Lucia Annunziata, si sa, è un tipo fumantino a tal punto da
risultare a volte sgradevole. Quel suo viso perennemente corrucciato sembra
volere rimproverare al prossimo l’incapacità di sintonizzarsi con le sue corde intransigenti,
e spesso la sua malmostosità dirompe in reprimende velenose da maestrina insofferente. Pazienza, ognuno ha il carattere che si
ritrova e può tranquillamente abusarne sempre
che lo faccia in ambiti privati, non certo in ambiti in cui si gestiscono
risorse pubbliche e si impone il rispetto delle dovute regole, tra cui la misura.
Queste considerazioni ovvie sembrano sfuggire alla signora Annunziata la quale
conduce la trasmissione “In ½ h” come fosse cosa propria, con una intolleranza che
rasenta la malagrazia quando l’ospite non l’aggrada. Allora utilizza il suo ruolo
che, non dimentichiamolo, è pagato col canone pubblico, come un’arma impropria
e fa della trasmissione il luogo delle sue incursioni emotive. Guai al tapino
che incorre nelle sue sfuriate. Ne sa qualcosa Roberto La Rosa, candidato a governatore della Sicilia, il quale, per
essersi lamentato di non avere potuto usufruire dello stesso tempo concesso
agli altri ospiti, si è sentito apostrofare: “Lei è talmente piccolo che
avremmo anche potuto non invitarla”. Ben gli sta al signor La Rosa che si è
permesso di mancare di rispetto a donna Lucia e di ledere la sua maestà osando
protestare, la prossima volta, se una prossima volta ci sarà, eviterà di azzardare
uscite improvvide. Da dove derivi
l’albagia della signora Annunziata non sappiamo, probabilmente dal suo
appartenere alla cordata giusta o forse dal suo complesso di superiorità che la
induce ad equivocare sulla sua reale dimensione e a dimenticare che l’umiltà è
una forma di intelligenza. Il malo carattere è un lusso che si possono
permettere solo i geni e non è certo il caso della signora Annunziata, il suo
caso va ascritto unicamente alla sua arroganza.
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giovedì 2 novembre 2017
mercoledì 18 ottobre 2017
La società giudiziaria
In una sua lectio magistralis Luciano Violante si è detto
allarmato perché “ in Italia sta nascendo una società giudiziaria e che ci deve
preoccupare questa concezione autoritaria per cui il Codice penale è diventato
la Magna Carta dell’etica politica. Si tratta di un segno di autoritarismo sul
quale penso valga la pena riflettere”. A questa lamentazione Massimo Fini su Il
Fatto Quotidiano ha replicato sostenendo a sua volta che “ una società
giudiziaria non significa assolutamente niente, è una pura tautologia. Ogni
società nel momento in cui assume la forma-Stato è giudiziaria perché in uno
Stato il cittadino rinuncia alla violenza e ne conferisce il diritto allo Stato
che ne assume il monopolio”. E naturalmente non ha perduto l’occasione per
denunciare un attacco alla magistratura. Tanto per cambiare la solita
contrapposizione ideologica perde di vista il cuore del problema, e il cuore
del problema non è tanto il rischio che in Italia si instauri uno Stato
autoritario quanto il fatto che la società giudiziaria siamo tutti noi,
divenuti il luogo dell’intolleranza giacobina in cui ogni condotta, anche se non
se ne è ancora provata l’illiceità, è sottoposta al giudizio insindacabile del
magistrato della porta accanto che si arroga il diritto di indossare la toga e
condannare la reputazione del vicino di casa sulla base degli spifferi che
fuoriescono dalle segrete carte delle procure, una società in cui il sospetto è
il sestante dei rapporti sociali e il campanello d’allarme che fa scattare la
caccia al colpevole in un clima da macelleria messicana. Certo lo Stato ci
mette del suo grazie alla disinvoltura di una certa magistratura che,
muovendosi sul terreno del fideismo piuttosto che su quello degli elementi
concreti, inchioda l’indagato ad una responsabilità non provata offrendolo in
