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lunedì 27 agosto 2012

La condanna di Anders Breivik


                                                       

La mite condanna di Anders Breivik, colpevole di avere ucciso a freddo settantasette persone, a 21 anni di carcere, suscita in noi italiani un moto di indignazione e di stupore. Educati ad un concetto di pena ben più severo, stentiamo a capire il senso di questa sentenza, perché, rispetto ai norvegesi nutriamo una diversa considerazione della dignità dell’uomo. Seppure l’art. 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, noi siamo ben lontani dalla cultura del recupero, preferendo ascoltare i suggerimenti della pancia che ci incitano alla vendetta. Da noi l’imputato è già colpevole e l’odore di sangue ci spinge ad esecuzioni di piazza che fanno giustizia sommaria della nostra civiltà ancor prima che della vita di un uomo. Basta navigare su internet per imbattersi nei più sconcertanti scampoli di un campionario di intolleranza che la dice tutta su quello che siamo. L’imputazione, ancor prima della sentenza di condanna, scatena la nostra sete di vendetta facendo emergere quella subcultura che ci connota come un popolo afflitto da una disinvolta concezione morale, spietato censore delle altrui colpe, a caccia del prossimo da linciare tanto più quanto più è indulgente con se stesso. Le tricoteuses assise ai piedi del patibolo non si discostano molto dai condannati e ne costituiscono il brodo di coltura.
Figuriamoci dunque se possiamo capire i norvegesi! Da noi, per molto meno, vige la pratica dell’ergastolo con cui liquidiamo il male anziché redimerlo, con cui normalizziamo la vita del condannato in via definitiva e mettiamo la società al riparo definitivo dal pericolo che, dopo trent’anni anni, il condannato possa tornare a delinquere. E’ l’antica diatriba fra sicurezza e diritto che da noi fa prevalere la sicurezza anche se sull’altare di questo feticcio si immola la vita di un uomo. Perché dobbiamo dire con chiarezza che stiamo parlando di una esecuzione di morte, anzi, di più, di una lenta, crudele, infinita esecuzione durante la quale il condannato è privato della sua vita attraverso una consunzione cerebrale che lo accompagna fino alla fine della sua esistenza. E in più, stiamo parlando di una esecuzione consumata nell’inferno delle nostre carceri.
Beccaria sosteneva che una pena inflitta ad un uomo dopo tanto tempo è una pena ingiusta perché colpisce un uomo che dopo tanto tempo non è più lo stesso uomo e Umberto Veronesi, proprio a commento della sentenza Breivik, ha confermato scientificamente la teoria di Beccaria. Scrive Veronesi:” Fino a pochi anni fa pensavamo che con il tempo aumentassero solo le sinapsi, i collegamenti fra neuroni. Oggi abbiamo scoperto invece che il cervello è dotato di cellule staminali proprie e dunque si rigenera. Quindi anatomicamente il nostro cervello può rinnovarsi. In effetti ognuno di noi può sperimentare come il suo modo di pensare e sentire non sia lo stesso di 10 anni prima; ma il ragionamento ha ben più forti implicazioni a livello della giustizia, perché il detenuto non è la stessa persona condannata 20 anni prima. Personalmente io appartengo alla vasta schiera dei sostenitori dell’origine ambientale del male: non esistono persone geneticamente predisposte al delitto, ma esistono persone psicologicamente più fragili che vengono influenzati da fattori esterni (famiglia, cultura, disagio sociale o psichico) che li spingono al crimine. Se accettiamo questo presupposto scientifico, allora tanto più il compito della giustizia non è la vendetta, la greca Nemesi, ma la Metanoia, il ravvedimento predicato da Giovanni Battista sulle rive del Giordano, e dunque la rieducazione e, in caso di successo, il reinserimento sociale”.
Non c’è altro da aggiungere se non la testimonianza di una confessione fattami, durante la mia detenzione, da un ergastolano: “Ritengo l’ergastolo una pena più crudele della morte. Esso è la condanna ad una parvenza di vita che parla solo a se stessa, monca, innaturale, senza connessioni col resto del mondo, è il destino di uomini che fanno della finzione una realtà vissuta disperatamente, progettando sogni e coltivando speranze che non si realizzeranno, sbirciando fuori dalla propria emarginazione e aspettando un segnale di interesse per la propria sorte. Noi ergastolani ci sforziamo di vivere, imponiamo con rabbia le nostre esistenze rivendicando il diritto alle nostre intelligenze cancellate da coloro che ci infliggono, assieme ad un futuro negato, l’astio perché osiamo. Siamo gli eredi di origini ormai lontane che, dopo decenni, stentiamo a ricordare, gli avanzi confusi di un antico contesto, ossessionati dal rumore dei nostri passi, privi di relazioni vitali, ormai irriconoscibili e costretti a vivere una vendetta inutile. René Girard ne “La nausea della vendetta” ha scritto che l’originalità della vendetta è un’impresa vana e che, nella misura in cui tutti i personaggi sono presi in una spirale di vendetta, matura una tragedia senza inizio e senza fine. Ebbene l’ergastolo, come la vendetta, è una tragedia senza fine in cui il tempo diventa uno stillicidio senza passato e senza futuro, in cui gli uomini che sovrintendono alla nostra pena aspettano pazientemente che giungiamo a quell’appuntamento estremo che aleggia costantemente a fianco di noi ergastolani, il suicidio”.


