Sul Corriere della Sera di martedì, Pietro Ichino, a
commento dei libri di Elvio Fassone “Fine pena: ora” e di Carmelo Musumeci,
coautore assieme ad Andrea Pugiotto del libro “Gli ergastolani senza scampo”, affronta il problema dell’ergastolo ostativo e
della detenzione in regime di 41-bis, denunciando la contraddizione tra pene
così dure e il recupero del reo. Finalmente una penna prestigiosa affronta due problemi
che costituiscono un vulnus della nostra democrazia e che, con l’eccezione dei
radicali, vengono ignorati dai nostri intellettuali o, quando affrontati,
liquidati con l’alibi della sicurezza. Sono problemi di cui anche io in passato
mi sono occupato tentando di sensibilizzare con alcuni post sul mio blog
l’opinione pubblica ad un approccio più equanime nei confronti di essi. Risultato:
mi sono guadagnato insulti e l’accusa di combattere una battaglia sospetta,
visto che ho un figlio all’ergastolo in regime di 41-bis e io stesso sono un
condannato per mafia. Ma non mi tiro indietro, so che cosa si nasconde dietro
la parvenza di una crudeltà necessaria che spesso si traduce in una crudeltà
gratuita. Nel mio romanzo, “La vita di un uomo”, che ha visto la luce
recentemente, descrivo il mondo di dolore in carcere con la sua epica
scellerata e le sue storie drammatiche fatte di abusi e di violenze, di
abbrutimento maturato anche grazie alla inadeguatezza dello Stato. Dopo decenni
di detenzione senza speranza cadenzati dallo spettro del “fine pena mai”, dopo
un regime inumano quale è quello del 41-bis che trancia i rapporti con il resto
dell’umanità, il detenuto convive solo col rumore dei propri passi, perde il
senso della realtà vera e si rifugia nella realtà fittizia dei propri fantasmi,
naviga in un mondo che costruisce a seconda dei mezzi di cui dispone, è un
vegetale con la mente svuotata che arranca senza più alcun tratto della sua
originaria identità e spesso giunge all’appuntamento col suo pensiero onirico
latente, il suicidio. Altro che recupero. Sono dunque grato al professore
Ichino per avere egli colto la necessità di ripensare in una chiave più
garantista due problemi così drammatici, ma debbo dissentire da lui quando afferma
che la detenzione in regime di 41-bis non
ha una funzione punitiva bensì risponde ad esigenze di sicurezza. Certo non si
può fare a meno di ricordare da che cosa nasce l’esigenza del 41-bis, ed è
giusto rilevare che le lastre di vetro che impediscono a moglie e figli di
accarezzare il detenuto, non debbono far dimenticare le lastre di marmo che
separano le vittime di mafia dai loro cari. Però, c’è un però. A parte la
considerazione che nessuna esigenza di sicurezza può giustificare tanta
disumanità e che lo Stato non può smentire se stesso tradendo il proprio ruolo
di baluardo dei diritti fondamentali e di garante del rispetto della
Costituzione, bisogna avere l’onestà di ammettere che spesso sull’attualità di
questa esigenza si bara creando un allarme ingiustificato e con esso il
pretesto per infliggere una detenzione punitiva. Nessuno può sostenere in buona
fede che un detenuto, dopo decenni di carcere, dopo l’interruzione per tutti
questi anni di qualsiasi contatto col mondo esterno, sia ancora lo stesso uomo
di prima e costituisca ancora un pericolo per la società, specie considerando
le condizioni ambientali mutate rispetto ai decenni precedenti che rendono
improbabile il contatto del detenuto con una realtà ormai a lui estranea e
inattuali le possibilità di reiterazione del reato. E allora bisogna avere
l’onestà di riconoscere che l’ergastolo ostativo e il 41-bis applicato senza
tener conto delle mutate esigenze, contraddicono il dettato costituzionale ed hanno
una funzione punitiva, anzi vendicativa.
