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giovedì 2 novembre 2017

Lucia Annunziata


Lucia Annunziata, si sa, è un tipo fumantino a tal punto da risultare a volte sgradevole. Quel suo viso perennemente corrucciato sembra volere rimproverare al prossimo l’incapacità di sintonizzarsi con le sue corde intransigenti, e spesso la sua malmostosità dirompe in reprimende velenose da maestrina insofferente. Pazienza, ognuno ha il carattere che si ritrova e  può tranquillamente abusarne sempre che lo faccia in ambiti privati, non certo in ambiti in cui si gestiscono risorse pubbliche e si impone il rispetto delle dovute regole, tra cui la misura. Queste considerazioni ovvie sembrano sfuggire alla signora Annunziata la quale conduce la trasmissione “In ½ h” come fosse cosa propria, con una intolleranza che rasenta la malagrazia quando l’ospite  non l’aggrada. Allora utilizza il suo ruolo che, non dimentichiamolo, è pagato col canone pubblico, come un’arma impropria e fa della trasmissione il luogo delle sue incursioni emotive. Guai al tapino che incorre nelle sue sfuriate. Ne sa qualcosa Roberto La Rosa, candidato a governatore della Sicilia, il quale, per essersi lamentato di non avere potuto usufruire dello stesso tempo concesso agli altri ospiti, si è sentito apostrofare: “Lei è talmente piccolo che avremmo anche potuto non invitarla”. Ben gli sta al signor La Rosa che si è permesso di mancare di rispetto a donna Lucia e di ledere la sua maestà osando protestare, la prossima volta, se una prossima volta ci sarà, eviterà di azzardare uscite improvvide.  Da dove derivi l’albagia della signora Annunziata non sappiamo, probabilmente dal suo appartenere alla cordata giusta o forse dal suo complesso di superiorità che la induce ad equivocare sulla sua reale dimensione e a dimenticare che l’umiltà è una forma di intelligenza. Il malo carattere è un lusso che si possono permettere solo i geni e non è certo il caso della signora Annunziata, il suo caso va ascritto unicamente alla sua arroganza.

mercoledì 18 ottobre 2017

La società giudiziaria


In una sua lectio magistralis Luciano Violante si è detto allarmato perché “ in Italia sta nascendo una società giudiziaria e che ci deve preoccupare questa concezione autoritaria per cui il Codice penale è diventato la Magna Carta dell’etica politica. Si tratta di un segno di autoritarismo sul quale penso valga la pena riflettere”. A questa lamentazione Massimo Fini su Il Fatto Quotidiano ha replicato sostenendo a sua volta che “ una società giudiziaria non significa assolutamente niente, è una pura tautologia. Ogni società nel momento in cui assume la forma-Stato è giudiziaria perché in uno Stato il cittadino rinuncia alla violenza e ne conferisce il diritto allo Stato che ne assume il monopolio”. E naturalmente non ha perduto l’occasione per denunciare un attacco alla magistratura. Tanto per cambiare la solita contrapposizione ideologica perde di vista il cuore del problema, e il cuore del problema non è tanto il rischio che in Italia si instauri uno Stato autoritario quanto il fatto che la società giudiziaria siamo tutti noi, divenuti il luogo dell’intolleranza giacobina in cui ogni condotta, anche se non se ne è ancora provata l’illiceità, è sottoposta al giudizio insindacabile del magistrato della porta accanto che si arroga il diritto di indossare la toga e condannare la reputazione del vicino di casa sulla base degli spifferi che fuoriescono dalle segrete carte delle procure, una società in cui il sospetto è il sestante dei rapporti sociali e il campanello d’allarme che fa scattare la caccia al colpevole in un clima da macelleria messicana. Certo lo Stato ci mette del suo grazie alla disinvoltura di una certa magistratura che, muovendosi sul terreno del fideismo piuttosto che su quello degli elementi concreti, inchioda l’indagato ad una responsabilità non provata offrendolo in pasto ai forcaioli, complice un giornalismo sensazionalistico che si presta all’operazione di linciaggio trasformando l’avviso di garanzia in uno strumento di mascariamento e consegnando il “colpevole” agli onori della prima pagina quando ancora si è lontani dalla certezza della sua colpa. Se dalla presunzione di innocenza siamo passati alla presunzione di colpevolezza, dobbiamo ammettere che qualcosa non funziona e qualche domanda dobbiamo porcela. Perché si è giunti a tanto? Indubbiamente vi si è giunti  perché noi cittadini ci facciamo guidare dagli impulsi delle viscere piuttosto che dalle categorie della mente e incoraggiamo crociate moralisteggianti in un clima da stadio chiedendo la testa dell’indagato, ma anche perché alcuni magistrati non si fanno pregare indulgendo alla fascinazione populista e interpretando ad libitum la legge invece di applicarla, per perseguire obiettivi ideologici. E’ così che si rischia un corto circuito dalle conseguenze devastanti per la vita delle persone la cui unica garanzia è l’onore di un potere indipendente che non risponde a nessuno tranne alla coscienza delle proprie truppe e ad un organo di autogestione quale è il Consiglio Superiore della Magistratura. Se un siffatto potere perde la bussola e si trasforma in autoreferenzialità percepita non come servizio ma come esercizio di una discrezionalità arbitraria ancella di interessi che nulla hanno a che fare con l’amministrazione della giustizia, allora invece della giustizia si realizza l’ingiustizia e con essa un attentato alla democrazia che non riesce a garantire il cittadino. In Italia purtroppo questo rischio è incombente tanto è che il vice presidente del CSM Legnini ha sentito il bisogno, condiviso  dal Presidente della Repubblica, di invitare i magistrati ad una maggiore sobrietà. Non credo che l’appello verrà ascoltato e la tendenza a scambiare l’applicazione della legge con l’applicazione di una personale convinzione ideologica è destinata a perpetuarsi e a crescere, con quali conseguenze è facile immaginare. Grazie a Dio la nostra è una repubblica solida e non corre rischi ma è giunto il tempo di meditare sugli aggiustamenti da apportare alla gestione dell’attività giudiziaria, continuando a garantire l’indipendenza della magistratura, ma al contempo garantendo maggiormente il cittadino.

