La decisione del Ministro di Grazia e Giustizia di
invitare Sofri a partecipare ai lavori
dei “18 tavoli tematici per gli Stati Generali sull’esecuzione penale”, è stata
travolta da una valanga di reazioni indignate che hanno costretto sia il
Ministro sia Sofri a fare marcia indietro. Sofri è colpevole perché è stato ritenuto
il mandante dell’omicidio del commissario Calabrese da una sentenza definitiva
e lui stesso, pur negando un qualsiasi suo ruolo in quell’omicidio, riconosce
di essere stato un cattivo maestro. Non ci sono perciò dubbi sulle sue responsabilità,
penali o morali che siano, mentre ci sono molti dubbi sulla natura e
l’opportunità delle reazioni scatenatesi alla notizia dell’incarico
affidatogli. Forse che la sua colpevolezza mette in discussione la sua
competenza in fatto di carceri? Ha saldato il suo conto con la giustizia
scontando una lunga detenzione che gli ha fatto maturare una discreta
esperienza su come vanno le cose in carcere, il suo contributo quindi può essere
prezioso e non si presta a sospetti di
connivenza con interessi di parte, perché egli non ha mai dato l’impressione di
condividere certe mentalità malavitose diffuse in carcere. In carcere anzi è
stato sempre distante da certi contesti, non ha dato mai confidenze che non
andavano date, anche perché era impegnato in tutt’altre e ben più appaganti
frequentazioni intellettuali, dunque non può essere sospettato di favorire i
compari rimasti in carcere. E allora qual è Il problema? E’ forse che egli è
ritenuto indegno di collaborare con lo Stato, che è definitivamente un
appestato che sporca tutto ciò che tocca? Oppure che un uomo simile urta la
sensibilità di qualche anima bella che ipocritamente inorridisce di fronte a
tanto scandalo? Il dolore dei familiari del commissario Calabresi è sacrosanto
e comprensibili sono le loro proteste. E’ comprensibile che un dolore così cocente
abbia la meglio sul perdono e, senza volere scomodare i sentimenti, abbia la
meglio sulla ragionevolezza. Chi può dunque criticare le parole di dissenso,
peraltro espresse in maniera composta, dalla moglie e dal figlio della vittima?
Nei confronti dei familiari perciò il massimo rispetto, nei confronti di quanti
invece approfittano dell’occasione
impropriamente e senza avvertire il senso della decenza, per straparlare, tutte
le riserve di questo mondo. Salvini che fa dell’ironia confondendo Sofri con
Schettino dovrebbe una buona volta imparare a coniugare la sobrietà con le sue
ambizioni di statista. Per quanto riguarda poi i sindacati di polizia
penitenziaria che vanno oltre l’ironia di Salvini trascendendo in un sarcasmo
di pessimo gusto quando dicono: “ Meno
male che ci hanno risparmiato Totò Riina, che magari avrebbe potuto parlare di
una revisione del regime penitenziario duro del 41 bis”, che dire. Comprendiamo
che da secondini i quali sfogano le loro frustrazioni gestendo in maniera
disumana la vita dei detenuti, non ci si può aspettare di meglio, ma il troppo
è troppo e questi signori, ai quali ricordiamo che il loro compito non è quello
di comportarsi da aguzzini ma da uomini impiegati dallo Stato per tenere al
sicuro chi ha sbagliato ma anche per favorirne il recupero, dovrebbero evitare
cadute di stile nei confronti di un autentico dramma quale è quello della
carcerazione. Un dramma reso ancora più pesante dalle inaccettabili condizioni
in cui viene vissuto e la cui causa, alla luce di certi sprezzanti
atteggiamenti, è facilmente individuabile.
