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venerdì 21 settembre 2012

In risposta ai soliti noti


Avevo messo nel conto la reazione dei soliti noti che impazzano in rete alla ricerca delle occasioni per liberare le loro frustrazioni e deciso in partenza di non tenerne conto. Ma non mi aspettavo tanto. Debbo dire che ho difficoltà a leggere il senso degli insulti che mi vengono rivolti ed è troppa fatica (oltretutto non ne ho la competenza) cimentarsi nell’unico ambito che dovrebbe occuparsi della complessità dei deliri piovutimi addosso: la psicoanalisi. Non c’è nessuno che abbia centrato il cuore del problema, non uno che abbia contestato, sul piano morale e giuridico, il mio appello per la cancellazione del regime del 41bis, quasi tutti sono andati fuori tema e si sono concentrati sulla mia indegnità. Come se essere indegni precluda la possibilità di porre un problema che indubbiamente esiste e che non è così scontato (vedi le censure in sede europea). Siamo alla damnatio memoriae, alla cancellazione dell’individuo e della sua capacità di pensare, all’etica come strumento di lobotomizzazione della mente, alla rete che esibisce campioni di un massimalismo che si appalta le poltrone del moralismo e l’esclusiva delle patenti da distribuire, in cui tanti Vinscinsky da strapazzo scorazzano sognando di dar corpo alle loro ambizioni forcaiole. Ho persino prodotto un mostro che coltiva il sogno del ripristino della pena di morte.
I soli che sono entrati nel merito del mio appello seppure per contestarlo, sono stati l’on. Lumia e il dr. Ingroia, l’uno con considerazioni di opportunità, l’altro con considerazioni di carattere giuridico. Al primo il quale sostiene che il regime del 41bis andrebbe addirittura indurito e che la sua cancellazione equivarrebbe ad una sconfitta dello Stato, mi permetto far presente che le esigenze di sicurezza non sono esigenze di vendetta, che esse  possono essere tutelate anche con strumenti diversi dall’isolamento e che forte della sua intransigenza, invece di imperversare nel comodo mattatoio di casa nostra contro i reietti tagliati fuori dalle garanzie del nostro ordinamento giuridico, egli dovrebbe volare a Strasburgo e bacchettare Jean Paul Casta presidente della Corte Europea dei diritti dell’uomo il quale ha censurato l’Italia con queste parole: “Ancora per l’Italia la Corte ha sollevato dubbi sul frequente ricorso alla detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l’associazione mafiosa, con pesanti rischi per la salute psichica del carcerato”. E per favore non scomodi Pindaro che cantò gesta e miti inseguendo un ideale umano che nulla ha a che fare con la concretissima quotidianità di uomini murati vivi.
Al dr. Ingroia il quale ci ricorda che la Consulta si è pronunciata per la costituzionalità del 41bis, voglio a mia volta raccomandare la lettura dei seguenti articoli della Carta Costituzionale, gli articoli 2, 10,13,27. La pronuncia della Consulta alla luce di queste norme costituzionali è, mi sia consentito, un mistero.
Non voglio chiudere questo post senza rispondere ai soli che hanno usato toni pacati e mi hanno fatto sentire un poco meno indegno.
A Balqis De Cesare ricordo che sono un imputato di mafia condannato in primo e secondo grado e dunque una mia partecipazione ad una manifestazione antimafia suonerebbe inopportuna, poco credibile e, oserei dire, provocatoria, a parte il fatto che non verrebbe accettata. Ma cosa penso della mafia e la mia distanza da essa si possono evincere dalla lettura dei post del mio blog e soprattutto dalla lettura del mio libro “L’universo di Nazareno” stampato dal gruppo editoriale l’Espresso.
Ringrazio Aledo per i suoi toni pacati, ogni tanto si respira un poco d’aria pulita. Rischio però di deluderlo. C’è una verità processuale seppure non definitiva che dice che sono mafioso. Si vedrà come andrà in Cassazione, nel caso venissero confermate le sentenze di primo e secondo grado, sarò definitivamente e ufficialmente mafioso. C’è però anche una verità non processuale della quale parlo nel mio post “Ritorno in carcere”, e quella è la mia verità. A lei scegliere a chi credere. La posso aiutare citando la mistica spagnola Teresa D’Avila che sosteneva: “Se vuoi conoscere veramente un uomo, devi leggere le sue epistole perché è lì che l’uomo si libera degli orpelli e denuda il suo cuore”. Cito a memoria ma il senso dovrebbe essere questo. La ringrazio qualunque dovesse essere la sua scelta.

