Visualizzazioni totali

martedì 23 novembre 2010

Carfagna


La querelle esplosa a proposito della ministra Carfagna è la cartina di tornasole di atteggiamenti che derivano dalla sedimentazione di comportamenti accumulati durante tanti anni di asservimento ai parametri della partigianeria politica. Ed è così che la Carfagna diventa tutto e il contrario di tutto. Di lei è stato detto che è l’emblema della “mignottocrazia” proiettata dai fasti del velinismo a quelli della politica, messa in croce, come un’intrusa della politica che vola alta, dagli schizzinosi bardi di sinistra o difesa, come l’esempio della capacità di guadagnare sul campo una sua credibilità politica, dai disinvolti pretoriani di destra , tutto a seconda della convenienza di parte. Scoppiato il caso, è scoppiata anche la decenza e si sono invertiti i ruoli. Chi fino ad ora l’ha attaccata adesso la innalza sugli scudi e la incensa quale vittima, l’ennesima , del solito, bieco berlusconismo, chi invece l’ha difesa, la demonizza come l’esempio di una inconsistenza che non ha alcun valore, campione di intelligenza col nemico con cui è sorpresa a fraternizzare. Si scade nell’insulto da sottoscala e la stessa ministra contribuisce all’ ”ammuina” parlando di lotta tra bande, come si trattasse di un regolamento di conti tra malfattori e apostrofando l’on. Mussolini con l’epiteto di “vajassa” . Tutto piegato all’interesse di bottega e senza riguardo per il senso della misura e per ciò che è effettivamente avvenuto e che si riduce ad un puro e semplice episodio di dialettica politica: la ministra Carfagna ha provato a portare avanti un suo progetto che si scontra con quello di altri militanti del PDL e, a quanto pare, ha perso la partita perché Berlusconi ha scelto di sostenere i suoi avversari. Punto e basta! In un partito normale tutto si sarebbe risolto senza strepiti nell’ambito di una dinamica in cui il successo e l’insuccesso sono messe parimenti nel conto, nel PDL invece è scoppiata una vera e propria faida di tutti contro tutti in cui la lotta politica scade in una personalizzazione feroce che fa dei personaggi in campo prede di un safari che stride persino con la spregiudicatezza della nostra scalcagnata politica. Quale è il senso di tanto livore in una contesa degna di miglior causa? La signora Carfagna, qualunque sia quello che qualcuno con poca eleganza chiama il suo peccato d’origine, cioè la sua provenienza dagli ambienti dello spettacolo, col tempo ha ben figurato e ha portato avanti battaglie meritorie delle quali persino i suoi avversari politici le hanno dato atto. Ad un personaggio dello spettacolo, come Barbareschi, non è stata rimproverata la sua provenienza e nessuno si scandalizza per la sua elezione in Parlamento e per gli incarichi che sta ricoprendo nel neonato FLI. E allora perché tante riserve e tante grevi insinuazioni nei confronti di una donna che oltretutto sta ben meritando e sta dimostrando di che stoffa è fatta affermando che, non sentendosi tutelata dal partito, ne uscirà rinunciando sia all’incarico di ministro che al suo status di parlamentare e precisando che non aderirà a FLI con cui è stata sospettata di intendersela sotto banco? Se farà fede a quanto sostiene, dimostrerà di avere più attributi di tanti maschietti! E allora, ripeto, perché tante riserve e soprattutto tanto malanimo? E’ possibile che essi derivino dal solito irriducibile maschilismo da caserma che non concede sconti ad una donna intelligente perché è bella, è possibile che le mire di quest’ultima suscitino più di una perplessità sacrosanta o meno, che però andrebbe espressa con maggiore garbo politico, ma è più verosimile che tutto nasca dal fatto che nel PDL ormai da tempo si è perduta la bussola e tutto è affidato agli umori di chi un bel mattino si alza con l’uzzolo di sproloquiare senza conoscere l’abc dell’ortodossia politica. In definitiva anche gli altri contendenti non sono stati certo trattati con eleganza dalla signora Carfagna. E’ stupefacente come un partito padronale che dovrebbe essere gestito con criteri che mirano al profitto ( anche inteso nel senso più nobile di interesse generale ) sia lasciato alla mercé di una classe dirigente che ne sta sperperando il patrimonio. E’ come se la gestione di una multinazionale venisse affidata ad un amministratore di condominio e, laddove sarebbero necessari lungimiranza, capacità di mediazione, attenzione ad evitare inutili contrasti personali e tentazioni centrifughe, saggezza necessaria a gestire la complessità di anime così diverse, a tenere a bada le ambizioni non sempre sacrosante di arrembanti personaggi che hanno dato l’assalto alla diligenza, a scoraggiare piaggerie interessate, insomma laddove ci sarebbe bisogno di un Berlusconi, Berlusconi è mancato.