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venerdì 26 giugno 2015
domenica 21 giugno 2015
A proposito di solidarietà
Il noto filosofo francese Bernard Henri
Levy, rappresentante della nouvelle philosophie e paladino dei
diritti umani sparsi per il mondo e Papa Francesco sono, uno in
chiave laica, l’altro in chiave religiosa, la più eloquente
testimonianza di come molto spesso la nobiltà d’animo incespichi
su se stessa. Pochi giorni fa il Pontefice ha chiesto perdono a Dio
per coloro che non accolgono i migranti e Salvini gli ha fatto pronta
eco affermando risentito che non ha bisogno di essere perdonato. Tra
i due non c’è partita. E’ scontato dissentire da Salvini che è
visto come il becero intestatario di una battaglia di retroguardia
contro i migranti, mentre va da sé schierarsi a fianco del Pontefice
per il peso morale che egli ha e perché parla di carità, un tema
che non si può non condividere. Quando però si parla di Salvini,
bisogna rifuggire dai toni sprezzantemente liquidatori, perché egli
intercetta pur sempre lo stato d’animo di una parte dell’opinione
pubblica rispettabile sia per le sue dimensioni che per le opinioni
che esprime. E’ gente che si oppone all’accoglienza dei migranti
perché è spaventata dal nuovo e dal diverso, che è preoccupata dal
timore che venga portata una nuova competizione alla propria miseria
e si aggiunga criminalità a criminalità, che ha bisogno di essere
capita e guidata e non merita di essere strumentalizzata da Salvini,
né tanto meno demonizzata dai partigiani dell’accoglienza. La
cultura dell’accoglienza obbedisce ai migliori istinti dell’uomo,
ma quando essa è praticata senza se e senza ma, può produrre delle
conseguenze che vanno al di là delle buone intenzioni. L’amore
cristiano per il prossimo che ciascuno avverte dentro di sé rischia
di diventare un mero esercizio moralisteggiante quando non ha
soluzioni concrete, e l’innocente solidarietà dei puri fatta di
dedizione gratuita a servizio di chi ha bisogno, di cui l’Italia
ha lo straordinario primato, rischia di trasformarsi in un guscio
vuoto quando è cavalcata dalla demagogia di quanti fanno roboanti
professioni di principio agitando impraticabili proclami disancorati
dalla realtà. Il problema di una migrazione epocale, le cui
conseguenze stiamo vivendo sulla nostra pelle tutti noi e in misura
ancora maggiore i migranti, merita una riflessione più meditata
rispetto ai toni accesi o al facile solidarismo che mette a posto la
nostra coscienza. Nessuno, di fronte ad un problema così complesso,
può ritenere di avere la ricetta giusta e tutte le parti in causa
devono avere la necessaria umiltà per affrontarlo senza pregiudizi,
senza l’inganno di una promessa di accoglienza che, se non è
adeguatamente regolamentata e gestita, non possiamo permetterci (nel
nostro interesse e in quello degli ospiti) e senza arroganti
arroccamenti, avendo presenti pochi ineludibili capisaldi, la difesa
della dignità delle persone ospitate e il rispetto dell’ identità,
delle leggi e degli equilibri del Paese che ospita. E’ questo lo
spirito con cui va affrontato il problema e nessuno, tanto meno
Salvini, ha il diritto di cavalcare la protesta della gente
strumentalizzando un dramma di queste dimensioni, invece di indicare
soluzioni costruttive, come nessuno ha il diritto di invocare facili
scorciatoie solidali. E’ in quest’ottica che il Papa dovrebbe, a
mio avviso, mitigare la passione che il Suo spirito evangelico gli
suggerisce e risparmiarci moniti, sacrosanti in linea di principio ma
che si scontrano con enormi difficoltà di attuazione. Eviterebbe di
farci sentire più colpevoli di quanto già non siamo.
Quanto a Bernard Henri Levy, le conseguenze delle sue imprese sono
sotto gli occhi di tutti. Egli imperversa in ogni angolo del mondo in
cui c’è bisogno di issare la bandiera dei diritti civili. Il suo
capolavoro lo ha compiuto in Libia dove si è intestata la crociata
per l’affrancamento del popolo libico dai ceppi del tiranno
Gheddafi, e i risultati si sono visti. I profughi che fuggono
dall’inferno esploso in quella zona, bussano alle porte della
Francia e ne sono respinti senza che il bardo dei diritti levi un
cenno di protesta. In Libia non c’era certo bisogno di apprendisti
stregoni ma di maggior pragmatismo e in Ucraina, un’altra contrada
bazzicata dal nostro profeta, bisognava compiere meno errori. Alla
Francia dobbiamo molto ma non tanto da dover pagare il conto salato
della saccenteria del signor Henri Levy.