giovedì 13 settembre 2012

Il 41 bis


Ho sperimentato sulla mia pelle cosa significa sollevare il problema relativo al regime del 41 bis per essere stato investito, quando ho affrontato l’argomento, da invettive, insulti e inviti a finire i miei giorni in un gulag. So poi che, assieme ai soliti ignoti a caccia di buglioli in cui vomitare il loro odio, debbo mettere nel conto anche  il rischio di essere frainteso dai soliti aruspici che amano leggere chissà quali dietrologie in articoli innocenti, e le sacrosante proteste di quanti portano impresse sulla loro pelle i segni delle ferite riportate sul fronte della lotta alla mafia. Ma sono testardo e torno sull’argomento che, seppure impopolare, ha il fascino della lotta impari e della pietà sentita come imperativo morale.
Mi rivolgo innanzitutto ai parenti delle vittime di mafia. Di essi condivido lo sdegno e comprendo l’ira, ad essi, se la Cassazione deciderà in via definitiva che sono mafioso, seppure estraneo alle loro sofferenze ma colpevole dell’identità inflittami, chiederò perdono, ma ad essi sento di  rivolgermi come a compagni di un medesimo viaggio, titolari di quello che Gibran ha chiamato il comune destino in cui “insieme sono intessuti il filo bianco e il filo nero e, se il filo nero si spezza, il tessitore dovrà esaminare la tela da cima a fondo e provare di nuovo il suo telaio.”
Ad essi dico che il loro desiderio di giustizia è sacrosanto ma che questo desiderio non può confondersi con la voglia di sangue di cui si nutrono gli squallidi personaggi che usano i drammi altrui per liberare la loro anima malvagia, che essi sono l’umore dal quale sono germogliati gli spiriti di uomini che hanno sacrificato la loro vita, che il loro dolore è troppo nobile per sporcarsi col rancore e la vendetta. I loro destini servono a riscattare altri destini e ad essi chiedo di unirsi ai familiari dei carnefici dei loro cari per un atto di giustizia. Quando parlo di giustizia non intendo indulgenza nei confronti delle colpe e delle pene. A ciascuno il suo, ai colpevoli l’espiazione della pena, ai giusti la pretesa del rispetto dei fondamentali diritti umani. Il rigore dell’espiazione non deve essere frainteso e confuso con la tortura, l’espiazione deve procedere senza sconti ma avendo riguardo per la dignità del colpevole e dei suoi familiari. Quando in un mio post proposi la lettera di un detenuto in regime di 41 bis che descriveva le condizioni strazianti in cui si svolgeva il colloquio tra se e suo figlio di pochi anni, ho dovuto registrare il sarcastico commento di un anonimo che si compiaceva della crudeltà del colloquio descritto e si augurava sofferenze ancora maggiori. Ecco cosa intendo per giustizia di contro al giustizialismo, non certo il perdono da parte dello Stato che non può abdicare al suo rigore, ma neanche la vendetta e l’accanimento nei confronti del reo al cui fianco mi piace immaginare la pietà della vittima che ben conosce la sofferenza e ne avverte l’insensatezza.
Ad altri mi rivolgo con diverse motivazioni e, fra esse, non certo la pietà. Alle coscienze libere che hanno a cuore l’equità del diritto mi rivolgo per ricordare loro che hanno dormito a lungo, che tra diritto e sicurezza urge una scelta e che l’opzione della sicurezza finora prevalsa non fa onore alla tradizione dei lumi e delle garanzie liberali. La pena non può essere utilizzata come risposta eccezionale ad una condizione d’emergenza e lo Stato di diritto deve sapere tenere i nervi saldi non dimenticando che la contrapposizione fra sicurezza e diritto va gestita con misura ed equilibrio. Vi è chi si richiami alla lezione Dei Beccaria, dei Montesquieu, dei Locke, e sappia gridare che la pena non è afflizione e che non è ammissibile che esseri umani fatti della stessa carne di noi tutti subiscano l’inferno di una condizione intollerabile quale è quella del 41 bis reiterato ininterrottamente per decenni, senza alcuna considerazione per le mutate circostanze e per le nuove sensibilità nel frattempo maturate nell’animo dei detenuti, in cui la vita fisica e quella psichica vengono giorno dopo giorno spente con un crudele stillicidio di vessazioni che coinvolgono i reclusi e i loro familiari?