venerdì 6 ottobre 2017

Le misure afflittive


Il nuovo codice antimafia approvato recentemente in Parlamento estende le misure di prevenzione dai mafiosi ai corrotti. Le misure, per chi non lo sapesse, vengono comminate in presenza di un sospetto di condotta illecita senza l’obbligo da parte dello Stato di portare prove a sostegno del provvedimento.  Col nuovo codice lo stravolgimento di un principio del diritto che vuole l’onere della prova a carico di chi muove l’accusa, in passato imposto ai mafiosi, adesso viene inflitto indiscriminatamente a chiunque odori di corruttela. Un vulnus che finora  ha riguardato solo i figli di un dio minore e che non ha suscitato alcuna reazione di protesta, provoca allarme nel momento in cui alza l’asticella e investe indiscriminatamente l’intera società. Si è inaugurata una nuova stagione di caccia alle streghe e nel mirino sono finiti  tutti coloro che, ladri di polli o capitani d’industria, prosseneti o frequentatori dei piani alti della finanza, piccoli impiegati del catasto o grand commis, sono sfiorati dal sospetto che vadano all’assalto della morale comune secondo le categorie del GA (Grande Accusatore). Col nuovo editto bulgaro siamo affidati alle cure amorevoli di uno Stato al quale è impossibile farla in barba, che monitora ogni nostra azione e vigila contro l’arroganza di chi ha la faccia tosta di esigere il rispetto di uno straccio di coerenza giuridica. Ci lasciamo alle spalle il tempo del lassismo e andiamo festosamente incontro al tempo dell’efficienza poliziesca. Adesso non si può, come in passato, intraprendere una qualsiasi attività con la pretesa di farla franca, e ai buontemponi che rivendicano la liceità delle loro condotte, i moralisti replicano che qualsiasi attività non può dirsi lecita fino a quando non supera il test dell’illibatezza. Fino ad allora, fino a quando non hai assolto all’onere della prova, sei un malfattore potenziale da guardare con sospetto e perseguire con la severità dovuta agli impudenti sostenitori della libertà di fare i propri comodi senza incorrere nelle maglie della censura. E a chi protesta che fare impresa non significa fare i propri comodi, la risposta è pronta, fare impresa è un attentato alla pubblica moralità e alla sicurezza della società se non obbedisce a imprescindibili canoni etici, alla vulgata del politicamente corretto, alla crociata a favore dei miti sacralizzati dai sepolcri imbiancati. Da questo momento in poi gli spericolati avventurieri che hanno il vizietto di fare impresa sono avvertiti, debbono sapere che le categorie alle quali attenersi non sono la competenza e la lungimiranza, non l’oculatezza della gestione e il senso di responsabilità, non l’onestà e l’integrità ma l’obbedienza ad un simulacro di legalità formale che pretende di profumare d’incenso ma che in effetti ha l’afrore nauseabondo della demonizzazione ideologica. Debbono sapere che in caso contrario saranno costretti a fare i conti con gli scherani di Stato che vigilano contro l’assurda pretesa di chi rivendica diritti fondamentali e imbrigliano la volontà di libertà con le provvidenziali misure di prevenzione fondate sul nulla ammantato di legalitarismo. Siamo tutti avvertiti, da oggi in poi, chi vuole dormire sonni tranquilli si iscriva all’albo dei bacchettoni, si arruoli nell’esercito della salvezza dei pretoriani d’assalto alla cittadella del diritto, stringa un patto che li preservi dalle rappresaglie con chi ha il monopolio della giusta causa e viva serena la sua miserabile esistenza nella casa del Grande Fratello di orwelliana memoria.