sabato 13 giugno 2015
Le sentenze che si rispettano
Quando si parla di Cuffaro si tende a
dimenticare che egli sta saldando il suo debito con la giustizia
rispettando la sentenza che lo ha condannato definitivamente e
scontando la pena in maniera esemplare. Agli sciacalli in agguato,
sempre pronti a banchettare con le spoglie dei cadaveri, tutto questo
non basta. Su Cuffaro si accaniscono come se si sentissero truffati
dal fatto che egli continui a vivere e lo faccia tenendo un
comportamento forte e onorevole nel momento più drammatico della sua
vita. Per i giacobini con la bava alla bocca chi ha sbagliato non ha
possibilità di redenzione e deve essere accompagnato fino alla fine
dei suoi giorni dalla gogna. Non paghi delle sentenze di condanna
vomitano un livore mai sazio e sempre assetato di sangue. A qualcuno
sfugge che le sentenze della magistratura non pronunciano verità
assolute. Esse sono definitive per le pene che producono ma per il
resto hanno un valore relativo perché sono il frutto del
convincimento del giudice il quale ha sicuramente gli elementi per
emettere una sentenza equa e lo fa nella maggior parte dei casi, ma
può anche sbagliare in perfetta buona fede e, in alcuni casi,
persino in malafede, come succede quando egli traduce il libero
convincimento in arbitrio, obbedendo a pregiudizi e a un malinteso
senso della sua funzione. In presenza di una sentenza che ci appare
ingiusta e che per questo motivo non condividiamo, possiamo essere
indotti a non rispettarla cedendo ad una tentazione che però non
possiamo permetterci, perché le sentenze, qualunque sia la
percezione che nutriamo nei loro confronti, sono le pronunce di uno
Stato che ci siamo scelti e vanno rispettate. Fermo restando ciò,
deve essere però altrettanto chiaro che le sentenze non possono e
non debbono essere il viatico per la demonizzazione del reo. A parte
il dubbio nei confronti di una verità di cui non si ha certezza
assoluta ma che produce danni assoluti per la vita di un uomo, si
impone la pietà dovuta a chi cade e, quando egli imbocca la via del
riscatto, anche l’onore delle armi. I moralisti in servizio perenne
che non si rassegnano alle sentenze dei giudici e pretendono di
andare oltre allestendo tribunali speciali nelle piazze e facendo
giustizia sommaria, commettono una mostruosità, perpetuando una pena
che vanifica il già accidentato cammino della redenzione. A questi
miserabili va tutto il disprezzo dovuto a chi fa mercato delle vite
umane.
venerdì 5 giugno 2015
Gli impresentabili
La questione morale usurpata dalla
consorteria dei puri e trasformata in giustizialismo, ha fatto ancora
una volta le sue vittime. La lista di proscrizione redatta dall’on.
Bindi e presentata nella imminenza delle elezioni, ha probabilmente
condizionato il risultato delle urne ed è sicuramente entrata a
gamba tesa sul principio della presunzione di innocenza. Non si può
mettere all’indice un cittadino sulla base di una presunzione di
colpevolezza che nasce da una vicenda giudiziaria non ancora
conclusasi. Dando patenti di impresentabilità, la commissione
parlamentare Antimafia ha recitato un ruolo che evoca epoche sinistre
dell’integralismo religioso ed ha sconfinato dalla sua competenza
agitando il pericolo di reati che non hanno connotazioni mafiose.