Dal mio non invidiabile osservatorio percepisco che mio figlio non è più quello di sette anni fa e constato lo smarrimento di mio nipote costretto a sottoporsi al martirio del colloquio mensile col padre, il vuoto del suo sguardo, la mia inadeguatezza a dare risposte alle sue domande mute e il mio terrore per le derive che possono nascere nel suo animo provato.
Uomini come il Capo dello Stato, campioni del pensiero liberale che hanno a cuore la tutela dell’individuo come Ostellino, luminari della scienza che hanno sostenuto la capacità dell’uomo di cambiare e di avere diritto ad una seconda opportunità come Veronesi, combattivi difensori dei diritti umani come Pannella, Della Vedova e Manconi, portatori di una concezione giuridica rigorosamente garantista come Pisapia e Ferrajoli, giornalisti intellettualmente onesti come Panza, Polito, Battista e carismatici come Scalfari, non hanno alibi se continuano a latitare in una contesa che riguarda la civiltà del diritto ancor prima della sopravvivenza di vite umane. Ad essi ricordo che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 39/46 del 1987 ha approvato una Convenzione contro la tortura e ha obbligato gli stati contraenti ad adottare una serie di provvedimenti in sintonia con la convenzione approvata. La legislazione italiana non si è ancora adeguata a quest’obbligo e, se si fa riferimento all’art. 27 della Costituzione sulla umanizzazione della pena, non c’è dubbio che il 41 bis è un regime di tortura e che la sua applicazione è un vulnus del nostro sistema giudiziario. D’altronde siamo destinatari di parecchie censure in merito da parte della Comunità europea. La giustizia in uno stato liberale altro non è che una valutazione morale esercitata in un ordinamento legale, grazie alla quale lo Stato può giustificare il ricorso alla violenza, attraverso la condanna e la carcerazione, in risposta alla violenza del cittadino. Ma lo Stato che affida ad una valutazione morale la ragione della sua violenza, non può prescindere da un analogo imperativo morale che imponga il rispetto della condizione umana alla quale è costretto a fare violenza.
E’ questo un appello alle coscienze libere, agli Ostellino, ai Veronesi, ai Pannella, Della Vedova, Manconi, Pisapia. Ferrajoli, Panza, Polito, Battista, Scalfari e ad altri uomini di buona volontà perché si rivolgano alla associazione Liberarsi a Grassina (Fi) ( assliberarsi@tiscali.it ) che da tempo si batte in difesa dei diritti dei detenuti e assieme ad essa si intestino una battaglia per l’abolizione del 41 bis, una battaglia che so difficile perché combattuta contro avversari che godono di seguito, di potere di veto e coagulano umori giacobini coltivati a lungo e capillarmente diffusi in una opinione pubblica spaventata e incitata al linciaggio, ma che ha il fascino delle lotte degne perché riguarda l’uomo della cui centralità cominciò a parlare un certo Socrate attirandosi l’accusa di empietà, perché riguarda la sua dignità che è quella di tutti noi.
Avevo previsto di rivolgere questo appello al cardinale Martini, così vicino alle sofferenze dei carcerati, ma sono arrivato tardi. Sono comunque certo che da lassù ci darà una mano.