lunedì 20 agosto 2012

Casini…


                                                                 
In una lettera al Corriere della Sera l’on.Casini invita a raccogliere la lezione di De Gasperi e, come al solito, si propone con l’aria del bravo ragazzo che cade dalle nuvole denunciando gli errori degli altri.
Evocando le parole di De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”, egli accusa la classe politica e una parte di quella dirigente di avere tradito la lezione di De Gasperi coltivando “gli interessi di partito, di categoria e di corporazione, e poco, o niente,” quelli delle “prossime generazioni”. Aggiunge che il testimone di De Gasperi è stato raccolto “da uomini come Fanfani, La Malfa o Moro, personalità capaci di guidare il Paese, attraverso scelte anche impopolari, fino a risultati straordinari, con tassi di crescita che oggi definiremmo cinesi, un Pil pro capite da quarta-quinta potenza economica mondiale, un’industria manifatturiera seconda solo alla Germania”. L’on. Casini si è nutrito della stessa cultura degli uomini che mostra di ammirare, una cultura che si ispirava ai valori di un malinteso senso di giustizia sociale e di un cattolicesimo di retroguardia che da lì a poco sarebbe stato superato dai nuovi indirizzi della dottrina sociale della Chiesa. Prendendo il testimone di De Gasperi c’era da fare una scelta tra i due vecchi antagonisti di sempre, libertà e uguaglianza, sapendo leggere il messaggio di De Gasperi. L’Italia di allora era una Nazione protesa verso i traguardi decantati dall’on. Casini grazie alla propria forza vitale, al proprio ingegno, alla propria laboriosità e creatività, certamente non grazie all’opera degli eredi di De Gasperi che fecero una scelta di uguaglianza imbrigliando quelle risorse invece di incoraggiarle. In omaggio ad un ideale di uguaglianza calata dall’alto, fu varato un welfare sprecone e lottizzato che incoraggiò la nascita di corporazioni e lobby e finì per fissare disuguaglianze tra privilegiati e non, soprattutto tra le generazioni delle vacche grasse e le generazioni future penalizzate da un saccheggio delle risorse pubbliche che non potevamo permetterci. Assistiamo alla corsa di chi pretende di intestarsi valori liberali, dopo averli ignorati in una corsa folle allo statalismo invasivo che ha soffocato l’economia del Paese pur di garantire consorterie ormai consolidate e difficili da scalfire, mentre le nuove generazioni affogano nei problemi di una esistenza senza futuro grazie ad una scelta che parte da lontano e che è stata fatta dagli uomini che Casini definisce statisti.
Figlio di questa cultura, ad ogni rintocco di campane a morte, il nostro sale sull’ambone a denunciare i tradimenti della politica con aria compunta e  piglio scandalizzato, ma non ci spiega dove era lui mentre si perpetravano questi tradimenti.  

