Visualizzazioni totali

martedì 23 settembre 2014

La lotta alla mafia



La stampa ha riportato con toni scandalizzati la notizia che due giovani sposi, parenti di mafiosi, hanno osato sposarsi nientedimeno che alla Cappella Palatina, la basilica situata all’interno del Palazzo dei Normanni,  “varcando il portone della reggia popolata dai 90 deputati dell’Assemblea regionale, e così provando ad ostentare potere” ( Felice Cavallaro-Corriere della Sera di lunedì 15 settembre ).
Mi pare di capire che si voglia condannare l’arroganza dei due sfrontati che si sono permessi di profanare con la loro intrusione i luoghi sacri dove espletano la loro elevata funzione 90 gentiluomini impegnati a tenere alte le sorti della Sicilia. I due sciagurati avrebbero dovuto avere il buon gusto di celebrare la loro unione di cittadini di serie B in maniera meno provocatoria, accontentandosi di una anonima cappella sperduta nelle campagne di Castelvetrano, e così evitando di urtare la sensibilità degli onesti cittadini.
L’episodio si salda allo scandalo suscitato dall’assegnazione del premio “Recalmare-Leonardo Sciascia” al pluriomicida Grassonelli  anziché a Caterina Chinnici figlia del magistrato Rocco assassinato dalla mafia, ed è paradigmatico della stupidità umana oltre che della presunzione morale priva del senso della misura che scade nel moralismo a basso prezzo.
Nello stesso numero del Corriere potrete leggere la lettera con cui il ministro Alfano suggerisce di combattere l’ISIS ricorrendo alla normativa antimafia fiore all’occhiello dell’Italia, Paese dell’Occidente che ha “come pilastro fondativo la libertà della persona nel nome della democrazia”. Ora, la faccia tosta ci può stare  e a volte può essere anche simpatica, ma non quando a parlare di libertà della persona in nome della democrazia è un personaggio che ha inasprito il 41 bis infischiandosi delle garanzie previste dalla Costituzione e condannando degli infelici a vivere la carcerazione da murati vivi. Allora è irridente e, in questo caso, si, provocatoria. Come può questo signore parlare di democrazia a proposito di un Paese che nega i diritti fondamentali ai suoi cittadini e non tollera che due giovani si sposino dove cavolo gli pare? E come si permette il signor Alfano di salire in cattedra, lui che è uno dei massimi rappresentanti di quella classe politica responsabile dei tanti guasti la cui  casistica è eloquente:  la corruzione diffusa, un Parlamento che non riesce ad eleggere i membri della Consulta e del CSM, l’ammontare della spesa pubblica fuori controllo, la disperazione dei giovani senza futuro, l’estorsione fiscale, le corporazioni che lottizzano il potere e ne fanno strumento di interessi particolari contro l’interesse generale, mentre gli organi di garanzia che dovrebbero tutelare l’inerme cittadino convivono con gli autori degli abusi perché i loro componenti provengono dagli stessi salotti frequentati dai personaggi che dovrebbero perseguire? Questa classe politica e i sodali che ad essa si rifanno non sono forse più pericolosi della mafia, non solo perché si annidano nei gangli vitali della società e ne condizionano la vita in maniera capillare e diffusa con buona pace della democrazia del signor Ministro, ma perché molto spesso coincidono con le istituzioni e godono di una impunità di cui certo non gode la mafia?
Siamo stanchi di assistere alla fiera del perbenismo di facciata che, mentre l’Italia cola a picco per motivi che nulla hanno a che fare con la mafia, hanno come unico leitmotiv il frustro refrain  della lotta alla mafia utilizzata come rampa di lancio di un nuovo professionismo che garantisce laute prebende e da l’aire a sfrenate ambizioni. Perché i nostri accigliati Catoni si ostinano a fare dei mafiosi  carne da macello tenendo alta la soglia d’allarme e agitando lo spettro di un pericolo ormai pressoché rientrato, pur di tenere vivo un clima di emergenza e garantire i santuari dei Vysinskij assetati di protagonismo e arroccati in difesa di un carrierismo intriso di intransigenza ideologica? Perché invece non sperimentano un approccio diverso nei confronti di un fenomeno che ha dimostrato di sapere esprimere personaggi  di spessore, capaci di conversioni insospettabili che non vanno confuse con la squallida offerta della propria disponibilità in cambio di benefici, bensì intese come autentico percorso di ravvedimento?  Perché non imparano a capire con che cosa hanno a che fare e non combattono la mafia con lo strumento del perdono ( non, beninteso, come remissione delle colpe ma come concessione di una carcerazione più umana  e volta al recupero )  che un ergastolano ha definito la migliore vendetta di una società, perché innesca il senso di colpa per il male fatto e può portare alla redenzione?
Il carcere più che un luogo è una condizione che rende la vita non vita e la confina in un limbo dove tutto è sfocato e incerto. Anche i più forti in carcere vengono privati di qualcosa, la loro volontà è erosa da quello che è stato definito l’ozio senza riposo, da un logorio metodico e costante che lima la resistenza e la piega alla monotonia di consuetudini sempre uguali, sempre obbedienti ad una logica che ha nella demenzialità la sua ragion d’essere. Quando le albe e i tramonti salutano giornate fatte degli stessi rituali di sempre che hanno nelle quattro pareti di una cella i confini del loro mondo, la prospettiva si accorcia impercettibilmente e inesorabilmente  giorno dopo giorno, e le coscienze tramortiscono. Oppure si ribellano e gli animi si inaspriscono fino alla crudeltà o alla pazzia e, nel caso degli ergastolani, fino alla tentazione del gesto estremo.
Ma ce ne sono, io lo so, specie tra i pezzi da novanta sepolti nelle patrie galere, ultimi epigoni di un mondo al tramonto, che possono essere recuperati e dare corpo alla speranza di un futuro diverso nell’opera di affrancamento da valori negativi. Ci sono coscienze provate che hanno abdicato al mito di una mafia idealizzata e fanno i conti, sconfortati, con le macerie lasciate in eredità da stagioni folli. Il recupero di esse è la vera sfida che lo Stato si deve imporre, invece di ricorrere ai soliti strumenti che incattiviscono piuttosto che redimere.
I tempi sono maturi e i Torquemada hanno ormai concluso il loro compito.

