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venerdì 29 novembre 2013

La decadenza dello stile

La decadenza di Berlusconi si è consumata in un clima che il New York Times ha definito da “melodramma politico”. In effetti, quanto a melodrammi, noi italiani non ci facciamo battere da nessuno.
La vicenda del decadimento di Silvio Berlusconi da senatore poteva avere un epilogo sobrio  e invece non ci siamo fatti mancare la solita pagliacciata.
I meriti sono dell’una e dell’altra parte.
Berlusconi avrebbe potuto uscire di scena ( si intende istituzionale ) in maniera più dignitosa, accettando il principio etico ancora prima che normativo, che un condannato per un reato così grave non è compatibile con una carica pubblica. Anche perché l’esito era già scritto nella sentenza di condanna al di là della pronuncia del Senato. Solo in un Paese come il nostro c’è bisogno del benestare del Parlamento in presenza di una sentenza della magistratura. Se il Senato non avesse votato la decadenza, cosa sarebbe accaduto? Ci saremmo imbarcati in un conflitto fra poteri dello Stato il cui esito sarebbe stato peraltro scontato?
E, allora, perché Berlusconi non si è dimesso prima evitando la mortificazione dell’espulsione, terribile per chiunque e in particolare per un uomo che, bene o male, ha rappresentato l’Italia nelle massime istituzioni e doveva avere rispetto oltre che per sé anche per i propri elettori? Mistero!|
Il Senato non è stato da meno. Lo ha espulso truccando le carte, ricorrendo al voto palese invece del voto segreto da sempre utilizzato quando si vota sulla persona. Ha dato l’impressione che il ricorso al voto palese fosse un espediente per blindare il risultato e sbarazzarsi, senza correre rischi, di un personaggio scomodo. Roba da magliari!
Ma la storia ci insegna che i conti senza l’oste non tornano e certo non torneranno i conti di chi si illude di avere “sbiancato” definitivamente il caimano. L’uomo ha sette vite come i gatti e lo ha dimostrato e, in più, ha ricevuto una grossa mano dai suoi avversari, è stato consegnato alle sue truppe e all’opinione pubblica con le stigmate del martire, e questo avrà delle conseguenze. Vedremo alle prossime elezioni quale sarà il dividendo che incasserà Berlusconi.

Intanto guardiamo al risultato che abbiamo guadagnato nella considerazione del mondo intero che ci osserva come se fossimo degli alieni, leggiamo le corrispondenze della stampa estera e vergogniamoci.

lunedì 25 novembre 2013

Fiducia nello Stato

Ci sono mille motivi per non coltivare più illusioni su questa Italia. Ciascuno ha sicuramente un suo cahier de doléances da sfogliare e magari ci rinuncia vinto dalla rassegnazione.
Ed è proprio un sentimento di rassegnazione quello che ho percepito nelle parole di un mio ex compagno di detenzione col quale mi sono incontrato pochi giorni fa.
Mi ha raccontato di essere stato scarcerato perché riconosciuto innocente dall’accusa di omicidio, dopo avere scontato parecchi anni di detenzione e la gogna mediatica cui il clamore della vicenda e la notorietà del suo nome lo hanno esposto.
Si lamentava della disinvoltura con cui era stata sostenuta l’accusa, del carcere scontato, della cattiveria dell’opinione pubblica pronta a trasformarsi in carnefice, ma soprattutto si lamentava della lunghezza del processo.
Il mio ex compagno ha una sua cultura che ha avuto il tempo di maturare in carcere e mi ha impartito con competenza una lezione di diritto. Mi ha parlato di Beccaria e di come l’illustre giurista sostenesse che una sentenza, perché sia giusta, deve avere il requisito dell’immediatezza, affinché appaia evidente il rapporto di causa ed effetto tra reato e pena. Mi ha parlato di Veronesi e di come questi affermi che, dopo anni, l’uomo non è più lo stesso uomo di prima perché col tempo egli ha modificato il suo cervello e con esso il suo modo di pensare e di sentire, che per questo motivo una sentenza che tarda ad arrivare finisce per colpire un uomo completamente diverso dall’imputato originario ed ormai estraneo al processo.
Lamentava che i limiti previsti dalla legge per arginare la lunghezza del processo non valgono per tutti nella stessa misura. Si rammaricava il mio colto ex compagno, di come il nostro stupefacente Stato riesca a contraddire sé stesso e i principi costituzionali su cui si fonda, di come  la legge non è uguale per tutti e si incammina su binari diversi a seconda del suo destinatario. C’è, per esempio, il binario della prescrizione per gli imputati comuni, che si arresterà nella stazione che l’inefficienza dello Stato gli assegnerà, e c’è un binario al quale l’inefficienza statale non assegnerà mai alcuna stazione dove fermarsi e che si snoderà all’infinito attraverso le vite degli imputati di serie inferiore per i quali il diritto viene sospeso, il binario che nega la prescrizione ai reietti titolari di imputazioni mafiose.
Per questi il tempo non scade mai, di questi lo Stato terrà sotto scacco la vita impunemente e infinitamente, condannandoli non alla pena per le loro colpe ma al purgatorio per la propria insulsaggine. Con tanti saluti per l’art. 3 della Costituzione.
Appariva veramente provato il mio ex compagno e, ringhiando di rabbia, mi ha sibilato di non volere più riconoscere a questo Stato che gli ha fatto un torto irreparabile, a questo Leviatano indecente e illegittimo ( si è espresso proprio così ), il diritto di svolgere per suo conto le funzioni di rappresentanza e di garanzia, di volersi dimettersi da italiano e cercare altrove una nuova patria nella quale rifugiarsi.