mercoledì 8 agosto 2012

Gli zombi


Il popolo degli zombi è perennemente in agguato pronto a consumare il rito dell’eucaristia pagana non appena sente odore di sangue. Esso è infatti puntualmente risorto per cannibalizzare Alex Schwazer caduto in una marcia che ha tentato di correre imboccando la scorciatoia del doping.
Naturalmente non si può solidarizzare con chi ha tentato di falsificare il risultato di una gara e scipparla a chi ha fatto sacrifici onesti. Si può capire perciò la severità con cui Patrizio Oliva ha condannato Schwazer, arrivando persino a censurare le lacrime dell’altoatesino e affermando che è troppo comodo piangere, che le lacrime non possono cancellare la gravità dell’inganno. Si è addirittura augurato che Schwazer sia radiato a vita piuttosto che sospeso per due anni. E’ impressionante assistere alla impietosa reprimenda di Oliva dopo avere assistito alla straziante conferenza stampa di Schwazer e viene da chiedersi se Oliva non abbia esagerato, specie se ci si convince che il pentimento mostrato da Schwazer è sincero. Un po’di rispetto, si potrebbe dire, per un uomo in lacrime che ha saputo affrontare la gogna mediatica esponendosi all’occhio crudele delle telecamere e ha saputo assumersi le sue responsabilità, un uomo, per di più, che ha dato l’impressione di aver vissuto la sua scelta in una solitudine troppo pesante per la sua fragilità, di non avere più sopportato di convivere con essa e abbia deciso di condividerla facendo di tutto per farsi scoprire. Al galantuomo in vena di razzismo alla rovescia che ha scritto : “ In fondo Schwazer non è neppure italiano” è facile rispondere che infatti il comportamento di Schwazer non è da italiani abituati a negare l’evidenza e ad arrampicarsi sugli specchi pur di non assumersi le proprie responsabilità. 
Tornando ad Oliva, pur privo di una qualsiasi forma di pietà, egli ha l’autorevolezza e le carte in regola per consentirsi tanta severità perché ha ottenuto e dato all’Italia i massimi risultati nella sua disciplina imboccando la via maestra del rigore, perché è a contatto continuo con il sacrificio degli atleti che allena e non riesce ad accettare che tutto ciò venga tradito. La sua rabbia dunque, per quanto impietosa, egli se la può permettere.
Chi non si può permettere di infierire su un uomo caduto sono i soliti censori da strapazzo che non perdono occasione per dare sfogo al loro livore da complessati orfani di una qualsiasi impresa che valga la pena di essere ricordata, che traggono dalle disgrazie del loro prossimo la loro ragione di vita, sono i cecchini rosi dalla rabbia della propria mediocrità che si appollaiano sull’albero dell’anonimato per colpire chi fino ad allora hanno dovuto osannare, realizzando così la loro rivincita. E’ la viltà di noi italiani che abbiamo tributato onori e fasti al dittatore quando era in auge e l’abbiamo appeso a testa in giù a Piazzale Loreto quando è caduto.
E, diciamolo pure, con buona pace di tutti i censori in buona o in mala fede, si è fatto troppo rumore per una vicenda che non lo meritava.

La ragion di Stato


Nella sua rubrica settimanale “Il dubbio” sul Corriere della Sera di sabato 4 agosto, Piero Ostellino ha commentato l’intervista a Repubblica con cui il dr. Ingroia ha lamentato il tentativo d’ingerenza della politica nell’attività della magistratura.
Piero Ostellino ha gratificato Ingroia di un duro giudizio accusandolo di essere “afflitto da una imbarazzante carenza scolastica” e ha rincarato la dose sostenendo che la sua reazione è “frutto di una inadeguatezza culturale e di una inclinazione a contrapporre Giustizia e Politica”.
Tutto perché Ingroia ha reclamato una maggiore chiarezza da parte della politica che dovrebbe dire a chiare lettere se c’è una ragion di Stato che impedisce l’azione della magistratura e l’accertamento della verità a proposito della trattativa Stato mafia.
Ostellino sostiene che la ragion di Stato non è “codificabile, bensì immanente alla Politica, è un suo modo d’essere”, ha, appunto, una sua ragione che si giustifica perché“vuole evitare che uomini pubblici che si siano (eventualmente) sporcate le mani nel servire lo Stato siano chiamati a risponderne all’opinione pubblica o ai tribunali secondo la morale e la legge che regolano i comportamenti del cittadino comune”. Essa è legibus soluta e per questo motivo non può essere dichiarata o preventivamente comunicata alla magistratura alla quale non ha l’obbligo di rispondere, e che peraltro non potrebbe accettarne la logica, essa  risponde esclusivamente alle esigenze della Politica che a sua volta risponde solo alla propria coscienza. E’ inutile strapparsi i capelli e gridare allo scandalo, bisogna prendere atto che, per quanto ciò possa urticare il nostro senso morale, dalla ragion di Stato qualche volta non si può prescindere, bene inteso sempre che il background istituzionale sia solido e impermeabile alle derive che da essa possono nascere. Bisogna che gli uomini che reggono le sorti dello Stato siano integerrimi, che sappiano valutare le condotte degli uomini che guidano e garantire che essi  servano effettivamente lo Stato quando ricorrono alla ragion di Stato, che insomma siano percepiti così indiscutibilmente specchiati e al di sopra di ogni sospetto da non destare alcun dubbio se sono costretti ad una scelta così estrema.
Abbiamo noi governanti di tal fatta? Se si, dobbiamo fidarci di loro e accettare che “boss mafiosi, generali dei carabinieri, uomini politici siedano sullo stesso banco degli accusati” senza scandalizzarci. Se gli uomini di cui ci fidiamo hanno lasciato che servitori dello Stato, accusati di“essersi sporcate le mani”, venissero incriminati, vuol dire che hanno ritenuto tali servitori infedeli e degni di meritare un destino pari a quello del comune cittadino che infrange la legge.
Ma, ecco il punto, è la nostra classe politica all’altezza del suo compito e possiamo fidarci dei suoi uomini?