lunedì 27 agosto 2012

La condanna di Anders Breivik


                                                       

La mite condanna di Anders Breivik, colpevole di avere ucciso a freddo settantasette persone, a 21 anni di carcere, suscita in noi italiani un moto di indignazione e di stupore. Educati ad un concetto di pena ben più severo, stentiamo a capire il senso di questa sentenza, perché, rispetto ai norvegesi nutriamo una diversa considerazione della dignità dell’uomo. Seppure l’art. 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, noi siamo ben lontani dalla cultura del recupero, preferendo ascoltare i suggerimenti della pancia che ci incitano alla vendetta. Da noi l’imputato è già colpevole e l’odore di sangue ci spinge ad esecuzioni di piazza che fanno giustizia sommaria della nostra civiltà ancor prima che della vita di un uomo. Basta navigare su internet per imbattersi nei più sconcertanti scampoli di un campionario di intolleranza che la dice tutta su quello che siamo. L’imputazione, ancor prima della sentenza di condanna, scatena la nostra sete di vendetta facendo emergere quella subcultura che ci connota come un popolo afflitto da una disinvolta concezione morale, spietato censore delle altrui colpe, a caccia del prossimo da linciare tanto più quanto più è indulgente con se stesso. Le tricoteuses assise ai piedi del patibolo non si discostano molto dai condannati e ne costituiscono il brodo di coltura.
Figuriamoci dunque se possiamo capire i norvegesi! Da noi, per molto meno, vige la pratica dell’ergastolo con cui liquidiamo il male anziché redimerlo, con cui normalizziamo la vita del condannato in via definitiva e mettiamo la società al riparo definitivo dal pericolo che, dopo trent’anni anni, il condannato possa tornare a delinquere. E’ l’antica diatriba fra sicurezza e diritto che da noi fa prevalere la sicurezza anche se sull’altare di questo feticcio si immola la vita di un uomo. Perché dobbiamo dire con chiarezza che stiamo parlando di una esecuzione di morte, anzi, di più, di una lenta, crudele, infinita esecuzione durante la quale il condannato è privato della sua vita attraverso una consunzione cerebrale che lo accompagna fino alla fine della sua esistenza. E in più, stiamo parlando di una esecuzione consumata nell’inferno delle nostre carceri.
Beccaria sosteneva che una pena inflitta ad un uomo dopo tanto tempo è una pena ingiusta perché colpisce un uomo che dopo tanto tempo non è più lo stesso uomo e Umberto Veronesi, proprio a commento della sentenza Breivik, ha confermato scientificamente la teoria di Beccaria. Scrive Veronesi:” Fino a pochi anni fa pensavamo che con il tempo aumentassero solo le sinapsi, i collegamenti fra neuroni. Oggi abbiamo scoperto invece che il cervello è dotato di cellule staminali proprie e dunque si rigenera. Quindi anatomicamente il nostro cervello può rinnovarsi. In effetti ognuno di noi può sperimentare come il suo modo di pensare e sentire non sia lo stesso di 10 anni prima; ma il ragionamento ha ben più forti implicazioni a livello della giustizia, perché il detenuto non è la stessa persona condannata 20 anni prima. Personalmente io appartengo alla vasta schiera dei sostenitori dell’origine ambientale del male: non esistono persone geneticamente predisposte al delitto, ma esistono persone psicologicamente più fragili che vengono influenzati da fattori esterni (famiglia, cultura, disagio sociale o psichico) che li spingono al crimine. Se accettiamo questo presupposto scientifico, allora tanto più il compito della giustizia non è la vendetta, la greca Nemesi, ma la Metanoia, il ravvedimento predicato da Giovanni Battista sulle rive del Giordano, e dunque la rieducazione e, in caso di successo, il reinserimento sociale”.
Non c’è altro da aggiungere se non la testimonianza di una confessione fattami, durante la mia detenzione, da un ergastolano: “Ritengo l’ergastolo una pena più crudele della morte. Esso è la condanna ad una parvenza di vita che parla solo a se stessa, monca, innaturale, senza connessioni col resto del mondo, è il destino di uomini che fanno della finzione una realtà vissuta disperatamente, progettando sogni e coltivando speranze che non si realizzeranno, sbirciando fuori dalla propria emarginazione e aspettando un segnale di interesse per la propria sorte. Noi ergastolani ci sforziamo di vivere, imponiamo con rabbia le nostre esistenze rivendicando il diritto alle nostre intelligenze cancellate da coloro che ci infliggono, assieme ad un futuro negato, l’astio perché osiamo. Siamo gli eredi di origini ormai lontane che, dopo decenni, stentiamo a ricordare, gli avanzi confusi di un antico contesto, ossessionati dal rumore dei nostri passi, privi di relazioni vitali, ormai irriconoscibili e costretti a vivere una vendetta inutile. René Girard ne “La nausea della vendetta” ha scritto che l’originalità della vendetta è un’impresa vana e che, nella misura in cui tutti i personaggi sono presi in una spirale di vendetta, matura una tragedia senza inizio e senza fine. Ebbene l’ergastolo, come la vendetta, è una tragedia senza fine in cui il tempo diventa uno stillicidio senza passato e senza futuro, in cui gli uomini che sovrintendono alla nostra pena aspettano pazientemente che giungiamo a quell’appuntamento estremo che aleggia costantemente a fianco di noi ergastolani, il suicidio”.