martedì 16 novembre 2010

Della solitudine


Si parla della solitudine e delle sue diverse categorie, se ne parla a proposito degli anziani ma non soltanto, se ne parla per motivi che hanno a che fare con l’età, e sono i più frequenti, ma anche per motivi che riguardano la banalità dell’esistenza o la sua drammaticità. Ernesto Galli della Loggia, con acutezza impareggiabile, ha fotografato la solitudine di Berlusconi consegnato da una sorta di cupio dissolvi all’autoisolamento. E’ nel destino degli uomini di potere fare i conti con la solitudine e con quella spada di Damocle che Dioniso di Siracusa faceva pendere attaccata ad un crine e che l’accorto uomo di potere si sforza di tenere lontana dalla propria testa. Berlusconi invece sembra impegnato a recidere il crine.
Non c’è dubbio che egli oggi sia un uomo solo, è un uomo che, pur capace di eccellenti intuizioni, non ha saputo realizzarle, pur capace di accumulare un credito enorme, lo ha sperperarlo sull’altare di una vocazione al suicidio che ha a che fare più con Freud che con la politica, è un uomo che ha mal tollerato una condizione di tranquillo potere ritenuta inadeguata alla sua dimensione debordante, al punto da provocarla in una sfida che lo ha visto avvitarsi su se stesso con più o meno consapevole masochismo. In una realtà spietata come la nostra le solitudini ricorrono spesso. E’ l’agguato più insidioso per gli anziani, specie per quelli che hanno concluso la loro vita lavorativa e avvertono un senso di inutilità. La mancanza di un contributo alla società li deprime. Man mano hanno perduto i valori di una intera esistenza, gli antichi amici, gli affetti più consolidati, e vivono smarriti una vita che sentono vuota. Ma c’è una solitudine più drammatica che Alberoni definisce solitudine da abbandono ed è quella che sta conoscendo Berlusconi, una solitudine che, contrariamente a quanto sostiene Bondi, è più umana che politica perché attiene ad una personalizzazione della politica che ha indotto il Presidente del Consiglio a scelte di pancia più che di testa. Gli asini che adesso scalciano ne sono una prova. E’ la solitudine figlia del fallimento che ti fa il vuoto attorno, dove la perdita di riferimenti certi che l’avanzare del tempo infligge con pietosa e graduale selezione, deflagra improvvisa e totale. E’ la solitudine che ti fa sperimentare la crudele fragilità della tua condizione, l’abiura dei sodali di un tempo che si ritraggono guardinghi, la condanna delle tue scelte da parte di chi fino a ieri ti incensava, la necrosi di antichi rapporti da cui si leva un fetore insopportabile e che rischia di condannarti ad una vita di rimorsi e rimpianti, incapace di sognare e progettare, che si rannicchia su se stessa e attende la fine.
Tuttavia quest’uomo ci ha abituato ai suoi scatti d’orgoglio, avventato e generoso, tosto e amante delle sfide, non è escluso che anche stavolta ce la faccia a uscire dall’angolo.

