Visualizzazioni totali

giovedì 28 maggio 2015

La mafia dell’antimafia

Rispondo a un mio lettore il quale mi chiede che cosa intendo per mafia dell’antimafia e che cosa per mafia volgarmente intesa. Non ho la pretesa di dare la risposta giusta ad un quesito così impegnativo ma ci provo. Quella che viene definita con una formulazione suggestiva “mafia dell’antimafia” è, a mio avviso, un bubbone scoppiato sulla pelle infracidita della mafia tradizionale. Una rivolta ideale nata dalla presa di coscienza di una opinione pubblica spaventata e indignata, ha arruolato lungo il suo cammino maneggioni e faccendieri che hanno fiutato l’affare e si sono dati appuntamento attorno alle spoglie di una mafia ormai al tracollo, sconfitta, oltre che dallo Stato, dalla sua stessa crudeltà spinta fino alla stupidità. Appollaiati sul trespolo di una pretesa superiorità morale, gli sciacalli si sono impegnati in una gara a chi rivendicava più quarti di antimafiosità, alcuni per pruriti meramente moralistici, altri per interessi di bottega, altri ancora per carrierismo, tutti inseguendo una patente di verginità che può sempre servire. E’ così che si spiega il proliferare degli impostori che si sono appaltati l’esclusiva della memoria degli autentici eroi antimafia, delle associazioni che molto più prosaicamente si sono impossessate dei beni sequestrati vantando, in alcuni casi, improbabili meriti antimafiosi, di sequestri molto spesso operati a cuor leggero e gestiti a cuore ancora più leggero sperperando il valore dei bei sequestrati e promuovendo un giro d’affari miliardario a favore dei pochi appartenenti al cerchio magico che fanno affari d’oro incamerando per un piatto di lenticchie i beni messi all’asta grazie all'opera meritoria di taluni amministratori giudiziari che hanno il loro tratto identitario nell'abbondanza degli incarichi e nella vocazione a far fallire aziende sane intascando laute parcelle. Il risvolto drammatico di questo gioco al massacro è il disastro sociale che condanna i dipendenti alla disoccupazione e, nel caso di aziende sequestrate a personaggi usciti indenni dalle accuse di mafiosità, l’aberrante ingiustizia della “pena sine culpa” che distrugge vite e patrimoni onesti. Quello che impressiona è l’impudenza degli organi costituzionali che hanno rigettato per “manifesta infondatezza” i rilievi di incostituzionalità promossi da alcuni avvocati contro lo sfregio portato al diritto da leggi dello Stato che non si curano di un principio fondamentale quale la presunzione di innocenza e sanciscono l’illiceità dei beni sequestrati fino a prova contraria a carico dell’imputato (l’imputato deve cioè dimostrare che i beni oggetto di sequestro sono di origine lecita), spianando una prateria all’arbitrio. A questo si aggiunga l’ambizione di certi magistrati che, pur di fare carriera, gonfiano inchieste che andrebbero archiviate od orientano i processi in direzione delle loro teorie producendo mostruosità come il caso Tortora ed altre che non vengono alla ribalta perché le vittime non hanno la notorietà di Tortora. Tutto è avvenuto con la complicità di una parte del nostro giornalismo che, fatta salva qualche coraggiosa eccezione, si è genuflesso ai piedi delle verità di comodo rinunciando al suo compito di denuncia e preferendo rappresentare una realtà suggestiva ancorché palesemente manipolata, utile a far cassa. Ecco che cosa intendo per mafia dell’antimafia. Grazie a questa deriva mercantilistica nella quale è scaduta l’ideale battaglia delle origini, una buona fetta dell’economia, specie quella siciliana, è andata in malora e il diritto è andato a farsi benedire. Naturalmente esiste anche un’antimafia onesta seppure ormai in minoranza, mentre è una contraddizione in termini parlare di onestà a proposito della mafia tradizionalmente intesa. Chi mitizza la mafia considerandola una sorta di ammortizzatore che svolge una meritoria funzione sociale, delira. Certo in tempi in cui lo Stato era completamente assente e la giustizia era, per dirla con Trasimaco, l’interesse dei più forti, il mito del mammasantissima giusto che riparava i torti e difendeva i deboli, ha potuto prendere piede. E anche oggi, con le istituzioni che producono l’antimafia che ho descritto, certe insane tentazioni sono forti. Ma deve essere ben chiaro che il mammasantissima giusto è una figura immaginifica che non ha riscontro nella realtà, che è allo Stato e non al mammasantissima che il cittadino ha delegato il compito di proteggerlo, che le battaglie per correggere le deviazioni dello Stato vanno combattute entro argini che non si possono valicare.
Purtroppo non è il caso di illudersi che le cose cambino, perché mafia e antimafia deviata sono il prodotto di un popolo irredimibile che anche nelle sue componenti più sane coltiva il disprezzo per l’altro e ignora le virtù civiche . Arrotiamo i nostri simili sulle strisce pedonali e ci incazziamo se quei disgraziati osano protestare, passiamo col rosso, trasformiamo gli angoli delle città in immondezzai, parcheggiamo in doppia fila e irridiamo il povero cristo intrappolato dentro la sua macchina, siamo campioni mondiali di evasione fiscale (anche se in alcuni casi è difficile non evadere), denunciamo i privilegi altrui nel momento stesso in cui perpetriamo i nostri, e mi fermo qui lasciando all’immaginazione di ciascuno l’elenco delle nostre nefandezze. Non voglio essere pessimista, ma l’unica è fuggire lontano.