lunedì 20 agosto 2012

Casini…


                                                                 
In una lettera al Corriere della Sera l’on.Casini invita a raccogliere la lezione di De Gasperi e, come al solito, si propone con l’aria del bravo ragazzo che cade dalle nuvole denunciando gli errori degli altri.
Evocando le parole di De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”, egli accusa la classe politica e una parte di quella dirigente di avere tradito la lezione di De Gasperi coltivando “gli interessi di partito, di categoria e di corporazione, e poco, o niente,” quelli delle “prossime generazioni”. Aggiunge che il testimone di De Gasperi è stato raccolto “da uomini come Fanfani, La Malfa o Moro, personalità capaci di guidare il Paese, attraverso scelte anche impopolari, fino a risultati straordinari, con tassi di crescita che oggi definiremmo cinesi, un Pil pro capite da quarta-quinta potenza economica mondiale, un’industria manifatturiera seconda solo alla Germania”. L’on. Casini si è nutrito della stessa cultura degli uomini che mostra di ammirare, una cultura che si ispirava ai valori di un malinteso senso di giustizia sociale e di un cattolicesimo di retroguardia che da lì a poco sarebbe stato superato dai nuovi indirizzi della dottrina sociale della Chiesa. Prendendo il testimone di De Gasperi c’era da fare una scelta tra i due vecchi antagonisti di sempre, libertà e uguaglianza, sapendo leggere il messaggio di De Gasperi. L’Italia di allora era una Nazione protesa verso i traguardi decantati dall’on. Casini grazie alla propria forza vitale, al proprio ingegno, alla propria laboriosità e creatività, certamente non grazie all’opera degli eredi di De Gasperi che fecero una scelta di uguaglianza imbrigliando quelle risorse invece di incoraggiarle. In omaggio ad un ideale di uguaglianza calata dall’alto, fu varato un welfare sprecone e lottizzato che incoraggiò la nascita di corporazioni e lobby e finì per fissare disuguaglianze tra privilegiati e non, soprattutto tra le generazioni delle vacche grasse e le generazioni future penalizzate da un saccheggio delle risorse pubbliche che non potevamo permetterci. Assistiamo alla corsa di chi pretende di intestarsi valori liberali, dopo averli ignorati in una corsa folle allo statalismo invasivo che ha soffocato l’economia del Paese pur di garantire consorterie ormai consolidate e difficili da scalfire, mentre le nuove generazioni affogano nei problemi di una esistenza senza futuro grazie ad una scelta che parte da lontano e che è stata fatta dagli uomini che Casini definisce statisti.
Figlio di questa cultura, ad ogni rintocco di campane a morte, il nostro sale sull’ambone a denunciare i tradimenti della politica con aria compunta e  piglio scandalizzato, ma non ci spiega dove era lui mentre si perpetravano questi tradimenti.  

mercoledì 8 agosto 2012

Gli zombi


Il popolo degli zombi è perennemente in agguato pronto a consumare il rito dell’eucaristia pagana non appena sente odore di sangue. Esso è infatti puntualmente risorto per cannibalizzare Alex Schwazer caduto in una marcia che ha tentato di correre imboccando la scorciatoia del doping.
Naturalmente non si può solidarizzare con chi ha tentato di falsificare il risultato di una gara e scipparla a chi ha fatto sacrifici onesti. Si può capire perciò la severità con cui Patrizio Oliva ha condannato Schwazer, arrivando persino a censurare le lacrime dell’altoatesino e affermando che è troppo comodo piangere, che le lacrime non possono cancellare la gravità dell’inganno. Si è addirittura augurato che Schwazer sia radiato a vita piuttosto che sospeso per due anni. E’ impressionante assistere alla impietosa reprimenda di Oliva dopo avere assistito alla straziante conferenza stampa di Schwazer e viene da chiedersi se Oliva non abbia esagerato, specie se ci si convince che il pentimento mostrato da Schwazer è sincero. Un po’di rispetto, si potrebbe dire, per un uomo in lacrime che ha saputo affrontare la gogna mediatica esponendosi all’occhio crudele delle telecamere e ha saputo assumersi le sue responsabilità, un uomo, per di più, che ha dato l’impressione di aver vissuto la sua scelta in una solitudine troppo pesante per la sua fragilità, di non avere più sopportato di convivere con essa e abbia deciso di condividerla facendo di tutto per farsi scoprire. Al galantuomo in vena di razzismo alla rovescia che ha scritto : “ In fondo Schwazer non è neppure italiano” è facile rispondere che infatti il comportamento di Schwazer non è da italiani abituati a negare l’evidenza e ad arrampicarsi sugli specchi pur di non assumersi le proprie responsabilità. 
Tornando ad Oliva, pur privo di una qualsiasi forma di pietà, egli ha l’autorevolezza e le carte in regola per consentirsi tanta severità perché ha ottenuto e dato all’Italia i massimi risultati nella sua disciplina imboccando la via maestra del rigore, perché è a contatto continuo con il sacrificio degli atleti che allena e non riesce ad accettare che tutto ciò venga tradito. La sua rabbia dunque, per quanto impietosa, egli se la può permettere.
Chi non si può permettere di infierire su un uomo caduto sono i soliti censori da strapazzo che non perdono occasione per dare sfogo al loro livore da complessati orfani di una qualsiasi impresa che valga la pena di essere ricordata, che traggono dalle disgrazie del loro prossimo la loro ragione di vita, sono i cecchini rosi dalla rabbia della propria mediocrità che si appollaiano sull’albero dell’anonimato per colpire chi fino ad allora hanno dovuto osannare, realizzando così la loro rivincita. E’ la viltà di noi italiani che abbiamo tributato onori e fasti al dittatore quando era in auge e l’abbiamo appeso a testa in giù a Piazzale Loreto quando è caduto.
E, diciamolo pure, con buona pace di tutti i censori in buona o in mala fede, si è fatto troppo rumore per una vicenda che non lo meritava.