martedì 9 novembre 2010

A proposito di indegni e affini

Troppa grazia e tanta voglia di far male nei commenti al mio ultimo post. E' il bello dell'agorà dove la democrazia si dispiega pienamente e talvolta tracima in demagogia, dove tutti, anche i più sprovveduti, hanno il diritto di dire tutto, specie quelli che, al riparo dell'anonimato, possono in tutta tranquillità abbandonarsi al coraggio della viltà dando fondo ai loro istinti più malandrini. I commenti di cui sono stato oggetto esprimono tutti lo stesso concetto: Nino Mandalà è un indegno, una merdaccia, una vergogna che non ha diritto a niente e tanto meno a scrivere in un blog, andrebbe sepolto a vita in carcere, e altro che sarebbe troppo lungo elencare. Non me ne lamento, chi, come me, ha deciso di aprire una finestra sul mondo, deve sapere accettare il rischio degli schizzi che gli piovono addosso.
Non posso rispondere a tutti.
Accontento solo Pier che mi sfida a pubblicare la sua invettiva emblematica del campionario di fango dal quale sono stato investito. Eccola: "Quelli come voi andrebbero internati nei gulag senza processi, proprio come avete fatto con le vostre vittime, come avete fatto con la Sicilia".
Non posso accontentare invece Francesco che mi rimprovera di non scrivere nulla contro la mafia. Non posso Francesco perché ho ben chiaro che una mia iniziativa in tal senso non risulterebbe credibile e rischierebbe di apparire strumentale. Sono già stato accusato in passato di ciò e mi è bastato.
Non resisto infine al mio impulso e protesto contro Artiglio, Dizzy e altri che mi accusano di essere un assassino. Questo no, non lo posso accettare, anche alla più stupida delle cattiverie c'è un limite.
Per il resto che dire. Quando ho letto questi commenti, mi sono chiesto se merito tanta severità o se essa non sia il frutto avvelenato dei messaggi consegnati alla pancia di una opinione pubblica sprovvista degli anticorpi necessari a neutralizzare le manipolazioni, da parte di cattivi maestri senza tanti scrupoli che , sbattendo il mostro in prima pagina senza tanti complimenti e senza effettuare le dovute verifiche ma anzi falsificandone i risultati, fanno nascere, come in una macabra matrioska, da un mostro altri mostri con le sembianze dei bravi cittadini trasformati in altrettanti Robespierre, privati della loro innocenza, incitati all'esercizio della giustizia sommaria, nutriti d'odio, inviati ad una crociata che ha come obiettivo quello di avvelenare il clima nel quale far fiorire rendite di posizione. I bravi cittadini diventano così strumenti per la costruzione di carriere altrimenti impensabili, fatta salva l'onesta battaglia dei tanti che corrono i loro rischi senza secondi fini.
Di veleno in veleno perdiamo di vista ciò su cui dovremmo dibattere e Beccaria,Voltaire, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, le battaglie di principio dei radicali, diventano roba da rottamare in omaggio ai Torquemada da strapazzo che fanno a gara di intolleranza agitando il meglio del loro armamentario moraleggiante. Con buona pace del buon senso e del buon gusto.