Visualizzazioni totali
mercoledì 16 marzo 2016
venerdì 4 marzo 2016
Il caso Panebianco
Una certa Italia conformista e ipocrita
che nega l’evidenza e sembra non avvertire il senso del ridicolo,
ama gingillarsi col pacifismo ad oltranza a dispetto dei pericoli che
incombono ai nostri confini. I latini, che qualcosa avevano capito di
come va la vita, solevano ammonire: “Si vis pacem, para bellum” e
non potevano immaginare che i loro discendenti ribaltassero un
concetto così lapalissiano pretendendo di combattere contro le
avanguardie dell’Isis alle porte di Lampedusa a suon di slogan
buonisti. I sacerdoti dell’imbecillità autolesionistica che
gridano allo scandalo, riescono ad essere combattivi solo quando c’è
da aggredire un inerme cattedratico, il professore Panebianco, per
avere egli espresso il suo punto di vista sulla demenziale tendenza
tutta italiana a rimuovere il concetto di guerra dal nostro scenario
mentale e linguistico, quando tutti sappiamo che la guerra è una
maledetta costante sempre in agguato data la natura hobbesiana
dell’uomo, ed è combattuta in ogni angolo della terra
continuamente. Preparare la guerra, parlarne come di una eventualità
sciagurata da scongiurare con ogni mezzo ma che a volte è
inevitabile, non significa essere guerrafondai ma attenti alla
propria sicurezza. E poi il modo. Possiamo anche dissentire e, in
preda a un masochismo tafazziano, combattere utopiche battaglie di
retroguardia facendoci ridere appresso da chi non dimentica le nostre
passate ambiguità, ma il diritto a dire la nostra non ci autorizza a
tacciare di assassino chi non la pensa come noi. Il punto è che,
come giustamente sostiene Ernesto Galli della Loggia, in Italia manca
la capacità di dibattere civilmente e costruttivamente. Abituati
alle risse dei talk show in cui il buon senso è quasi sempre
latitante, in cui è legittimato il trionfo delle ovvietà e viene
demonizzato chi osa dissentire dal politicamente corretto, non
riusciamo non solo a venir fuori dalla omologazione del nostro modo
di pensare ma neanche a rispettare l’estetica dei nostri
comportamenti, come accade quando pretendiamo di imporre le verità
preconfezionate dal pensiero dominante, di pontificare che tutto il
buono è dalla nostra parte e tutto il male dall’altra parte, di
individuare le categorie del male convenzionalmente stabilite e
ignorare i propri scheletri nell’armadio, ricorrendo alla violenza
non solo fisica ma morale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti
ed hanno trovato degna espressione nelle contestazioni all’università
di Bologna.
mercoledì 24 febbraio 2016
La gogna
Ho assistito alla presentazione di un
libro su Pasolini, “Pasolini, massacro di un poeta” di Simona
Zecchi, e ne ho ricavato una profonda emozione, sicuramente per
l’evocazione della figura di un poeta che amo ma non solo per
questo. Ho rivissuto le circostanze drammatiche della morte di
Pasolini attraverso la lettura che la deliziosa autrice ne propone
narrando il clima inquietante in cui il delitto si è consumato e
l’infamia che ha accompagnato il poeta sia in vita che dopo la
morte. E’ noto che a Pasolini non è stata perdonata l’onestà
intellettuale con cui ha combattuto l’ipocrisia delle verità
omologate e la dittatura del massimalismo etico di una certa sinistra
bacchettona che si è intestata l’esclusiva della superiorità
morale. Pasolini è stato ucciso da Pelosi, o non si sa da chi, ma è
stato ucciso soprattutto dalla gogna dei censori seduti sul trespolo
dell’intransigenza che ne hanno punito lo spirito libero con la
calunnia, bollandolo quale corruttore dei giovani, e col silenzio,
condannandolo all’oblio della damnatio memoriae. E’ la storia di
sempre, è la storia dei Gide che oggi si ripete ad opera dei guru
radical-chic del pensiero unico che decidono che cosa è
politicamente corretto e cancellano le voci fuori dal coro
nell’indifferenza di una società liquida priva di ideali e di
memoria. Senza alcuna pretesa di scomodare la cultura o di fare
accostamenti impensabili ma giusto per dare una testimonianza, so
cosa significa patire la gogna e il silenzio per averli sperimentati
sulla mia pelle. La gogna quando la macelleria mediatica si è
avventata sulla mia vicenda giudiziaria con il furore di chi non deve
rendere conto della propria ferocia e può tranquillamente
imperversare senza pagare pegno, il silenzio quando mi sono proposto
come scrittore ed era politicamente corretto ignorarmi in ossequio al
pregiudizio che mi accompagna. In verità qualche voce si è levata,
giusto per strillare indignata: ”Come si permette questo mafioso? A
chi la vuole dare a bere?”. Di questo si discuteva nella serata
della presentazione, tra un vecchio arnese libertario senza patria
come il sottoscritto e gli onesti, fieri, disillusi figli di una
ideologia che non ha perduto il vizietto della mistificazione.
