Chiesa, nonostante sia stata ammaestrata durante il suo millenario
percorso dalle lezioni della storia, si sia arenata in una visione
semplicistica di un problema così complesso. Ma è la Chiesa di
Francesco, la Chiesa che si tuffa nella generosità di una morale
visionaria che non vuole sentire le ragioni della ragione, l’unica
capace di produrre una carità durevole, e della politica che è
l’arte del possibile, che si muove entro i confini imposti
all’azione umana, ma che rimane pur sempre la più alta forma di
carità (Paolo VI).
martedì 28 luglio 2015
La voglia di suicidio
Chi non si è fatto tentare almeno una
volta nella vita dalla voglia di suicidio? Credo in parecchi, perché
la vita è un affare complicato e pieno di insidie e non sempre siamo
all'altezza di affrontarla. Ho una certa dimestichezza con
l’argomento, perché nei luoghi da me frequentati sono stato vicino
di stanza della morte e l’ho sentita aleggiare, suadente compagna
di infelici che trascinano la loro esistenza ascoltando l’eco dei
loro passi sempre uguali, ossessionati dal tempo che non scorre mai.
E l’ho anche vista qualche volta all'opera mentre colpisce alle
spalle coscienze tramortite dall'abbrutimento e andate in pappa
inseguendo i loro fantasmi, e vi posso dire che la bastarda non fa
tanti complimenti. Mi ricordo di un episodio in particolare. Un mio
compagno si fermò davanti alla mia cella, mi raccontò dei suoi
progetti, di quello che avrebbe mangiato quel giorno, di come stava
mettendo da parte i soldi per un regalo all'ultimo figlio appena
nato, e passò oltre ostentando una normalità che ingannava per
primo lui privandolo delle difese contro l’insidia incombente.
Dopo pochi minuti sentii le urla dell’agente che, compiendo il suo
giro d’ispezione, se lo ritrovò davanti privo di vita, penzolante
dal cappio di un lenzuolo.
Ho letto in questi giorni la testimonianza
di molti uomini noti che hanno confessato di avere pensato al
suicidio. Crocetta per primo che ha strillato di avere corso il
rischio ma di essersi salvato non sappiamo in virtù di quale
miracolo. E Galan che lamenta di possedere solo 30.000 euro con cui
sbarcare il lunario e di avere pensato anche lui al suicidio ma di
avere desistito grazie alla figlia. Sono uomini che, grazie a Dio,
non hanno trovato il coraggio di uccidersi ma che purtroppo hanno
anche smarrito il senso della decenza, mettendo in piazza la
narrazione della loro tentazione suicida e facendone mercimonio per
lucrare una visibilità che muovesse a compassione. I miei compagni
che si sono suicidati erano già morti prima di uccidersi e hanno
vissuto fino in fondo e coerentemente la loro sciagurata scelta,
questi campioni di insulse brodaglie melodrammatiche, aggrappati
morbosamente alla vita, sapevano da sempre di non voler morire e
hanno scelto di frignare tentando di barare con i nostri sentimenti.
Un minimo di rossore signori e, per favore, un po’ di rispetto per
chi con la morte gioca a dadi partite dall'esito scontato.
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