lunedì 1 novembre 2010

Carcere duro, voglia di equivocare

Il 41 bis è una pena detentiva che non ha come scopo "particolari modalità afflittive".
E' quanto sostiene il prof. Vittorio Grevi in un articolo apparso sul Corriere della Sera di ieri in cui contesta l'uso della formula "carcere duro" a proposito del 41 bis che egli pudicamente definisce "regime carcerario differenziato".
Si esprime esattamente così: "La formula carcere duro è fuorviante in quanto evoca modalità particolari afflittive di esecuzione della pena detentiva ( se non,addirittura,della carcerazione preventiva ), quasi che lo scopo fosse di aggiungere un "di più" di sofferenza a carico di soggetti già sottoposti a restrizione della libertà personale in carcere ( un pò come accadeva nei confronti dei detenuti in catene o vincolati dalla palla al piede....)" e conclude riconoscendo che, pur producendo in concreto "un grave irrigidimento delle modalità della vita detentiva, lo scopo non è quello di infliggere una maggiore afflizione fine a se stessa...bensì esclusivamente quello di evitare che si possano mantenere dal carcere illeciti collegamenti con l'associazione criminale d'appartenenza....appena una tale esigenza di sicurezza verso l'esterno dovesse venire meno, anche il relativo regime carcerario di rigore dovrebbe essere revocato".
Ci mancherebbe che il legislatore, nel varare una legge,lo facesse con lo scopo di affliggere i destinatari di essa, ma questo significa forse che il 41 bis non è un regime di carcere duro?
Vediamo di cosa parliamo.
Il 41 bis prevede una serie di restrizioni particolari rispetto alla detenzione solita. Il detenuto non ha alcuna possibilità di contatto fisico con i familiari, è sottoposto a censura sia per ciò che riguarda i colloqui che per la corrispondenza, è sclerotizzato nei rapporti con i suoi compagni,può usufruire in maniera limitata dell'area libera ( il cosiddetto passeggio nel cortile recintato ), ha diritto ad un'ora di colloquio al mese che spesso non è neanche fruito perché i familiari non hanno tutti i mesi la possibilità economica di coprire la lunga distanza che li separa dal luogo di detenzione. Si può ben dire che questi uomini sono murati vivi, tanto da avere suscitato un richiamo all'Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo e fatto dichiarare al suo presidente: "Ancora per l'Italia la Corte ha sollevato dubbi sul frequente ricorso alla detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l'associazione mafiosa, con grandi rischi per la salute psichica del carcerato". Detto questo, c'è da interrogarsi sulla congruenza di una misura che, dal punto di vista logico,mostra i suoi limiti. Contro la convinzione del prof. Grevi secondo cui, appena le esigenze di sicurezza verso l'esterno verranno meno, il 41 bis sarà revocato, parlano i dati relativi al persistere di esso per decenni nei confronti di detenuti che, si presume, in tutti questi anni non hanno potuto coltivare, grazie al 41 bis, rapporti con l'esterno.
Ho una discreta competenza in proposito e posso dire che uomini che hanno vissuto in quelle condizioni sono stati cambiati dalla sofferenza, istupiditi da consuetudini che si ripetono per anni ininterrottamente sempre uguali, sono diventati i malconci residui del contesto originario, non saprebbero neanche leggere la realtà esterna che si è nel frattempo determinata. Che senso ha reiterare il 41 bis nei confronti di questi uomuni? E se invece si ritiene che,nonostante il 41 bis, questi uomini hanno continuato a mantenere illeciti rapporti con l'esterno durante tanti lunghi anni,significa che il 41 bis ha fallito, e allora che senso ha tenerlo in vita tranne quello di attribuirgli uno scopo afflittivo?
Io dico che il 41 bis, per le considerazioni che ho espresso e con riguardo alla necessità di contemperare esigenze di sicurezza con esigenze di equità, è una misura che può benissimo essere sostituita da un efficace regime ordinario esercitato con gli strumenti a disposizione del DAP.
Per quanto concerne poi il fatto che esso debba essere considerato o no regime duro, sarà pur vero che il suo scopo non è afflittivo ma è vero altresì che la sua natura ha finito per essere crudele con buona pace dei virtuosismi eristici del prof. Grevi.
Non manco mai di proporre , quando se ne presenta l'occasione, la lettura di un brano della lettera di un detenuto in regime di 41 bis e continuerò a riproporla ancora in futuro nella speranza che essa giunga al cuore del Ministro di Grazia e Giustizia: "Dopo i primi quindici minuti consentiti il bambino mi fu sottratto e affidato alla madre. Egli mi sorrise da dietro il vetro divisorio e tese le braccia verso di me, incontrò il vetro divisorio e batté le mani contro di esso credendo in un gioco,sorrise ancora e ancora batté le mani, poi il sorriso si tramutò in un singulto, le mani continuarono a battere e poi a battere sempre più freneticamente fino a quando un pianto disperato sgorgò dai suoi acchioni spalancati e sgomenti".
Non vogliamo dire che il 41 bis è un regime di carcere duro? Diciamo allora che è un regime odioso!