venerdì 15 maggio 2015

La cenerentola del diritto nel conflitto tra poteri

I diritti, non solo quelli approssimativamente codificati, ma anche quelli solennemente consacrati nella Carta Costituzionale, che si presume non possano essere disattesi, sono diventati in Italia ostaggio di un conflitto tra poteri che decidono obbedendo a categorie che non hanno nulla da spartire con quella che Kelsen ha definito “dottrina pura del diritto”. Il governo Monti, in debito d’ossigeno e con problemi di cassa, ha deciso che si potesse bloccare la rivalutazione monetaria delle pensioni in deroga al principio della intangibilità dei diritti acquisiti previsto dalla Costituzione. La Corte Costituzionale ha risposto bocciando il provvedimento Monti, immemore di pronunce precedenti di segno contrario sullo stesso argomento e infischiandosi delle conseguenze devastanti per il bilancio dello Stato costretto a far fronte ad un debito di 14 miliardi di euro. Il governo Renzi ha a sua volta dichiarato che rispetterà la sentenza nei modi che riterrà opportuno. Un bel teatrino, non c’è che dire. Bisogna dare atto a Renzi che egli in questa vicenda è costretto a misurarsi con una tegola di cui non ha colpa, con il fiato sul collo dell’Europa che teme uno sforamento dei parametri. Anche lui certo avrebbe potuto evitare i soliti toni spavaldi e non sparare a zero contro la Consulta rea, a suo dire, di invadere il campo della politica. La Consulta sostiene di limitarsi a svolgere il ruolo che le compete, e cioè a vigilare che le decisioni prese dalla politica siano compatibili con la Costituzione e non con equilibri economico sociali. In verità, come osserva qualche costituzionalista, la Corte Costituzionale, così come ha fatto in passato, anche per le pensioni avrebbe potuto procedere in modo da non trascurare le conseguenze finanziarie della sua decisione, pur tenendo il punto sulla perentorietà dei diritti dei cittadini. Avrebbe potuto per esempio sancire l’inviolabilità della rivalutazione delle pensioni, “ma”, cito Sabino Cassese, “lasciando a governo e a Parlamento il compito di scegliere come provvedere” o avrebbe potuto (sempre Cassese) “ripetere il monito (la messa in mora che la Corte fa quando non vuole produrre gli effetti immediati e traumatici che derivano da un annullamento), già fatto in precedenza in fatto di pensioni ”. Invece è andata giù a testa bassa. Sorge il dubbio che si sia verificato uno scontro tra poteri che tendono l’orecchio ad interessi che nulla hanno a che vedere col diritto e che sulle pensioni si sia giocata una partita dal sapore squisitamente politico. Solo così si spiega come ci sia stata una contrapposizione inconciliabile di sei contro sei giudici su una fattispecie giuridica che non avrebbe dovuto prestarsi a divaricazioni così nette. Il crocevia di dialettiche contrapposte ci propone sempre più spesso il dilemma di chi e che cosa privilegiare. Così come oggi si contrappongono la rivalutazione delle pensioni con i vincoli di bilancio, domani si potrebbero fronteggiare esigenze di legittimità con problematiche economiche e sociali di vasta portata (per esempio l’esigenza di perseguire le aziende che fanno disastri ambientali con la tutela del posto di lavoro che quelle aziende assicurano, l’esigenza di garantire la sicurezza con quella di porre mano al problema delle condizioni inumane di vita in carcere, l’esigenza di sequestrare i beni in odore di mafia con quella di non farle fallire, e quant’altro ancora) e purtroppo la Corte Costituzionale non sembra capace di sciogliere il nodo gordiano di queste contrapposizioni coniugando rigore ed equità, né di vigilare affinché i diritti fondamentali dei cittadini vengano rispettati. La conseguenza è che proprio su questo fronte essa subisce l’iniziativa dell’Europa che la surroga in maniera imbarazzante dettando all’Italia l’agenda dei compiti a casa. Le condanne ormai non si contano più, solo che anche l’Europa deve fare i conti con la capacità tutta italiana di bypassare il possibile e l’impossibile. La Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per le inumane condizioni di vita in carcere dei nostri detenuti? L’Italia ha risposto con una legge che prevede rimedi compensativi (8 euro al giorno per chi ha già scontato la pena detentiva, lo scomputo di un giorno ogni dieci giorni per chi deve ancora scontare la pena). Peccato che la normativa per l’ottenimento di questi compensi vanifichi il risultato, visto che l’85% delle domande finora avanzate è stata dichiarata inammissibile e il risarcimento concesso si limita all’1,2% delle richieste. Sempre la Corte di Strasburgo ci ha condannato per la macelleria messicana del G8 di Genova? L’Italia ha risposto approvando in Commissione la proposta di legge che prevede il reato di tortura nel nostro codice penale. Peccato che la proposta giaccia nel dimenticatoio in un ramo del Parlamento. C’è da scommettere che anche per quanto riguarda le pensioni decurtate da Monti, Renzi troverà il modo di bypassare la sentenza della Corte Costituzionale. E’ così che funzionano le cose nostre in un Paese dove le esigenze della giustizia subiscono i ricatti delle esigenze economiche e sociali tanto quanto le esigenze economiche e sociali sono vittime delle schizofrenie della legge, con sullo sfondo i potentati di appartenenza. Tutto mentre coloro che non hanno santi protettori recitano la parte dei vasi di coccio.  