venerdì 5 settembre 2014

Le sindromi del carcere e della società civile

Vivere il carcere e piangersi addosso.
È la sindrome che vivono alcuni detenuti quando, a contatto con la sofferenza, si abbandonano alla facile tentazione del vittimismo e confondono la giusta pretesa di una carcerazione dignitosa con la fuga dalle proprie responsabilità.
Una sindrome di segno opposto è quella dei sacerdoti del moralismo arrembante schierati su posizioni intransigenti, i quali negano qualsiasi concessione a chi ha sbagliato e fanno della detenzione un cordone sanitario che separa il peccato dentro le carceri dalla virtù fuori dalle carceri.
È la somatizzazione, da una parte della propria innocenza, dall'altra dell'altrui colpevolezza, con la differenza che, mentre i detenuti dispongono di armi spuntate, i Savonarola del giustizialismo possono imperversare a loro piacimento. Ne è un esempio la reazione del signor Gaspare Agnello, componente della giuria che assegna il premio letterario “Recalmare - Leonardo Sciascia”, il quale si è dimesso dal suo incarico lamentando che si sia osato assegnare il premio a Giuseppe Grassonelli, ergastolano pluriomicida, invece che a Caterina Chinnici figlia del giudice Rocco, ucciso da Cosa Nostra.
Per il signor Agnello i trascorsi giudiziari sono una discriminante quando si deve giudicare una opera letteraria il cui valore, secondo il suo punto di vista, va misurato con il lindore o meno della fedina penale e passa attraverso il riscatto del suo autore.
Non c'è dubbio che l'opera letteraria di un detenuto nasce anche dalla sensibilità guadagnata attraverso una presa di coscienza e un percorso di riscatto, ma non c'è dubbio neanche che essa ha un suo valore intrinseco che prescinde da implicazioni di carattere sociale e morale e non deve necessariamente avere potere salvifico. E senno' il dissoluto Baudelaire e il “depravato” Rimbaud non dovrebbero figurare nell'Olimpo dei poeti.
Di ciò che passa per il cuore dei detenuti ho una discreta esperienza. Ho scritto un diario durante la mia ultima recente esperienza in carcere in cui ho cercato di rendere le dimensioni di un dramma che non può essere liquidato con semplicistiche prese di distanza avendo a cuore esclusivamente la sicurezza della cosiddetta società civile. La società è fatta anche di chi ha sbagliato e se pretendiamo di dirci uomini, non possiamo girarci dall'altra parte e ignorare la sorte di una umanità che, con tutti i suoi errori, ci appartiene. Ignorare questo spicchio di umanità significa rinnegare noi stessi e fare un passo indietro rispetto al traguardo di un mondo più civile.
Invito a leggere la corrispondenza ospitata in un blog “Le urla dal silenzio” (urladalsilenzio.wordpress.com) da sempre impegnato a dar voce a quelli che un ergastolano, Carmelo Musumeci, ha definito “uomini ombra”.
Dalla lettura di quella corrispondenza emerge uno spaccato che non ha niente da spartire con il luogo comune secondo cui il detenuto è merce avariata sui cui non vale la pena investire. È una realtà insospettabile dove uomini che si è soliti pensare colpevoli e intrappolati nella riserva degli irrecuperabili, hanno da tempo valicato i confini dei loro errori e sono solo prigionieri dei limiti dei “benpensanti”.
Nel mio diario uno di questi uomini, Gerti Gjenerali, un giovane ergastolano albanese, si erge in tutta la sua straordinaria statura. E “Urla dal silenzio” ci propone una galleria di personaggi i quali ci dicono che il tempo ha fatto giustizia di certi stereotipi, che la sofferenza ha reso questi uomini migliori dei tanti che guardano alla detenzione col sopracciglio inarcato.