domenica 22 luglio 2012

Ritorno in carcere

La sentenza d’appello depositata qualche mese fa con la quale è stata confermata la condanna a otto anni inflittami in primo grado è stato un rospo difficile da ingoiare. Ho combattuto a lungo con la tentazione di commentarla pubblicamente senza sapermi decidere. Alla fine mi sono detto che non potevo lasciare al mio giudice l’esclusiva della verità sul mio conto e che avevo il diritto di dire la mia. Vengo meno perciò alla decisione presa tempo fa di non scrivere più sul mio blog e torno a utilizzarlo proprio per commentare la suddetta sentenza. Evidentemente non sono quell’uomo d’onore che dicono io sia. E veniamo al dunque. Si è soliti dire che le sentenze non vanno discusse ma rispettate. Posso capire che siano rispettate, ma non per questo necessariamente condivise. Io, per esempio, sto accettando la sentenza che mi condanna e, se la Cassazione ribadirà definitivamente tale condanna, non mi sottrarrò ad essa e tornerò in carcere. Ma pur accettando la verità processuale non esito a dissentire da essa ritenendola profondamente ingiusta. Lo dico con cognizione di causa dopo avere letto le motivazioni della sentenza in cui si può cogliere un campionario delle acrobazie messe in atto pur di giungere ad una verità abborracciata. Se un collaboratore di giustizia mi accusa di essere mafioso reiterando la stessa accusa appresa da un precedente collaboratore senza aggiungere elementi nuovi che diano originalità alla sua dichiarazione, appare chiaro che non può invocarsi la cosiddetta convergenza del molteplice e considerarla prova per condannarmi, come ha fatto il mio giudice. Se un collaboratore di giustizia afferma di detestarmi e promette di farmela pagare confidando la sua avversione e i suoi progetti di rivalsa nei miei confronti ad un suo amico che ne ha dato testimonianza in aula in qualità di teste dell’accusa, se emergono le ragioni del suo rancore attraverso le dichiarazione di due testimoni (stavolta della difesa) che riferiscono di quando l’ho schiaffeggiato, è singolare che il giudice ritenga non attendibili i miei testimoni (e il teste dell’accusa?) senza denunciarli per falsa testimonianza e non nutra alcun dubbio sulla sincerità delle accuse del collaboratore. A maggior ragione se lo stesso collaboratore è stato ritenuto inattendibile da altro giudice e continua ad incassare ulteriori sconfessioni come è accaduto in questi giorni. Se nella intercettazione di un mio colloquio con questo stesso personaggio che si stava apprestando a saltare il fosso e, per convincere gli inquirenti della sua buona volontà, accettava di prestarsi a tendermi una trappola presentandosi all’appuntamento con me imbottito di microspie con l’intento di carpirmi dichiarazioni compromettenti, emerge che io, all’oscuro di tutto, dichiaro di essere estraneo alle logiche mafiose senza che il mio interlocutore contesti le mie affermazioni richiamandomi, che so, alla responsabilità per azioni delittuose commesse assieme, che grido la mia indignazione per essere stato coinvolto incolpevolmente nelle vicende di mio figlio senza suscitare alcuna reazione di stupita protesta nel mio interlocutore, è singolare che il giudice ritenga le mie affermazioni frutto di un’abile messa in scena, attribuendomi doti profetiche e pretendendo che io conoscessi, nel momento in cui stava nascendo, un progetto di collaborazione che sarebbe divenuto operativo e noto solo a distanza di sei mesi dalla data del colloquio. Se un collaboratore di giustizia afferma di avermi incontrato in un locale che è risultato inesistente, se afferma che in questo presunto colloquio mi ha chiesto di accreditarlo presso il comune di Villabate per l’ottenimento di un incarico professionale confidando nel mio potere politico e nella mia conseguente capacità di influenzare le scelte dell’amministrazione comunale dell’epoca, se risulta che la data del colloquio è il 1993, anno in cui io non svolgevo alcuna attività politica (avrei cominciato il mio percorso politico solo nel 1994 con F.I.) e dunque non avevo alcun potere contrattuale per intervenire su un’amministrazione comunale i cui esponenti peraltro sarebbero stati miei avversari politici nella competizione elettorale amministrativa che si sarebbe svolta nel 1994, se il signor collaboratore mi indica come ex sindaco di Villabate mentre è notorio che non ho mai fatto parte neanche di un collegio sindacale di condominio, è singolare che il giudice ritenga attendibile il collaboratore solo perché questi ha affermato di riconoscermi in una foto durante le indagini condotte dai P.M. senza la presenza dei miei difensori che vigilassero sulla correttezza delle procedure, ritenendo questo presunto riconoscimento elemento di colpevolezza anche se non riconducibile ad alcuna azione delittuosa! Se due collaboratori di giustizia dichiarano che hanno tentato di coinvolgermi in una messa a posto, ammettendo che io mi sono rifiutato di aderire alle loro richieste, è singolare che il giudice ritenga insufficiente il mio diniego e valuti con sospetto la mia condotta. Se un collaboratore di giustizia afferma che è logico che sono mafioso perché padre di mio figlio, è singolare che il giudice accetti questo automatismo che introduce il principio della responsabilità oggettiva nel diritto penale. Se un collaboratore, prima mi esclude dall’organigramma della famiglia mafiosa di Villabate e successivamente, a domanda del P.M.