Anche perché dell’opacità di chi si candida a ricoprire ruoli
nella pubblica amministrazione, c’è già chi si occupa. Se ne
occupa la legge Severino che spinge la propria intransigenza fino a
sanzionare un reato che, all’epoca della sua consumazione, non era
reato (Berlusconi ne sa qualcosa) e colpisce reati che, come ha
scritto qualcuno, hanno lo stesso valore di una infrazione stradale
punibile con una multa. E’ una legge discutibile quanto si vuole (e
in effetti andrebbe ridiscussa) ma è la legge e va rispettata
sempre, non secondo calcoli di convenienza. Essa stabilisce quali
sono i requisiti che un candidato deve avere per esercitare il
mandato conferitogli dagli elettori e per il candidato eletto in
mancanza dei requisiti, prevede la sospensione. Amen! Di che cosa
dovremmo preoccuparci e perché dovremmo ricorrere alla damnatio
dell’antimafia? Certo qualche pasticcio (vedi Campania) è stato
fatto e sono curioso di vedere come il Presidente del Consiglio
riuscirà a venirne a capo sfidando quella stessa legge con cui il
suo partito ha estromesso Berlusconi dal Parlamento. Ma questo è un
problema di Renzi, non del diritto che rimane salvo. Per quanto
riguarda poi la morale, i partiti si sono dati un codice di
autoregolamentazione che è stato votato all’unanimità. Secondo
questo codice è compito dei partiti (anche se qualche partito ha
fatto il tifo per l’iniziativa della Bindi) fare uno screening
valutando, nel momento in cui scelgono i candidati, la dignità e la
moralità (articoli 48 e 54 della Costituzione) di chi è destinato a
ricoprire un ufficio pubblico elettivo. Se il candidato, pur avendo
superato l’esame dei partiti, non supera l’esame dell’elettore,
potrà essere da questi bocciato. Come si vede dunque, la legge, la
buona politica e l’elettore esercitano un controllo ferreo a
presidio del rispetto della norma e della moralità. Non si sente
certo il bisogno che la commissione parlamentare Antimafia si appalti
la competenza su una materia già sufficientemente monitorata, con il
rischio, come fa giustamente notare Michele Ainis, che la questione
morale si trasformi in questione strumentale. Purtroppo una certa
politica ha equivocato sul senso della sua funzione, ha reagito
all’invasione di campo della giustizia competendo con essa in una
gara a chi è più intransigente, e ha brandito allo scopo l’arma
dell’uso giudiziario della politica. E’ una competizione che non
ha niente a che vedere con la dialettica democratica e che, al
contrario, nuoce alla democrazia.
giovedì 28 maggio 2015
La mafia dell’antimafia
Rispondo a un mio lettore il quale mi
chiede che cosa intendo per mafia dell’antimafia e che cosa per
mafia volgarmente intesa. Non ho la pretesa di dare la risposta
giusta ad un quesito così impegnativo ma ci provo.
Quella che viene definita con una
formulazione suggestiva “mafia dell’antimafia” è, a mio
avviso, un bubbone scoppiato sulla pelle infracidita della mafia
tradizionale. Una rivolta ideale nata dalla presa di coscienza di una
opinione pubblica spaventata e indignata, ha arruolato lungo il suo
cammino maneggioni e faccendieri che hanno fiutato l’affare e si
sono dati appuntamento attorno alle spoglie di una mafia ormai al
tracollo, sconfitta, oltre che dallo Stato, dalla sua stessa crudeltà
spinta fino alla stupidità. Appollaiati sul trespolo di una pretesa
superiorità morale, gli sciacalli si sono impegnati in una gara a
chi rivendicava più quarti di antimafiosità, alcuni per pruriti
meramente moralistici, altri per interessi di bottega, altri ancora
per carrierismo, tutti inseguendo una patente di verginità che può
sempre servire. E’ così che si spiega il proliferare degli
impostori che si sono appaltati l’esclusiva della memoria degli
autentici eroi antimafia, delle associazioni che molto più
prosaicamente si sono impossessate dei beni sequestrati vantando, in
alcuni casi, improbabili meriti antimafiosi, di sequestri molto
spesso operati a cuor leggero e gestiti a cuore ancora più leggero
sperperando il valore dei bei sequestrati e promuovendo un giro
d’affari miliardario a favore dei pochi appartenenti al cerchio
magico che fanno affari d’oro incamerando per un piatto di
lenticchie i beni messi all’asta grazie all'opera meritoria di
taluni amministratori giudiziari che hanno il loro tratto identitario
nell'abbondanza degli incarichi e nella vocazione a far fallire
aziende sane intascando laute parcelle. Il risvolto drammatico di
questo gioco al massacro è il disastro sociale che condanna i
dipendenti alla disoccupazione e, nel caso di aziende sequestrate a