Sono uomini che in carcere si sono riscattati e hanno affidato la loro sofferenza a pagine struggenti che colpiscono per la loro drammaticità, il loro lirismo, la loro delicatezza. Leggete la prosa maschia di Carmelo Musumeci nel suo libro “L'urlo di un uomo ombra”, le poesie di Tommaso Amato, il diario di Pasquale De Feo, la scrittura intensa di Pierdonato Zito, e saprete di cosa parlo.
Nei confronti di una simile realtà, l'indifferenza, l'accanimento di chi dovrebbe affrontare il problema della detenzione e delle sue aberrazioni, l'ergastolo ostativo e il 41 bis, in una ottica più laica, ispirandosi peraltro al dettato costituzionale, e' colpevolezza.

giovedì 21 agosto 2014

I cristiani perseguitati



I cristiani vengono perseguitati tra l’indifferenza generale. I motivi di questa indifferenza sono difficili da spiegare ma si può ipotizzare che essi risiedano in un relativismo crescente che ormai ci rende estranei a imperativi morali, e in una mancanza del senso di appartenenza che affligge noi europei in particolare. Basti pensare che l’Europa ha deciso di vietare l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici ritenendolo discriminatorio nei confronti di altre confessioni.
Perché dovremmo indignarci per le persecuzioni contro i cristiani e per l’abbattimento dei simboli del cristianesimo, se noi stessi rinneghiamo le nostre radici abolendo i simboli della nostra identità?
E quando la Chiesa cattolica, tanto prudente nei confronti dei persecutori dei cristiani quanto severa nei confronti delle sue pecorelle smarrite, si abbandona a facili scomuniche, non denuncia forse i limiti di quella stessa intolleranza che è la cifra di certo islamismo?
Ci siamo forgiati all’abbrutimento sui campi di battaglia nel Novecento europeo dove abbiamo banchettato con la crudeltà fino all’assuefazione e al concepimento dell’indifferenza con cui oggi accettiamo passivi la legge del contrappasso del radicalismo islamico e l’aggressione alla nostra civiltà.
E abbiamo paura.
Ernesto Galli della Loggia in un editoriale apparso sul Corriere della Sera di lunedì 28 luglio, parla di paura della morte che rende imbelle l’occidente incapace ormai di pensare la guerra come “guerra vera, quella in cui si muore”.
Siamo privi di fede e quindi incapaci di esorcizzare l’idea della morte e, dopo un così lungo periodo di pace, siamo vivi perché non abbiamo più dimestichezza con le sfide mortali. Per viltà assistiamo senza battere ciglio all’efferatezze che si consumano nelle aree più calda del pianeta, in Iraq, in Siria e, perché no, anche in Europa, in Italia per esempio, dove si combatte una guerra senza regole tra una criminalità organizzata che si abbandona a episodi di guerriglia urbana e uno Stato che risponde calpestando i diritti fondamentali dei suo cittadini.
La tiepidezza morale e la paura ci fanno girare dall’altra parte mentre si consumano le persecuzioni contro i cristiani e i più deboli. Incapaci di slanci ideali e di battaglie degne, squallidi mercanti di un benessere materiale sempre più precario, prigionieri delle nostre colpe per avere alimentato con l’industria bellica i focolai di guerra, ripieghiamo su posizioni di retrovia che si lasciano travolgere dalla forza d’urto di spiriti animali assetati di vita ai quali rispondiamo balbettando un malinteso senso di solidarietà privo di ammortizzatore e il terzomondismo accomodante dei soliti intellettuali in malafede.
E quando vogliamo battere i pugni produciamo scelte sciagurate come in Libia e in Iraq dove abbiamo preteso di imporre la democrazia con la forza e abbiamo invece esportato il caos. O in Afghanistan dove gli Stati Uniti si sono accodati alle disfatte inglesi e sovietiche.
Appollaiati sul trespolo della nostra insipienza, assistiamo impotenti
 Alle convulsioni dello Spirito del mondo impazzito.