(in assenza dei miei difensori), mi include, è singolare che il giudice prenda per buono questo ripensamento sospetto. Se persino la vittima della turbativa d’asta che mi viene contestata, mi scagiona, è inspiegabile che il mio giudice mi condanni. Se la mia attività politica esercitata ricoprendo incarichi di partito conquistati dopo libere elezioni che mi accreditavano quale interlocutore legittimo nella vita politica del mio territorio, è stata prima negata e poi letta come una indebita intromissione dal mio giudice, pur non essendomi stato contestato alcun reato in ordine a detta attività, c’è da chiedersi a quale carta costituzionale il mio giudice si sia ispirato. Se tutti i collaboratori di giustizia che mi accusano, seppur contraddittori, non riscontrati e palesemente ispirati da dichiarazioni apprese da altri, sono dal giudice ritenuti attendibili e i testi della difesa, pur non palesando incertezze e confusioni, sono dallo stesso giudice considerati dogmaticamente inattendibili nella presunzione che essi mi vogliano a vario titolo favorire senza tuttavia essere perseguiti per favoreggiamento, lasciatemi dire che c’è del marcio nel pianeta giustizia, che c’è il calcolo di piegare la verità a teoremi precostituiti e perseguire, per dirla con Trasimaco, l’interesse del più forte, l’interesse cioè di una magistratura onnipotente che conduce una battaglia ideologica senza esclusione di colpi e sospende di fatto i diritti fondamentali pur di realizzare la sua vocazione messianica. Tucidide nel libro V° de La guerra del Peloponneso racconta come i Melii si siano dovuti piegare alle ragioni degli Ateniesi i quali ammantavano con l’appellativo di diritto le loro convenienze. E’ la consacrazione di una deriva che ha sempre attraversato il destino degli uomini e che vede i più deboli soccombere nei confronti dei più forti. In questa lotta impari in cui tutto è sempre uguale a se stesso e i deboli di ogni stagione replicano un copione stantio, è il turno degli imputati di mafia di farsi Melii e di recitare il ruolo dei deboli, quasi che le loro presunte colpe, l’infamia della loro imputazione, giustifichino la cessazione del loro status di cittadini e che lo Stato debba essere ritenuto legittimato a farne carne da macello in un sistema senza garanzie. La certezza del diritto diventa così certezza della pena tanto più quanto più incerta è la colpa. Purtroppo quando si affrontano tematiche mafiose non si va tanto per il sottile. Si scatena una vera e propria caccia alle streghe e le sentenze mediatiche finiscono per anticipare e influenzare quelle dei tribunali. In questo clima può accadere che maturino sentenze della magistratura in cui si condanna la reputazione piuttosto che il reato, in cui si utilizza come prova la cosiddetta convergenza del molteplice anche quando a convergere è solo l’inganno del dichiarante, in cui il principio del “non poteva non sapere” viene ritenuto elemento sufficiente di colpevolezza, in cui l’amministrazione della giustizia diventa una esercitazione di approssimazione giuridica. In questo modo si infliggono alla giustizia ferite mortali come è accaduto nel caso dei sette condannati all’ergastolo per la strage di via D’Amelio che hanno scontato 15 anni di carcere non dovuto, nel caso Tortora, nei tanti casi meno noti o non venuti alla luce, in cui con la pratica dei depistaggi e delle mistificazioni vite umane sono state sacrificate e la certezza del diritto è stata messa in forse. Bisogna allora avere il coraggio di denunciare l’ipocrisia della sacralità di alcune sentenze quando, al di là dell’onesto errore umano, in esse si annida disonestà intellettuale. Bisogna avere il coraggio di denunciare la disinvoltura di certa normativa ammiccante che talvolta fa del magistrato il giudice di se stesso sottraendolo ad un controllo terzo che scoraggi tentazioni autoritarie. In nome dell’autonomia del magistrato si è prodotto un monstrum, la irresponsabilità del medesimo a scapito del cittadino esposto al rischio dell’arbitrio, ed è venuta a mancare la coscienza morale di una novella Antigone che rivendichi il primato dei valori etici contro l’autoreferenzialità di una corporazione arroccata in un fortilizio consortile. Non ignoriamo l’esistenza di norme quali l’art.104 d. lgs 6.9.2011 nr.159 sulle attribuzioni del PG della Cassazione e l’art.6 del d. lgs. 20.2.2006 nr. 106, a garanzia del cittadino, ma non possiamo neanche ignorare che l’applicazione di esse è affidata agli stessi magistrati al cui corpo appartengono i controllati e che cane non mangia cane. Non tutti hanno la possibilità, come il sen. Mancino, di rivolgersi ascoltato e riscontrato al consigliere giuridico del Presidente della Repubblica ottenendo che questi intervenga sul Procuratore Nazionale Antimafia seppure con richieste lecite. Al comune cittadino non è concessa pari attenzione, al comune cittadino è concesso, come nel mio caso, dopo 15 anni di processo, 6 anni di carcere preventivo senza che si sia giunti ancora ad una sentenza definitiva, nonostante l’insussistenza dei motivi di condanna e la mia ragguardevole età, di programmare il ritorno in carcere se il mio giudice a Berlino non saprà trovare tra le pieghe del diritto l’equità che impedisca il compimento di una ulteriore ingiustizia.