L’ho visto allontanarsi curvo sotto il peso di ricordi che non lo abbandoneranno mai eppure ancora capace di sognare, e ho invidiato la sua innocenza, io che ho perduto ormai da tempo la capacità di coltivare illusioni. 

martedì 12 novembre 2013

Vuoti a perdere

E’ di qualche giorno fa la notizia che, dopo parecchi anni, due vicende giudiziarie si sono concluse con l’assoluzione degli imputati. La notizia è stata accompagnata da  interviste, da commenti indignati sul lungo calvario degli imputati, da lettere degli interessati ospitate generosamente sulle più importanti testate, da articoli sulla inciviltà della carcerazione preventiva, dalla descrizione del dramma vissuto e accompagnato da tentazioni estreme.
Come mai tanta enfasi in relazione a notizie, tutto sommato banali, che rientrano nella normale dinamica delle vicende giudiziarie ma che in genere vengono ignorate? Perché in questi due casi tanto clamore? Semplicemente perché questi casi riguardano illustri personaggi, l’ex sindaco di Firenze Domenici e l’ex governatore della Campania Bassolino. Anche l’indignazione ha le sue logiche inesorabili, a chi tanto, a chi niente! Lo dice lo stesso Domenici quando chiude la sua lettera ammettendo che “molti vengono stritolati senza neppure potere far sentire la propria voce”.  
Scusate se sono incontentabile ma non riesco a fare salti di gioia perché finalmente Domenici è stato folgorato sulla via di Damasco e, solo dopo avere vissuto sulla sua pelle l’esperienza di una vicenda giudiziaria dolorosa, ha maturato la sensibilità necessaria a scoprire che “delle inchieste si fa un uso cinico, che il sistema giudiziario italiano funziona male, che per la loro lunghezza i processi si svuotano di contenuto e alterano l’applicazione del principio di giustizia” e denunciare “l’impatto politico-mediatico delle inchieste e il ruolo del Pubblico Ministero”. Bravo Domenici, giusta la sua indignazione, ma le chiedo: perché insorge solo adesso e, soprattutto, si è mai chiesto se il mondo al quale lei appartiene è indenne da colpe per lo sfascio che denuncia?
Bassolino a sua volta è essenziale, lui non ha nulla da denunciare e si limita a raccontarci di come, provato dall’esperienza della sua vicenda, ha accarezzato l’idea del suicidio mentre era in vacanza sulle Dolomiti. Dunque l’on. Bassolino ha rovinato le sue vacanze pensando al suicidio, un vero e proprio dramma! Solo che la sua lacrimevole captatio benevolentiae, caro on. Bassolino, non convince, non la assolve dalle sue responsabilità politiche ed è un insulto all’idea della morte che accompagna autenticamente disgraziati costretti ad aspettare per anni l’esito della loro vicenda, non in comodi resort ma nel chiuso di una cella, con all’orizzonte lo spicchio di cielo consentito dalle gelosie anziché i cieli sterminati delle dolomiti, e che al suicidio molto spesso giungono realmente.
E mentre la piaggeria di una stampa attenta al tornaconto delle tirature, enfatizza miserabili sceneggiate tentando di coinvolgerci nella pietà per la sorte del potente in disgrazia, nessuno che si sporchi le mani, che scenda negli inferi dove si consumano vite umane, che, reprimendo il disgusto che sale alla gola, narri le storie spietate di uomini a perdere e denunci lo schifo che ci assedia. Agli uomini a perdere tocca fare i conti con la spietatezza dei cacciatori di taglie che nei loro confronti teorizzano soluzioni finali e pretendono, oltre al seppellimento del fisico e della coscienza, anche la damnatio memoriae.
La morale è che può accadere che la giustizia abbia un lapsus, dimentichi che essa ha a cuore solo l’interesse del più forte e colpisca inopinatamente anche i potenti, ma a questi ultimi concede la riparazione di una ribalta costernata e contrita, ai figli di nessuno solo la gogna e l’oblio.