sabato 9 maggio 2015

Le inutili cautele

Lo ammetto, nonostante le cautele adottate, sono stato ugualmente smascherato. Malgrado abbia finto di essere povero, secondo un costume caro ai mammasantissimi che accumulano ricchezze ma non possono godersele, è venuto alla luce che sono tra i titolari di un patrimonio di ottocento milioni di euro. Questo almeno è quello che si deduce leggendo le dichiarazioni degli investigatori e i servizi giornalistici che riportano la notizia di un sequestro di beni ai danni del dottor Giuseppe Acanto. Su Repubblica si può leggere infatti che il patrimonio in questione appartiene in effetti a quei mafiosi di Villabate che hanno accompagnato a Marsiglia Bernardo Provenzano. Poiché uno di questi mafiosi è mio figlio Nicola, è a lui che, secondo gli inquirenti e la stampa, appartiene il patrimonio intestato ad Acanto. E poiché come padre io non potevo non sapere, due più due fanno quattro, quel patrimonio appartiene anche a me. Il Giornale di Sicilia di ieri poi lo dice chiaramente: dietro questo ben di Dio ci sono i Mandalà. In assenza di prove e, in verità, in assenza del senso della decenza, è stato stabilito dunque che i beni sequestrati ad Acanto appartengono in realtà a me e a mio figlio. Il dottore Acanto, secondo quanto riferiscono i giornali, è stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa ma non è stato mai processato e tantomeno condannato perché, non risultando prove a suo carico, l’indagine è stata archiviata. Egli dunque non è mafioso ma questo non è stato sufficiente ad evitargli un provvedimento che ha scompaginato la sua vita e metterà a repentaglio il lavoro dei tanti suoi collaboratori. Non ci sono prove che il patrimonio sequestratogli appartenga alla mafia, ma c’è il sospetto e questo basta. Purtroppo per lui, il dottore Acanto ha avuto il torto di avermi assistito professionalmente e questo, come si vede, gli sta creando qualche problema. Pare infatti che a mettere in allarme gli investigatori sia stata la scoperta presso lo studio dello stesso dei libri contabili di un’attività riconducibile al sottoscritto. Un quotidiano on line riporta la notizia parlando di “scritture contabili di una sfilza di imprese riconducibili a mafiosi del calibro di Nino Mandalà………” e lasciando intravedere scenari inquietanti. Con buona pace del mio calibro, i soli libri contabili che mi riguardano e che possono essere stati riscontrati presso lo studio Acanto, sono quelli che si riferiscono ad una mia attività lecitissima che svolgevo alla luce del sole quando lavoravo (stiamo parlando di sedici anni fa) e non ero stato ancora investito da alcuna vicenda giudiziaria. Degli innocenti libri contabili intestati all’attività di un uomo che solo parecchi anni dopo sarebbe stato condannato per mafia, sono bastati a innescare il sospetto e il sospetto è bastato a determinare il provvedimento di sequestro. Così funzionano le cose in quel deserto del diritto che è il mondo della prevenzione. Tutto sommato però niente di grave, in definitiva stiamo parlando di soldi, cosa volete che sia, il dottore Acanto se ne farà una