Come ogni anno la Pasqua è l’occasione per i soliti rituali che
vedono impegnati i bravi cristiani nelle liturgie dei buoni propositi. La
misericordia soprattutto e la pietà la fanno da protagonisti indiscussi con
proclami solenni sulle buone intenzioni che accompagneranno le nostre azioni
future. Ci ripromettiamo di perdonare i torti subiti, di rinunciare al rancore che
sostituiamo con un’orgia di buonismo all’apparenza
sincero ma in realtà farisaico. Perché, ahinoi, i sentimenti non sono così
autentici come appaiono e non includono i reietti della scala sociale che
rimuoviamo con colpevole indifferenza giocando a rimpiattino con la nostra
coscienza. Alla Pasqua gaudente e
festaiola dei cristiani redenti si oppone la mala Pasqua degli ultimi che la
redenzione sembra avere dimenticato, dei clochard ai margini delle strade, dei
carcerati lontani dagli affetti, degli anziani parcheggiati nei cimiteri degli
elefanti che chiamiamo case di riposo in cui si consuma la spietatezza di noi
figli, dei poveri privi delle necessarie provvidenze e della necessaria dignità,
dei malati dimenticati nelle corsie degli ospedali. E ancora di coloro che
vivono una disperante solitudine esistenziale e in questo periodo sentono di
più la loro angoscia privi come sono di un qualsiasi appiglio al quale
aggrapparsi presso i propri simili indaffarati nelle incombenze festive, e dei
figli di una generazione che vive un malessere profondo e maledice le festività
percepite come un insulto alla propria condizione precaria, e di quelli che non
hanno fede e si muovono disorientati nel clima di festa come degli alieni in un
pianeta inospitale. Di coloro ai quali per decenni è stato impedito di abbracciare
i propri cari detenuti in quell’universo kafkiano che è il 41 bis e che durante
le feste sentono ancora di più la crudeltà di questa innaturale mutilazione degli
affetti praticata da uno Stato vendicativo e dedito alla tortura. E di Stefania
che, senza piangersi addosso e con forza d’animo, sta combattendo la battaglia
più dura della sua vita contro l’ingiustizia di un male vile che aggredisce la
sua età innocente. Stiamo parlando dell’indifferenza di un mondo sempre più
scristianizzato. Che dire? Buona Pasqua o mala Pasqua? A ciascuno la Pasqua che la sorte gli ha assegnato. .
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domenica 1 aprile 2018
sabato 3 marzo 2018
Fascismo e antifascismo
Il tic di certa cultura di sinistra ci regala in questi
giorni una delle tante sbornie nelle quali è solita incorrere, quella del pericolo
fascista che metterebbe a rischio la nostra democrazia. Si dichiarano
antifascisti i consueti personaggi che ci hanno abituato alle battaglie più
improbabili sui temi più vari, declinati con la solita intransigenza, e hanno
cavalcato ideologie che hanno costituito, esse si, un pericolo per la
nostra democrazia. Maitres à penser a braccetto con alti rappresentanti delle
istituzioni scendono in piazza e straparlano di pericoli inesistenti creando ad arte un clima d’emergenza che falsa
la lotta politica. Questi ineffabili
vessilliferi della democrazia a senso unico rivendicano l’esclusiva della
rispettabilità politica e della superiorità morale sventolando la bandiera
della lotta contro ogni genere di male, la corruzione, il malaffare, la decadenza
morale e politica, senza interrogarsi sulle proprie responsabilità, e demonizzano
gli avversari politici etichettati sbrigativamente
come fascisti. Antifascisti si dichiarano i giacobini
dei centri sociali che assaltano i luoghi di incontro di nostalgici fuori dalla storia e aggrediscono
le forze dell’ordine che hanno il solo torto di volere far rispettare la legge.