   

mercoledì 6 novembre 2013

Don Rigoldi

Don Gino Rigoldi è un personaggio che non si discute. La sua storia parla per lui e ci dice che è un missionario delle carceri, da sempre impegnato a fianco di chi soffre.
Si può discutere invece il contenuto della lettera che ha indirizzato al Corriere della Sera in difesa del ministro Cancellieri. In essa egli afferma di stare dalla parte del ministro perché non ritiene scandaloso che questi si sia interessato a una donna ricca né che i ricchi possano avere amicizie su cui contare. E, quasi a teorizzare il valore assolutorio della competenza, aggiunge che “abbiamo finalmente un ministro concreto e competente, impegnato con grande determinazione a migliorare le incivili condizioni di vita dei detenuti italiani” con iniziative quali la cosiddetta legge svuota carceri, lo studio di pene alternative, di lavori di pubblica utilità, con la proposta delle celle aperte, con visite frequenti dentro le carceri e dialogo con i detenuti. Una sensibilità indiscutibile della quale va dato atto di contro a comportamenti di segno diverso di quanti l’hanno preceduto e che hanno esercitato il loro ruolo in chiave esclusivamente punitiva. Ma questo non vuol dire che la sensibilità del ministro si debba spingere fino a iniziative improprie. Non è scandaloso che “i ricchi  abbiano amicizie”, il fatto è che i ricchi hanno amicizie con i potenti che i poveri non si possono permettere, e anche questo non è scandaloso, ma quando i ricchi attivano le loro amicizie per ottenere ciò che altri non possono ottenere, questo è scandaloso. E il ministro che ha il diritto anche lui di coltivare affetti e amicizie, non ha il diritto di riversare su di essi il peso del potere che gli deriva dalla sua funzione pubblica e di privilegiare l’uno anziché l’altro. Quando Don Gino, a commento della frase del ministro ai familiari di Ligresti: “Contate su di me”, afferma che si tratta di una innocente espressione di umanità che lui stesso ha tante volte pronunciato per rassicurare i parenti dei detenuti, sembra dimenticare che, mentre egli mette in campo gli strumenti del suo cuore che appartengono solo a lui e li offre indifferentemente a tutti, il ministro ha utilizzato nella fattispecie un potere di tutti a favore di un singolo. E seppure non ha interferito nelle decisioni della magistratura, come credo, ma si è limitato ad allertare il DAP sullo stato di salute della signora Ligresti, è ugualmente venuto meno al doveroso distacco che il suo ruolo gli imponeva.
Tutto questo però non toglie nulla ai meriti di una donna che sta facendo tanto e che non merita la gogna che gli è piovuta addosso. Ne avessimo di ministri così preparati e appassionati, e la richiesta di dimissioni avanzata dalla opposizione la dice tutta sull’uso strumentale che si vuol fare di questo incidente anche a costo di danneggiare l’interesse comune privando la cosa pubblica di un suo rappresentante finalmente decente e all’altezza.

Il ministro deve continuare la sua opera meritoria imbrigliando le tentazioni familistiche della sua generosità e facendo di essa un’arma formidabile di tutela erga omnes. Come ha dimostrato di saper fare.

