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martedì 29 settembre 2015

Il Papa

Il Papa ha spopolato in America proponendo quel suo modo semplice di declinare temi forti che scuotono le coscienze. La finanza selvaggia che soffoca i più deboli, i profughi visti come vittime delle colpe dei grandi della terra che non hanno saputo disinnescare le cause dell’esodo, il traffico d’armi, la pena di morte, la povertà, sono tutti temi su cui il Papa si è pronunciato con toni accorati sollecitando soluzioni. Purtroppo le esortazioni del Santo Padre, a parte quella sull’abolizione della pena di morte, sono destinate a restare lettera morta, ci sono mali antichi come l’uomo che neanche il sacrificio di Cristo è riuscito a sconfiggere. E tuttavia il Papa non può rinunciare alla sua missione profetica che gli deriva dall’essere l’erede di Cristo e non può arrestarsi dentro i confini imposti dalla limitatezza umana, gli è proprio “un grado superiore di saggezza” che si ostina a predicare misericordia anche dove la misericordia troverà difficilmente proseliti. E’ la logica della sua missione che ha bisogno di allargare continuamente i suoi orizzonti e che però non sempre riesce a stare al passo con sofferenze nuove che si affacciano alla soglia della sua misericordia e del suo spirito evangelico. Su questo riflettevo mentre leggevo l’ultima lettera di mio figlio detenuto in regime di 41 bis in cui mi descrive la sua vita in carcere. Ho già scritto su come la penso a proposito della stupidità e gratuita cattiveria della carcerazione dura e su come l’amministrazione penitenziaria ne esasperi ancora di più le condizioni andando oltre le regole già di per sé dure, come fa quando perpetra abusi giungendo persino a non rispettare le sentenze della magistratura o rispettandole dopo che le conseguenze dell’abuso si sono consumate. In proposito ho cercato di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica lanciando appelli che, ahimè, sono caduti nel vuoto. Ne ho ricavato soltanto improperi e sarcasmo. Stavolta mi rivolgo al Papa e gli chiedo se conosce la realtà di questi suoi figli alla mercé di uno sceriffo con la stella della legge appuntata sul petto che ha sempre la meglio nel duello contro l’ avversario munito di un’arma scarica. Se conosce la realtà di un universo in cui si consuma la violazione dei diritti fondamentali senza che nulla trapeli all’esterno, in un clima di omertà che coinvolge le istituzioni e la cosiddetta società civile, pronta a indignarsi sull’abbandono dei cani ma non altrettanto pronta a indignarsi sulla vergogna di una enclave di inciviltà incuneata nel bel mezzo della nostra civilissima Italia. Come è possibile che accada tutto questo senza che nessuno, e tanto meno il Papa, levi una qualsiasi protesta? Forse perché i detenuti in regime di 41 bis sono lontani dai cuori di chi si esercita alla pietà su soliti drammi scontati, forse perché creano imbarazzo con le loro storie truci e sono rimossi dall’ipocrisia di chi fiuta l’impopolarità di una battaglia lontana dal conformismo ideologico, forse perché sono mafiosi e, secondo l’anatema del Papa, scomunicati e dunque fuori dal perimetro della Chiesa, forse perché sono gli ultimi tra gli ultimi e non meritano neanche il perdono di Cristo? Come diceva Flaubert, il buon Dio è nei dettagli e il Papa, impegnato in giro per il pianeta a condividere la sorte degli “scarti” disseminati nel mondo, dovrebbe trovare il tempo e la voglia di condividere anche la sorte degli “scarti” vessati nella Guantanamo di casa nostra.