ragione. Ben altre conseguenze sono quelle che possono derivare al sottoscritto. Ho dovuto arrangiarmi per coniugare il pranzo con la cena, mi sono privato dell’indispensabile per sopravvivere, non faccio un viaggio da tempo immemorabile, non compro un nuovo capo dall’alba dei tempi, devo fare i salti mortali per pagare l’affitto, ma a quanto pare, non è servito a nulla, la messinscena è fallita miseramente. Chi convincerà i miei complici con i quali ho sempre pianto miseria raccontando di essere povero in canna, che non li ho ingannati, dopo che le straordinarie rivelazioni della DIA hanno svelato le mie ricchezze? Questi signori, come è noto, non hanno il senso dell’umorismo e hanno il brutto vizio di prendere tutto maledettamente sul serio. Questo sul fronte della criminalità. Sul fronte della Giustizia è in itinere la decisione del Tribunale per le misure di prevenzione di un provvedimento nei miei confronti. Quale pensate che sarà l’esito alla luce del regalo fattomi dalla DIA? Le aberrazioni narrate da Kafka ne “Il processo” impallidiscono in confronto a quelle della realtà giudiziaria italiana.

giovedì 30 aprile 2015

Il bel Paese

Venerdì 24 aprile a Montecitorio, durante la seduta in cui il ministro Gentiloni ha riferito ai signori deputati sulla morte di Giovanni Lo Porto, volontario palermitano ucciso in Afganistan dai droni di Obama, sui 630 parlamentari di cui è composta la Camera, erano presenti in 40 di cui 3 siciliani. Al povero Lo Porto, già vittima di una sorte che non gli ha lesinato sofferenze, la misericordia divina, impietosita, ha voluto risparmiare la pantomima di una folla di manigoldi ipocritamente in gramaglie.

Nella notte di domenica 26 aprile, il dottor Francesco Menetto, medico pediatra tra i più stimati di Genova, padre di Marco Menetto farmacista accusato di aver trafficato in medicinali antitumorali rubati, non reggendo alla vergogna per l’infortunio giudiziario del figlio e pur non credendo alle accuse nei suoi confronti, si è tolto la vita lanciandosi nel vuoto da un ponte. Ha lasciato un biglietto: “La magistratura miope a volte uccide”. Commento del procuratore capo di Monza Corrado Carnevali, titolare dell’inchiesta che ha sconvolto il suicida: “Ormai dicono tutti così. Non c’è altro da commentare”. Quando si dice il delirio d’onnipotenza che ascende a culto di sé e annulla ogni traccia d’umanità.

Carlo De Benedetti, ai legali di Marco Tronchetti Provera che, nell’ambito del processo intentato a quest’ultimo per diffamazione, gli chiedevano se ricordava di essere stato condannato per aver falsificato i bilanci della Olivetti quando ne era presidente, ha risposto che no, non ricordava. In verità l’ingegnere, capofila dei duri e puri che detengono l’esclusiva della superiorità morale, ha patteggiato 3 mesi, convertiti in cinquanta milioni di lire di multa, in conseguenza delle responsabilità accertate a suo carico proprio in relazione alla vicenda Olivetti. Ma lui dice di non ricordare e deve essere vero, l’ingegnere è un uomo d’onore sicuramente in buona fede, alla sua età può capitare di avere dei vuoti di memoria.