pasto ai forcaioli, complice un giornalismo sensazionalistico che si presta all’operazione
di linciaggio trasformando l’avviso di garanzia in uno strumento di
mascariamento e consegnando il “colpevole” agli onori della prima pagina quando
ancora si è lontani dalla certezza della sua colpa. Se dalla presunzione di
innocenza siamo passati alla presunzione di colpevolezza, dobbiamo ammettere
che qualcosa non funziona e qualche domanda dobbiamo porcela. Perché si è
giunti a tanto? Indubbiamente vi si è giunti perché noi cittadini ci facciamo guidare dagli
impulsi delle viscere piuttosto che dalle categorie della mente e incoraggiamo
crociate moralisteggianti in un clima da stadio chiedendo la testa dell’indagato,
ma anche perché alcuni magistrati non si fanno pregare indulgendo alla
fascinazione populista e interpretando ad libitum la legge invece di applicarla,
per perseguire obiettivi ideologici. E’ così che si rischia un corto circuito
dalle conseguenze devastanti per la vita delle persone la cui unica garanzia è
l’onore di un potere indipendente che non risponde a nessuno tranne alla
coscienza delle proprie truppe e ad un organo di autogestione quale è il
Consiglio Superiore della Magistratura. Se un siffatto potere perde la bussola
e si trasforma in autoreferenzialità percepita non come servizio ma come esercizio
di una discrezionalità arbitraria ancella di interessi che nulla hanno a che
fare con l’amministrazione della giustizia, allora invece della giustizia si realizza
l’ingiustizia e con essa un attentato alla democrazia che non riesce a
garantire il cittadino. In Italia purtroppo questo rischio è incombente tanto è
che il vice presidente del CSM Legnini ha sentito il bisogno, condiviso dal Presidente della Repubblica, di invitare i
magistrati ad una maggiore sobrietà. Non credo che l’appello verrà ascoltato e
la tendenza a scambiare l’applicazione della legge con l’applicazione di una personale
convinzione ideologica è destinata a perpetuarsi e a crescere, con quali
conseguenze è facile immaginare. Grazie a Dio la nostra è una repubblica solida
e non corre rischi ma è giunto il tempo di meditare sugli aggiustamenti da
apportare alla gestione dell’attività giudiziaria, continuando a garantire
l’indipendenza della magistratura, ma al contempo garantendo maggiormente il
cittadino.
venerdì 6 ottobre 2017
Le misure afflittive
Il nuovo codice antimafia approvato recentemente in
Parlamento estende le misure di prevenzione dai mafiosi ai corrotti. Le misure,
per chi non lo sapesse, vengono comminate in presenza di un sospetto di
condotta illecita senza l’obbligo da parte dello Stato di portare prove a
sostegno del provvedimento. Col nuovo
codice lo stravolgimento di un principio del diritto che vuole l’onere della
prova a carico di chi muove l’accusa, in passato imposto ai mafiosi, adesso
viene inflitto indiscriminatamente a chiunque odori di corruttela. Un vulnus
che finora ha riguardato solo i figli di
un dio minore e che non ha suscitato alcuna reazione di protesta, provoca
allarme nel momento in cui alza l’asticella e investe indiscriminatamente l’intera
società. Si è inaugurata una nuova stagione di caccia alle streghe e nel mirino
sono finiti tutti coloro che, ladri di
polli o capitani d’industria, prosseneti o frequentatori dei piani alti della
finanza, piccoli impiegati del catasto o grand commis, sono sfiorati dal
sospetto che vadano all’assalto della morale comune secondo le categorie del GA
(Grande Accusatore). Col nuovo editto bulgaro siamo affidati alle cure
amorevoli di uno Stato al quale è impossibile farla in barba, che monitora ogni
nostra azione e vigila contro l’arroganza di chi ha la faccia tosta di esigere
il rispetto di uno straccio di coerenza giuridica. Ci lasciamo alle spalle il
tempo del lassismo e andiamo festosamente incontro al tempo dell’efficienza