venerdì 18 settembre 2015

Il mio romanzo

www.spazioculturalibri.it
“La vita di un uomo”, il romanzo che ho concepito in carcere, ha visto finalmente la luce. E’ stato un parto travagliato perché trovare un editore che non si ritraesse scandalizzato al cospetto di un condannato per mafia, non è stato facile. Nicola Macaione, l’editore che ha accettato di pubblicarlo, pur con la comprensibilissima cautela nei confronti della mia vicenda giudiziaria, non si è fatto condizionare dal pregiudizio, non mi ha respinto come hanno fatto i tanti attestati sulla certezza di ciò che appariva, ha creduto nel valore del romanzo e, pur mettendo nel conto il rischio delle indignazioni strumentali che avrebbe suscitato, non ha esitato ad offrire al lettore un’opera della quale, a suo avviso, non bisognava privarlo. Non solo, ma, oltre che al lettore, ha offerto una chance anche a me e di ciò non gli sarò mai abbastanza riconoscente. Grazie a lui sto incassando con gli interessi il risarcimento per i colpi che il destino mi ha inferto, grazie a lui ho l’opportunità di offrire uno spaccato che scompagina le consuete e abusate categorie criminali con le quali sono stato sbrigativamente liquidato. Come ha scritto su di me Roberto Puglisi con la sua abituale onestà: “Vale la pena di ricamare un pensiero sui pensieri, senza che si sappia se provengono da un demonio o da una persona? Forse si ma è un rischio grave, con l’abisso a un centimetro”. Ecco, se il mio romanzo susciterà dei dubbi sugli irriducibili, se farà chiedere a qualcuno: “Ma chi è veramente Nino Mandalà?”, ma, soprattutto, se riuscirà a commuovere, avrà raggiunto il suo scopo. Senza contare poi l’emozione dell’autore che vede battezzata la propria creatura in un contesto che, per una volta, non lo mette sul banco dell’imputato ma gli fa vivere la sensazione di un riscatto, e l’ebbrezza ubriacante della facile euforia che, con i suoi inganni, gli fa credere di avere conquistato la gloria letteraria. Da qui in avanti nulla sarà più come prima.“