lunedì 26 settembre 2011

Le diverse morali

Eravamo convinti che la morale fosse una costante severa che non guarda in faccia a nessuno e non fa sconti.
Abbiamo imparato invece che essa è una variabile che va applicata a seconda dei casi.
Ce lo ha insegnato la vicenda del deputato PDL Milanese che, graziato dalla Camera, ha evitato di finire a Poggiorreale a fare compagnia al suo collega Papa. Due storie uguali ( o forse quella di Milanese è un tantino meno uguale ), due morali diverse, che confermano una consuetudine ormai consolidatasi nel nostro Parlamento, la consuetudine all’incoerenza.
Non è chiaro che cosa abbia indotto i nostri parlamentari a votare contro la carcerazione di Milanese, visto che da una superficiale lettura delle accuse che gli vengono rivolte le responsabilità contestate al nostro sono molto più gravi di quelle contestate al povero Papa, spedito in carcere per molto meno! Ci riesce difficile pensare che essi facciano così poco onore al loro titolo di Onorevoli da lasciarsi guidare, in una decisione che riguarda la sorte di un uomo, da motivi di bottega invece che da motivi dettati dalla loro coscienza. Ma, ahimè, pare che dobbiamo arrenderci all’evidenza: la Lega ha mercanteggiato la propria coscienza al banco pegni della Camera e ha riscattato l’on. Milanese reputando che le sue quotazioni valessero più di quelle dell’on. Papa ai fini dei risultati da portare a casa!
Tanto cinismo è però stato mitigato dalla delicatezza d’animo dell’on. Paniz il quale ha rivolto un pensiero commosso all’on. Papa ricordando che questi è da due mesi agli arresti preventivi e che questo accanimento è una vergogna. A chi gli ha obiettato che altri cittadini corrispondenti al 40% della popolazione detenuta sono nelle stesse condizioni da anni, senza suscitare il suo sdegno, ha risposto che Papa è un’altra cosa, rappresenta le Istituzioni. Giusto on. Paniz, a patto che i rappresentanti delle Istituzioni siano degni delle loro guarentigie, e sennò è troppo comodo.
Non spetta ai comuni cittadini entrare nel merito delle accuse rivolte dai magistrati ai parlamentari, ma gli spetta, e come, fare le pulci al grado di credibilità che i parlamentari si sono o no conquistata.
E’ credibile una Lega in preda a convulsioni moralistiche a singhiozzo che obbediscono a calcoli di ragioneria spicciola piuttosto che a obiettive considerazioni di carattere morale, in una vicenda in cui la morale dovrebbe essere l’unica categoria alla quale ispirarsi?
E’ credibile un Presidente del Consiglio che, vicende pecorecce a parte di cui può non importarci, (anche se qualcuno ha obiettato che a quel livello il privato si intreccia col pubblico per il discredito e il calo di credibilità che si abbatte sulle Istituzioni) ha determinato un tale declino dell’Italia che Obama si può permettere impunemente e ingiustamente di ignorare il ruolo fondamentale avuto dal nostro Paese nella vicenda libica senza che le nostre Istituzioni abbiano un sussulto d’orgoglio e, oltre a evitare preventivamente i soliti comportamenti ondivaghi all’italiana che poi determinano uscite infelici come quella del signor Obama, sappiano reagire con dignità rivendicando i nostri meriti in Iraq, in Afganistan e nella stessa Libia e pretendendo una maggiore considerazione da un alleato che non ci stima a tal punto da mortificarci davanti a tutto il mondo? E’ credibile un Presidente del Consiglio che è ridotto ad annaspare elemosinando la stampella dall’On. Scilipoti, pur provenendo dalla più ampia maggioranza mai realizzata nella storia parlamentare italiana, pur avendo avuto la possibilità di realizzare quella famosa rivoluzione liberale per la quale era stato votato, e che ha sperperato tutto mostrando il suo vero volto di magliaro che ha ingannato un popolo, di velleitario arrogante che ha enfatizzato le sue capacità di far fronte ad una fase storica della vita del nostro Paese calcolando, a voler essere indulgenti, con superficialità le sue doti?
