I leghisti conducono la loro sacrosanta lotta contro la mafia e un loro uomo insediato al Viminale può a buon diritto rivendicare i buoni risultati di questa lotta. Latitanti arrestati, cosche decimate,…….mafiosi suicidati. E si anche il suicidio è un risultato di cui mena vanto la Lega attraverso l’on. Gianluca Buonanno il quale, senza alcun imbarazzo, ha dichiarato: “Abbiamo saputo che si è suicidato un mafioso nel carcere di Catania. Se altri pedofili e mafiosi facessero lo stesso non sarebbe affatto male.” Anche noi diciamo: “Non male on. Buonanno, non male che un componente della commissione antimafia come lei individui nel suicidio di un mafioso un modo per risolvere il problema della mafia. Almeno abbiamo le idee chiare su che cosa intende la sua parte politica per lotta alla mafia. Non ci impressiona tanto la sua mancanza di pietà per un suo simile che la disperazione ha condotto alla morte, per il rappresentante di una umanità dolente che lascia intravedere lo scenario in cui matura una decisione così estrema, per un essere che non è più concreto sciagurato essere ma anima che ritorna a Dio, essendo la pietà una categoria sconosciuta a lei e a i suoi amici. Ci preoccupa quello che c’è dietro il suo compiacimento per la morte di un mafioso. C’è tutto il disprezzo per una sub-umanità alla quale sono negati i diritti che spettano agli altri uomini, persino il diritto alla vita, c’è tutta la filosofia manichea che divide i buoni dai cattivi e nega a questi ultimi la titolarità di cittadini di uno Stato di diritto, o meglio nega lo Stato di diritto se non addirittura lo Stato italiano, che tradisce la convinzione tutta lombrosiana secondo cui la gente del sud è sporca e cattiva. C’è l’arroganza di una pretesa superiorità etnica e dunque di una legittimazione a farsi guida morale, quasi una sorta di platonica repubblica dei filosofi che ambisce educare un popolo con l’esempio delle proprie virtù ma che manca dei fondamentali culturali e finisce per produrre un’oscena, folcloristica, imbarazzante caricatura di una epicità cialtrona e improbabile che coglie col celodurismo il suo momento più alto. Ci sono gli eredi di un popolo di predoni che si propongono di saccheggiare come gli antenati le contrade italiane ignorando secoli di cultura ai quali sono rimasti estranei”.
I barbari sono tra noi e non sono certo solo i mafiosi!
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martedì 22 giugno 2010
mercoledì 9 giugno 2010
L’onorevole in carcere
Nel supplemento del sabato del Corriere della Sera ho letto un graffiante articolo di Maria Teresa Meli che mi ha riportato indietro negli anni a ricordi sopiti. Nell’articolo intitolato “Per favore non disturbate l’ex detenuto Scaglia”, la giornalista scrive:
“C’è uno “sport” bipartisan molto in voga tra i politici. Si chiama la caccia al carcerato. Niente di efferato: siccome possono visitare le prigioni quando vogliono, perché questa è una delle loro prerogative, i parlamentari varcano spesso le porte delle patrie galere per controllare le condizioni di questo o quel detenuto. Incontrano quasi sempre personaggi eccellenti, raramente l’oggetto delle loro premure è un povero cristo. In genere vedono qualche assessore amico, sospettato di corruzione, oppure qualche pezzo grosso dell’imprenditoria inquisito per analogo reato. Così ottengono due scopi: attrarre l’attenzione sul “caso” del momento e su se medesimi. A praticare ogni tanto questo sport c’è anche il segretario del gruppo parlamentare del Pd alla Camera Roberto Giachetti. Per amore di cronaca, bisogna precisare che è un garantista vero, molto impegnato su questo fronte, uno che visita tutti, noti e ignoti. Qualche tempo fa, quando Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb, era ancora in prigione, Giachetti ha deciso di andarlo a trovare. Ma, meraviglia delle meraviglie, il manager non poteva: era ora di pranzo e voleva consumare il suo pasto in santa pace. L’esponente del Pd non l’ha presa male, anzi ha raccontato l’episodio ai colleghi ridendo: tanto lui non doveva farsi pubblicità e il fatto che se non la volesse fare nemmeno Scaglia lo ha colpito in positivo.”
La lettura di questo articolo mi ha fatto ricordare un episodio della mia detenzione e il protagonista dell’episodio, Nazareno Salluzzo mio compagno di cella.