La ragion di Stato


Nella sua rubrica settimanale “Il dubbio” sul Corriere della Sera di sabato 4 agosto, Piero Ostellino ha commentato l’intervista a Repubblica con cui il dr. Ingroia ha lamentato il tentativo d’ingerenza della politica nell’attività della magistratura.
Piero Ostellino ha gratificato Ingroia di un duro giudizio accusandolo di essere “afflitto da una imbarazzante carenza scolastica” e ha rincarato la dose sostenendo che la sua reazione è “frutto di una inadeguatezza culturale e di una inclinazione a contrapporre Giustizia e Politica”.
Tutto perché Ingroia ha reclamato una maggiore chiarezza da parte della politica che dovrebbe dire a chiare lettere se c’è una ragion di Stato che impedisce l’azione della magistratura e l’accertamento della verità a proposito della trattativa Stato mafia.
Ostellino sostiene che la ragion di Stato non è “codificabile, bensì immanente alla Politica, è un suo modo d’essere”, ha, appunto, una sua ragione che si giustifica perché“vuole evitare che uomini pubblici che si siano (eventualmente) sporcate le mani nel servire lo Stato siano chiamati a risponderne all’opinione pubblica o ai tribunali secondo la morale e la legge che regolano i comportamenti del cittadino comune”. Essa è legibus soluta e per questo motivo non può essere dichiarata o preventivamente comunicata alla magistratura alla quale non ha l’obbligo di rispondere, e che peraltro non potrebbe accettarne la logica, essa  risponde esclusivamente alle esigenze della Politica che a sua volta risponde solo alla propria coscienza. E’ inutile strapparsi i capelli e gridare allo scandalo, bisogna prendere atto che, per quanto ciò possa urticare il nostro senso morale, dalla ragion di Stato qualche volta non si può prescindere, bene inteso sempre che il background istituzionale sia solido e impermeabile alle derive che da essa possono nascere. Bisogna che gli uomini che reggono le sorti dello Stato siano integerrimi, che sappiano valutare le condotte degli uomini che guidano e garantire che essi  servano effettivamente lo Stato quando ricorrono alla ragion di Stato, che insomma siano percepiti così indiscutibilmente specchiati e al di sopra di ogni sospetto da non destare alcun dubbio se sono costretti ad una scelta così estrema.
Abbiamo noi governanti di tal fatta? Se si, dobbiamo fidarci di loro e accettare che “boss mafiosi, generali dei carabinieri, uomini politici siedano sullo stesso banco degli accusati” senza scandalizzarci. Se gli uomini di cui ci fidiamo hanno lasciato che servitori dello Stato, accusati di“essersi sporcate le mani”, venissero incriminati, vuol dire che hanno ritenuto tali servitori infedeli e degni di meritare un destino pari a quello del comune cittadino che infrange la legge.
Ma, ecco il punto, è la nostra classe politica all’altezza del suo compito e possiamo fidarci dei suoi uomini?