sabato 30 ottobre 2010

Il destino del Sud

Nell'articolo apparso sul Corriere della Sera del 26 ottobre,"Classe (per nulla) dirigente", il professore Panebianco non risparmia critiche all'inefficienza della classe dirigente meridionale. Sono critiche condivisibili perché non si può non essere d'accordo con lui quando scrive che "il vero dramma del Mezzogiorno non consiste nei gravi problemi che lo attanagliano ma nel fatto che le sue classi dirigenti siano incapaci di cercare soluzioni e rimedi". Niente da obiettare, i disastri sono sotto gli occhi di tutti ed anche le colpe di noi meridionali.
E non si può non essere d'accordo anche quando egli scudiscia il nostro vittimismo: "non perdono un colpo quando si tratta di accusare Roma, lo Stato, di avere abbandonato il Sud: un'espressione che testimonia di uno stato di minorità, psicologica e culturale (sono i minori quelli che non si possono abbandonare)" e ancora quando denuncia la tendenza al ricatto di un Sud che pone sul piatto della bilancia il suo potere contrattuale di bacino di voti senza i quali non si vincono le elezioni nazionali, per bussare a cassa.
Tutto vero e lo sottoscrive un uomo del Sud come me che non vuole nascondere dietro il dito del vittimismo i vizi di un popolo e anzi rincara la dose. Il nostro “stato di minorità” si manifesta persino nel senso d’ospitalità esagerata con cui accogliamo chi viene dal Nord e che altro non è se non un inconscio complesso di inferiorità e la voglia di ingraziarsi un ospite sentito come l’illustre paradigma di ciò che vorremmo essere. Si manifesta quando, dopo pochi giorni di soggiorno a Milano o a Torino, adottiamo il dialetto del Nord riconoscendogli dignità di lingua autentica e ritenendo il grottesco scimmiottamento che ne deriva la conquista di una identità emendata del peccato della nostra appartenenza originaria. Tutto vero, siamo un popolo che non ha trovato in se gli strumenti per rivendicare il titolo di maggiorenni capaci di gestire il proprio destino. Detto questo ( non dico nulla sugli sforzi che l’Italia ha o non ha compiuto per agevolare l’emancipazione della classe dirigente meridionale, per essere tacciato di fare del vittimismo), va però aggiunto che non possiamo limitarci ad una analisi così riduttiva. Tutto parte da lontano e ci riporta a come nasce l’Italia, su che cosa essa si fonda e a quale è stato l’humus in cui sono allignati i mali del Sud. Senza giungere a condividere quanto scritto da Mancuso secondo cui “una delle condizioni perché in Italia possa sorgere una religione civile è che i cattolici mettano la loro fede al servizio del bene comune”, perché ritengo che la fede abbia uno scopo meno banale e che la religione civile si rifaccia a un Dio non solo cattolico, non c’è dubbio che la religione civile ha a che fare col senso di appartenenza comunitaria e che ha ragione Jean Jacques Rousseau quando pone a base del contratto sociale il legame che annoda gli individui con l’identità collettiva e li assoggetta alla volontà generale intesa come primato dell’interesse comune sacralizzato fino al punto da ancorarlo alla pena delle sanzioni divine in caso di sua disattenzione. Ebbene dove si è manifestata la religione civile quando si è fatta l’Italia? O non è invece avvenuto il contrario e cioè che essa è stata ignorata , anzi avversata laddove ha fatto capolino, come per esempio in quella religione laica di Mazzini che aveva come fine l’unità d’Italia in uno spirito ideale che la sentiva come una missione? Alla religione civile si è sostituita la religione politica che ha diviso gli italiani e ha prodotto quest’Italia che ci ha regalato il fascismo, la guerra civile e la guerra di posizione tra schieramenti arroccati su ideologie inconciliabili e che non finisce di farsi del male regalandoci una classe politica nazionale che fa il paio con quella meridionale e statisti come Berlusconi e Prodi, campioni di un Paese incapace di rifondare la Nazione ormai in caduta libera (in proposito l’articolo di Tullio Gregory sul Corriere di giorno 27), frutto delle tante imposture che hanno attraversato la nostra storia, non ultima quella sull’unità d’Italia.
Perché senza fare l’apologia del regno borbonico che il professore Panebianco attribuisce ai meridionali, non possiamo però neanche tessere le lodi dei Savoia sovrani che già nell’Ottocento facevano a gara di impresentabilità con i Borboni e che in futuro si sarebbero distinti, sappiamo come, nelle vicende italiane. Senza volere trattare “Cavour e Garibaldi come criminali di guerra” e “liquidare la storia d’Italia unita come il frutto di un’odiosa colonizzazione”, non possiamo ignorare ciò che è stato fatto ai contadini di Bronte fucilati come briganti (in che cosa differisce questo episodio dal trattamento riservato dalle nostre truppe d’occupazione agli insorti nelle colonie somale e libiche?), non possiamo fare finta di niente ignorando che gli interessi del Sud sono stati sacrificati a quelli del Nord ed enfatizzare l’unità d’Italia come un’epopea popolare quando invece essa fu la realizzazione di un sogno minoritario portato a compimento come uno di quei miracoli che ogni tanto la storia ci regala e che fu reso possibile, tanto per cambiare, dalla inconsistenza identitaria della popolazione meridionale che non si smentì neanche allora e non ebbe coscienza di ciò che stava avvenendo non partecipando né in un senso né nell’altro all’edificazione del proprio destino che si limitò a subire.
Nessuna autoassoluzione ma anche nessuna mistificazione.