Nazareno Salluzzo era alla sua prima carcerazione e la viveva coltivando l’illusione di una rapida conclusione favorevole della sua vicenda giudiziaria. Aveva letto l’ accusa che gli veniva rivolta di essere vicino ad un noto capomafia ed era convinto che la sua amicizia risalente ai banchi di scuola con il boss, non poteva costituire reato. Rivendicava il suo diritto a quel rapporto dal quale non risultava discendere alcun fatto illecito ed era fiducioso che, di fronte a tanta evidenza, presto tutto si sarebbe risolto positivamente. Non si rendeva conto il buon Nazareno del ginepraio in cui si era cacciato e di come la comune logica non aveva patria in un contesto in cui il sospetto veniva teorizzato come l’anticamera della verità. E infatti fu rinviato a giudizio con la prospettiva, se fosse andata bene, di scontare tre anni di carcere preventivo. Non si dava pace Nazareno e continuava a ripetere tra se e se che era una vergogna e che avrebbe messo in moto le sue conoscenze. Aveva svolto, prima dell’arresto, una discreta attività politica e aveva coltivato una rete di rapporti con compagni di partito che avevano scalato importanti cariche istituzionali e che, ne era certo, non si sarebbero dimenticati di lui. Leggeva di parlamentari i quali andavano a visitare in carcere personaggi eccellenti della politica e dell’imprenditoria e tuonavano contro le precarie condizioni dei detenuti e la lungaggine dei tempi della giustizia che costringevano a lunghe detenzioni galantuomini infangati da sospetti più che da prove certe. Nazareno esultava alla lettura di queste notizie ed era convinto che presto sarebbe toccato a lui, che qualcuno dei suoi amici sarebbe venuto a visitarlo e avrebbe denunciato l’ingiustizia alla quale lo stavano sottoponendo. Di uno più che di tutti gli altri era sicuro, dell’on. Patané che aveva, anche lui, conosciuto l’onta del carcere per una brutta storia di mafia dalla quale però era stato del tutto scagionato. Raccontava Nazareno dei momenti che erano succeduti alla scarcerazione quando l’on. Patané nel partito era guardato ancora con sospetto e si rifugiava in lunghe passeggiate con lui sfogando la sua amarezza e trovando in Nazareno un’attenzione paziente e partecipe. Era sicuro, Patané presto si sarebbe fatto vivo. Passarono mesi durante i quali Nazareno potè contare sulle visite dei suoi familiari, sulla solidarietà dei suoi compagni che tolleravano con pazienza le sue aspettative senza irridere alla sua ingenuità, ma non sulla visita di Patané. Senonché in prossimità della Pasqua si diffuse la voce che per la festività un parlamentare sarebbe venuto in carcere a portare solidarietà e conforto ai detenuti, l’on. Patané appunto. Nazareno non stava nella pelle per la soddisfazione, a tutti diceva che aveva avuto ragione lui, che, come lui aveva previsto, Patané stava arrivando, che era chiaro che l’obiettivo della visita era lui e assaporava la rivincita nei confronti di chi, ne era sicuro, non gli aveva creduto. Passò il tempo che lo separava dalla visita immaginando la scena del loro incontro, rimuginando tra sé e sé le cose che si sarebbero dette e pregustando la soddisfazione per l’invidia dei compagni. Il giorno di Pasqua Nazareno balzò fuori dalla branda all’alba e cominciò a prepararsi con la stessa cura con cui si preparava al colloquio di ogni giovedì con i familiari. Il colloquio era l’occasione della settimana in cui tutto veniva vissuto secondo rituali ben precisi, una passerella esposta al giudizio severo dei compagni, la vetrina in cui venivano esibiti i capi più eleganti e quel giorno Nazareno aveva un motivo in più per dare il meglio di se.
Quando finì di prepararsi, si sedette impettito e teso in attesa.
Trascorse tutta la mattinata e già si cominciavano a perdere le speranze di vedere l’on. Patané, i compagni si abbandonavano alle prime perfide battute all’indirizzo del povero Nazareno, quando, preceduto da un via vai di agenti, vedemmo spuntare in fondo al corridoio un corteo composto dalla direttrice, dal comandante e da altri personaggi che non identificammo e in testa a tutti lui, l’on. Patané che procedeva rivolgendo saluti e auguri a destra e a manca, fermandosi davanti a qualche cella a scambiare battute e avvicinandosi in direzione della nostra cella. Nazareno era paonazzo , con un sorriso stirato sul volto contratto, scalpitando nell’attesa, aggrappato alle sbarre del blindo fino a quando l’on. Patané non si materializzò davanti a lui. Questi guardò Nazareno stranito manifestando chiaramente lo stupore di trovarselo di fronte, imbarazzato e incerto sul da farsi, poi farfugliò: “Lei qua Salluzzo?”, quindi lo salutò con poche sbrigative parole e passò oltre proseguendo la visita. Nazareno pallido ed esangue girò le spalle al blindo, si avviò verso la branda dove si sedette per un attimo a riflettere, poi si distese bocconi, il volto affondato nel cuscino e rigato da lacrime copiose che ingoiava fra singulti di rabbia.
“C’è uno “sport” bipartisan molto in voga tra i politici. Si chiama la caccia al carcerato. Niente di efferato: siccome possono visitare le prigioni quando vogliono, perché questa è una delle loro prerogative, i parlamentari varcano spesso le porte delle patrie galere per controllare le condizioni di questo o quel detenuto. Incontrano quasi sempre personaggi eccellenti, raramente l’oggetto delle loro premure è un povero cristo. In genere vedono qualche assessore amico, sospettato di corruzione, oppure qualche pezzo grosso dell’imprenditoria inquisito per analogo reato. Così ottengono due scopi: attrarre l’attenzione sul “caso” del momento e su se medesimi. A praticare ogni tanto questo sport c’è anche il segretario del gruppo parlamentare del Pd alla Camera Roberto Giachetti. Per amore di cronaca, bisogna precisare che è un garantista vero, molto impegnato su questo fronte, uno che visita tutti, noti e ignoti. Qualche tempo fa, quando Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb, era ancora in prigione, Giachetti ha deciso di andarlo a trovare. Ma, meraviglia delle meraviglie, il manager non poteva: era ora di pranzo e voleva consumare il suo pasto in santa pace. L’esponente del Pd non l’ha presa male, anzi ha raccontato l’episodio ai colleghi ridendo: tanto lui non doveva farsi pubblicità e il fatto che se non la volesse fare nemmeno Scaglia lo ha colpito in positivo.”