sabato 26 luglio 2014

Un grido liberatorio



Nell’articolo apparso sul Corriere della Sera di giovedì 3 Luglio, a commento della scomunica ai mafiosi pronunciata da Papa Francesco, Corrado Stajano definisce l’anatema un evento dal sapore evangelico, un grido liberatorio contro un ambiguità secolare.
Stajano prende le mosse dalla descrizione della ferocia delle mafie e della ‘ndrangheta in particolare, per fare una dettagliata cronaca dei misfatti più crudeli della criminalità organizzata e bacchettare la passata tiepidezza della Chiesa Cattolica, la sua incapacità di giungere prima di Francesco alla scomunica.
Naturalmente Stajano, da abile giornalista quale è, sa toccare le corde giuste, chi può non essere d’accordo con lui nella condanna di un mondo sciagurato che ha causato tanti mali? Ma parlare di gesto evangelico per definire una scomunica, mi sembra troppo.
Io sono fermo al Vangelo che predica misericordia, e a Stajano, intollerante fino al punto di esultare per un gesto di intransigenza religiosa ed allinearsi con una etica manichea che vede il male tutto da una parte, chiedo se ha mai scoperchiato i tombini da cui fuoriescono i miasmi di un universo scellerato di cui tutti siamo responsabili. Intransigente contro il male che attenta al bene della società, si è mai chiesto se non ci sia anche un male che la società infligge a sua volta e che gli schizzinosi sacerdoti del perbenismo di facciata si guardano bene dal denunciare?
Cosa sa Stajano dei detenuti costretti a sopportare inumane condizioni di vita in carcere, dell’ipocrisia di una normativa che proclama la retorica del recupero e pratica l’emarginazione, delle angherie di uno Stato che invece di dispensare giustizia, consuma vendette. Della promiscuità che condanna a vivere come in delle stie una umanità privata della dignità e dell’amor proprio, del dolore altrui che dilaga e invade, come una malattia infettiva, anime già provate dal proprio dolore? E sa qualcosa Stajano dell’inferno del 41bis che seppellisce creature di Dio e le condanna alla pena più crudele, quella di essere private dell’affetto dei propri cari, lì, a pochi passi, che quasi li puoi toccare e ne sei impedito da un vetro divisorio per mesi, per anni? Per mesi, per anni, non senti la loro carne, il loro odore, il loro alito, il loro cuore che batte, e hai la sensazione sempre più disperante che la loro carne, il loro cuore, i loro tratti si dissolvano in ectoplasmi sempre più distanti, estranei, astratti.
Che ne sa Stajano di quello che passa per il cuore di un ergastolano, delle sue terribili notti da affrontare quando i demoni si avventano sulla sua fragile coscienza e li addentano tentandola al suicidio?
Che ne sa del suo disgusto per la viltà che l’attanaglia e gli impedisce di compiere il gesto estremo, delle interminabili giornate passate ad apparire forte mentre l’inferno arde dentro le sue viscere?
Che ne sa delle vittime innocenti, i familiari dei detenuti costretti da una normativa che prevede la detenzione in carceri distanti dal luogo d’origine e dalle ristrettezze finanziarie, a diradare i colloqui e perpetuare una lontananza che col tempo fa sfiorire gli affetti?
Sicuramente Stajano non sa niente di questo inferno e sennò, ne sono certo, avrebbe levato, fermo e sdegnato, il suo grido di condanna dal sapore, oltre che politico e civile, anche evangelico!