lunedì 25 ottobre 2010

Calogero

Calogero consuma i suoi giorni in carcere ormai da quindici anni, da quando è stato condannato all'ergastolo per strage mafiosa. L'ho conosciuto negli ultimi mesi della mia ultima detenzione, in uno stanzone del centro clinico di Opera dove sono stato ricoverato per la mia polimiosite e dove mi sono imbattuto in quella strana, surreale sofferenza patita con ovattata rassegnazione da chi ormai da tempo ha detto addio alla vita. Dove l'atmosfera è quella di un'esistenza non vissuta, regolata da ritmi sempre uguali e privi di contenuti in attesa della resa finale, che parla di uomini non più tali che si trascinano stancamente dialogando fra loro di un futuro che non verrà, di progetti che non si avvereranno, con l'ostinata convinzione che nasce dalla pietosa necessità dell'inganno. In quel camerone la maggior parte dei degenti erano ergastolani affetti da patologie irreversibili che non lasciavano speranze, neanche la speranza di amorevoli cure dei familiari negli ultimi giorni ancora da vivere. Calogero era fra questi ma di tutti era quello che non doveva preoccuparsi per una fine imminente perché le sue patologie erano una invenzione della sua mente andata in pappa. Quando mi vide e seppe che ero di Palermo mi si avvicinò per chiedermi notizie della nostra città, se era cambiata e come, se c'era ancora lo "stigghiularo" di Brancaccio dove egli in tempi lontani aveva consumato il rito quotidiano dello "schiticchio". E il mare, come era il mare, sempre puzzolente nel tratto della Cala dove si mangia il migliore pane con la "meusa" di Palermo? Poi cominciò a parlarmi delle sue innumerevoli malattie, di come aveva contratto un tumore al cervello che non gli lasciava molto tempo da vivere, al massimo sei mesi, del diabete che gli imponeva rinunce crudeli e lo esponeva a rischi collaterali, di anomalie cardiache che discendevano dall'affaticamento causato dalle tante patologie, ma non mi parlò del suo disgusto per la vita. Non mi parlò di come era ormai stanco di vivere e di come somatizzava tutti i mali del mondo evocandoli come reali in un onirico desiderio che essi ponessero fine ai suoi giorni. Anzi mi parlò di come aveva accettato con forza la sua sorte, non importandogli granché di nulla, neanche della sua innocenza che pure era ormai certa da quando un pentito ritenuto attendibile aveva dichiarato che lui con quella strage per la quale era stato condannato non c'entrava e si profilava l'eventualità di una revisione del processo. Respingeva con rabbia la prospettiva di un futuro più cristiano per lui, la possibilità di una riabilitazione dall'accusa di un delitto così odioso, non accettava che quindici anni di carcere venissero annullati come se nulla fosse, come se quegli anni, quei giorni, quelle ore patiti sulla sua pelle, fossero trascorsi inutilmente, cancellati con un colpo di spugna, come in un gioco alla fine del quale si dice: abbiamo scherzato, gli sembrava che a quegli anni venisse sottratta la loro drammatica dignità. Quegli anni erano il frutto di una condanna definitiva, quelli erano e non andavano discussi e sennò che li aveva patiti a fare? Del resto, aveva così poco tempo da vivere!
Calogero è un nome fittizio ma la sua storia è vera ed egli aspetta ancora che il suo processo venga revisionato.