La lettura di questo articolo mi ha fatto ricordare un episodio della mia detenzione e il protagonista dell’episodio, Nazareno Salluzzo mio compagno di cella.
Nazareno Salluzzo era alla sua prima carcerazione e la viveva coltivando l’illusione di una rapida conclusione favorevole della sua vicenda giudiziaria. Aveva letto l’ accusa che gli veniva rivolta di essere vicino ad un noto capomafia ed era convinto che la sua amicizia risalente ai banchi di scuola con il boss, non poteva costituire reato. Rivendicava il suo diritto a quel rapporto dal quale non risultava discendere alcun fatto illecito ed era fiducioso che, di fronte a tanta evidenza, presto tutto si sarebbe risolto positivamente. Non si rendeva conto il buon Nazareno del ginepraio in cui si era cacciato e di come la comune logica non aveva patria in un contesto in cui il sospetto veniva teorizzato come l’anticamera della verità. E infatti fu rinviato a giudizio con la prospettiva, se fosse andata bene, di scontare tre anni di carcere preventivo. Non si dava pace Nazareno e continuava a ripetere tra se e se che era una vergogna e che avrebbe messo in moto le sue conoscenze. Aveva svolto, prima dell’arresto, una discreta attività politica e aveva coltivato una rete di rapporti con compagni di partito che avevano scalato importanti cariche istituzionali e che, ne era certo, non si sarebbero dimenticati di lui. Leggeva di parlamentari i quali andavano a visitare in carcere personaggi eccellenti della politica e dell’imprenditoria e tuonavano contro le precarie condizioni dei detenuti e la lungaggine dei tempi della giustizia che costringevano a lunghe detenzioni galantuomini infangati da sospetti più che da prove certe. Nazareno esultava alla lettura di queste notizie ed era convinto che presto sarebbe toccato a lui, che qualcuno dei suoi amici sarebbe venuto a visitarlo e avrebbe denunciato l’ingiustizia alla quale lo stavano sottoponendo. Di uno più che di tutti gli altri era sicuro, dell’on. Patané che aveva, anche lui, conosciuto l’onta del carcere per una brutta storia di mafia dalla quale però era stato del tutto scagionato. Raccontava Nazareno dei momenti che erano succeduti alla scarcerazione quando l’on. Patané nel partito era guardato ancora con sospetto e si rifugiava in lunghe passeggiate con lui sfogando la sua amarezza e trovando in Nazareno un’attenzione paziente e partecipe. Era sicuro, Patané presto si sarebbe fatto vivo. Passarono mesi durante i quali Nazareno potè contare sulle visite dei suoi familiari, sulla solidarietà dei suoi compagni che tolleravano con pazienza le sue aspettative senza irridere alla sua ingenuità, ma non sulla visita di Patané. Senonché in prossimità della Pasqua si diffuse la voce che per la festività un parlamentare sarebbe venuto in carcere a portare solidarietà e conforto ai detenuti, l’on. Patané appunto. Nazareno non stava nella pelle per la soddisfazione, a tutti diceva che aveva avuto ragione lui, che, come lui aveva previsto, Patané stava arrivando, che era chiaro che l’obiettivo della visita era lui e assaporava la rivincita nei confronti di chi, ne era sicuro, non gli aveva creduto. Passò il tempo che lo separava dalla visita immaginando la scena del loro incontro, rimuginando tra sé e sé le cose che si sarebbero dette e pregustando la soddisfazione per l’invidia dei compagni. Il giorno di Pasqua Nazareno balzò fuori dalla branda all’alba e cominciò a prepararsi con la stessa cura con cui si preparava al colloquio di ogni giovedì con i familiari. Il colloquio era l’occasione della settimana in cui tutto veniva vissuto secondo rituali ben precisi, una passerella esposta al giudizio severo dei compagni, la vetrina in cui venivano esibiti i capi più eleganti e quel giorno Nazareno aveva un motivo in più per dare il meglio di se.
Quando finì di prepararsi, si sedette impettito e teso in attesa.