lunedì 4 novembre 2013

Il diritto a buon mercato


Affrontare la vicenda del voto con cui in Senato si deciderà della decadenza del sen. Berlusconi, è un esercizio rischioso perché si incappa puntualmente nell’accusa di essere berlusconiani per il solo fatto di intestarsi una battaglia che richiama al buon senso e al rispetto delle regole. Se c’è di mezzo Berlusconi, anche se le regole non vengono rispettate, non si può protestare se non si vuole correre il rischio di essere considerati manigoldi e suoi complici. Accetto questo rischio e vengo al dunque.
Nella Giunta per il regolamento si è deciso che la votazione per la decadenza di Berlusconi debba avvenire con voto palese. Da sempre al Senato, quando la votazione ha riguardato la persona, si è proceduto a scrutinio segreto perché si vuole garantire la tutela del singolo e la libertà di coscienza dei parlamentari. L’avere cambiato questo principio sancito dal regolamento e dalla prassi perché conviene ad una parte, significa piegare il diritto alle esigenze del caso per caso, in questo caso all’esigenza di far fuori Berlusconi, con tanti saluti per il valore universale della legge. Naturalmente le facce di bronzo autori della bella impresa, si sono precipitate a sproloquiare di trasparenza, di separazione tra vicenda giudiziaria e politica e, per bocca del sen. Zanda, di “votazione che non riguarda la persona ma i requisiti minimi di dignità degli eletti”. Sorvoliamo sulla disinvoltura del sen. Zanda e chiediamoci: ma la trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica è un totem al quale si deve sacrificare il rispetto della legge frutto della volontà popolare espressa attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento, e siamo certi che la separazione tra vicende giudiziarie e politica è stata salvata nel momento in cui proprio una vicenda giudiziaria è stata utilizzata nell’interesse di una parte politica e per far ciò non si è esitato a piegare il diritto alla bisogna?
Il cinismo politico va bene ma non fino a questi livelli di spudoratezza che pretendono di trattarci da cerebrolesi.
Anziché di cinismo dovremmo parlare di lungimiranza politica e chiederci a chi giova lo sfascio creato da questa guerra senza esclusione di colpi. Il PD non ignora che c’è una grossa ( forse maggioritaria ) fetta della nostra società che non riesce ad avere una sua rappresentanza credibile. Ha tentato con Berlusconi e abbiamo visto come è finita. Frastornata e delusa essa rischia di finire tra le braccia dei tribuni del tanto peggio tanto meglio. Una democrazia non rappresentata pienamente è una democrazia incompiuta e giocare sporco mettendo in difficoltà i moderati dello schieramento opposto che hanno avuto il coraggio di emanciparsi da una tutela padronale e stanno tentando di intestarsi quella rappresentanza proponendosi in maniera ragionevole e costruttiva, è un danno per tutti. Il PD, se ha il senso del bene comune, non dovrebbe ignorarlo.
E passiamo ad un altro bell’esempio di logica di parte fornitoci dalla signora Cancellieri. La guardasigilli, raggiunta da una telefonata dalla compagna di Salvatore Ligresti, si mostra dispiaciuta per gli arresti di quest’ultimo e delle sue figlie, e fin qui nulla di male. Lei è amica della signora Fragni da sempre ed è legittimo che, in nome dell’amicizia, manifesti la propria solidarietà. Un poco meno legittimo e sicuramente meno opportuno è che il ministro di Grazia e Giustizia a proposito dell’arresto dica che “c’è modo e modo”, che “non è giusto”, che è “la fine del mondo”, si dichiari disponibile ( “qualsiasi cosa io possa fare tu conta su di me” ) e dimostri la sua disponibilità allertando due vicedirettori del Dipartimento penitenziario sullo stato di salute della signora Giulia Ligresti. Imbarazzante se poi apprendiamo che il figlio del ministro è stato dipendente dei Ligresti per un anno, giusto il tempo per maturare una liquidazione di 3,5 milioni di euro.