venerdì 27 giugno 2014



Spoleto 24-06-2014

Santità,
i mafiosi sono stati scomunicati e in conseguenza di questa damnatio non avranno più accesso alle funzioni religiose né potranno accostarsi all’eucaristia.
La Santità Vostra, con una furia accecata dall’ira, ha iscritto contesti differenti ad una medesima terribile categoria del male e ha posto fuori dal gregge della Chiesa i mafiosi allo stesso modo in cui lo Stato italiano li dichiara cittadini indegni e qualche politico, in cerca di una facile visibilità, ne auspica la morte in carcere in virtù del loro status, anche se hanno già scontato le pene per i reati che hanno consumato. Un’alta istituzione religiosa si è mischiata con le crudeli necessità della giustizia terrena alla stregua di un qualsiasi Stato laico.
Mi ricordo di quando studiavo il catechismo e mi sono imbattuto con emozione nelle sette opere di misericordia, fra esse: visitare i carcerati. Sono opere che si fondano sull’amore che von Balthasar definiva “accordo incondizionato con la volontà di Dio”, e mi riesce difficile pensare che la volontà di Dio sia contenuta in un anatema che si priva dell’amore e lo sostituisce con una intransigenza senza misericordia, con la chiusura al perdono nei confronti di uomini che hanno sbagliato ma che con la scomunica sono relegati definitivamente fuori dal recinto della redenzione.
I sacerdoti, i missionari, i diaconi, che operano dentro le carceri, cosa diranno ai detenuti condannati per mafia? A scanso di mortificanti discriminazioni io, per esempio, domenica non sono andato a messa. Mi sono detto: vuoi vedere che il sacerdote mi nega la comunione?
E non sono il solo. Sono testimone della costernazione di tanti compagni che vivono questa scomunica come una inaccettabile espropriazione della loro fede sincera, altro che ritualità pagana la quale in alcuni casi, lo ammetto, viene ostentata.
Che facciamo noi mafiosi (veri o fasulli) in carcere e fuori? Al disgusto che suscitiamo nei bravi e virtuosi cittadini che prendono le distanze da noi come si fa con gli appestati, dobbiamo aggiungere da oggi in poi la clandestinità nella nostra fede nascondendo al prete l’identità mafiosa con cui siamo stati marchiati?
E la Santità Vostra, così intransigente nei confronti dei mafiosi, lo è altrettanto nei confronti di chi pratica la tortura, allorché la condanna con parole sdegnate, senza però puntare il dito contro i nostri governanti che non si fanno scrupolo di infliggere l’ergastolo e il 41bis, un regime differenziato inumano e crudele che non fa onore a un Paese civile? Non dovrebbe questa vergogna far vibrare di indignazione il Suo cuore e suscitare l’ira? E invece la Santità Vostra aggiunge alla tortura la scomunica!
Mi perdoni, ma ho l’impressione che la Santità Vostra non sia severo in maniera equanime, che veda il male, brandisca la severità dell’Antico Testamento e condanni a vagare nel deserto il popolo infame dei mafiosi, ma non sia capace di vedere il male quando a praticarlo sono i farisei che spacciano la tortura per giustizia.
Il male è male, Santità, dovunque alberghi e non è un male minore quello praticato da personaggi  paludati che si annidano all’ombra delle istituzioni.
Il Papa, a mio avviso, deve sapere snidare i farisei e cacciarli fuori dal tempio, e deve sapere esercitare il perdono nei confronti di chi ha sbagliato, come ci insegna la parabola del figliol prodigo.
Ho la sgradevole sensazione che il Suo anatema vada nella direzione opposta.
Con amore immutato, un Suo figlio, nonostante tutto.
Nino Mandalà.