Nel momento stesso in cui dichiarano di volere combattere il fascismo, questi
teppistelli si comportano da fascisti negando agli avversari il diritto di esistere
e di esprimere legittimamente le loro idee. Antifascisti si dichiarano coloro che con
disonestà intellettuale tentano di far passare per una pagina di lotta al
fascismo quella che fu una vera e propria pulizia etnica perpetrata con
terribile ferocia dai macellai titini ai danni di migliaia di italiani d’Istria
e Dalmazia attraverso la pratica disumana
dell’ infoibamento. L’italianità fu considerata una colpa e confusa con
il fascismo e fu scritta una delle pagine più infami della ferocia umana che
alcuni cantori dell’epica partigiana in salsa messicana tentano di occultare o
di gabellare come una sacrosanta pagina di lotta antifascista. Antifascisti
si dichiaravano i protagonisti della stagione brigatista che assassinarono
servitori dello Stato, giornalisti, uomini politici, regalandoci uno dei
periodi più bui della nostra storia democratica e che gli antesignani degli
attuali campioni dell’antifascismo definivano con indulgente eufemismo: “compagni
che sbagliano”. Antifascisti
si dichiarano certi censori ai quali la cosiddetta società civile ha assegnato
il ruolo di guardiani della moralità e il diritto di stilare liste di
proscrizione con le quali stabiliscono chi è presentabile e chi non lo è,
escludendo, come è ovvio, coloro che a loro insindacabile giudizio sono
fascisti. Gli antifascisti
arrembanti in questa stagione di mistificazioni in cui tutto si confonde, non
si lasciano cogliere dal dubbio che la superiorità morale da loro rivendicata,
il rifiuto del dialogo con chi la pensa in maniera diversa dalla loro, la
mancanza di rispetto dell’altrui dignità, il fanatismo ideologico di cui sono
portatori sani, sono categorie di un integralismo settario che non ha nulla da
invidiare al fascismo. Non è il fascismo il vero pericolo, anche se fa un certo
effetto la Meloni in pellegrinaggio da Orbàn, il vero rischio è il populismo che
i protagonisti della politica di destra e di sinistra hanno concorso a far
nascere nei decenni passati ignorando l’arte del buon governo. I dilettanti
allo sbaraglio che inviano per posta al Capo dello Stato la lista dei ministri
dimostrando di non conoscere l’abc della grammatica costituzionale o che confondono
la Costituzione con la Bibbia e che con le loro boutades promettono un Paese
dei balocchi astratto dalla dura realtà che impone senso di responsabilità, essi,
si, sono il vero pericolo. E’ con loro che dobbiamo fare i conti, e per questo
bel regalo dobbiamo ringraziare chi li ha prodotti narrandoci le favole del
passato ma distraendosi e distraendoci dai problemi del futuro.
mercoledì 14 febbraio 2018
Il vizietto
Il vizietto caro alla
sinistra di gridare al lupo quando il lupo non c’è riaffiora puntuale alla
prima occasione. Stavolta l’occasione si è presentata con i fatti di Macerata,
cittadina diventata il vessillo di una battaglia corriva e ideologica.
L’exploit criminale di un demente che ha tentato una carneficina per vendicare
la morte di una giovane donna fatta a pezzi, ha fornito ai soliti barricaderi
il pretesto per organizzare una manifestazione antifascista. Sfido chiunque a
dimostrare che il gesto sconsiderato di un stupido infarcito di ideologie
farneticanti, possa essere considerato il sintomo di un ritorno al fascismo e costituire
un pericolo per la nostra democrazia. La democrazia corre rischi se si
mistifica la realtà e si confondono le menti come è accaduto nella
manifestazione di Macerata dove è ricorsa la solita paccottiglia sul fascismo
incombente e si sono visti in giro personaggi, i cosiddetti compagni che hanno
sbagliato e negli anni bui ci hanno deliziato con le loro gesta rivoluzionarie,
che ritenevamo definitivamente cancellati dalla storia e che invece risorgono dalle
ceneri riabbracciandosi con i compagni
che hanno guardato con indulgenza alle loro gesta e manipolando giovani coscienze
con la riesumazione di un settarismo di cui non si sente certamente il bisogno.
Questi dinosauri duri a morire e i loro invasati discepoli ci ammoniscono su
fantomatici mandanti morali, urlano slogan contro Minniti fascista, incitano a
dar fuoco alle sedi fasciste quando dentro c’è un bel po’ di gente da arrostire,
inneggiano alle foibe scambiando vittime con colpevoli, esibiscono striscioni per
ricordare i migranti vittime del raid di Traini ma dimenticano di menzionare
Pamela (della cui morte sono sospettati alcuni migranti) operando una rimozione
che sa di razzismo al contrario. E’ chiaro che non è il caso di ricorrere a
sbrigative etichettature attribuendo l’esclusiva della violenza ai migranti ma
è altrettanto chiaro che esiste un problema legato alla migrazione che non va
sottovalutato. Quando si fa del manicheismo ponendo tutto il bene da una parte,
esibendo un buonismo che declina un’accoglienza a gogò incapace di offrire
condizioni di vita dignitose ma capacissima di prestarsi a speculazioni e
sfruttamenti, può accadere che si creino sacche di disagio e che in questo
disagio si insinuino le farneticazioni del populismo e le reazioni sconsiderate
di menti malate. Bisogna allora interrogarsi sulle cause del disagio piuttosto
che demonizzare chi lo denuncia, in giro ci sono troppi stupidi che professano
razzismo senza bisogno che ci metta del suo il radicalismo ideologico che
chiude la porta al dialogo. La dogmatica delle verità infuse che non tollera di
essere messa in discussione, la mancanza
di un confronto civile in cui a tutte le opinioni sia consentita pari dignità,
costituiscono altrettanti ostacoli alla individuazione e rimozione delle cause
del disagio e anzi sono il brodo di coltura nel quale crescono e si
moltiplicano i batteri del pressappochismo e degli istinti retrivi. Il vuoto
culturale diventa così una prateria nella quale alligna la malerba
dell’intolleranza. Se siamo indotti a gridare
al lupo quando il lupo non c’è, se incoraggiamo il vuoto culturale riempiendolo
con fandonie, non possiamo aspettarci la saggezza necessaria per superare
momenti in cui la saggezza è necessaria.