Il Presidente del Consiglio, in una lettera aperta indirizzata ai circoli del suo partito, perentoriamente avverte che la legge elettorale al vaglio del Parlamento va approvata: “Avanti con l’Italicum, egli scrive, ne va della dignità del PD”. Dunque, pare di capire, l’onore del PD è legato all'approvazione della legge elettorale e una normalissima dialettica che può anche portare a dissentire dalla volontà del segretario del partito, è considerata immorale. Chi dissente da Renzi, e non parliamo solo della minoranza del PD ma anche delle altre forze politiche esterne al PD, non è considerato un interlocutore prezioso che con le sue idee offre un contributo ad una decisione importante quale è quella sulla legge elettorale, chi dissente da Renzi, ad avviso di quest’ultimo, è un indegno!


La Presidente della Camera, on. Laura Boldrini, in una lettera al Corriere della Sera, con toni accorati denuncia la contraddizione tra gli sprechi della produzione alimentare per un ammontare di 1,3 milioni di tonnellate e la fame che affligge una parte cospicua dell’umanità la quale agonizza sotto gli standard minimi di vita. Invita ad una crociata contro questa sperequazione immorale indicando diverse iniziative utili ad affrontare il problema. I toni son alti e l’invito alla solidarietà sincero perché proviene da una vocazione autentica di cui è testimone il vissuto della signora Boldrini. Colpisce soprattutto l’invito ai giovani a mettersi in gioco e partecipare alla battaglia per la soluzione di una delle questioni cruciali del nostro tempo. Non c’è che dire, tutto molto bello e nobile, ma una domanda si impone: l’appello della signora Boldrini, l’appello cioè di combattere per risolvere il problema della fame nel mondo, si rivolge a quegli stessi giovani (si fa per dire) che combattono ogni giorno la battaglia per sconfiggere la fame a casa loro e, ancora in età canonica, non trovano di meglio che continuare a convivere con i genitori mantenendosi alle loro spalle con l’incubo che, prima o poi, i genitori non ci saranno più? Oppure al 43% di giovani siciliani che non studiano e non lavorano e sono in attesa di decidere se debbono delinquere o ingrossare la pattuglia dei mantenuti?

Ma in che cavolo di Paese viviamo?