E’ credibile un PD che non è capace di proporre una strategia degna di questo nome in alternativa a quella del governo, che si barcamena senza prendere una decisione definitiva tra le diverse ed opposte anime della fronda al governo, senza disegnare una sua identità credibile che non sia il solito logoro antiberlusconismo, che si impanca in improbabili crociate moralistiche, prigioniero dell’antica pretesa di superiorità morale di berlingueriana memoria, che oggi non può permettersi come dimostra la sberla rimediata con la vicenda Penati?
E’ credibile un Di Pietro che evoca scenari apocalittici ipotizzando strumentalmente la prospettiva di un selciato sporco di sangue allo stesso modo in cui con la sua nota disinvoltura seminò tangentopoli di imputati più o meno innocenti e provocò tante tragedie, il quale, mentre tuona contro il nepotismo e il malaffare, non dimentica che i figli sono “pezz’e core” e catapulta il suo di figlio in politica?
E’ accettabile lo spettacolo di quest’Italia che, pur in un panorama di comune rovina economica che attanaglia l’intera Europa, ha il discutibile ruolo di cenerentola presa per mano dai vertici della finanza europea, bacchettata come si fa con degli scolaretti indisciplinati, messa sotto tutela e comandata su quello che va fatto o no, con buona pace del nostro orgoglio di popolo adulto che dovrebbe sapere provvedere a se stesso?
E’ accettabile un’Italia della quale i suoi cittadini impegnati nei vari settori all’estero, non possono andar fieri, che suscita risolini di compatimento alle spalle dei nostri connazionali impegnati a portare nel mondo il buon nome del loro Paese, che vanifica gli sforzi dei nostri imprenditori alle prese con la concorrenza di imprenditori di altre Nazioni che mettono in campo ben altro prestigio?
E’ accettabile un’Italia che è ormai allo sbando per i mille difetti irredimibili e i mille problemi irrisolti dei quali si ha ormai la nausea di parlare, il futuro dei nostri figli, il presente dei nostri anziani, la corruzione nei vertici dello Stato, il giacobinismo di chi dovrebbe adottare equilibrio, una autoreferenzialità tanto tronfia quanto incompetente che poggia sul nulla, la mancanza di solidi ideali, la disinvoltura nella gestione della giustizia, la separazione e l’equilibrio dei poteri andati in malora sotto l’attacco di caste egemoni che hanno realizzato una conquista strisciante e invasiva dello Stato, l’assenza di una qualsiasi certezza del diritto? Un’Italia siffatta ha ridotto al minimo quella famosa qualità della vita per la quale eravamo famosi nel mondo e, contrariamente a ciò che pensano alcuni sulla nostra mitica capacità di adattamento, ha prodotto uno scoramento che sta sostituendo le capacità camaleontiche del nostro popolo con la rassegnazione.
Qualcuno ha detto che uno Stato senza regole, è uno Stato di briganti. E’ ancora valido il patto che lega i cittadini con lo Stato italiano e possiamo ancora considerarci una Nazione?
L’ostracismo