martedì 23 gennaio 2018
I censori
L’aria contegnosa e il volto corrucciato, il sopracciglio
perennemente arcuato in segno di disapprovazione, gli illuminati conducono la loro crociata in difesa della verità assoluta agitando
la bandiera della superiorità morale e predicando l’obbedienza al politicamente
corretto, la bibbia che è obbligatorio osservare se si vuole evitare la scomunica.
Questi sacerdoti dell’intolleranza ideologica, seppure in minoranza, riescono a
soggiogare con l’arroganza delle proprie ragioni la grigia maggioranza silenziosa
priva di qualsiasi ancoraggio ideale e incapace di ribellarsi alla
colonizzazione delle coscienze. Imperversano, linciano, macchiano reputazioni, incitano
le masse all’odio, gonfiano il petto indignati contro la corruzione e il malaffare,
invocano la condanna all’emarginazione, fieri del loro pedigree immacolato. Ma
la superiorità morale rivendicata in esclusiva dai nostri Torquemada non sempre
odora di bucato, essa, quando è in buona fede, è il volto ingenuo e velleitario degli onesti
che urlano la loro rabbia alla luna, ma il più delle volte è la facciata
perbenista dei sepolcri imbiancati che digrignano i denti per conto dei padroni
del vapore, la maschera imbellettata dei servi al guinzaglio di interessi
occulti in cambio di prebende e carriere. Quando dalle colonne della testate
giornalistiche e dai salotti dei talk-show addomesticati tuonano contro i mali
del mondo, in verità questi piazzisti del pensiero unico si prestano ad essere,
vuoi per calcolo, vuoi per cieco furore
moralistico, strumenti più o meno
consapevoli degli oligarchi annidati nei santuari del potere che, sotto mentite
spoglie, mentre si propongono quali modelli di virtù morali in sintonia con gli
umori della piazza, perseguono una tirannia economica, politica, finanziaria e
persino giudiziaria parallela al potere dello Stato. Pupi e pupari, insieme
appassionatamente, hanno buon gioco perché si misurano col vuoto, perché alla
loro arroganza culturale e morale fa da triste contraltare l’assenza di una solida
coscienza civica, la mancanza di una proposta alternativa che non sia quella di
una certa parte politica impresentabile la quale farnetica di valori liberali
con una spudoratezza pari all’inadeguatezza con cui li tradisce. Ma salire in
cattedra e pontificare sulle magnifiche sorti e progressive della loro
centralità morale non assolve i nostri demagoghi dalla responsabilità per i
rischi cui espongono la nostra civiltà, la civiltà del diritto, la libertà dal
ricatto morale, la libertà di scegliere secondo principi piuttosto che secondo
il verbo del pensiero dominante, la reputazione di chi è sfiorato dal sospetto,
gli stessi principi fondamentali della Costituzione tradita dai medesimi che la
celebrano. In questo quadro ci avviamo verso la consueta sceneggiata elettorale
apprestandoci a ripetere un déjà vu e a consumare il solito rituale con cui
consegneremo gli eletti nelle mani di chi ne farà uso per i propri fini. Alla
schiera dei talebani del moralismo si oppongono le falange degli imbonitori che
vantano la bontà della propria mercanzia, entrambe offrendoci, dopo la bisboccia che ha
prosciugato le risorse del Paese, la sbornia delle panzane e facendo a gara a
chi le spara più grosse pur di portare a casa i risultati utili alla loro parte.