sabato 25 aprile 2015

L’impero della miseria

Il male ha una delle sue componenti più drammatiche nella ineluttabilità della miseria, una costante mai sconfitta nella vita degli uomini. Quanto sta accadendo in questi giorni, con la moltitudine di profughi che fuggono da condizioni di vita invivibili e sono inghiottiti dal mare, narra l’epopea miserabile di uomini che vivono sotto la soglia della dignità umana. E’una condizione che purtroppo abbiamo imparato a conoscere anche noi italiani incamminati ormai da anni, sempre più numerosi, verso la povertà assoluta. Quando i figli di quella che è stata una società opulenta, combattono la battaglia per sopravvivere cercando di inventarsi espedienti che spesso vanno oltre il lecito e il moralmente tollerabile e si dibattono tra le spire di una disperazione senza via d’uscita abdicando all’amor proprio e al rispetto di sé, in che cosa differiscono dagli ultimi del mondo? E dove è la nostra cultura cristiana? Perché di questo bisogna parlare, dobbiamo chiederci cioè se la stessa cultura cristiana non sia stata sconfitta. Come scrisse Croce, non si può non essere cristiani, perché quello che siamo è l’eredità di un messaggio lanciato duemila anni fa da un pacifico rivoluzionario di nome Gesù. L’uomo che ha preso coscienza della propria dignità cancellando l’istituto della schiavitù che prima di Cristo non costituiva scandalo, la donna che si affranca dal gineceo e guadagna gli stessi diritti dell’uomo, i vecchi e i malati non più abbandonati come esseri inutili, i bambini non più alla mercé di un padre che nella società contadina di un tempo poteva non accettarli e decidere di disfarsene come di una inutile mercanzia, i diritti fondamentali dell’uomo che hanno trovato solenne consacrazione in proclami e convenzioni in tempi relativamente recenti, lo stesso concetto d’amore considerato non solo come eros ma anche come agape, come donazione di sé, sono il risultato della cultura cristiana di cui l’Europa è stata permeata e che si è diffusa in tutto il mondo. Questa immensa eredità rischia di essere rimessa in discussione. Nietzsche, un nemico per eccellenza del cristianesimo, ha dovuto riconoscere: “Tutto quanto soffre, tutto quanto è appeso alla croce è divino…..e l’individuo non lo si poté più sacrificare”. Ma oggi è ancora vero ciò o non è l’uomo sacrificato tutte le volte che è lasciato alla crudeltà del mondo e alla mercificazione della persona? E non parliamo solo dei migranti che muoiono in mare, parliamo anche di quelli che riescono ad approdare nelle nostre coste e si prestano alle attività più mortificanti fornendo lo spettacolo di una umanità che ha rinunciato alla propria identità e contende il primato del degrado ai diseredati di casa nostra, in una gara di sofferenza ignorata da una società sempre più secolare ed endogamica (giusto quanto temuto da Claudio Magris) e abbracciata solo dall’abnegazione dei credenti in nome di una vocazione alla condivisione del dolore altrui alla quale li richiama il patibolo di Cristo. La loro fede però non può andare oltre, sconfitta dalla dimensione di un esodo biblico e dalla deriva di una economia asfittica che colpisce i più deboli e che la loro generosità non è in grado di affrontare. E’così che, mentre l’anima dei giusti, appagata dal suo spicchio di sofferenza, vola verso una prospettiva di santità, la dignità dell’individuo non riesce ad affrancarsi dalla morsa della miseria materiale e lo stato dell’uomo ritorna alle condizioni anteriori alla venuta di Cristo. E’ vero che, come sostiene la Chiesa, Cristo non è venuto a civilizzarci ma a santificarci ma è anche vero che, secondo Arnold Toynbee, “la democrazia è una pagina del Vangelo”. A Bruxelles sembrano avere dimenticato il lascito del Vangelo dal quale sono stati formati e, così come hanno abolito il crocifisso, hanno rinnegato le loro origini, in una corsa ad un relativismo morale che privilegia la logica miope e miserabile del piccolo interesse privato e ignora l’ecatombe epocale di uomini con un volto e un cuore come tutti, che parlano, mangiano, amano e hanno un loro discernimento esattamente come qualsiasi altro uomo. Ma, quel che è peggio, non hanno consapevolezza dell’ecatombe che ha falcidiato le loro coscienze.  