lunedì 7 settembre 2015

La pietà

L’immagine del bambino curdo raccolto dalle mani pietose di un soldato turco è un emblema di cui faremmo volentieri a meno. C’è bisogno di tanto strazio perché turchi e curdi si stringano nell’abbraccio che la foto ci consegna in tutto il suo enorme valore simbolico e la coscienza dell’Europa si svegli ritrovando i valori che fanno parte del suo bagaglio storico ma che sembra avere dimenticato? La signora Merkel che avevamo definito “massaia dedita al bilancio familiare”, ha avuto un sussulto e ha finalmente tirato fuori dal marsupio delle sue potenzialità di eterna promessa, la sua statura di statista. Chapeau a frau Merkel! Siamo convinti che la cancelliera di ferro abbia obbedito, oltre che agli impulsi del cuore, alla sua vocazione di donna capace di volare alto, oltre i miopi confini del contingente, per realizzare costruzioni ardite. Il nuovo approccio della signora Merkel a proposito dell’immigrazione (che è indubbiamente generoso ma soddisfa anche le esigenze dell’economia tedesca a corto di lavoratori) è però un primo passo cui devono seguirne altri in una ottica universale che riproduca in Europa una rinascita delle coscienze oltre che dell’economia. Se parliamo di Europa intesa quale soggetto politico che si propone di superare gli egoismi di parte, intendiamo una unica Nazione che si faccia carico di una problematica complessa che va armonizzata senza diseguaglianze tra cittadini di serie A e B. Se il Nord d’Europa virtuoso fa valere i suoi conti in ordine per rifiutarsi di soccorrere le economie meno virtuose del Sud d’Europa, ciò vuol dire che la costruzione europea ha fallito e non si può parlare di una unica Nazione. Chi si mette assieme per costruire una casa comune e firma un patto, assume l’impegno di andare oltre gli errori commessi da altri non mancando al dovere della solidarietà e non fuggendo, davanti alle prime difficoltà, dalle responsabilità che il patto comporta. In una Nazione ci sono identità diverse che sono altrettante peculiarità tutte utili alla casa comune. Se, prendendo ad esempio l’Italia, la situazione economica italiana fa arricciare il naso ai tedeschi o agli olandesi, non è certamente con atteggiamenti di spocchiosa intransigenza che si risolve il problema. L’Italia, oltre ai conti malconci, porta in dote il suo patrimonio artistico e naturale, le sue bellezze, il suo talento, seppure disordinato, tutte risorse che appartengono all’Europa e che essa deve avere la sapienza di sapere utilizzare. E’ in quest’ottica che, per parafrasare Massimo D’Azeglio, costruita l’Europa, bisogna costruire gli europei. Coltivare le diverse identità bilanciando aspetti positivi e negativi, porre rimedio alle carenze di chi segna il passo valorizzandone allo stesso tempo le opportunità, è la strada maestra da percorrere. Pare che la signora Merkel l’abbia capito e tutti ci aspettiamo che si impegni sui diversi fronti di una sfida che appare epocale. C’è il problema di una maggiore flessibilità rispetto al rigore delle regole in campo economico e finanziario, c’è il problema di un’Europa orientale che sembra non avere superato i postumi del rancore per i torti subiti nel suo sventurato passato e ha tutta l’aria di volerli far pagare ai nuovi sventurati, dimenticando l’esodo dei suoi profughi che fuggivano dalle angherie sovietiche e trovavano rifugio nel resto d’Europa. E c’è il problema enorme dei diritti umani spesso disattesi in alcuni angoli d’Europa. Quando ci commuoviamo per la tragedia degli esuli e davanti allo spettacolo terribile del cadavere di un bambino riverso su una spiaggia mentre viene lambito dalla risacca del mare, o dei migranti inghiottiti dal Mediterraneo, dovremmo ricordare che tragedie altrettanto terribili si verificano nelle contrade della civilissima Europa. Sempre per restare in Italia, in che cosa differisce la visione del cadavere del bambino curdo dalle immagini del corpo di Stefano Cucchi devastato dalle percosse? E gli sventurati ammassati nelle carrette del mare o costretti a viaggiare in tir che spesso si tramutano nella loro tomba, non evocano forse la condizione di alcuni nostri detenuti murati vivi nelle carceri a regime speciale, devastati nel fisico e nella psiche e ridotti ad uno stato vegetale che molto spesso è l’anticamera del suicidio? E allora ben venga la signora Merkel e, con buona pace del nostro Renzi il quale protesta che non intende farsi dettare l’agenda da Bruxelles, detti le regole della convivenza civile in Europa richiamandola alla sua tradizione e al rispetto dei diritti di ciascuno, dia un’anima all’Europa, costruisca una Nazione e formi i cittadini europei.  