personaggi usciti indenni dalle accuse di mafiosità, l’aberrante
ingiustizia della “pena sine culpa” che distrugge vite e
patrimoni onesti. Quello che impressiona è l’impudenza degli
organi costituzionali che hanno rigettato per “manifesta
infondatezza” i rilievi di incostituzionalità promossi da alcuni
avvocati contro lo sfregio portato al diritto da leggi dello Stato
che non si curano di un principio fondamentale quale la presunzione
di innocenza e sanciscono l’illiceità dei beni sequestrati fino a
prova contraria a carico dell’imputato (l’imputato deve cioè
dimostrare che i beni oggetto di sequestro sono di origine lecita),
spianando una prateria all’arbitrio. A questo si aggiunga
l’ambizione di certi magistrati che, pur di fare carriera, gonfiano
inchieste che andrebbero archiviate od orientano i processi in
direzione delle loro teorie producendo mostruosità come il caso
Tortora ed altre che non vengono alla ribalta perché le vittime non
hanno la notorietà di Tortora. Tutto è avvenuto con la complicità
di una parte del nostro giornalismo che, fatta salva qualche
coraggiosa eccezione, si è genuflesso ai piedi delle verità di
comodo rinunciando al suo compito di denuncia e preferendo
rappresentare una realtà suggestiva ancorché palesemente
manipolata, utile a far cassa. Ecco che cosa intendo per mafia
dell’antimafia. Grazie a questa deriva mercantilistica nella quale
è scaduta l’ideale battaglia delle origini, una buona fetta
dell’economia, specie quella siciliana, è andata in malora e il
diritto è andato a farsi benedire. Naturalmente esiste anche
un’antimafia onesta seppure ormai in minoranza, mentre è una
contraddizione in termini parlare di onestà a proposito della mafia
tradizionalmente intesa. Chi mitizza la mafia considerandola una
sorta di ammortizzatore che svolge una meritoria funzione sociale,
delira. Certo in tempi in cui lo Stato era completamente assente e la
giustizia era, per dirla con Trasimaco, l’interesse dei più forti,
il mito del mammasantissima giusto che riparava i torti e difendeva
i deboli, ha potuto prendere piede. E anche oggi, con le istituzioni
che producono l’antimafia che ho descritto, certe insane tentazioni
sono forti. Ma deve essere ben chiaro che il mammasantissima giusto è
una figura immaginifica che non ha riscontro nella realtà, che è
allo Stato e non al mammasantissima che il cittadino ha delegato il
compito di proteggerlo, che le battaglie per correggere le deviazioni
dello Stato vanno combattute entro argini che non si possono
valicare.
Purtroppo non è il caso di illudersi
che le cose cambino, perché mafia e antimafia deviata sono il
prodotto di un popolo irredimibile che anche nelle sue componenti più
sane coltiva il disprezzo per l’altro e ignora le virtù civiche .
Arrotiamo i nostri simili sulle strisce pedonali e ci incazziamo se
quei disgraziati osano protestare, passiamo col rosso, trasformiamo
gli angoli delle città in immondezzai, parcheggiamo in doppia fila e
irridiamo il povero cristo intrappolato dentro la sua macchina, siamo
campioni mondiali di evasione fiscale (anche se in alcuni casi è
difficile non evadere), denunciamo i privilegi altrui nel momento
stesso in cui perpetriamo i nostri, e mi fermo qui lasciando
all’immaginazione di ciascuno l’elenco delle nostre nefandezze.
Non voglio essere pessimista, ma l’unica è fuggire lontano.
venerdì 15 maggio 2015
La cenerentola del diritto nel conflitto tra poteri
I diritti, non solo quelli
approssimativamente codificati, ma anche quelli solennemente consacrati
nella Carta Costituzionale, che si presume non possano essere
disattesi, sono diventati in Italia ostaggio di un conflitto tra
poteri che decidono obbedendo a categorie che non hanno nulla da
spartire con quella che Kelsen ha definito “dottrina pura del
diritto”. Il governo Monti, in debito d’ossigeno e con problemi
di cassa, ha deciso che si potesse bloccare la rivalutazione
monetaria delle pensioni in deroga al principio della intangibilità
dei diritti acquisiti previsto dalla Costituzione. La Corte
Costituzionale ha risposto bocciando il provvedimento Monti, immemore
di pronunce precedenti di segno contrario sullo stesso argomento e
infischiandosi delle conseguenze devastanti per il bilancio dello
Stato costretto a far fronte ad un debito di 14 miliardi di euro. Il
governo Renzi ha a sua volta dichiarato che rispetterà la sentenza
nei modi che riterrà opportuno. Un bel teatrino, non c’è che
dire. Bisogna dare atto a Renzi che egli in questa vicenda è
costretto a misurarsi con una tegola di cui non ha colpa, con il
fiato sul collo dell’Europa che teme uno sforamento dei parametri.