martedì 12 settembre 2017

Gigi Burruano


L’ho conosciuto una sera d’estate di tanti anni fa nella terrazza del villino che Salvo possedeva a Punta Raisi. Il padrone di casa ci presentò con la sua consueta sobrietà  ma anche con una inusuale eccitazione, frutto della considerazione che mostrava di nutrire nei confronti di quel giovane attore, un Gigi Burruano allora semisconosciuto ma di cui col suo fiuto infallibile intuiva il valore inespresso. La sua vena di cacciatore di talenti aveva annusato il profumo dell’arte e ricordo che, quando Gigi si accomiatò, Salvo, accompagnandolo con lo sguardo come fissando un orizzonte lontano, mormorò: “E’ un animale da palcoscenico, non recita, vive in ogni istante la sua vita come una commedia, è un talento naturale”. Allora non capivo, avevo conosciuto un giovane dall’approccio rude che mi era parso sgradevole e per certi aspetti volgare con quel suo eloquio dialettale che indulgeva alla battuta greve, non immaginando di essermi imbattuto in quella che sarebbe diventata la geniale maschera della Palermo più autentica. Durante la serata Gigi, con l’immancabile bicchiere di vino in mano e quel suo parlare strascicato, aveva urtato il mio senso estetico ma aveva anche misteriosamente ammaliato la mia anima schizzinosa col suo istrionismo che trovava la sponda nella risata di Salvo. Sopra la mia testa si svolgeva un dialogo tra grandi che, nella mia piccineria, non coglievo. L’ho incontrato qualche altra volta, e gli ho parlato di quell’incontro che stranamente mostrava di ricordare e di ricordare bene perché nell’ironia del suo sguardo si indovinava un’aria di compatimento per quel borghese piccolo piccolo che in una sera d’estate di tanti anni fa aveva stampato in volto una insopportabile espressione di supponenza.