Trascorse tutta la mattinata e già si cominciavano a perdere le speranze di vedere l’on. Patané, i compagni si abbandonavano alle prime perfide battute all’indirizzo del povero Nazareno, quando, preceduto da un via vai di agenti, vedemmo spuntare in fondo al corridoio un corteo composto dalla direttrice, dal comandante e da altri personaggi che non identificammo e in testa a tutti lui, l’on. Patané che procedeva rivolgendo saluti e auguri a destra e a manca, fermandosi davanti a qualche cella a scambiare battute e avvicinandosi in direzione della nostra cella. Nazareno era paonazzo , con un sorriso stirato sul volto contratto, scalpitando nell’attesa, aggrappato alle sbarre del blindo fino a quando l’on. Patané non si materializzò davanti a lui. Questi guardò Nazareno stranito manifestando chiaramente lo stupore di trovarselo di fronte, imbarazzato e incerto sul da farsi, poi farfugliò: “Lei qua Salluzzo?”, quindi lo salutò con poche sbrigative parole e passò oltre proseguendo la visita. Nazareno pallido ed esangue girò le spalle al blindo, si avviò verso la branda dove si sedette per un attimo a riflettere, poi si distese bocconi, il volto affondato nel cuscino e rigato da lacrime copiose che ingoiava fra singulti di rabbia.
sabato 5 giugno 2010
Controcanto
Vittorio Messori in una lettera al direttore apparsa sul Corriere della Sera di giovedì 3 giugno, elenca una serie di motivi per i quali , in concomitanza con i festeggiamenti per l’unità d’Italia, sente di dovere dire “Grazie Italia”. I motivi sono sacrosanti e condivisibili ma si prestano al controcanto di una elencazione di motivi altrettanto sacrosanti e condivisibili per dire “No grazie Italia”. Beato lui, Messori dice di essere stato fortunato anche se non privilegiato e, oltre a ringraziare l’Italia, ringrazia la Provvidenza che gli ha concesso salute e occasioni.
E chi invece non è stato né privilegiato né fortunato?
Da noi in Sicilia si dice che la fortuna è “facciola” e la Provvidenza, nel caso dei meno fortunati, deve fare i conti con variabili spietate che non concedono sconti. Certo, nella sua infinita generosità, questa cornucopia senza fondo ha regalato, per esempio, a me, in una tra le più drammatiche stagioni della mia vita, doni che altrimenti non avrei conosciuto in aggiunta a quelli che mi sono stati sottratti. Ma debbo ringraziare appunto la Provvidenza non l’Italia.
All’Italia semmai chiedo conto del :
_ perché i 400 mila immigrati a Torino di cui parla Messori hanno dovuto trovare il benessere in contrade così lontane;
_ perché lo stesso giornale che ospita Messori e gli fa dire “ciò che vuole dire”, può tranquillamente ignorare una mia lettera di protesta per l’articolo diffamatorio di un suo cronista;
_ perché se voglio andare da Palermo in un posto qualsiasi della Sicilia orientale le strutture ferroviarie e stradali mi costringono ad ore e ore di interminabili tragitti e tortuosi itinerari;
_ perché, al contrario della famiglia Messori che “da una camera in subaffitto è giunta a una dignitosa casa di proprietà”, io la casa di proprietà donatami da mia madre, ho rischiato di perderla e l’ho avuta sotto sequestro per un anno con l’accusa di provenienza illecita prima che se ne riconoscesse la liceità;
_ perché sono sotto processo per mafia da 12 anni, ancora al vaglio del giudice d’appello, e, a causa di questa lunga esposizione giudiziaria, la mia vita e il mio nome sono stati preda di una opinione pubblica avida che ha potuto sostituirsi ai magistrati e mi ha condannato, anzi, giustiziato senza riguardo per la mia presunzione d’innocenza;
_ perché a questa esecuzione sommaria si sono aggiunti 6 anni di carcere preventivo scontati in anticipo rispetto ad una sentenza definitiva che tarda ad arrivare e che potrebbe anche essere di assoluzione;
_ perché si è consentito che la stampa, senza certezza di nulla e senza curarsi delle dovute verifiche, scegliendo di considerarmi mafioso, cosa legittima, offrisse ai lettori, cosa meno legittima, questa sua presunzione di colpevolezza come verità, avvelenando gli animi, dicendo alla gente ciò che la gente voleva sentirsi dire e creando un’icona mafiosa alla quale ha dato il mio nome. Forse perché, per dirla con Ostellino, “più sangue scorre, più copie si vendono? ;
_ perché dopo 50 anni di lavoro lecito su cui neanche il Pubblico Ministero più agguerrito ha potuto gettare l’ombra di un sospetto, mi ritrovo a tirare la cinghia con una pensione di 480 euro, dopo che 12 anni di spese legali mi hanno ridotto sul lastrico;
_ perché non posso più permettermi il lusso del pudore e presto sarò costretto ad arruolarmi nell’esercito dei rovistatori nei bidoni dell’immondizia alla ricerca di qualcosa da recuperare;
_ perché da detenuto ho dovuto condividere con altri 2 infelici una cella di 10 mq. e assistere alla morte di alcuni compagni suicidi o alla deportazione di altri verso l’inferno del 41 bis a proposito del quale il presidente della Corte Europea dei diritti dell’uomo Jean Paul Casta ha detto: “La detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l’associazione mafiosa, causa pesanti rischi per la salute psichica del carcerato”.
Posso ringraziare quest’Italia? Non credo.