Ora di casi dolorosi sono piene le vicende giudiziarie del nostro Paese. Si potrebbe stilare un elenco infinito di drammi che si consumano in carcere, di disperati che convivono con il pensiero onirico latente del suicidio e non possono contare sulle premure del vice direttore del DAP allertato dal ministro, di ottantenni rassegnati a morire in carcere perché non riescono ad ottenere misure alternative, di disgraziati che rischiano la vita in preda a patologie che la struttura carceraria non si preoccupa di monitorare come è necessario, di ostaggi della infernale macchina giudiziaria inchiodati a decenni di calvario che giungono alla conclusione della loro vicenda per apprendere che sono innocenti oppure che sono colpevoli ma, nonostante ciò, hanno ugualmente diritto ad essere considerati innocenti perché sono ormai persone completamente diverse rispetto a quelle che hanno intrapreso, quindici anni prima, il loro viaggio kafkiano nel pianeta giustizia e in questi anni hanno coltivato una nuova vita alla quale vengono strappate per essere catapultate, spesso in età canonica, verso un inferno che non le riguarda più, di presunti innocenti che vengono riconosciuti definitivamente innocenti dopo avere pagato con la carcerazione preventiva una pena non dovuta, di paria che vivono una carcerazione ignobile, di familiari che hanno dimenticato il volto dei loro cari perché non hanno i mezzi con cui permettersi il lusso di un colloquio in carceri lontane. Mi fermo qui perché mi disgusta la retorica del pietismo, ma chiedo al signor Ministro: se non si è Mancino e non si può contare sul rapporto privilegiato con il Presidente della Repubblica per ottenere, sia chiaro, nel massimo rispetto della legge un interessamento da parte del suo consigliere, se non si è Ligresti e non si può contare sul rapporto amicale con il ministro di Grazia e Giustizia per ottenere, per carità nel massimo rispetto della legge, un attenzione particolare del Dipartimento Penitenziario, se si è dei signori nessuno, può Ella avere la gentilezza, signor Ministro, di fornire a questi carneadi l’indirizzo del potente al quale rivolgersi per ottenere di volta in volta una attenzione particolare su ciascun episodio di malagiustizia di cui proprio il dicastero da Lei guidato è il maggiore responsabile?   