venerdì 4 settembre 2015

Il pubblico ministero

Ai termini dell’art. 358 del cod. di proc. pen. Il pubblico ministero ha il dovere dell’ imparzialità esattamente come il magistrato giudicante. Egli ha infatti l’obbligo di svolgere accertamenti anche su fatti e circostanze a favore delle persone sottoposte a indagini, concetto che è stato ribadito dalla Corte di Cassazione con sentenza nr. 106 del 26 febbraio 1999. In buona sostanza il pubblico ministero ha il compito di accertare la verità, anche se la verità è a favore dell’imputato. Nei fatti è così? L’argomento torna d’attualità tutte le volte che si dibatte su separazione delle carriere si, separazione delle carriere no, e chi sostiene che non è opportuno separare le carriere, lo fa affermando che col sistema attuale si ha una maggiore tutela dei diritti degli imputati oltre che naturalmente delle parti offese. Il pubblico ministero infatti, proprio perché è un magistrato imparziale e ha l’obbligo di sostenere l’innocenza dell’imputato quando accerta elementi a sua discolpa, è una risorsa in più a garanzia del buon funzionamento della giustizia, risorsa che viene meno nel momento in cui il P.M. veste i panni del magistrato di parte che così diventa un vero e proprio avvocato dell’accusa con la funzione di limitarsi a cercare elementi a carico dell’imputato. Ricordo che in tal senso si sono espressi l’on. Fassino quando era ministro di grazia e giustizia e più recentemente il dottore Spataro, procuratore della Repubblica di Torino. Purtroppo quella che teoricamente è una bella favola è smentita dal modo in cui certi pubblici ministeri la interpretano. Lo dico a ragion veduta perché sono stato vittima di qualche “svista” durante i miei processi. Un pubblico ministero per esempio, sicuramente per distrazione e in perfetta buona fede, dimenticò di acquisire agli atti le dichiarazioni che un collaboratore di giustizia aveva rilasciato a mio favore. E, ne sono convinto, sempre per distrazione, in altra occasione, una intercettazione dalla quale appariva evidente la mia estraneità ai reati dei quali venivo accusato, non approdò in aula se non dopo che l’episodio venne alla luce grazie alla rivelazione di un pentito e il pubblico ministero fu invitato dal presidente della corte a produrre il testo dell’intercettazione. Distrazioni, sicuramente, ma guarda caso sempre a danno dell’imputato che dovrebbe essere garantito dall’imparzialità del pubblico ministero. Viene il sospetto che il magistrato inquirente che ha il compito di costruire l’impianto accusatorio, si affezioni alla sua creatura e la difenda anche sfidando i richiami della sua coscienza e le prescrizioni del codice. O che si senta investito del compito di redimere la società e obbedisca all’impulso del giustiziere manipolando la verità invece di accertarla. La natura umana, come si sa, ha le sue debolezze e forse è il caso di darle una mano assegnandole compiti chiari che non la sottopongano a tentazioni.   