Godiamoci questa fiera dell’inganno da qui al 4 marzo.
domenica 24 dicembre 2017
Natale e non sentirlo
Natale e non sentirlo, perché quella nascita di 2000 anni fa
è stata tradita e Dio è morto nel cuore degli uomini. Privi dei dubbi e paghi
delle nostre conquiste ci sentiamo Dei noi stessi, rinunciamo al fascino di
quell’avventura che Platone chiamava eros, la scalata dell’uomo verso il
trascendente, e ci areniamo nelle secche di una immanenza dozzinale dal respiro
corto. Sentiamo solo le verità che ci vengono propinate dal politicamente
corretto nell’enorme agorà digitale, la rete che ha trasformato l’interlocuzione
in un dialogo tra sordi, un vaneggiamento intriso d’intolleranza, un deserto
desolante dove le relazioni si fondano su
fonti senza controllo piuttosto che sulla nostra conoscenza diretta, su
opinioni e pregiudizi di altri che decidono per noi senza che ne abbiamo
consapevolezza, sul rancore e le frustrazioni che si autoalimentano entro i
confini di un mondo autistico chiuso ad ogni verifica e proteso verso crudeltà
gratuite. Vi navighiamo in mezzo zigzagando indolenti e ci giriamo dall’altra
parte sordi alla sofferenza che ci circonda, incapaci di leggere dentro il
nostro cuore mentre precipitiamo nel baratro alla mercé dei maitres à penser
che colonizzano le nostre menti e generano schiere di zombi in marcia verso il nulla. Patiamo il nostro
malessere e non lo percepiamo mentre scava nel vuoto della nostra coscienza.
Che resterà di noi quando le élite che ci governano saranno fagocitate
dall’intelligenza artificiale, il mostro che hanno creato? A Natale celebriamo il
funerale della nostra umanità e il sacrificio degli scarti della società che la
nostra cattiva coscienza ha confinato nelle ridotte degli appestati. Quest’anno
l’emblema della nostra perduta umanità è il sindaco di Como impegnato nella
crociata contro i clochard in difesa del decoro cittadino. Buon Natale a lui e
pazienza se nelle nostre pingui città i reietti all’addiaccio tirano le cuoia,
come è accaduto in questi giorni a Palermo, buon Natale ai bravi cittadini
impegnati a festeggiare l’annuale appuntamento
col rito pagano della crapula, e pazienza se un numero sempre maggiore
di paria conosce la nuova condizione di povertà che li ha artigliati
infischiandosi del clima festivo, se i figli di un Dio minore vivono il loro calvario
sparsi nei luoghi della sofferenza, lambiti dall’eco lontana dell’empio
frastuono natalizio.
mercoledì 13 dicembre 2017
Credere nella giustizia
Con il suo solito senso d’umanità Totò Cuffaro ha preso
posizione sulla vicenda Dell’Utri stigmatizzando il trattamento riservato dallo
Stato all’ex senatore ma non mancando di dichiarare che continua ad avere
fiducia nella giustizia. Il dottore Cuffaro non me ne voglia, ma ho
l’impressione che egli si sia avvitato in una sorta di cortocircuito ossimorico.
Come può infatti egli dichiarare di avere fiducia nella stessa giustizia che
dichiara di contestare? E’ una contraddizione in termini. Continuare a credere
nella giustizia così come è amministrata da questo Stato, dottore Cuffaro, nonostante
la vicenda Dell’Utri e la tragedia di tanti disgraziati finiti nell’inferno del
41 bis, continuare a credere in questa giustizia avendo come costante compagno
il ricordo del mio dirimpettaio di cella privo di tutte e due le gambe amputate
a causa di un diabete maligno che gli aveva eroso le ossa, e tuttavia costretto
ad arrancare in carcere nella sedia a rotelle, continuare a credere nella
giustizia di questo Stato e pensare ad Enrico affetto da AIDS che trascinava
quello che era rimasto del suo povero corpo in attesa di morire, o a Vincenzo
che con la sua bocca sdentata e il suo sguardo mite mi rivolgeva una muta
domanda per capire il motivo della sua detenzione a ottant’anni, lontano
dall’ultimo affetto che gli restava, una figlia allo sbando, continuare a
credere nella giustizia e sentire echeggiare nella mia mente le urla disumane di
un uomo che ha gridato invano il suo dolore per cinque interminabili notti fino
a che non è stato condotto in ospedale
giusto in tempo perché il suo cuore scoppiasse, continuare a credere nella
giustizia nonostante sia rimasto immobilizzato e senza cure nella branda della
cella per 10 giorni con una polimiosite devastante che ha messo a rischio la
mia vita fino a quando, invece di ricoverarmi d’urgenza, non mi hanno
trasferito in quelle condizioni da Pagliarelli a Voghera e lì mi hanno salvato
grazie alla esterrefatta pietà del medico di quel carcere, credere nella
giustizia nonostante il ricordo degli spazi angusti in cui ero costretto in
compagnia di una umanità che mescolava le proprie miserabili esigenze senza il
pudore di una pur minima dignità umana, nonostante i mille casi Dell’Utri che
non vengono allo scoperto perché i loro titolari non hanno la notorietà del
senatore? E’ questa giustizia? No dottore Cuffaro, riesce difficile avere
fiducia in una giustizia che pratica la tortura e rende attuale, a distanza di
millenni, il pessimismo di Trasimaco al
quale Platone fa dire che la giustizia è l’interesse del più forte, un universo
spietato dove persino alla sofferenza è riservato un trattamento diseguale a
seconda del censo. Se ne è avuta la prova proprio con la vicenda Dell’Utri che
ha visto insorgere i soliti sepolcri imbiancati dalla doppia morale che, mentre
piangono per la sorte di quello che sentono come uno di loro, ignorano la
sofferenza dei tanti infelici senza santi in paradiso, per i quali anzi
invocano pene più severe. Anche questa, dottore Cuffaro, è ingiustizia. Avrei voluto dirle tutto ciò in occasione
della presentazione del suo libro lunedì al Don Bosco ma ho desistito perché mi
sono reso conto che il contesto non si prestava e perché, lo debbo confessare, non
me la sono sentita di affrontare le narici fumanti della straripante folla dei
suoi amici in platea.