Anche lui certo avrebbe potuto evitare i soliti toni spavaldi e non
sparare a zero contro la Consulta rea, a suo dire, di invadere il
campo della politica. La Consulta sostiene di limitarsi a svolgere il
ruolo che le compete, e cioè a vigilare che le decisioni prese dalla
politica siano compatibili con la Costituzione e non con equilibri
economico sociali. In verità, come osserva qualche
costituzionalista, la Corte Costituzionale, così come ha fatto in
passato, anche per le pensioni avrebbe potuto procedere in modo da
non trascurare le conseguenze finanziarie della sua decisione, pur
tenendo il punto sulla perentorietà dei diritti dei cittadini.
Avrebbe potuto per esempio sancire l’inviolabilità della
rivalutazione delle pensioni, “ma”, cito Sabino Cassese,
“lasciando a governo e a Parlamento il compito di scegliere come
provvedere” o avrebbe potuto (sempre Cassese) “ripetere il monito
(la messa in mora che la Corte fa quando non vuole produrre gli
effetti immediati e traumatici che derivano da un annullamento), già
fatto in precedenza in fatto di pensioni ”. Invece è andata giù
a testa bassa. Sorge il dubbio che si sia verificato uno scontro tra
poteri che tendono l’orecchio ad interessi che nulla hanno a che
vedere col diritto e che sulle pensioni si sia giocata una partita
dal sapore squisitamente politico. Solo così si spiega come ci sia
stata una contrapposizione inconciliabile di sei contro sei giudici
su una fattispecie giuridica che non avrebbe dovuto prestarsi a
divaricazioni così nette. Il crocevia di dialettiche contrapposte ci
propone sempre più spesso il dilemma di chi e che cosa privilegiare.
Così come oggi si contrappongono la rivalutazione delle pensioni con
i vincoli di bilancio, domani si potrebbero fronteggiare esigenze di
legittimità con problematiche economiche e sociali di vasta portata
(per esempio l’esigenza di perseguire le aziende che fanno disastri
ambientali con la tutela del posto di lavoro che quelle aziende
assicurano, l’esigenza di garantire la sicurezza con quella di
porre mano al problema delle condizioni inumane di vita in carcere,
l’esigenza di sequestrare i beni in odore di mafia con quella di
non farle fallire, e quant’altro ancora) e purtroppo la Corte
Costituzionale non sembra capace di sciogliere il nodo gordiano di
queste contrapposizioni coniugando rigore ed equità, né di vigilare
affinché i diritti fondamentali dei cittadini vengano rispettati. La
conseguenza è che proprio su questo fronte essa subisce l’iniziativa
dell’Europa che la surroga in maniera imbarazzante dettando
all’Italia l’agenda dei compiti a casa. Le condanne ormai non si
contano più, solo che anche l’Europa deve fare i conti con la
capacità tutta italiana di bypassare il possibile e l’impossibile.
La Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia
per le inumane condizioni di vita in carcere dei nostri detenuti?
L’Italia ha risposto con una legge che prevede rimedi compensativi
(8 euro al giorno per chi ha già scontato la pena detentiva, lo
scomputo di un giorno ogni dieci giorni per chi deve ancora scontare
la pena). Peccato che la normativa per l’ottenimento di questi
compensi vanifichi il risultato, visto che l’85% delle domande
finora avanzate è stata dichiarata inammissibile e il risarcimento
concesso si limita all’1,2% delle richieste. Sempre la Corte di
Strasburgo ci ha condannato per la macelleria messicana del G8 di
Genova? L’Italia ha risposto approvando in Commissione la proposta
di legge che prevede il reato di tortura nel nostro codice penale.