Partendo da posizioni ideali agli antipodi, ci siamo ritrovati
accomunati dalla consapevolezza della sconfitta.
mercoledì 17 febbraio 2016
Il paradiso perduto
Quando Dio cacciò l’uomo dal
Paradiso e rifletté sui castighi ai quali destinarlo, sicuramente
decise che uno di essi dovesse essere l’inferno delle nostre strade
lastricate di relitti umani. Non è infatti altro che un inferno la
realtà con cui si misurano i volontari che fanno la ronda nei vari
Bronx insediati nel cuore della nostra civiltà, dove vite alla
deriva si trascinano senza più voglia di niente altro che non sia la
fine della loro esistenza. E’ la condizione infame nella quale
versa una fetta della nostra umanità, una condizione che è un atto
d’accusa contro la società patinata dei bravi cittadini i quali,
al riparo della loro indifferenza, si girano dall’altra parte
infastiditi dallo squallore che li sfiora e sordi ai timidi vagiti
della loro coscienza. Proviamo a proporre a queste coscienze
schizzinose la galleria degli orrori che lambiscono le nostre isole
del benessere.
Angelo. Fino a pochi mesi fa era un
dignitoso piccolo borghese appartenente alla schiera di quanti
stentano ad arrivare a fine mese, uno dei tanti, uno di noi ai
confini della povertà che stringono i denti e la cinghia e non si
possono permettere il rischio dell’inciampo. Purtroppo per lui,
Angelo è inciampato, ha perduto il lavoro, ha superato il confine
che lo separava dalla povertà ed è caduto senza alcun paracadute
nell’abisso. Assieme al lavoro ha perduto l’affetto dei familiari
che non gli hanno perdonato il fallimento, ha perduto un tetto sotto
il quale dormire, ma soprattutto ha perduto la voglia di lottare.
All’inizio si, all’inizio ha tentato di resistere, poi è
scivolato sempre di più nel vuoto della sua volontà. Avvolto in una
coperta di fortuna su un giaciglio all’addiaccio nei pressi della
Stazione Centrale, la barba candida che contrasta con il nero degli
occhi baluginanti, Angelo rifiuta di farsi aiutare e attende paziente
che giunga la fine.
Cristina e Giorgio. Li puoi trovare sui
gradini della chiesa di San Michele, abbracciati teneramente, con un
sorriso perenne errante sulle bocche sdentate, a dispetto della loro
condizione. Loro no, loro non hanno perduto la speranza e il decoro,
si amano e tanto basta, si tengono mano nella mano guardandosi negli
occhi con tenerezza, non c’è acredine nei loro volti distesi.
Sorreggendosi a vicenda, scattano in piedi dai materassi matrimoniali
che hanno acconciato sotto le stelle, accolgono i volontari con
gentilezza, come si fa con degli amici in visita, ricevono i doni che
ricambiano con la gratitudine dipinta negli occhi, ringraziano
compunti e cerimoniosi, scambiano un abbraccio con i loto
benefattori, rimandano al prossimo appuntamento. In piedi salutano
gli amici, poi tornano al loro giaciglio perdendosi l’uno nello
sguardo dell’altra.
Sergio. Dorme in macchina. Sbuca fuori
dal suo appartamento mobile all’arrivo dei volontari e stupisce col
suo parlare forbito. Ha trentadue anni Sergio e potresti scambiarlo
per tuo figlio, uno dei tanti figli che Palermo ha ripudiato e che,
non disponendo di ammortizzatori familiari né di un lavoro, né del
coraggio per cercare altrove opportunità di vita, si è abbandonato
alla precarietà di una esistenza che si è arresa prima ancora di
dispiegarsi. Ha studiato, si è laureato, così dice, in filosofia,
si vanta di vivere come Diogene in una botte pur di non abbandonare
l’amata Palermo. L’amata Palermo, la matrigna, lo ha invece
abbandonato e lo ha lasciato alla mercé di espedienti con cui
sopravvive per il tempo necessario a ricevere l’aiuto della
prossima ronda.