venerdì 28 agosto 2015

La bella Italia

Non passa giorno senza che ci giunga notizia di qualche ruberia consumata dai nostri pubblici amministratori. Il problema è serio ma abbiamo la tendenza a sottovalutarlo perché noi italiani siamo afflitti da un lassismo morale che ci fa guardare con simpatia ai potenti corrotti considerati furbi anziché disonesti, e ci fa rammaricare di non essere al loro posto. In genere dunque non ci scandalizziamo più di tanto e lasciamo correre, a meno che non siamo presi per mano e portati in piazza a fare ammuina dai manipolatori di professione che decidono su che cosa è opportuno sdegnarsi. Le pubbliche ruberie, la corruzione, i grandi affari illeciti coinvolgono uomini tanto potenti e convengono ad una così larga fetta della società da risultare impunibili, anche se la conseguenza è lo sfascio dello Stato. Se ci scappa l’incidente e qualche stupido si fa beccare con le mani nella marmellata, se proprio non si può insabbiare, scatta la corsa a minimizzare e a non infierire troppo. Gli arresti domiciliari, gli arresti negati quando si tratta di parlamentari, e male che vada, quando proprio non si può evitare, qualche annetto di reclusione in carcere, sono il massimo che questi galantuomini rischiano. Ci può stare, specie se si è fatto in tempo ad accumulare il malloppo e a metterlo al sicuro, l’importante è non farsi sfiorare da sospetti di collusione mafiosa, perché in questo caso scattano decenni di carcere, sequestri di patrimoni più o meno leciti, allarmi che tornano utili ai disegni di chi ha interesse ad alimentare il clima d’emergenza e contrabbandare pericoli farlocchi per distrarre l’attenzione dalla mafia in pantofole, la sola veramente vincente. Il gioco è facile, perché in quel mondo di principi sacri quale è quello dei mammasantissima è d’uso soffrire in silenzio, issare la bandiera del valore al merito conquistato grazie al cursus honorum di una lunga detenzione e, con la vocazione all’autolesionismo, fungere da utili idioti. Non si vuole certo sottovalutare la portata e l’attualità del problema mafioso e tantomeno elevare i mafiosi a rango di vittime, ma c’è il timore che, ubriachi di antimafiosità, sottovalutiamo la portata e l’attualità del malcostume e del malaffare che sempre più pervadono la nostra società, che sono altrettanto se non più pericolosi del fenomeno mafioso, e per giunta pretendono di manipolarci. Mentre infatti i tragici protagonisti di quella che fu una sciagurata epica mafiosa, trasformatisi in patetici figuranti, vengono utilizzati per lustrare blasoni e coprire maneggi, i boss dei piani alti della politica, seduti in prima fila alla greppia della cosa pubblica, banchettano vestendo i panni dell’intransigenza morale. Ne è testimonianza la sequela di proteste sdegnate e ipocrite che siamo costretti a sorbirci dopo che i Casamonica hanno allestito lo spettacolo kitsch dei funerali del loro capo, folcloristici e di cattivo gusto quanto si vuole, ma che non hanno avuto certo la pretesa di attentare all’autorità dello Stato come vogliono farci credere. E, se è vero, ma non è vero, che degli zingari che non sanno neanche che cosa è lo Stato, volevano sfidare lo Stato, dove erano quelli che avrebbero dovuto impedirlo? E’ vero invece che l’insulto allo Stato prima che gli zingari, lo portano gli uomini delle istituzioni, impegnati a fare i loro interessi invece del bene comune. Eccoli lì i nostri bravi politici e certi giornalisti che reggono loro il gioco, tutti fintamente scandalizzati e indignati, con l’aureola delle vergini violate, pronti a cogliere l’occasione per sfoderare le gramaglie di circostanza, tutti caduti dal pero del loro lindore insozzato! Al riparo della loro faccia di bronzo, questi malandrini dai polsini inamidati hanno buon gioco a mettere in ginocchio l’economia e saccheggiare le casse dello Stato. Razziano a piene mani, evadono il fisco, rubano, corrompono, si fanno corrompere, ora agitando la bandiera del loro impegno contro le mafie usato come specchietto per le allodole, ora non agitando un bel niente, sicuri della loro impunità, con l’arroganza tipica dei veri mafiosi. Il Mezzogiorno che si stacca sempre più dall’Europa e si avvicina al Maghreb, Roma allo sfascio, Fiumicino nel caos, Pompei e le opere d’arte uniche al mondo ostaggio di quattro imbecilli aizzati dal sindacato, la miseria che incombe sempre più inarrestabile e ingrossa le fila dei sempre più numerosi nuovi poveri, specie al sud dove (rapporto annuale sullo stato del Mezzogiorno) ” la crisi ciclica rischia di trasformarsi in un sottosviluppo perenne, il PIL pro capite si è ridotto nel 2014 al 57% del valore nazionale, il numero degli occupati è sceso a 5,8 milioni, il più basso dal 1977, le famiglie meridionali consumano mediamente il 67% di quello che consumano le famiglie del Centro-Nord”, sono i frutti avvelenati che stiamo raccogliendo. Siamo ormai un Paese spaccato a metà, con un Sud da quarto mondo, grazie a questa classe dirigente incompetente, avida, corrotta e miope, autentica mafia insinuata nei gangli vitali dello Stato e composta da veri professionisti delle peggiori nefandezze (e per favore Buccini ci risparmi il suo sarcasmo a proposito dell’equazione mafia=politica bollata come un ritornello populista), che affonda i suoi denti aguzzi nelle nostre carni e non ha neppure l’accortezza di rimpolpare il tessuto da azzannare alla prossima occasione, specchio fedele della nostra società cosiddetta civile, bravissima, specie quella meridionale, a piagnucolare sulla propria malasorte ma incapace di essere all’altezza del proprio riscatto. Di quale riscatto può essere infatti capace una società nella quale imperversano la mancanza di senso civico, l’inettitudine imprenditoriale, le rivendicazioni di assistenzialismo, la retorica antimafiosa che invece di combattere la mafia conclude affari e costruisce carriere, le zone grigie dei cittadini compiacenti che ammiccano con complicità silente e sono il brodo di coltura della mafia, l’ambizione di misurarci in imprese manifatturiere che non sono nelle nostre corde di contro alla sottovalutazione delle potenzialità turistiche sulla quali, grazie ai patrimoni artistici e naturali unici al mondo di cui disponiamo, potremmo costruire il nostro futuro, la mancanza di un progetto di valorizzazione e di recupero delle nostre opere d’arte che, oltre a restituirci il godimento del bello, aiuterebbe a risolvere il problema dei tanti giovani sfornati dalle Accademie di Belle Arti e catafottuti nel girone delle balzachiane illusioni perdute, la furbizia che ci fa ritenere i soli scaltri in circolazione quando invece siamo solo dei cialtroni che sperperano la loro credibilità, la presunzione di provenire da lombi superiori ed avere diritto in Sicilia allo Statuto Speciale, un mostro speciale all’insegna del quale è stato organizzato il festival del privilegio, e via elencando? E mentre ci balocchiamo col nulla, la mafia tradizionale dei dilettanti allo sbaraglio, o quello che rimane di essa, ringrazia. Se nutriva qualche speranza di rialzare la testa, lo Stato gliene sta offrendo l’occasione spingendo ad ingrossare le sue fila un esercito di disperati allo sbando e dalla coscienza fragile che non sa più dove sbattere la testa. Un bel risultato, non c’è che dire!