poliziesca. Adesso non si può, come in passato, intraprendere una qualsiasi
attività con la pretesa di farla franca, e ai buontemponi che rivendicano la
liceità delle loro condotte, i moralisti replicano che qualsiasi attività non
può dirsi lecita fino a quando non supera il test dell’illibatezza. Fino ad
allora, fino a quando non hai assolto all’onere della prova, sei un malfattore
potenziale da guardare con sospetto e perseguire con la severità dovuta agli
impudenti sostenitori della libertà di fare i propri comodi senza incorrere
nelle maglie della censura. E a chi protesta che fare impresa non significa
fare i propri comodi, la risposta è pronta, fare impresa è un attentato alla
pubblica moralità e alla sicurezza della società se non obbedisce a
imprescindibili canoni etici, alla vulgata del politicamente corretto, alla
crociata a favore dei miti sacralizzati dai sepolcri imbiancati. Da questo
momento in poi gli spericolati avventurieri che hanno il vizietto di fare
impresa sono avvertiti, debbono sapere che le categorie alle quali attenersi
non sono la competenza e la lungimiranza, non l’oculatezza della gestione e il
senso di responsabilità, non l’onestà e l’integrità ma l’obbedienza ad un
simulacro di legalità formale che pretende di profumare d’incenso ma che in
effetti ha l’afrore nauseabondo della demonizzazione ideologica. Debbono sapere
che in caso contrario saranno costretti a fare i conti con gli scherani di
Stato che vigilano contro l’assurda pretesa di chi rivendica diritti
fondamentali e imbrigliano la volontà di libertà con le provvidenziali misure
di prevenzione fondate sul nulla ammantato di legalitarismo. Siamo tutti
avvertiti, da oggi in poi, chi vuole dormire sonni tranquilli si iscriva all’albo
dei bacchettoni, si arruoli nell’esercito della salvezza dei pretoriani
d’assalto alla cittadella del diritto, stringa un patto che li preservi dalle
rappresaglie con chi ha il monopolio della giusta causa e viva serena la sua
miserabile esistenza nella casa del Grande Fratello di orwelliana memoria.
martedì 12 settembre 2017
Gigi Burruano
L’ho conosciuto una sera d’estate di tanti anni fa nella
terrazza del villino che Salvo possedeva a Punta Raisi. Il padrone di casa ci
presentò con la sua consueta sobrietà ma
anche con una inusuale eccitazione, frutto della considerazione che mostrava di
nutrire nei confronti di quel giovane attore, un Gigi Burruano allora
semisconosciuto ma di cui col suo fiuto infallibile intuiva il valore
inespresso. La sua vena di cacciatore di talenti aveva annusato il profumo
dell’arte e ricordo che, quando Gigi si accomiatò, Salvo, accompagnandolo con
lo sguardo come fissando un orizzonte lontano, mormorò: “E’ un animale da
palcoscenico, non recita, vive in ogni istante la sua vita come una commedia, è
un talento naturale”. Allora non capivo, avevo conosciuto un giovane dall’approccio
rude che mi era parso sgradevole e per certi aspetti volgare con quel suo
eloquio dialettale che indulgeva alla battuta greve, non immaginando di essermi
imbattuto in quella che sarebbe diventata la geniale maschera della Palermo più
autentica. Durante la serata Gigi, con l’immancabile bicchiere di vino in mano
e quel suo parlare strascicato, aveva urtato il mio senso estetico ma aveva
anche misteriosamente ammaliato la mia anima schizzinosa col suo istrionismo che
trovava la sponda nella risata di Salvo. Sopra la mia testa si svolgeva un
dialogo tra grandi che, nella mia piccineria, non coglievo. L’ho incontrato
qualche altra volta, e gli ho parlato di quell’incontro che stranamente
mostrava di ricordare e di ricordare bene perché nell’ironia del suo sguardo si
indovinava un’aria di compatimento per quel borghese piccolo piccolo che in una
sera d’estate di tanti anni fa aveva stampato in volto una insopportabile
espressione di supponenza.