lunedì 11 dicembre 2017
La sindrome dell'emergenza
Lo Stato ha vinto la lotta contro la mafia, il giocattolo si
è rotto. Quanti hanno condotto la giusta battaglia avendo anche come obiettivo
collaterale una visibilità che li proiettasse verso carriere altrimenti
impensabili, si debbono rassegnare, con la vittoria hanno realizzato anche una
sconfitta, quella delle loro ambizioni. Ed è inutile praticare la respirazione
bocca a bocca a un cadavere agitando lo spettro di una emergenza che non c’è e ricorrendo
per questo scopo a mistificazioni. E’ un pessimo servizio alla verità far
passar per mafiosi malecarni che sono solo le grottesche controfigure degli
autentici mafiosi, esemplari della bassa manovalanza criminale improbabili
nelle vesti di mammasantissima che però, grazie a questa operazione di
maquillage, tornano utili per tenere viva la sindrome dell’emergenza mafiosa. Nessuno
mi può convincere che quei quattro scappatidicasa incappati nelle ultime
retate, in palese crisi di una identità che cercano di recuperare annacandosi, siano
gli eredi di quella che fu Cosa nostra. Un altro pessimo servizio alla verità è
il modo in cui è stata declinata la vicenda delle esternazioni di Riina
intercettate in carcere. Appare evidente
a chiunque che lo sproloquio di Riina era lo sfogo rabbioso di un uomo in
gabbia e ormai fuori gioco che ruggiva senza avere i denti per addentare. A chi
poteva far pervenire la sua voglia di uccidere il dottore Di Matteo il capo dei
capi? Ristretto in regime di 41 bis, come faceva a superare le maglie di una
delle censure più severe al mondo e far giungere un suo messaggio all’esterno? Appare chiaro che, se fosse rimasto confinato
entro le mura del carcere, quello sfogo non avrebbe costituito alcun pericolo,
un pericolo lo è diventato nel momento in cui è stato propalato e ha rischiato
di diventare un messaggio per gli accoliti di Riina. Il dottore Di Matteo deve
quindi ringraziare gli zelanti cultori dell’emergenza per il servizio che gli
hanno reso, agitando per puro calcolo lo spettro di un pericolo che in partenza
non esisteva e mettendo, loro si, a rischio la sua vita pur di cavalcare un
redditizio clima d’allarme. L’accusa di Sgarbi secondo cui la vicenda è stata
montata ad arte per promuovere l’immagine del dottore Di Matteo, appartiene
alla sua convinzione e ne risponde solo lui, ma non c’è dubbio che il clima
preoccupa. Dal governo dei filosofi di Platone passando per la volontà generale
di Rousseau, siamo arrivati alla repubblica dei magistrati. I magistrati,
guardiani della democrazia, si propongono quali protagonisti di essa in un
conflitto di interessi che fa coincidere il controllore col controllato. Ci
sono tutte le avvisaglie di questa deriva e chi ha a cuore la sorte del nostro
futuro democratico, ha il dovere di combattere il pericolo di una dittatura del Grande Fratello
che fa dell’etica il suo fine e tutto scruta con sospetto (il sospetto, si sa,
è l’anticamera della verità), su tutto vigila, presumendo la colpevolezza di
ciascuno fino a prova contraria e candidando tutti a vestire prima o poi i
panni di imputati.
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