mercoledì 6 settembre 2017

Politica e antipolitica

E’ sempre più diffusa la tendenza a demonizzare la politica additandola come la causa prima dei mali che ci affliggono, dimenticando che essa è da sempre, fin dalle più antiche democrazie, lo strumento che permette al popolo di partecipare alla gestione della cosa pubblica. Attraverso di essa infatti i cittadini affidano ai rappresentanti che eleggono il compito di amministrare il bene della collettività secondo un programma convenuto. Sostenere che la società civile è immune da colpe e issare la bandiera dell’antipolitica come se fossimo vittime del disegno ingannevole di un moloch lontano e a noi estraneo,  significa fornire una lettura fuorviante e ignorare che la politica riflette i meriti e i vizi di chi la esprime. E’ più corretto accendere i riflettori sulla nostra società civile e provare a individuare il nostro DNA. Scopriamo allora che noi italiani manchiamo di senso civico e della cultura necessaria alla realizzazione del bene comune. Questo DNA è il nostro capitale sociale e da esso scaturiscono i nostri mali. Non abbiamo saputo vigilare e abbiamo permesso alle caste di appropriarsi delle nostre vite, di erigere muri in difesa dei loro privilegi dettando le coordinate alla politica, e così rendendola ancella di interessi opachi piuttosto che strumento al servizio dei cittadini. Siamo alla mercé di associazioni che, grazie al vuoto morale della società civile, realizzano il proprio tornaconto a spese della collettività, in un intreccio perverso tra i soggetti coinvolti in cui la corruttela e la disonestà intellettuale sono le sole norme di ispirazione. Il disagio economico, il disprezzo dei diritti fondamentali, la morte della civiltà giuridica, l’inganno dei farisei che sfilano in passerella esibendo promesse che non manterranno, sono il prodotto delle società parallele che  si sono insediate nei piani alti del potere, al di sopra della politica, e hanno piegato le sorti del Paese al proprio interesse, sottraendosi per di più alle verifiche del dibattito pubblico. Ad alimentare l’impostura di una dialettica democratica inscenando la farsa di un confronto tra le parti, provvedono i corifei del potere, fra cui parecchi intellettuali dogmatici, autentici quisling in sedicesimo utilizzati quali cavalli di Troia in seno alla democrazia, che fingono di indignarsi parlando il linguaggio dell’intransigenza ideologica e tracciano il profilo del politicamente corretto dettando i dogmi contro cui non è tollerato alcun dissenso, pena il linciaggio. Sono minoranza nel Paese ma maggioranza agguerrita nei salotti mediatici dove si addomesticano le coscienze e si stabiliscono le verità additando alla pubblica esecrazione i dissenzienti, tacciati di razzismo se pretendono una regolamentazione degli ingressi dei migranti e si oppongono all’accoglienza senza se e senza ma,  di eresia se osano dissentire dalla teologia della liberazione di cui è campione questo Papa, di fascismo se si permettono di mettere in discussione la costituzione più bella del mondo, icona intoccabile difesa a parole e tradita nei fatti, e naturalmente di essere mafiosi se osano contestare i luoghi comuni su mafia e antimafia. E a proposito di luoghi comuni, un esempio di essi ci è fornito da Giovanni Belardinelli  il quale in un suo recente editoriale, dopo una dotta analisi sul fenomeno del corporativismo amorale, conclude che bisogna fare una netta distinzione tra quest’ultimo e l’”associazionismo” mafioso, dando naturalmente per scontato che l’associazionismo mafioso non teme confronti. Tanto per cambiare viene intonato il solito refrain strumentale che, fatta salva la buona fede di Belardinelli, serve all’antimafia dei privilegi e degli affari per assolvere se stessa.  Belardinelli  ci dovrebbe spiegare perché non può essere confuso con la mafia il corporativismo in doppio petto il quale, pur di realizzare i propri interessi contro gli interessi del resto della società, non ha esitato a determinare il tracollo della nostra democrazia, a soffocare l’economia, a pregiudicare l’avvenire dei nostri giovani, a privare i cittadini dei loro diritti fondamentali, a barare con la giustizia dandola in pasto a giacobini assetati di sangue, ad allargare il fossato tra sempre più ricchi e sempre più poveri, a corrompere, a condannare il nostro Paese ad arrancare in coda alle nazioni europee, a uccidere vite e speranze e liquidare quel che resta della nostra civiltà. In verità a doversi lamentare di essere confusi con siffatti gentiluomini, dovrebbero essere proprio i mafiosi che al confronto fanno la figura dei dilettanti e degli utili idioti buoni per tutti gli usi, soprattutto buoni, grazie alla stupidità della loro ferocia che fornisce l’alibi adatto alla bisogna, per fungere da espediente con cui distrarre l’attenzione dall’autentico flagello della Nazione, il malaffare dei furfanti in marsina che falcidia gli spiriti vitali dell’organismo sociale e, grazie a complicità ai massimi  livelli, ottiene il salvacondotto dell’impunità all’insegna della regina di tutte le battaglie, l’unica che conviene combattere anche con mistificazioni e depistaggi, quella contro la mafia. Un bell’esempio di ipocritamente corretto.