Posso solo ringraziare la Provvvidenza la quale, tra i doni che mi ha regalato, mi ha regalato quello più prezioso, date le circostanze, la forza d’animo grazie alla quale ho respinto tentazioni insane. Ma l’Italia no, quest’Italia non riesco a ringraziarla e, se debbo scegliere da quale bicchiere bere, scelgo quello mezzo vuoto.
E chi invece non è stato né privilegiato né fortunato?
Da noi in Sicilia si dice che la fortuna è “facciola” e la Provvidenza, nel caso dei meno fortunati, deve fare i conti con variabili spietate che non concedono sconti. Certo, nella sua infinita generosità, questa cornucopia senza fondo ha regalato, per esempio, a me, in una tra le più drammatiche stagioni della mia vita, doni che altrimenti non avrei conosciuto in aggiunta a quelli che mi sono stati sottratti. Ma debbo ringraziare appunto la Provvidenza non l’Italia.
All’Italia semmai chiedo conto del :
_ perché i 400 mila immigrati a Torino di cui parla Messori hanno dovuto trovare il benessere in contrade così lontane;
_ perché lo stesso giornale che ospita Messori e gli fa dire “ciò che vuole dire”, può tranquillamente ignorare una mia lettera di protesta per l’articolo diffamatorio di un suo cronista;
_ perché se voglio andare da Palermo in un posto qualsiasi della Sicilia orientale le strutture ferroviarie e stradali mi costringono ad ore e ore di interminabili tragitti e tortuosi itinerari;
_ perché, al contrario della famiglia Messori che “da una camera in subaffitto è giunta a una dignitosa casa di proprietà”, io la casa di proprietà donatami da mia madre, ho rischiato di perderla e l’ho avuta sotto sequestro per un anno con l’accusa di provenienza illecita prima che se ne riconoscesse la liceità;
_ perché sono sotto processo per mafia da 12 anni, ancora al vaglio del giudice d’appello, e, a causa di questa lunga esposizione giudiziaria, la mia vita e il mio nome sono stati preda di una opinione pubblica avida che ha potuto sostituirsi ai magistrati e mi ha condannato, anzi, giustiziato senza riguardo per la mia presunzione d’innocenza;
_ perché a questa esecuzione sommaria si sono aggiunti 6 anni di carcere preventivo scontati in anticipo rispetto ad una sentenza definitiva che tarda ad arrivare e che potrebbe anche essere di assoluzione;
_ perché si è consentito che la stampa, senza certezza di nulla e senza curarsi delle dovute verifiche, scegliendo di considerarmi mafioso, cosa legittima, offrisse ai lettori, cosa meno legittima, questa sua presunzione di colpevolezza come verità, avvelenando gli animi, dicendo alla gente ciò che la gente voleva sentirsi dire e creando un’icona mafiosa alla quale ha dato il mio nome. Forse perché, per dirla con Ostellino, “più sangue scorre, più copie si vendono? ;
_ perché dopo 50 anni di lavoro lecito su cui neanche il Pubblico Ministero più agguerrito ha potuto gettare l’ombra di un sospetto, mi ritrovo a tirare la cinghia con una pensione di 480 euro, dopo che 12 anni di spese legali mi hanno ridotto sul lastrico;
_ perché non posso più permettermi il lusso del pudore e presto sarò costretto ad arruolarmi nell’esercito dei rovistatori nei bidoni dell’immondizia alla ricerca di qualcosa da recuperare;
_ perché da detenuto ho dovuto condividere con altri 2 infelici una cella di 10 mq. e assistere alla morte di alcuni compagni suicidi o alla deportazione di altri verso l’inferno del 41 bis a proposito del quale il presidente della Corte Europea dei diritti dell’uomo Jean Paul Casta ha detto: “La detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l’associazione mafiosa, causa pesanti rischi per la salute psichica del carcerato”.
Posso ringraziare quest’Italia? Non credo.
Posso solo ringraziare la Provvvidenza la quale, tra i doni che mi ha regalato, mi ha regalato quello più prezioso, date le circostanze, la forza d’animo grazie alla quale ho respinto tentazioni insane. Ma l’Italia no, quest’Italia non riesco a ringraziarla e, se debbo scegliere da quale bicchiere bere, scelgo quello mezzo vuoto.
lunedì 24 maggio 2010
La legge sulle intercettazioni
Il disegno di legge sulle intercettazioni che sta per essere approvato in Parlamento è figlio dell’arroganza che vede contrapposti alcuni poteri in Italia ed ha come unica vittima il cittadino comune. Si scontrano da una parte l’esecutivo che risolve in maniera rozza e spicciativa alcune anomalie di costume e obiettive aberrazioni della legge in vigore, dall’altra i giornalisti e la magistratura che non accettano gli uni di essere imbavagliati e gli altri di essere privati di un efficace strumento di indagine. Diciamo subito che, se può essere condivisa la preoccupazione per le limitazione che dalla nuova legge derivano all’attività d’indagine della magistratura, non sono invece tollerabili le intercettazioni così dette a strascico. Sono intercettazioni invasive che sanno tanto dell’orwelliano Grande Fratello e confliggono con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale che dovrebbe riguardare solo il momento in cui si ha conoscenza del reato e non qualsiasi momento della nostra vita scandagliata impietosamente a caccia di streghe. Per non parlare poi del metodo “copia e incolla” con cui i magistrati emettono ordini di cattura senza una verifica e una interpretazione delle intercettazioni i cui brogliacci si limitano a trascrivere per filo e per segno.