lunedì 24 agosto 2015

Monsignor Galantino

Monsignor Galantino con la sua reprimenda contro i politici insensibili all’accoglienza, non poteva rappresentare meglio la piroclastica Chiesa di Francesco. Con una franchezza di linguaggio inusuale per un prete, monsignore ci ha impartito una lezione su cosa si deve intendere per accoglienza ai migranti, rivendicata non come frutto della misericordia che un essere umano prova nei confronti di un suo simile, ma come pretesa di un obbligo che trasforma “la religione della carità in ideologia dei diritti” (Marcello Pera, Corriere del 12 agosto). Con tutto il rispetto per monsignore, credo si possa dire che chiunque approdi nelle nostre coste non può pretendere altro che carità, non diritti che non si è guadagnato. Io cristiano non esiterò a condividere le mie risorse con chi è più sfortunato di me e il laico che, pur non obbedendo all’imperativo cristiano, avverte gli stimoli della propria coscienza alla solidarietà, anch’egli non si sottrarrà al dovere morale di soccorrere chi ha bisogno, ma anche se apriamo, come stiamo facendo noi italiani, una splendida pagina di solidarietà nei confronti dei migranti, non per questo dobbiamo abbandonarci a ubriacature ideologiche scambiando il nostro dovere della misericordia con i diritti degli altri. E’ facile proclamare una generosità sconfinata quando non si è chiamati a fare i conti con le necessità reali. I liberali ci hanno insegnato che la cosiddetta libertà positiva, seppure è libertà di volere, ha nel suo esercizio un vincolo che rispetta le libertà altrui, e che i diritti spettano ai cittadini che hanno sottoscritto un patto sociale impegnandosi ad osservare in contropartita dei doveri. Questo impegno nasce da una scelta comune che ha a che vedere con un comune sentire. I migranti che approdano nel nostro suolo sono portatori di una cultura che deve ancora misurarsi con i nostri costumi e la nostra storia e deve guadagnarsi i galloni della cittadinanza attraverso un percorso di avvicinamento alla cultura di chi li ospita. La politica può aiutare i migranti in questo percorso di avvicinamento offrendo soluzioni che diano loro dignità e li aiutino ad integrarsi e, sul fronte interno, educando il popolo alla tolleranza. C’è chi non si sente vincolato agli obblighi della solidarietà, chi è spaventato, chi teme la concorrenza alla propria indigenza, chi ha paura che i propri costumi e il proprio credo religioso vengano travolti, e non merita per questo motivo di essere demonizzato ma di essere aiutato a capire. Come si vede il problema non è semplice e la sfida è di quelle che fanno tremare le vene ai polsi, ma la si può vincere se politica e religione riescono a parlarsi. Certo il dialogo non è incoraggiato dall’intransigenza di monsignor Galantino che straparla di piazzisti da quattro soldi, di harem e relativismo morale, e pretende una misericordia senza limiti da chi i limiti ce li ha ed è costretto a misurarsi con le dure repliche della realtà mentre tenta di affrontare e risolvere le problematiche prodotte proprio dalla avventata generosità alla Galantino. Stupisce che la Chiesa, nonostante sia stata ammaestrata durante il suo millenario percorso dalle lezioni della storia, si sia arenata in una visione semplicistica di un problema così complesso. Ma è la Chiesa di Francesco, la Chiesa che si tuffa nella generosità di una morale visionaria che non vuole sentire le ragioni della ragione, l’unica capace di produrre una carità durevole, e della politica che è l’arte del possibile, che si muove entro i confini imposti all’azione umana, ma che rimane pur sempre la più alta forma di carità (Paolo VI).