lunedì 13 aprile 2015

Il reato di tortura

In questi giorni si parla tanto del reato di tortura. Come al solito il Parlamento italiano, affetto da inguaribile provincialismo, ha avuto bisogno di essere bacchettato dalla Corte di Strasburgo, per precipitarsi ad approvare la legge che riconosce il reato di tortura nel nostro codice penale. I nostri governanti dalla faccia di bronzo, incalzati dall’Europa, hanno fatto a gara a chi proclamava con toni più o meno scandalizzati la loro costernazione a distanza di anni da quando si è consumata la violenza contro i giovani della scuola Diaz. Meglio tardi che mai, ma tant’è, questo passa il convento e questo dobbiamo prenderci. Siate certi però che, anche stavolta, all’insegna delle belle parole, il vitto del convento gabberà lo santo. Tanto per essere chiari, mi riferisco al pericolo dell’ennesimo raggiro ai danni dei soliti noti con i quali si può tranquillamente barare perché sono figli di nessuno e su di essi ogni scrupolo può essere eluso. E’ indubbio che non ci sono giustificazioni alla violenza subita dai giovani della Diaz, anche di fronte alle manifestazioni più provocatorie lo Stato deve saper rispondere con misura, ma non c’è dubbio neanche che quei giovani si sono resi protagonisti a loro volta di atti di violenza che una certa milizia ideologizzata tende a perdonare perché proviene da ”compagni che sbagliano” e, pur sbagliando, sono riscattati dalla nobiltà dei lombi dai quali sono stati generati e dei loro ideali. Agli altri, no, agli altri non si perdona nulla, ai rozzi frutti di lombi meno raffinati, che con la loro violenza ci hanno fatto inorridire, non spetta nulla perché alle bestie nulla è dovuto, men che meno la pretesa di essere considerati cittadini di uno Stato di diritto. E dunque c’è da scommettere che il 41 bis e la lunghezza dei processi non entreranno nella fattispecie del reato di tortura, nonostante le diverse pronunce della Corte Europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia che hanno condannato l’inumana condizione in cui vivono i detenuti in regime di 41 bis la cui integrità fisica e psichica è a rischio, e la lunghezza del processo che condiziona la vita dell’imputato costringendolo a convivere col marchio di una imputazione non provata, con l’emarginazione e il disprezzo della gente, per un tempo non dovuto. Quando un imputato, in attesa della conclusione di una sua vicenda giudiziaria, è costretto a vivere il proprio calvario per un tempo infinito, quando un cittadino, in cerca di giustizia, vede il proprio diritto ad una sentenza vanificato da tempi interminabili a causa della inettitudine dello Stato, allora scatta la psicosi del diritto negato e può accadere di tutto. Può accadere che il cittadino viva la sua vicenda imboccando la via della frustrazione che si trasforma in disperazione che sfocia nell’autodistruzione e qualche volta nella distruzione altrui come è accaduto al Tribunale di Milano. Naturalmente non si può e non si vuole giustificare il gesto di un folle le cui motivazione non conosciamo e non possiamo valutare e tanto meno condividere, possiamo solo cercare di capire il contesto in cui è maturata una tragedia che si poteva evitare e che invece si tenta di strumentalizzare perché, tanto per cambiare, non perdiamo il vizio della disonestà intellettuale. Sulla vicenda infatti si sono fiondati i soliti pretoriani in servizio permanente gridando all’isolamento dei magistrati e alla loro esposizione al rischio di aggressioni a causa di un presunto clima di delegittimazione attribuito ad una sorta di “spectre” che trama nell’ombra, quando invece appare evidente che il discredito e la tentazione di rivalsa nei confronti dei giudici nascono dai vizi del sistema. Se c’è una cosa chiara in questa vicenda, è che le vittime di Milano sono un magistrato ma anche un avvocato e un cittadino comune nei confronti dei quali l’astio dell’assassino appare parimenti distribuito. Allora, perché l’enfasi dell’aggressione solo nei confronti dei magistrati? E torniamo al punto. Una logica manichea abbastanza diffusa distingue tra cittadini di serie A ai quali tutto è dovuto in nome di una loro pretesa superiorità antropologica, e cittadini di serie B ai quali nulla è dovuto. Con buona pace dello strabismo peloso, le vite dei cittadini comuni vessati dallo Stato, degli avvocati mortificati nel lavoro ed esposti all’ira dei clienti che spesso attribuiscono alla loro responsabilità la causa delle proprie traversie giudiziarie, degli sciagurati confinati nei sottoscala della società a causa della loro scelleratezza, da una parte, e quelle delle icone blindate e dei giovani massacrati alla scuola Diaz, dall’altra, sul piano del diritto si equivalgono. Purtroppo le prime non sono considerate alla pari delle seconde, perché figlie di un dio minore.



sabato 4 aprile 2015

Il giorno dell’autismo, il giorno dell’amore


I colori dell’arcobaleno dipinti nell’iride dei tuoi occhi guardano con ironia al mondo di noi esseri cosiddetti normali, estranei alla magia del mondo incantato di cui tu, chiusa nel tuo bozzolo, conosci il segreto. Ricordo quando sei nata e mi hai sorriso già allora con quella tua aria carica di mistero e di dolcezza che nascondeva il segreto della tua natura insolita e ammiccava a quel nonno confuso, incapace di percepire il miracolo di quella nascita. Con gli anni ho conosciuto il vero senso della tua esistenza e benedetto il regalo di te piovutomi dal cielo, che mi ha ripagato della miseria della mia natura dozzinale e dei torti inflittimi dalla sorte. Sei stata la mia via per l’al di là e mi hai preparato a conoscere anzitempo quello che mi aspetta. E’ grazie a te, ai muti dialoghi che intessiamo, alle galoppate che assieme facciamo nelle infinite distese fiorite di arabeschi dorati, alle fresche sorgenti alle quali ci dissetiamo guardandoci negli occhi, al fruscio festante delle ali degli angeli intorno a noi, è grazie a tutto ciò che vivo anzitempo il paradiso che mi attende. Ti debbo la mia salvezza, il tuo amore mi ha scelto quando sei nata, mi ha preso per mano e non mi ha più abbandonato.