giovedì 8 maggio 2014

Fiducia nello Stato

Faccio appena in tempo a pubblicare il mio ultimo post prima di tornare in carcere.
La Cassazione ha confermato la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello, ingiustizia
è fatta.
Torno in carcere da innocente perché, nonostante la sentenza di condanna definitiva, continuo a proclamarmi innocente, e perché vado a scontare una pena non dovuta. La cassazione infatti mi ha concesso una riduzione di pena che,sommata alla liberazione anticipata,fa andare in pari il mio conto con la giustizia. Il problema è che la liberazione anticipata è legata ad una indagine che si prenderà il suo tempo durante il quale dovrò restare in carcere indebitamente. Non mi abbandono all’ipocrisia di ostentare compostezza nei confronti di una sentenza che mi ha inflitto una condanna ingiusta e di uno Stato che, senza attendere di sapere se ero innocente o colpevole,
ha preso in ostaggio la mia vita per sedici anni.
Di uno Stato che non ha saputo apparire al di sopra di sospetti infamanti per drammatici avvenimenti ancora oggi ammantati di mistero, che per alcuni eventi ha dirottato le colpe su degli innocenti, che ai più alti livelli istituzionali è stato investito dal sospetto di collusione con la mafia, che ha ucciso Tortora premiando i suoi carnefici, di questo Stato di camarille e di boiardi che infliggono angherie e torti, di organismi di garanzia che non sempre appaiono al di sopra delle parti, di taluni magistrati che si ritengono privilegiati titolari di una impunità guadagnata grazie a coperture corporative, che hanno la spudoratezza di impossessarsi per sedici anni della vita di un uomo, che fanno dei teoremi verità processuali, che litigano pubblicamente lasciando trapelare inquietanti realtà sotterranee e gettando discredito su un corpo che, grazie a loro, appare come un qualsiasi contenitore di interessi inconfessabili, di uno Stato simile faccio a meno ritenendolo  immeritevole di svolgere le funzioni istituzionali di rappresentanza e di garanzia, di esercitare il diritto di giudicare ed emettere sentenze.
Si dice che le sentenze vanno rispettate e ci mancherebbe, ma doverle rispettare non ci impedisce di poterle criticare quando ne dissentiamo. Esse sono pur sempre il risultato di un convincimento, lasciamo stare se libero o arbitrario, che, in un sistema giudiziario dogmatico e autoreferenziale quale è il nostro, possono produrre pronunce ingiuste, come nel mio caso.
L’ingiustizia della sentenza che mi condanna risiede già nell’anomalia su cui si fonda l’impianto accusatorio con il quale è stato imbastito il mio processo. In esso infatti appare evidente che manca l’elemento essenziale di qualsiasi processo, il cosiddetto “habeas corpus”,  la contestazione di un reato specifico. E’ solo contestata la reputazione mafiosa e cioè la presunta appartenenza ad un contesto di valori ritenuti eticamente censurabili ma che non hanno fatto in tempo a tradursi in atti penalmente rilevanti. Non altro.
Eppure il mio giudice non  ha esitato ad accogliere acriticamente l’impostazione accusatoria e, al contrario, ha guardato con sospetto alle tesi della difesa facendo mancare il requisito di terzietà e scrivendo una pagina nuova in fatto di principi giuridici.
Ha accettato come prova la convergenza del molteplice anche quando è apparso evidente che a convergere era solo l’inganno del dichiarante che ripeteva notizie apprese da altri o faceva dichiarazioni palesemente false e contraddittorie, ha accettato il principio del “non poteva non sapere” introducendo la nuova categoria giuridica della responsabilità oggettiva per determinare la responsabilità penale, ha ritenuto attendibili collaboratori di giustizia che mentivano e che erano  già stati smascherati in altri processi conclusisi a favore dell’imputato proprio in virtù dell’inattendibilità dei collaboratori. Ha di contro ritenuto inattendibili i testimoni della difesa sostenendo che essi hanno reso dichiarazioni compiacenti per favorirmi, senza tuttavia denunciarli per falsa testimonianza.
E’ stato celebrato un processo in cui le ragioni dell’accusa e della difesa non hanno avuto pari dignità, è stato consumato, a mio avviso, un processo ingiusto.