Selvaggia. Selvaggia di nome e di
fatto, ha vissuto la sua precarietà con la residua rabbia degli
ultimi, combattendo la sua battaglia contro la sfrontatezza dello
Stato oltre che contro la miseria. Ha resistito fino a quando ha
potuto contro il tentativo di sfratto dall’automobile in cui viveva
e che le solerti forze dell’ordine hanno sequestrato, poi si è
arresa. Lo si è capito quando è mancata all’appuntamento con i
volontari. La legge ha trionfato!
Omar. Lo si può trovare nei pressi di
Piazzale Ungheria accampato a terra in compagnia della sua
frustrazione. Da vent’anni in Italia, narra della moglie e della
figlia partiti per la Germania inseguendo il diritto ad un dignitoso
rifugio che in Italia non sono riusciti ad ottenere. Omar, tunisino,
li seguirà quando potrà, quando avrà raccolto le elemosine che gli
consentiranno di pagarsi il viaggio in Germania e patirà il secondo
dolore del distacco dal suo nuovo Paese che ha imparato ad amare.
Perché Omar ama l’Italia e gli italiani e, con gli occhi colmi di
gratitudine, ci dice quanto deve a questo popolo generoso , capace di
slanci che non si trovano altrove, quale sarà il suo dolore quando
dovrà lasciare i suoi amici di strada, i suoi fratelli. Non riesce a
trattenere le lacrime con cui piange sulla propria sorte e sulla
nostra inadeguatezza.
Cristina e Giorgio. Giungono al
dormitorio comunale reduci dalla messa pomeridiana cui hanno
assistito nella vicina chiesa di Santa Lucia. Mischiati alla
moltitudine dei fedeli domenicali, con i loro abiti decorosi, non li
immagineresti mai mendicanti della solidarietà altrui. Anche perché
hanno ancora una loro fierezza con cui dissimulano il loro stato e si
ostinano a sentirsi parte di una comunità di cittadini che non
debbono chiedere nulla ma che sono stati costretti ad abbandonare
poche settimane fa. Dialogano con i confratelli come nulla fosse, si
intrattengono con loro parlando con disinvoltura del più e del meno,
forse chissà delle vacanze che stanno progettando o dei figli con i
quali sono stati a pranzo. Si accomiatano con la compitezza che non
hanno ancora perduto, sostano un po’ in attesa che la folla si
diradi, si guardano attorno furtivi, poi si avvicinano guardinghi al
furgone dei volontari, incassano il pasto serale e si rifugiano nel
dormitorio.
Il resto alla prossima puntata, e
comunque chi vuol mettersi in gioco può andare di notte in giro per
la città, basta avere lo stomaco forte. Avrà pane per i suoi denti.
domenica 7 febbraio 2016
Bernard-Henri Lévy
Bernard-Henri Lévy, voce autorevole
dell’élite intellettuale francese, non manca mai l’appuntamento
con la provocazione. L’ultima è che la missione degli ebrei è di
capire, non di credere. In un estratto del suo libro che sta vedendo
la luce in questi giorni, L’esprit du judaisme, ci racconta come
nasce il libro e ci fornisce alcune anticipazioni su come va
declinata la fede degli ebrei, o, meglio, su come non va declinata.
Scrive infatti: “….se il Talmud è proprio quel getto di
scintille che continuano a sfavillare fra coloro che hanno mantenuto
il gusto di accostarsi alla parola di Mosè accantonata e riattivata
a colpi di enigmi, di paradossi, di parole limpide o ingannevoli, di
sensi costruiti o decostruiti, di enunciati ben articolati o
bruscamente aberranti, allora tutto questo significa che gli Ebrei
sono venuti al mondo meno per credere che per studiare; non per
adorare, ma per comprendere; e significa che il più alto compito al
quale li convocano i libri santi non è di ardere d’amore, né di
estasiarsi davanti all’infinito, ma di sapere e di insegnare”. Al
netto della sua prosa per iniziati, il nostro in buona sostanza ci
dice che “il pensiero ebraico è ostile al mistero, al sacro, alla
mistica della presenza, alla religiosità”, e ammonisce contro “il
grande errore che sarebbe dare ai nostri doveri verso Dio la
precedenza sugli obblighi verso gli altri, all’indiscrezione nei
confronti del divino la precedenza alla sollecitudine verso il
prossimo”. Quale campione di sollecitudine verso il prossimo, cita
Giona, il suo profeta di riferimento, che parla al popolo più
lontano, il più ostile, che predica agli abitanti di Ninive
ammonendoli sul pericolo della punizione divina, che mette
sull’avviso i nemici e li salva. Ma, ci chiediamo, forse che Giona,
pur col suo carattere inquieto che lo tenta alla ribellione nei
confronti di Dio, non si arrende alla fine e predica a Ninive
obbedendo al comando divino e dunque compiendo un atto di fede?