Per quanto riguarda poi i giornalisti, diciamo pure che se la sono voluta!
Il diritto-dovere di informare infatti deve conoscere dei limiti deontologici che i giornalisti spesso dimenticano. Li dimenticano quando riportano notizie pruriginose che non danno alcun contributo alla conoscenza dei fatti ma hanno il solo scopo di titillare la malsana curiosità della gente con grave danno per la incolpevole vita privata, li dimenticano quando, pur riferendo fatti veri e di interesse pubblico , si esprimono in maniera tendenziosa. E dimenticano persino il rispetto della legge quando pubblicano atti coperti dal segreto istruttorio come nel caso di pubblicazione di intercettazioni appena fatte e informano in diretta il destinatario dell’indagine prima che egli riceva un avviso di garanzia. Ora si può capire il sacro fuoco dell’informazione alimentata dal nobile intento di servire il lettore o suscitata, per dirla con Ostellino, da istinti “macellai perché più sangue scorre più copie si vendono”, ma se si è intransigenti in tema di libertà di stampa, si devono mettere in conto le conseguenze che ne possono derivare se non si rispettano le regole. Il divieto di pubblicare atti coperti dal segreto investigativo è previsto già adesso dall’articolo 684 del Codice penale con la sanzione dell’arresto fino a trenta giorni e dell’ammenda fino a 258 euro, tuttavia si può capire che il giornalista obbedisca ai precetti del suo mestiere pubblicando ciò di cui è venuto a conoscenza secondo quanto previsto dall’articolo 21 della Costituzione e celando la fonte delle sue informazioni, però è un fatto che a monte c’è una fuga di notizie, che questa è un’anomalia che sconfina nel reato e questo reato, oltre a coinvolgere la responsabilità di chi è custode delle notizie riservate, trova nel giornalista una disponibilità complice. E allora, se ci si presta alla disinvoltura, non si può lamentare la disinvoltura altrui, non si può rivendicare il diritto alla libertà quale diritto all’impunità e non ci si può scandalizzare strepitando contro una legge liberticida se non si è capaci di pretendere da se stessi comportamenti virtuosi. Quando Ferruccio De Bortoli, in polemica con Piero Ostellino, lamenta che il diritto di cronaca sia messo a rischio dalla legge voluta dal governo Berlusconi, pone un problema vero ma mostra di non avere compreso la preoccupazione di Ostellino. Ostellino non mette in discussione il diritto di cronaca, ci mancherebbe, e tanto meno ha dubbi da che parte stare, egli semmai pone il problema del modo in cui viene esercitato il diritto di cronaca, delle conseguenze della diffusione delle intercettazioni che trasmettono all’opinione pubblica il punto di vista accusatorio, della piaggeria di certa stampa che pubblica le veline della Procura e dunque della difficoltà dell’indagato di difendere la propria immagine demonizzata al cospetto di quel mostro che è la piazza incitata al linciaggio. Altro che “diritto fondamentale degli indagati a difendersi davanti all’opinione pubblica” come sostiene la Sarzanini, semmai la gogna pubblica e la condanna in piazza prima che nelle aule di un tribunale. E d’altronde proprio il Corriere della Sera non sfugge alla tendenza forcaiola considerando che è di pochi giorni fa il servizio di un suo cronista giudiziario il quale ha tacciato di boss un imputato di mafia che ancora oggi non ha subito una condanna definitiva e dunque può considerarsi innocente.
Si è arrivati a tanto perché non si è stati capaci di sedersi al tavolo del buon senso e individuare che cosa è bene per la collettività, si è preferito invece lasciare esplodere un conflitto di interessi corporativi che, difendendo rendite di posizione, ha lasciato sul campo, come dicevamo all’inizio, una sola vittima, il cittadino comune. E ha offerto il verso al signor Breuer sottosegretario alla giustizia USA, di passaggio per Roma, di pontificare su una materia che non conosce e di dire sciocchezze.