lunedì 18 ottobre 2010

I sacerdoti dell'intolleranza

L'articolo di Bolzoni "Dai pizzini al blog di Cosa nostra i messaggi che preoccupano Schifani" ha avuto una specie di effetto domino che ha fatto dilatare l'interesse per il mio blog. Ho ricevuto post civili e altri meno, da alcuni sono stato fatto addirittura oggetto di lodi per come scrivo però con l'aria scandalizzata di chi non si capacita che un "mafioso" possa scrivere in maniera così "acculturata", dai più, ahimè, sono stato bacchettato per il solo motivo che ho un blog e che su di esso scrivo di tutto. Lo stesso Bolzoni non mi perdona la presunzione di "intervenire su ogni questione" e addirittura attribuisce al mio blog la funzione di pulpito dal quale consumerei la mia "vendetta contro la politica" e lancerei "pensieri e messaggi a tutto il mondo". Andiamo signor Bolzoni, prima che lo facesse conoscere lei, il mio blog era pressochè sconosciuto e dunque a chi vuole che mandassi i miei messaggi, non è esagerato ritenerli destinati adirittura al mondo intero? Ma non mi lamento, ne ho viste di peggio. Mi lamento invece, e attribuisco la responsabilità al signor Bolzoni, della stupidità che egli ha scatenato. Perchè purtroppo la maggior parte delle reazioni che l'articolo di Bolzoni ha prodotto sono improntate alla intolleranza e alla stupidità. Quando ho deciso di aprire il mio blog non avevo certamente la pretesa di salire in cattedra e pontificare di filosofia come qualcuno mi rimprovera tacciandomi di fare della filosofia spicciola e di non essere all'altezza di Schopenhauer. Troppo onore attribuirmi la capacità di fare della filosofia seppure spicciola, figuriamoci poi scomodare Schopenhauer. Non avevo intenzione di destare tanto allarme in giro presso chi fa della dietrologia attribuendomi chissà quali reconditi fini e tanto meno rivendicare pruriti etici o suscitare la pietà di nessuno, come qualcuno ha scritto. Avevo probabilmente, questo si, il desiderio inconscio di "riprendermi disperatamente gli attimi di vita fuggiti via", come ha scritto acutamente il blogger che mi bacchetta per le mie licenze filosofiche. Ma avevo soprattutto, e l'ho scritto chiaramente nel mio post di presentazione, il desiderio ben conscio di portare avanti con i miei poveri mezzi una battaglia che la mia coscienza e la mia esperienza del carcere mi dicevano di portare avanti, quella sulle condizioni di vita in carcere e della giustizia in Italia. Poi magari mi sono lasciato prendere la mano e ho allargato le mie riflessioni su tematiche che esondavano dal progetto originario, ma è un peccato veniale che si può perdonare ad un uomo che è stato in carcere e lì ha avuto tempo per leggere, studiare, riflettere e accumulare tante sensazioni da raccontare, un uomo che sta vivendo l'indegna gazzarra che lo indica come mafioso nonostante egli non sia ancora titolare di alcuna sentenza di condanna definitiva, anzi abbia incassato due assoluzioni con formula piena ed abbia dunque il diritto ad essere considerato innocente. Un uomo che continua ad essere indicato come "reggente" della famiglia mafiosa di Villabate nonostante il giudice che lo ha rinviato a giudizio e la stessa procura non gli abbiano contestato l'imputazione di capo promotore. Un uomo provato dalla sofferenza di una vicenda che non coinvolge solo lui ma avvelena la vita dei suoi cari e mette a dura prova la solidità dei suoi rapporti familiari, che vive chiedendosi quando verrà sferrato il prossimo colpo dallo sciacallo di turno, alla mercé di una stampa impetosa e non sempre onesta, logorato dalla tentazione della resa e dallo sforzo per ribellarsi ad essa. Ha motivo un simile uomo di essere in collera ed esprimere la propria rabbia senza che le prefiche possedute da furori moralistici si strappino le vesti non tollerando che egli osi pensare, avere un blog e su di esso scrivere quello che gli passa per la mente? O deve essere quest'uomo confinato in una riserva a meditare sulla propria arroganza? Invito quanti giocano al massacro, alcuni coperti dall'anonimato, a un minimo di onestà, a non addossarmi colpe che non ho, a non lasciarsi prendere dalla fregola del mostro a tutti i costi, a verificare quello che c'è dietro le apparenze, ad entrare nel merito di quello che scrivo criticandolo anche duramente e mettendo in discussione il valore di esso ma evitando di attribuirmi quello che non scrivo. Col tempo la mafia sarà sconfitta e il mondo si libererà dei blogger-mafiosi che tanto indignano un mio irridente critico, il problema è che non ci libereremo mai degli stupidi e saremo costretti a sorbirci a vita i blogger-spazzatura.