venerdì 25 ottobre 2013

L’Italia a pezzi


Quando si parla di mafia si è soliti fare riferimento esclusivamente alla tradizionale criminalità organizzata rozza e sanguinaria connotata da stereotipi abusati. Si stenta a percepire che esistono mafie meno sanguinarie ma non per questo meno spietate che si annidano dentro lo Stato, nelle sue propaggini e in santuari insospettabili, le ciniche e raffinate mafie delle camarille e dei grumi di interessi, dei poteri fuori controllo, palesi o occulti, che producono guasti più devastanti di quelli prodotti dalla mafia tradizionale.
E’ all’attività di queste mafie che si deve lo stato di salute dell’Italia che non è esagerato definire comatoso.
Il quadro è presto detto.
Siamo un Paese in cui l’economia è ridotta al lumicino, che non ha più industrie degne di questo nome o meglio che, dopo la falcidia dei marchi d’eccellenza dell’industria italiana ad opera di gruppi stranieri, può contare su pochi capitani coraggiosi rimasti a resistere in una condizione di precarietà che non lascia sperare nulla di buono.
Se i gruppi stranieri vengono a fare shopping in Italia ma si rifiutano di lasciare i loro investimenti nel nostro Paese, se gli ultimi epigoni dell’imprenditoria italiana sono tentati di non resistere più, ci sarà un motivo.
Il motivo è l’inadeguatezza strutturale che la nostra classe dirigente ha determinato per inettitudine o obbedienza a interessi consolidati e disponibilità a prestarsi ad appetiti lobbistici.
Chi volete che venga da fuori a investire in Italia e perché le imprese italiane non dovrebbero essere tentate di trasferirsi altrove, visto che:
-          procedure infinite non garantiscono tempi certi sugli esiti di una pratica o di un contenzioso, una selva burocratica nella quale è difficile districarsi, una pressione fiscale fra le più elevate al mondo, sindacati potenti e irragionevoli, costi di lavoro onerosi, penalizzano l’attività delle imprese;
-          infrastrutture insufficienti e inefficienti, autostrade, porti ( siamo costretti a smantellare la Concordia fuori dall’Italia ), aeroporti, ferrovie, non garantiscono adeguati collegamenti;
-          lo Stato non paga i suoi debiti alle imprese e le costringe a fallire;
-          una finanza allegra e assistita dallo Stato si dedica a speculazioni cervellotiche e taglieggia le aziende.
E dove è la giustizia sociale in un Paese prigioniero di consorterie dedite agli interessi di parte? Anche qui il quadro è fosco:
       -    la boscaglia di leggi è terreno di caccia di una oligarchia che incrosta l’apparato statale, che
            orienta la produzione legislativa ispirando leggi caso per caso e la gestisce a piacimento nel
            suo percorso di attuazione, che di fatto governa più della politica;
-          le imprese statali e parastatali, gli enti pubblici, le banche, sono i luoghi dove imperversano
      a vita, di generazione in generazione, i soliti noti tanto incapaci professionalmente e autori
      di  disastri sui quali costruiscono impunemente le loro carriere, quanto capaci di curare l’in=
      teresse personale in preda a una insaziabile fame di prebende. Non siamo più neanche capaci
      di indignarci di fronte a emolumenti e pensioni d’oro che si cumulano e che hanno si una
      legittimazione legale ma non morale. Come si è potuta legittimare una così smaccata offesa  
      al senso della misura e al buon senso tout court?
 -    la distanza tra i pochissimi che possono tutto e i moltissimi che non possono nulla e pagano
      il fio, si allarga sempre di più;   
 -    lividi burattinai razziano nell’ombra senza controlli e senza pagare pegno.
E dove è la giustizia più in generale in un Paese in cui:
       -    la lunghezza dei processi tiene in sospeso per decenni la vita dei cittadini e la sorte delle
            imprese;
-          strutture carcerarie sovraffollate sfidano le leggi della fisica in spazi dove i corpi umani sono retrocessi al rango di polli in una stia;
-     i suicidi in carcere sono ormai una realtà che si ripete quasi quotidianamente;
      -     il 40% dei detenuti è in attesa di giudizio grazie all’istituto della carcerazione preventiva
che fa scontare alla metà di essi una detenzione che, grazie all’assoluzione, si rivelerà non
dovuta;
-          i dannati sottoposti ai regimi della carcerazione speciale patiscono delle autentiche forme di
tortura che violano la carta costituzionale oltre che i principi universali del diritto;     
-          uomini e donne che hanno sbagliato ma che potrebbero essere recuperati grazie ad un programma di rieducazione, sono lasciati alla mercé della scuola del malaffare quanto mai attiva in carcere e, quando tornano in libertà, non trovano opportunità di lavoro e tornano a delinquere;
-          la magistratura è ormai un corpo separato ( non nelle carriere ) che, grazie al libero convin=
      cimento quanto mai discrezionale, ubbidisce a logiche proprie e non alla legge ed è protetta,           
come ha scritto qualcuno, “da una invulnerabile e iniqua irresponsabilità”.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
-          giovani senza futuro;
-          la genialità dei nostri talenti regalata a Paesi stranieri;
-          pensionati senza serenità e costretti ad accollarsi il mantenimento dei figli senza lavoro;
-          i fieri campioni di una borghesia che fu, retrocessi nel girone dei nuovi poveri;
-          ectoplasmi senza identità e cultura che non sanno cosa significa leggere un libro e si aggirano inebetiti fra le icone di una nuova mitologia priva di contenuti;
-          il nostro patrimonio culturale che cade a pezzi. Musei, biblioteche, reperti archeologici che erano il nostro vanto e rappresentano la buona metà delle testimonianze artistiche del mondo intero, giacciono in preda all’incuria. Quello che era al vertice del turismo internazionale, è diventato un Paese che arranca nelle posizioni di rincalzo;
-          una natalità che si è arrestata e ci propone sempre di più un Paese di vecchi condannandoci al rischio di estinzione;
-          inedia e mancanza di spirito di iniziativa, incapacità di coltivare speranze in un panorama che non offre opportunità.
Siamo ormai un guscio vuoto in cui si mescolano inettitudine, cialtroneria e la presunzione di una elite di maitres à penser che non hanno nulla da insegnarci e parlano solo a sé stessi, ebbri del loro autocompiacimento, avulsi dalla realtà e legati a miti frusti e duri a morire. Siamo un popolo privo di identità che non ha l’orgoglio dell’appartenenza, che ha privato i propri membri della dignità di cittadini e li ha trasformati da sudditi della legge in sudditi dell’arbitrio, che si è piegato sotto il peso della rassegnazione, che non ha obiettivi, mete da raggiungere e miti ai quali rifarsi, non ha il coraggio di osare e vegeta in attesa di non si sa che. Siamo un Paese nel quale il giornalismo dei Terzani e dei Montanelli che azzannava alle caviglie i potenti, ha lasciato il posto ad un giornalismo accomodante che si accuccia prono ai piedi del potente di turno e invece di raccontare la verità la crea secondo convenienza. E’ciò che rimane dell’Italia di un tempo che fu e che i nostri figli non hanno fatto in tempo a conoscere, un Paese dove non abita più il nostro cuore, in cui il patto sociale è stato tradito dal Leviatano che ha rovesciato il tavolo e ha stabilito che l’unico interesse lecito è il suo, in cui una mafia scaltra, paludata, invasiva, subdola, sgusciante e impunita, si è macchiata di un crimine molto più grave di quelli commessi dalla sanguinolenta e stupida mafia tradizionalmente intesa, ha ucciso una nazione.