mercoledì 6 settembre 2017
Politica e antipolitica
E’ sempre
più diffusa la tendenza a demonizzare la politica additandola come la causa
prima dei mali che ci affliggono, dimenticando che essa è da sempre, fin dalle
più antiche democrazie, lo strumento che permette al popolo di partecipare alla
gestione della cosa pubblica. Attraverso di essa infatti i cittadini affidano
ai rappresentanti che eleggono il compito di amministrare il bene della
collettività secondo un programma convenuto. Sostenere che la società civile è immune
da colpe e issare la bandiera dell’antipolitica come se fossimo vittime del
disegno ingannevole di un moloch lontano e a noi estraneo, significa fornire una lettura fuorviante e
ignorare che la politica riflette i meriti e i vizi di chi la esprime. E’ più corretto
accendere i riflettori sulla nostra società civile e provare a individuare il
nostro DNA. Scopriamo allora che noi italiani manchiamo di senso civico e della
cultura necessaria alla realizzazione del bene comune. Questo DNA è il nostro
capitale sociale e da esso scaturiscono i nostri mali. Non abbiamo saputo
vigilare e abbiamo permesso alle caste di appropriarsi delle nostre vite, di
erigere muri in difesa dei loro privilegi dettando le coordinate alla politica,
e così rendendola ancella di interessi opachi piuttosto che strumento al
servizio dei cittadini. Siamo alla mercé di associazioni che, grazie al vuoto
morale della società civile, realizzano il proprio tornaconto a spese della
collettività, in un intreccio perverso tra i soggetti coinvolti in cui la
corruttela e la disonestà intellettuale sono le sole norme di ispirazione. Il
disagio economico, il disprezzo dei diritti fondamentali, la morte della civiltà
giuridica, l’inganno dei farisei che sfilano in passerella esibendo promesse
che non manterranno, sono il prodotto delle società parallele che si sono insediate nei piani alti del potere, al
di sopra della politica, e hanno piegato le sorti del Paese al proprio
interesse, sottraendosi per di più alle verifiche del dibattito pubblico. Ad
alimentare l’impostura di una dialettica democratica inscenando la farsa di un
confronto tra le parti, provvedono i corifei del potere, fra cui parecchi
intellettuali dogmatici, autentici quisling in sedicesimo utilizzati quali
cavalli di Troia in seno alla democrazia, che fingono di indignarsi parlando il
linguaggio dell’intransigenza ideologica e tracciano il profilo del
politicamente corretto dettando i dogmi contro cui non è tollerato alcun
dissenso, pena il linciaggio. Sono minoranza nel Paese ma maggioranza
agguerrita nei salotti mediatici dove si addomesticano le coscienze e si
stabiliscono le verità additando alla pubblica esecrazione i dissenzienti,
tacciati di razzismo se pretendono una regolamentazione degli ingressi dei
migranti e si oppongono all’accoglienza senza se e senza ma, di eresia se osano dissentire dalla teologia
della liberazione di cui è campione questo Papa, di fascismo se si permettono
di mettere in discussione la costituzione più bella del mondo, icona
intoccabile difesa a parole e tradita nei fatti, e naturalmente di essere
mafiosi se osano contestare i luoghi comuni su mafia e antimafia. E a proposito
di luoghi comuni, un esempio di essi ci è fornito da Giovanni Belardinelli il quale in un suo recente editoriale, dopo
una dotta analisi sul fenomeno del corporativismo amorale, conclude che bisogna
fare una netta distinzione tra quest’ultimo e l’”associazionismo” mafioso,
dando naturalmente per scontato che l’associazionismo mafioso non teme
confronti. Tanto per cambiare viene intonato il solito refrain strumentale che,
fatta salva la buona fede di Belardinelli, serve all’antimafia dei privilegi e
degli affari per assolvere se stessa. Belardinelli ci dovrebbe spiegare perché non può essere
confuso con la mafia il corporativismo in doppio petto il quale, pur di
realizzare i propri interessi contro gli interessi del resto della società, non
ha esitato a determinare il tracollo della nostra democrazia, a soffocare
l’economia, a pregiudicare l’avvenire dei nostri giovani, a privare i cittadini
dei loro diritti fondamentali, a barare con la giustizia dandola in pasto a
giacobini assetati di sangue, ad allargare il fossato tra sempre più ricchi e
sempre più poveri, a corrompere, a condannare il nostro Paese ad arrancare in
coda alle nazioni europee, a uccidere vite e speranze e liquidare quel che
resta della nostra civiltà. In verità a doversi lamentare di essere confusi con
siffatti gentiluomini, dovrebbero essere proprio i mafiosi che al confronto fanno
la figura dei dilettanti e degli utili idioti buoni per tutti gli usi, soprattutto
buoni, grazie alla stupidità della loro ferocia che fornisce l’alibi adatto
alla bisogna, per fungere da espediente con cui distrarre l’attenzione dall’autentico
flagello della Nazione, il malaffare dei furfanti in marsina che falcidia gli
spiriti vitali dell’organismo sociale e, grazie a complicità ai massimi livelli, ottiene il salvacondotto dell’impunità
all’insegna della regina di tutte le battaglie, l’unica che conviene combattere
anche con mistificazioni e depistaggi, quella contro la mafia. Un bell’esempio
di ipocritamente corretto.
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