domenica 22 luglio 2012

Ritorno in carcere

La sentenza d’appello depositata qualche mese fa con la quale è stata confermata la condanna a otto anni inflittami in primo grado è stato un rospo difficile da ingoiare. Ho combattuto a lungo con la tentazione di commentarla pubblicamente senza sapermi decidere. Alla fine mi sono detto che non potevo lasciare al mio giudice l’esclusiva della verità sul mio conto e che avevo il diritto di dire la mia. Vengo meno perciò alla decisione presa tempo fa di non scrivere più sul mio blog e torno a utilizzarlo proprio per commentare la suddetta sentenza. Evidentemente non sono quell’uomo d’onore che dicono io sia. E veniamo al dunque. Si è soliti dire che le sentenze non vanno discusse ma rispettate. Posso capire che siano rispettate, ma non per questo necessariamente condivise. Io, per esempio, sto accettando la sentenza che mi condanna e, se la Cassazione ribadirà definitivamente tale condanna, non mi sottrarrò ad essa e tornerò in carcere. Ma pur accettando la verità processuale non esito a dissentire da essa ritenendola profondamente ingiusta. Lo dico con cognizione di causa dopo avere letto le motivazioni della sentenza in cui si può cogliere un campionario delle acrobazie messe in atto pur di giungere ad una verità abborracciata. Se un collaboratore di giustizia mi accusa di essere mafioso reiterando la stessa accusa appresa da un precedente collaboratore senza aggiungere elementi nuovi che diano originalità alla sua dichiarazione, appare chiaro che non può invocarsi la cosiddetta convergenza del molteplice e considerarla prova per condannarmi, come ha fatto il mio giudice. Se un collaboratore di giustizia afferma di detestarmi e promette di farmela pagare confidando la sua avversione e i suoi progetti di rivalsa nei miei confronti ad un suo amico che ne ha dato testimonianza in aula in qualità di teste dell’accusa, se emergono le ragioni del suo rancore attraverso le dichiarazione di due testimoni (stavolta della difesa) che riferiscono di quando l’ho schiaffeggiato, è singolare che il giudice ritenga non attendibili i miei testimoni (e il teste dell’accusa?) senza denunciarli per falsa testimonianza e non nutra alcun dubbio sulla sincerità delle accuse del collaboratore. A maggior ragione se lo stesso collaboratore è stato ritenuto inattendibile da altro giudice e continua ad incassare ulteriori sconfessioni come è accaduto in questi giorni. Se nella intercettazione di un mio colloquio con questo stesso personaggio che si stava apprestando a saltare il fosso e, per convincere gli inquirenti della sua buona volontà, accettava di prestarsi a tendermi una trappola presentandosi all’appuntamento con me imbottito di microspie con l’intento di carpirmi dichiarazioni compromettenti, emerge che io, all’oscuro di tutto, dichiaro di essere estraneo alle logiche mafiose senza che il mio interlocutore contesti le mie affermazioni richiamandomi, che so, alla responsabilità per azioni delittuose commesse assieme, che grido la mia indignazione per essere stato coinvolto incolpevolmente nelle vicende di mio figlio senza suscitare alcuna reazione di stupita protesta nel mio interlocutore, è singolare che il giudice ritenga le mie affermazioni frutto di un’abile messa in scena, attribuendomi doti profetiche e pretendendo che io conoscessi, nel momento in cui stava nascendo, un progetto di collaborazione che sarebbe divenuto operativo e noto solo a distanza di sei mesi dalla data del colloquio. Se un collaboratore di giustizia afferma di avermi incontrato in un locale che è risultato inesistente, se afferma che in questo presunto colloquio mi ha chiesto di accreditarlo presso il comune di Villabate per l’ottenimento di un incarico professionale confidando nel mio potere politico e nella mia conseguente capacità di influenzare le scelte dell’amministrazione comunale dell’epoca, se risulta che la data del colloquio è il 1993, anno in cui io non svolgevo alcuna attività politica (avrei cominciato il mio percorso politico solo nel 1994 con F.I.) e dunque non avevo alcun potere contrattuale per intervenire su un’amministrazione comunale i cui esponenti peraltro sarebbero stati miei avversari politici nella competizione elettorale amministrativa che si sarebbe svolta nel 1994, se il signor collaboratore mi indica come ex sindaco di Villabate mentre è notorio che non ho mai fatto parte neanche di un collegio sindacale di condominio, è singolare che il giudice ritenga attendibile il collaboratore solo perché questi ha affermato di riconoscermi in una foto durante le indagini condotte dai P.M. senza la presenza dei miei difensori che vigilassero sulla correttezza delle procedure, ritenendo questo presunto riconoscimento elemento di colpevolezza anche se non riconducibile ad alcuna azione delittuosa! Se due collaboratori di giustizia dichiarano che hanno tentato di coinvolgermi in una messa a posto, ammettendo che io mi sono rifiutato di aderire alle loro richieste, è singolare che il giudice ritenga insufficiente il mio diniego e valuti con sospetto la mia condotta. Se un collaboratore di giustizia afferma che è logico che sono mafioso perché padre di mio figlio, è singolare che il giudice accetti questo automatismo che introduce il principio della responsabilità oggettiva nel diritto penale. Se un collaboratore, prima mi esclude dall’organigramma della famiglia mafiosa di Villabate e successivamente, a domanda del P.M.