martedì 28 luglio 2015

La voglia di suicidio

Chi non si è fatto tentare almeno una volta nella vita dalla voglia di suicidio? Credo in parecchi, perché la vita è un affare complicato e pieno di insidie e non sempre siamo all'altezza di affrontarla. Ho una certa dimestichezza con l’argomento, perché nei luoghi da me frequentati sono stato vicino di stanza della morte e l’ho sentita aleggiare, suadente compagna di infelici che trascinano la loro esistenza ascoltando l’eco dei loro passi sempre uguali, ossessionati dal tempo che non scorre mai. E l’ho anche vista qualche volta all'opera mentre colpisce alle spalle coscienze tramortite dall'abbrutimento e andate in pappa inseguendo i loro fantasmi, e vi posso dire che la bastarda non fa tanti complimenti. Mi ricordo di un episodio in particolare. Un mio compagno si fermò davanti alla mia cella, mi raccontò dei suoi progetti, di quello che avrebbe mangiato quel giorno, di come stava mettendo da parte i soldi per un regalo all'ultimo figlio appena nato, e passò oltre ostentando una normalità che ingannava per primo lui privandolo delle difese contro l’insidia incombente. Dopo pochi minuti sentii le urla dell’agente che, compiendo il suo giro d’ispezione, se lo ritrovò davanti privo di vita, penzolante dal cappio di un lenzuolo. Ho letto in questi giorni la testimonianza di molti uomini noti che hanno confessato di avere pensato al suicidio. Crocetta per primo che ha strillato di avere corso il rischio ma di essersi salvato non sappiamo in virtù di quale miracolo. E Galan che lamenta di possedere solo 30.000 euro con cui sbarcare il lunario e di avere pensato anche lui al suicidio ma di avere desistito grazie alla figlia. Sono uomini che, grazie a Dio, non hanno trovato il coraggio di uccidersi ma che purtroppo hanno anche smarrito il senso della decenza, mettendo in piazza la narrazione della loro tentazione suicida e facendone mercimonio per lucrare una visibilità che muovesse a compassione. I miei compagni che si sono suicidati erano già morti prima di uccidersi e hanno vissuto fino in fondo e coerentemente la loro sciagurata scelta, questi campioni di insulse brodaglie melodrammatiche, aggrappati morbosamente alla vita, sapevano da sempre di non voler morire e hanno scelto di frignare tentando di barare con i nostri sentimenti. Un minimo di rossore signori e, per favore, un po’ di rispetto per chi con la morte gioca a dadi partite dall'esito scontato.