Ancora il nostro filosofo ricorre ad una citazione scomodando
Maimonide per affermare che la conoscenza è il primo dei
comandamenti, rimandando “per questa storia del credere ad un’altra
storia, quella della fede che salva, tipica dei cristiani”. Ma, ci
chiediamo ancora, forse che Abramo non si accinge a sacrificare il
figlio Isacco perché glielo chiede Dio, senza cercare di capire, e
Mosè non accetta le tavole della legge solo perché dettate da Dio,
anche lui senza domandarsi se sono giuste? E lo stesso Bernard-Henri
Levy che ha mosso i suoi primi passi nel mondo dell’esistenzialismo
il quale con Kierkegaard, Schopenhauer e Nietzsche ha rinunciato
alla ragione quale cuore della realtà e l’ha sostituita con
qualcosa di misterioso, con l’irrazionalismo che parla di fede, di
volontà di vivere e di volontà di potenza, come mai, proprio lui,
ci parla di capire anziché di credere? Come si fa a capire il
mistero se non credendo ciecamente col “terribile cadere nelle mani
di Dio vivente laddove l’acqua ha la profondità di settantamila
piedi” ( Kierkegaard )? Non ha forse ragione Jean Luc Marion quando
afferma che la ragione si deve arrestare sulla soglia del mistero,
zona nella quale l’unico modo per capire è credere?
domenica 24 gennaio 2016
Il giardino dei giusti
Il giardino dei giusti si è trasferito da Gerusalemme a
Palermo e ci ha consegnato lo scenario di un mondo di eroi senza macchia che
lottano, i soli moralmente immacolati, contro l’ingiustizia e il malaffare. E’ questa
l’impressione che ho ricavato partecipando ad un evento che ha fatto da cornice
alla presentazione di un libro. L’ambiente e il clima erano quelli in cui si
spreca la retorica dell’impegno civile rivendicato in esclusiva da pochi intimi
contro l’indifferenza colpevole del resto del mondo. Vi erano radunati i rappresentanti
di quella società che si è intestata più o meno legittimamente la lotta al
malaffare e alla mafia ma che, ahinoi, spesso traduce la passione ideale in
furore ideologico, in ostentazione di superiorità morale e nella intransigente
professione di un manicheismo che non concede alternative alle verità
sentenziate da un minoritario zoccolo duro e puro. Viene in mente la volontà
generale teorizzata da Rousseau, infallibile e indistruttibile, che decide in perfetta
solitudine che cosa è il bene comune, che non tollera molteplicità d’opinioni e
dissensi e alla quale la volontà popolare deve sottomettersi, pena la
scomunica. La serata si è presto connotata d’integralismo con la proclamazione
di un discrimine invalicabile tra il
mondo dei buoni e quello dei cattivi, con
il solito spartito che colloca al centro della scena una certa intellighènzia
autoreferenziale con i giusti quarti di nobiltà e demonizza chi non ha i titoli
per essere ammesso alla ristretta élite del cerchio magico, e con in più
l’annuncio che i fascisti sono usciti dalle tombe e, a braccetto con i mafiosi,
si apprestano ad attentare all’integrità dello Stato. Quella del pericolo
fascista è una ossessione che ricorda quella berlusconiana del pericolo
comunista, con la differenza che Berlusconi
veniva liquidato come un magliaro che rifilava patacche, mentre le vestali
della purezza democratica cadono in estasi al cospetto delle loro certezze
oracolari e non tollerano che esse siano messe in discussione. Non hanno per
esempio dubbi sulle magnifiche sorti e progressive della loro parte che pure ha
espresso terroristi sanguinari, definiti con indulgenza compagni che sbagliano,
che è figlia di una ideologia la quale ha segnato il destino tragico di intere
generazioni, né più e né meno, o forse più, del vituperato nazionalsocialismo,
e che ancora continua a nutrire le menti e i cuori di irriducibili maestri del
pensiero. Questi teorici del pensiero unico politicamente corretto che
delegittimano chiunque non sia allineato, con l’alibi della lotta alle mafie e
la presunzione di essere i soli abilitati a condurla, si siedono in cattedra
per narrarci le loro verità contraffatte e, con la prosopopea di una
intransigenza che non concede sconti, disseminano il loro percorso di privilegi
castali e di avvoltoi appollaiati sui poveri resti di vittime cui, oltre al
sacrificio della vita, tocca in sorte lo sciacallaggio.