(in assenza dei miei difensori), mi include, è singolare che il giudice prenda per buono questo ripensamento sospetto. Se persino la vittima della turbativa d’asta che mi viene contestata, mi scagiona, è inspiegabile che il mio giudice mi condanni. Se la mia attività politica esercitata ricoprendo incarichi di partito conquistati dopo libere elezioni che mi accreditavano quale interlocutore legittimo nella vita politica del mio territorio, è stata prima negata e poi letta come una indebita intromissione dal mio giudice, pur non essendomi stato contestato alcun reato in ordine a detta attività, c’è da chiedersi a quale carta costituzionale il mio giudice si sia ispirato. Se tutti i collaboratori di giustizia che mi accusano, seppur contraddittori, non riscontrati e palesemente ispirati da dichiarazioni apprese da altri, sono dal giudice ritenuti attendibili e i testi della difesa, pur non palesando incertezze e confusioni, sono dallo stesso giudice considerati dogmaticamente inattendibili nella presunzione che essi mi vogliano a vario titolo favorire senza tuttavia essere perseguiti per favoreggiamento, lasciatemi dire che c’è del marcio nel pianeta giustizia, che c’è il calcolo di piegare la verità a teoremi precostituiti e perseguire, per dirla con Trasimaco, l’interesse del più forte, l’interesse cioè di una magistratura onnipotente che conduce una battaglia ideologica senza esclusione di colpi e sospende di fatto i diritti fondamentali pur di realizzare la sua vocazione messianica. Tucidide nel libro V° de La guerra del Peloponneso racconta come i Melii si siano dovuti piegare alle ragioni degli Ateniesi i quali ammantavano con l’appellativo di diritto le loro convenienze. E’ la consacrazione di una deriva che ha sempre attraversato il destino degli uomini e che vede i più deboli soccombere nei confronti dei più forti. In questa lotta impari in cui tutto è sempre uguale a se stesso e i deboli di ogni stagione replicano un copione stantio, è il turno degli imputati di mafia di farsi Melii e di recitare il ruolo dei deboli, quasi che le loro presunte colpe, l’infamia della loro imputazione, giustifichino la cessazione del loro status di cittadini e che lo Stato debba essere ritenuto legittimato a farne carne da macello in un sistema senza garanzie. La certezza del diritto diventa così certezza della pena tanto più quanto più incerta è la colpa. Purtroppo quando si affrontano tematiche mafiose non si va tanto per il sottile. Si scatena una vera e propria caccia alle streghe e le sentenze mediatiche finiscono per anticipare e influenzare quelle dei tribunali. In questo clima può accadere che maturino sentenze della magistratura in cui si condanna la reputazione piuttosto che il reato, in cui si utilizza come prova la cosiddetta convergenza del molteplice anche quando a convergere è solo l’inganno del dichiarante, in cui il principio del “non poteva non sapere” viene ritenuto elemento sufficiente di colpevolezza, in cui l’amministrazione della giustizia diventa una esercitazione di approssimazione giuridica. In questo modo si infliggono alla giustizia ferite mortali come è accaduto nel caso dei sette condannati all’ergastolo per la strage di via D’Amelio che hanno scontato 15 anni di carcere non dovuto, nel caso Tortora, nei tanti casi meno noti o non venuti alla luce, in cui con la pratica dei depistaggi e delle mistificazioni vite umane sono state sacrificate e la certezza del diritto è stata messa in forse. Bisogna allora avere il coraggio di denunciare l’ipocrisia della sacralità di alcune sentenze quando, al di là dell’onesto errore umano, in esse si annida disonestà intellettuale. Bisogna avere il coraggio di denunciare la disinvoltura di certa normativa ammiccante che talvolta fa del magistrato il giudice di se stesso sottraendolo ad un controllo terzo che scoraggi tentazioni autoritarie. In nome dell’autonomia del magistrato si è prodotto un monstrum, la irresponsabilità del medesimo a scapito del cittadino esposto al rischio dell’arbitrio, ed è venuta a mancare la coscienza morale di una novella Antigone che rivendichi il primato dei valori etici contro l’autoreferenzialità di una corporazione arroccata in un fortilizio consortile. Non ignoriamo l’esistenza di norme quali l’art.104 d. lgs 6.9.2011 nr.159 sulle attribuzioni del PG della Cassazione e l’art.6 del d. lgs. 20.2.2006 nr. 106, a garanzia del cittadino, ma non possiamo neanche ignorare che l’applicazione di esse è affidata agli stessi magistrati al cui corpo appartengono i controllati e che cane non mangia cane. Non tutti hanno la possibilità, come il sen. Mancino, di rivolgersi ascoltato e riscontrato al consigliere giuridico del Presidente della Repubblica ottenendo che questi intervenga sul Procuratore Nazionale Antimafia seppure con richieste lecite. Al comune cittadino non è concessa pari attenzione, al comune cittadino è concesso, come nel mio caso, dopo 15 anni di processo, 6 anni di carcere preventivo senza che si sia giunti ancora ad una sentenza definitiva, nonostante l’insussistenza dei motivi di condanna e la mia ragguardevole età, di programmare il ritorno in carcere se il mio giudice a Berlino non saprà trovare tra le pieghe del diritto l’equità che impedisca il compimento di una ulteriore ingiustizia.