E tuttavia avrei accettato senza battere ciglio questa condanna, pur reputandola ingiusta, se l’avessi ritenuta frutto di un onesto errore. Di condanne ingiuste è piena la storia delle vicende giudiziarie e l’errore del magistrato è nella logica delle cose. Ma del magistrato non posso accettare la malafede, quel suo pregiudizio che gli fa piegare la verità a teoremi precostituiti e tradurre il libero convincimento in arbitrio, nella consapevolezza di non dovere rispondere delle proprie responsabilità. Costi quel che costi, denuncio questa sentenza nella quale si annida una disonestà intellettuale che è sorda al richiamo del vincolo morale e al contempo vi ricorre mischiando diritto ed etica e facendo valutazioni che attengono alla mia reputazione per giudicare e condannare un mio preteso peccato anziché un mio reato. E’ così che in questo processo la certezza del diritto è diventata certezza della pena tanto più quanto più è risultata incerta la colpa.
E mi lamento anche dei tempi della giustizia.
Lo Stato che impone al processo tempi biblici, non ha più il diritto di giudicare un uomo che, dopo tanti anni, non è più lo stesso uomo di prima. Qualunque sentenza esso emetterà nei confronti di quest’uomo sarà una sentenza ingiusta. Lo dice Veronesi:”Fino a pochi anni fa pensavamo che con il tempo aumentassero le sinapsi, i collegamenti tra neuroni. Oggi abbiamo scoperto invece che il cervello è dotato di cellule staminali proprie e dunque si rigenera. Quindi automaticamente il nostro cervello può rinnovarsi. In effetti ognuno di noi può sperimentare come il suo modo di sentire e di pensare non è più quello di dieci anni prima, ma il ragionamento ha più forti implicazioni a livello della giustizia, perché il detenuto non è più la stessa persona condannata tanti anni prima”.
Lo dice Nietzsche quando afferma che il tempo fa l’uomo diverso da ciò che era prima. E lo dice Beccaria quando sostiene che una sentenza, per essere giusta, deve avere il requisito dell’immediatezza affinché appaia evidente il rapporto di causa ed effetto tra reato e pena.
Quando invece, come nel mio caso, si è permesso che trascorressero sedici anni dall’inizio del processo prima di giungere ad una sentenza definitiva, non si può più sostenere che sia rimasto in vita un rapporto di causa ed effetto tra me e il mio processo perché io, ormai diverso rispetto a ciò che ero prima, sono diventato estraneo ad esso, di esso semmai sono diventato vittima e l’unico vero imputato è rimasto lo Stato colpevole del reato di tortura per avermi inflitto  un calvario giudiziario infinito durante il quale ho subito una violenza che mi ha segnato irrimediabilmente. Sedici anni di processo sono una pena ulteriore e ancora più crudele rispetto agli otto anni di detenzione inflittimi, perché per sedici anni la mia vita si è fermata ed è stata privata della possibilità di voltare pagina, di recuperare il tempo di cui è stata spogliata e ricomporre i tratti di una identità sfregiata, come sarebbe avvenuto se il processo si fosse concluso in tempi fisiologici. A settantacinque anni, nonostante le numerose patologie che mi affliggono, alcune delle quali contratte per lo stress di questa vicenda sciagurata, lo Stato  mi costringe a scontare gli ultimi pochi mesi di una pena ingiusta in quelle corti dei miracoli che sono le carceri italiane e continuerà, anche dopo l’espiazione della pena, ad ipotecare  la mia esistenza con un provvedimento cautelare, previsto in sentenza in aggiunta alla pena detentiva, da scontare fuori dal carcere.  Nel 1998 si è impossessato della mia vita e non è escluso che seguiterà a possederla fino all’ultimo dei miei giorni che, alla mia età, può arrivare da un momento all’altro.
Tuttavia non mi arrendo, se il tempo me lo concederà, pur con le unghie spuntate, continuerò a lottare, mi sforzerò di trascinare questo Stato incapace di garantire equità, al cospetto di un giudice nei confronti del quale non potrà far valere le sue imposture.
Ci rivedremo dunque e sapremo se  l’Europa, erede dei Lumi e intestataria  della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo,  è ancora in grado di risarcire un suo cittadino per i torti subiti da un Paese, l’Italia, che da tempo si è consegnato alla barbarie.