Frequento qualche circolo. Giochicchio senza tanto entusiasmo a burraco ma soprattutto accontento mia moglie che, poverina, ne ha viste tante standomi accanto e merita molto di più la mia condiscendenza per le sue debolezze di gioco che non la mia idiosincrasia per i rapporti col mondo esterno. In qualche caso sono stato più o meno gentilmente invitato a togliere il disturbo quando è emersa la mia identità di imputato di mafia e so che mi espongo continuamente a questo rischio grazie ad una notorietà della quale farei volentieri a meno. Ho scoperto che la natura umana sa essere particolarmente crudele quando deve infliggere sofferenza. Dunque il rischio di essere messo alla porta è sempre in agguato e forse, quando declino le mie generalità, dovrei far presente chi sono. Ma mi sono detto che in definitiva contano i comportamenti, che ho sempre incassato i complimenti per il mio tratto signorile, e che dunque non è il caso di scoprire le carte e beccarmi l’ostracismo privando mia moglie della sua innocente passione e me di un minimo di relazioni di cui necessita anche il più incallito dei misantropi.
E’ vero, sono un imputato di mafia e forse dovrei avere maggiore lealtà per chi mi ospita e può sentirsi ingannato dalla mia intrusione, ed anche, a dire il vero, per me stesso alla mercé della mia passione ludica al punto da non avere riguardo per il mio amor proprio in una città che ormai non perdona, che ha da sempre trescato con la mafia ma che adesso ha scoperto una verginità un tempo impensabile, difende questa sua nuova identità, più o meno sentita sinceramente, con la intolleranza tipica delle vergini rifatte e sa essere crudele. Tutte le volte che sono stato riconosciuto, ho avvertito su di me sguardi allarmati che mi hanno seguito con circospezione, controllando ogni mio passo nel timore di chissà quale misfatto, frenando a stento l’ira repressa per la mia sfrontatezza nel mescolare la mia sporcizia morale al candore di tanti galantuomini.
Dunque occorrerebbe una maggiore cautela e, se non ne sono capace, non mi posso lamentare per le umiliazioni alle quali mi espongo a causa dalla mia avventatezza, anche se essa va giudicata con indulgenza considerando che, oltre ad essere un imputato di mafia, sono anche un uomo che non può accettare a cuor leggero di restare imbucato nella propria tana per tredici anni pur di non turbare i sonni dei Saint-Just che con il ciglio sollevato inorridiscono di fronte alla mia pretesa di mescolarmi a degli onest’uomini, ma non stanno tanto a sottilizzare sul trascurabile dettaglio che la mia vita è appesa da tanti anni ad una sentenza che dica finalmente chi sono, se mafioso o no.
La vita di un uomo è ben poca cosa al confronto del buon nome del circolo e non è tollerabile che la frequentazione di un imputato di mafia, anzi di un mafioso tout-court, ne metta a repentaglio la rispettabilità, c’è un ordine di valori e il perbenismo li precede tutti, senza stare a spaccare il capello in quattro riflettendo sull’ovvietà che sono un innocente in attesa di giudizio!
Ed allora, stando così le cose, inganno i benpensanti, sfido la sorte dicendomi che non sono peggiore dei tanti che mi vogliono privare del mio diritto ad un minimo di spazio vitale e che, magari, chissà, anche loro qualche scheletro da nascondere ce l’hanno anche se non hanno la mia notorietà. Sfido la sorte pregustando il piacere nell’immaginare il panico dei delatori mentre sussultano nel riconoscermi e si precipitano, tremando di sdegno e di indignazione, a denunciare al riparo della loro viltà la mia presenza. Li immagino mentre, in preda al terrore, squittiscono scandalizzati invitando i compagni di merenda a serrare le fila e a difendere, nel fortino di un circolo in cui si gioca a carte, la morale comune e il loro diritto a ingannare, in tutta tranquillità e senza presenze ingombranti, i compagni barando.