martedì 18 maggio 2010
La corruzione in Italia
I casi di corruzione che stanno emergendo suggeriscono, pur con le doverose cautele che un’indagine agli albori impone, amare riflessioni su un’Italia inguaribile che non perde il vizietto di rubare e non limita la sua vocazione all’illegalità alla sola politica, ma l’estende all’intero tessuto sociale. Purtroppo quando parliamo di un’Italia ladrona parliamo di un virus che attraversa l’intera società, di un universo che ha fatto della rinuncia alla legalità la scelta del suo rapporto con lo Stato e non ha saputo cogliere il giusto mezzo aristotelico tra il troppo grande profitto personale e il troppo piccolo tributo alla collettività, di un popolo marcio non tanto e non solo perché corrotto ma perché ha coltivato l’abitudine alla corruzione facendone il suo abito mentale, ammirando i furbi che corrompono e sognando di imitarli. Se la punta dell’iceberg costituita da politici, da grand commis di stato, da imprenditori ammanigliati è quella che si libra sui cieli del grosso malaffare, l’humus nel quale alligna il malaffare è la diffusa indifferenza al civismo e al senso del bene comune. E, quel che è peggio, chi delinque a quei livelli sa di potere contare sull’impunità che gli deriva dalle relazioni coltivate e dall’enormità degli interessi in ballo che fanno sistema e garantiscono un atterraggio morbido. Quando Galli della Loggia afferma che “le carceri italiane sono piene quasi soltanto di poveri diavoli, perché se si è un borghese facoltoso, come in genere sono coloro che incappano in un reato di corruzione (e cioè con un buon avvocato e buone relazioni), è rarissimo vedersi condannati in via definitiva a pene che non siano simboliche o quasi”, dice cosa giusta ma bisogna intendersi sul senso di “poveri diavoli”. Abbiamo la tendenza a considerare poveri diavoli i ladri di galline, gli ultimi di una società che non ha saputo offrire loro alternative, frutto della inadeguatezza dello Stato a prevenire e a redimere, che quindi suscitano il nostro senso di colpa. Rimoviamo il senso di colpa denunciando l’ingiustizia che colpisce i più deboli, anche se non siamo capaci di opporci all’intransigenza del ministro dell’interno che boccia il decreto cosi detto svuota carceri negando la possibilità di scontare l’ultimo anno di carcere agli arresti domiciliari o in affidamento ai servizi sociali, e così mettendo a posto la nostra coscienza . Ma i poveri diavoli non sono solo i ladri di galline, lo sono a maggior ragione i dannati dei circuiti dell’alta sicurezza affidati al regime di leggi speciali e dimenticati da una società che ha nei loro confronti la stessa indifferenza che ha nei confronti della legalità, affidati a condizioni infami che offendono gli elementari diritti dell’uomo da solerti forcaioli che vogliono far dimenticare con fughe in avanti i loro scheletri nell’armadio. I ladroni in guanti bianchi sono il contraltare della dabbenaggine di questa genia di poveri diavoli che non ha capito come va il mondo e le cui vite continueranno ad essere date in pasto ad un opinione pubblica incitata al linciaggio allo scopo di distrarre l’attenzione dalle ruberie dei quartieri alti del malaffare.
mercoledì 12 maggio 2010
Il boss
Sul Corriere della Sera di ieri il signor Alfio Sciacca mi ha definito boss di Villabate. Nonostante io non sia stato condannato con sentenza definitiva ed abbia dunque diritto alla presunzione di innocenza, il signor Sciacca, beato lui, non è sfiorato da alcun dubbio circa la mia mafiosità, per lui sono un boss!
Sarà che un imputato di mafia è carne da macello su cui si può tranquillamente e impunemente imperversare, che può essere dato in pasto all’opinione pubblica e condannato definitivamente in piazza, sarà che, allo stesso modo in cui lo Stato mi tiene da undici anni sulla graticola con un processo che ancora arranca in secondo grado, un giornalista può con altrettanta disinvoltura lasciarsi guidare da impulsi liquidatori nei confronti di un uomo a perdere come il sottoscritto, tutto può essere dato, ma è un fatto che il signor Sciacca l’ha “scafazzata”.
Io che posso fare? Potrei fare una querela ma sono scoraggiato dall’esito, anzi dal mancato esito di due querele presentate un anno fa contro il Giornale di Sicilia e la Repubblica e ancora fermi in Procura. Non mi resta dunque che sperare nella sensibilità del signor Sciacca il quale, prendendo atto dell’abbaglio, magari, chi lo sa, potrebbe chiedermi scusa. Ma senza tante illusioni: sono pur sempre un imputato di mafia!
Sarà che un imputato di mafia è carne da macello su cui si può tranquillamente e impunemente imperversare, che può essere dato in pasto all’opinione pubblica e condannato definitivamente in piazza, sarà che, allo stesso modo in cui lo Stato mi tiene da undici anni sulla graticola con un processo che ancora arranca in secondo grado, un giornalista può con altrettanta disinvoltura lasciarsi guidare da impulsi liquidatori nei confronti di un uomo a perdere come il sottoscritto, tutto può essere dato, ma è un fatto che il signor Sciacca l’ha “scafazzata”.
Io che posso fare? Potrei fare una querela ma sono scoraggiato dall’esito, anzi dal mancato esito di due querele presentate un anno fa contro il Giornale di Sicilia e la Repubblica e ancora fermi in Procura. Non mi resta dunque che sperare nella sensibilità del signor Sciacca il quale, prendendo atto dell’abbaglio, magari, chi lo sa, potrebbe chiedermi scusa. Ma senza tante illusioni: sono pur sempre un imputato di mafia!
sabato 8 maggio 2010
La legge "svuotacarceri”
Il ministro Maroni dal Cairo, dove è andato per discutere di immigrazione, ci ha fatto conoscere il suo punto di vista sul ddl governativo che consente ai detenuti di scontare l’ultimo anno di carcere a casa. Egli ha dettato all’Ansa un comunicato che suona così: “Abbiamo una valutazione negativa sull’impatto del cosiddetto disegno di legge svuota carceri che è peggio di un indulto visto che gli effetti non sarebbero una tantum ma per sempre”. Il disegno di legge che allarma tanto il ministro dell’interno ha l’obiettivo di smaltire una parte dell’esubero dei detenuti che in numero di 67.000 sono ammassati in carceri che ne possono ospitare 44.000 ed è stato votato dal nostro all’unanimità con i suoi colleghi nel consiglio dei ministri del 13 gennaio.