sabato 16 gennaio 2016
I sacerdoti del politicamente corretto
Lo scenario del politicamente corretto
si arricchisce di un numero sempre maggiore di proseliti i quali, col
pretesto di rivendicare ideali di giustizia, impongono un conformismo
linguistico e una tirannia ideologica che limitano la libertà
d’espressione. Secondo le loro categorie è politicamente
scorretto, per esempio, affermare che i musulmani accolti in Europa
debbano esercitare la loro cultura senza violare i principi
fondamentali del Paese ospitante, e suscita scandalo, come fosse una
indebita intromissione, l’idea che la donna musulmana, divenuta
cittadina italiana, debba abbandonare la sudditanza al maschio e
affidarsi alla sudditanza alle leggi dello Stato che l’ospita e ha
il compito di garantirne la dignità. E’ invece giusto sostenere
che la libertà di espressione debba essere negata a un condannato
per mafia, come è accaduto al sottoscritto contestato da qualcuno
per avere osato scrivere un libro fatto oggetto di una sorta di
congiura del silenzio, quasi risultasse insopportabile alla
sensibilità delle anime belle lo scandalo di un reietto che ha la
pretesa di pensare e scrivere quello che pensa, invece di rassegnarsi
alla damnatio memoriae. Viene in mente la cautela con cui la stampa
maneggiò la vicenda dello sterminio di Parigi, quasi accusando
Charles Hebdo si essersela cercata con la pubblicazione di vignette
irriverenti. Sempre secondo queste categorie, è giusta la logica di
qualche buontempone che grida allo scandalo per il presepe nelle
scuole perché esso offenderebbe la sensibilità all’Islam, così
elevando un monumento alla stupidità e rinunciando alla propria
cultura. E ancora il goffo tentativo delle autorità di
ridimensionare la gravità di quanto accaduto a Colonia la notte di
Capodanno, che cosa è se non una forma di sottomissione a un
malinteso senso del politicamente corretto? E che dire della
iniziativa di alcuni studenti americani che hanno protestato contro
una caffetteria accusandola di avere preparato dei piatti etnici non
rispettandone la tradizione e intravedendo in ciò una indebita
perpetrazione di “appropriazione culturale”? Nella esibizione
del politicamente corretto c’è un complesso di superiorità morale
e intellettuale dietro cui si celano ipocrisia e paura. C’è
l’ipocrisia di una fede sentita confusamente e proclamata barando
con ricatti ideologici e c’è la paura di apparire rétro. Non sia
mai che immacolate vite liberal vengano macchiate dal sospetto di
conservatorismo retrivo! E c’è anche la paura di incorrere nelle
ire dei terroristi come è accaduto appunto a Charles Hebdo. Viene
ostentato il coraggio di una critica ai limiti del blasfemo nei
confronti del cristianesimo mite e tollerante, ma ci si guarda bene
dallo sfoggiare lo stesso coraggio contro il fondamentalismo islamico
che non ci pensa due volte a passare alle vie di fatto. Il credo del
politicamente corretto è la professione di una giustizia utopica
ruotante attorno ad un elitarismo autoreferenziale che promuove
improbabili crociate costrette a fare i conti con le dure repliche
della realtà, come per esempio quella di un multiculturalismo
irrealizzabile, e si adagia nell’illusione di un buonismo che
esiste solo in un mondo patinato al riparo delle crudeltà della
vita, nelle rarefatte atmosfere dei “privilegiati che neppure
sospettano di esserlo” (Galli Della Loggia). Ed ecco che la lotta
al razzismo si trasforma in razzismo a rovescio, ecco che vengono
emesse sentenze a prescindere, che sull’altare della sicurezza
vengono sacrificati diritti fondamentali, che la tolleranza e la
disponibilità al dialogo sono sostituite con la supponenza di
certezze pregiudiziali, anche a costo di rottamare coscienze, vite e
buon senso. Sono questi i frutti dei cattivi maestri, responsabili di
una deriva verso lo sfascio della nostra civiltà e della nostra
identità messa in crisi dalla rinuncia ai valori che ci hanno
accompagnato da secoli e che rischiamo di sostituire con falsi miti.
Iscriviti a:
Post (Atom)