Qualcuno si chiederà dove è la politica che dovrebbe guidarci. La politica è un oggetto misterioso vuoto di idee e di contenuti, espressione di un popolo che non esiste più, prigioniero di un potere che risiede altrove, è una entità informe sulla quale non vale la pena di spendere una parola.

lunedì 21 ottobre 2013

I delinquenti da salvare

Grazie a Dio c’è ancora qualcuno che si ricorda che esistono diritti fondamentali sui quali non si può transigere e si batte affinché anche a quanti hanno commesso reati sia concessa, senza mettere in discussione la legittimità della carcerazione, la tutela della loro dignità e l’opportunità di redimersi. Lo so che è difficile condividere una simile battaglia perché i detenuti sono percepiti con un senso di diffidenza quasi che il loro errore li abbia resi degli appestati dai quali stare alla larga. A pochi passi da casa nostra si consumano realtà drammatiche che ignoriamo perché non le conosciamo, o perché, pur conoscendole, le viviamo con un senso di disagio e tendiamo a rimuoverle. E allora è opportuno proporre le testimonianze di personaggi che, data la loro statura, non autorizzano alcun retro pensiero.
Ecco alcuni stralci di una lettera inviata al Corriere della Sera dal professor Umberto Veronesi, oncologo di fama mondiale e alta coscienza morale:
“ Caro direttore, il messaggio del Presidente Napolitano sulla situazione umanamente inaccettabile delle nostre carceri e sull’opportunità di adottare provvedimenti di emergenza è in linea con l’evoluzione civile e il progresso culturale del nostro Paese. Il Movimento Scientifico for Peace – che riunisce intorno all’obiettivo di opposizione ad ogni forma di violenza sull’uomo molte donne e uomini di scienza, fra cui 21 Premi Nobel – appoggia la proposta del nostro Presidente, che va molto al di là di un gesto politico. In primo luogo è un atto di tutela della nostra Costituzione, che all’articolo 27 recita: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e all’articolo 13 ribadisce: “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”.
Ma le nostre carceri traboccano di detenuti costretti a vivere in condizioni disumane e molti di loro sono in attesa di giudizio, quindi soltanto presunti colpevoli. ……..E’ legittimo togliere ad un uomo la libertà, non è legittimo togliergli la dignità……..Crediamo in una giustizia non vendicativa ma rieducativa……..La vendetta, che si accompagna al desiderio di violenza e di sopraffazione, appartiene alla legge del taglione……..Esiste per tutti gli esseri umani, in possesso di cellule staminali proprie, la possibilità di cambiare, di ravvedersi…..,  la persona che abbiamo messo un giorno in prigione potrebbe non essere più la stessa, cinque o dieci anni dopo, se la sua mente è stata educata. Ma come prendersi cura di una persona in una situazione di sovraffollamento e degrado?.........Il sistema scandinavo che considera il carcere una misura estrema, intesa, appunto, come scuola di recupero, che non ha nulla di punitivo e tantomeno vendicativo” adotta “per la maggior parte dei reati altre misure, arresti domiciliari,sanzioni, servizi sociali. Il risultato è un tasso di criminalità e soprattutto di recidiva molto basso”.
Mi pare che non ci sia molto da aggiungere se non che anche sul tema del sovraffollamento nelle carceri noi italiani non siamo capaci di porci con animo sereno e su di esso riversiamo una certa gaglioffaggine che ci fa essere crudeli persino nei confronti della sofferenza. Allenati a preoccuparci di ciò che conviene a noi, in nome dell’ interesse di parte e di una forma di crudeltà gratuita, abbiamo educato il nostro animo ad una intransigenza che strumentalizza tutto, anche il dolore.
Dopo il messaggio del Capo dello Stato, abbiamo assistito alla fiera dell’ovvio dei soliti politici attenti a cavalcare, per motivi di bottega, gli umori dell’opinione pubblica disorientata da un problema che non conosce veramente, piuttosto che a spiegare che cosa è giusto fare in nome della nostra civiltà giuridica e della nostra coscienza civile come ci ammonisce il Professor Veronesi.
Al signor Renzi che ha definito l’amnistia e l’indulto un autogol e a quanti sono insorti contro queste misure di clemenza, raccomando la lettura della lettera del professor Veronesi.