Che cosa ha spinto il ministro a cambiare idea?
Egli sostiene che 10.000 nuovi detenuti ai domiciliari provocherebbero un collasso dei controlli dal momento che la polizia non ha un organico sufficiente per assicurarli, tranne che non si instauri il sistema dei braccialetti elettronici che però non darebbero sufficienti garanzie. Il ministro omette di riferire che, a parte le insufficienti garanzie, il braccialetto elettronico costa l’ira di Dio. Ed omette anche di avanzare una proposta alternativa a quella del ddl che non sia il sempre annunciato e mai realizzato piano carceri.
Per lui è importante che i detenuti stiano al sicuro in carcere e non turbino la quiete dei cittadini e pazienza se vivono pigiati come in una stia. Ma è poi vero che più carcere vuol dire maggiore sicurezza? E se è un problema di sicurezza, come la mettiamo con i detenuti che, dopo avere scontato l’intera pena in carcere, tornano in libertà? Li arrestiamo di nuovo perché non siamo in grado di controllarli? Se invece facessimo altre valutazioni rispetto a quelle fatte dal ministro, giungeremmo a conclusioni diverse. La verità è che non sempre il carcere vuol dire più sicurezza e che il problema va affrontato con un approccio diverso da quello unicamente repressivo. Non vogliamo fare proclami su progetti di redenzione del detenuto che, per come sono strutturate le nostre carceri, sappiamo senza speranza, ma limitarci a un minimo di comunissimo buon senso che ci aiuterebbe a risolvere un problema di dignità senza troppi costi e rischi, anzi con una ricaduta positiva.
Sul Corriere della Sera Luigi Ferrarella scrive: “Solo 4 detenuti su 1000, fra coloro che espiano almeno una parte della loro pena in una delle misure alternative al carcere sotto l’egida dei servizi sociali, commettono un reato in questa delicata fase. Non solo: una volta esaurita la pena, mentre i detenuti che l’hanno scontata tutta in carcere tornano a delinquere nel 67% dei casi, quanti invece hanno espiato parte della pena fuori dal carcere ricommettono un reato in misura tre volte più bassa, attorno al 19% dei casi.”
Meno carcere dunque, più pene alternative, maggiore sicurezza e, come conclude Ferrarella, “se la politica non se la sente di prendere atto dell’insostenibile situazione delle persone “dentro”, almeno potrebbe farlo nell’interesse della sicurezza di quelle “fuori”.
Che cosa ha spinto il ministro a cambiare idea?
Egli sostiene che 10.000 nuovi detenuti ai domiciliari provocherebbero un collasso dei controlli dal momento che la polizia non ha un organico sufficiente per assicurarli, tranne che non si instauri il sistema dei braccialetti elettronici che però non darebbero sufficienti garanzie. Il ministro omette di riferire che, a parte le insufficienti garanzie, il braccialetto elettronico costa l’ira di Dio. Ed omette anche di avanzare una proposta alternativa a quella del ddl che non sia il sempre annunciato e mai realizzato piano carceri.
Per lui è importante che i detenuti stiano al sicuro in carcere e non turbino la quiete dei cittadini e pazienza se vivono pigiati come in una stia. Ma è poi vero che più carcere vuol dire maggiore sicurezza? E se è un problema di sicurezza, come la mettiamo con i detenuti che, dopo avere scontato l’intera pena in carcere, tornano in libertà? Li arrestiamo di nuovo perché non siamo in grado di controllarli? Se invece facessimo altre valutazioni rispetto a quelle fatte dal ministro, giungeremmo a conclusioni diverse. La verità è che non sempre il carcere vuol dire più sicurezza e che il problema va affrontato con un approccio diverso da quello unicamente repressivo. Non vogliamo fare proclami su progetti di redenzione del detenuto che, per come sono strutturate le nostre carceri, sappiamo senza speranza, ma limitarci a un minimo di comunissimo buon senso che ci aiuterebbe a risolvere un problema di dignità senza troppi costi e rischi, anzi con una ricaduta positiva.
Sul Corriere della Sera Luigi Ferrarella scrive: “Solo 4 detenuti su 1000, fra coloro che espiano almeno una parte della loro pena in una delle misure alternative al carcere sotto l’egida dei servizi sociali, commettono un reato in questa delicata fase. Non solo: una volta esaurita la pena, mentre i detenuti che l’hanno scontata tutta in carcere tornano a delinquere nel 67% dei casi, quanti invece hanno espiato parte della pena fuori dal carcere ricommettono un reato in misura tre volte più bassa, attorno al 19% dei casi.”
Meno carcere dunque, più pene alternative, maggiore sicurezza e, come conclude Ferrarella, “se la politica non se la sente di prendere atto dell’insostenibile situazione delle persone “dentro”, almeno potrebbe farlo nell’interesse della sicurezza di quelle “fuori”.
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