Peccato che la proposta giaccia nel dimenticatoio in un ramo del
Parlamento. C’è da scommettere che anche per quanto riguarda le
pensioni decurtate da Monti, Renzi troverà il modo di bypassare la
sentenza della Corte Costituzionale. E’ così che funzionano le
cose nostre in un Paese dove le esigenze della giustizia subiscono i
ricatti delle esigenze economiche e sociali tanto quanto le esigenze
economiche e sociali sono vittime delle schizofrenie della legge, con
sullo sfondo i potentati di appartenenza. Tutto mentre coloro che non
hanno santi protettori recitano la parte dei vasi di coccio.
sabato 9 maggio 2015
Le inutili cautele
Lo ammetto, nonostante le cautele
adottate, sono stato ugualmente smascherato. Malgrado abbia finto di
essere povero, secondo un costume caro ai mammasantissimi che
accumulano ricchezze ma non possono godersele, è venuto alla luce
che sono tra i titolari di un patrimonio di ottocento milioni di
euro. Questo almeno è quello che si deduce leggendo le dichiarazioni
degli investigatori e i servizi giornalistici che riportano la
notizia di un sequestro di beni ai danni del dottor Giuseppe Acanto.
Su Repubblica si può leggere infatti che il patrimonio in questione
appartiene in effetti a quei mafiosi di Villabate che hanno
accompagnato a Marsiglia Bernardo Provenzano. Poiché uno di questi
mafiosi è mio figlio Nicola, è a lui che, secondo gli inquirenti e
la stampa, appartiene il patrimonio intestato ad Acanto. E poiché
come padre io non potevo non sapere, due più due fanno quattro, quel
patrimonio appartiene anche a me. Il Giornale di Sicilia di ieri poi
lo dice chiaramente: dietro questo ben di Dio ci sono i Mandalà. In
assenza di prove e, in verità, in assenza del senso della decenza, è
stato stabilito dunque che i beni sequestrati ad Acanto appartengono
in realtà a me e a mio figlio. Il dottore Acanto, secondo quanto
riferiscono i giornali, è stato indagato per concorso esterno in
associazione mafiosa ma non è stato mai processato e tantomeno
condannato perché, non risultando prove a suo carico, l’indagine è
stata archiviata. Egli dunque non è mafioso ma questo non è stato
sufficiente ad evitargli un provvedimento che ha scompaginato la sua
vita e metterà a repentaglio il lavoro dei tanti suoi collaboratori.
Non ci sono prove che il patrimonio sequestratogli appartenga alla
mafia, ma c’è il sospetto e questo basta. Purtroppo per lui, il
dottore Acanto ha avuto il torto di avermi assistito
professionalmente e questo, come si vede, gli sta creando qualche
problema. Pare infatti che a mettere in allarme gli investigatori sia
stata la scoperta presso lo studio dello stesso dei libri contabili
di un’attività riconducibile al sottoscritto. Un quotidiano on
line riporta la notizia parlando di “scritture contabili di una
sfilza di imprese riconducibili a mafiosi del calibro di Nino
Mandalà………” e lasciando intravedere scenari inquietanti.
Con buona pace del mio calibro, i soli libri contabili che mi
riguardano e che possono essere stati riscontrati presso lo studio
Acanto, sono quelli che si riferiscono ad una mia attività
lecitissima che svolgevo alla luce del sole quando lavoravo (stiamo
parlando di sedici anni fa) e non ero stato ancora investito da
alcuna vicenda giudiziaria. Degli innocenti libri contabili intestati
all’attività di un uomo che solo parecchi anni dopo sarebbe stato
condannato per mafia, sono bastati a innescare il sospetto e il
sospetto è bastato a determinare il provvedimento di sequestro. Così
funzionano le cose in quel deserto del diritto che è il mondo della
prevenzione. Tutto sommato però niente di grave, in definitiva
stiamo parlando di soldi, cosa volete che sia, il dottore Acanto se
ne farà una ragione. Ben altre conseguenze sono quelle che possono
derivare al sottoscritto. Ho dovuto arrangiarmi per coniugare il
pranzo con la cena, mi sono privato dell’indispensabile per
sopravvivere, non faccio un viaggio da tempo immemorabile, non compro
un nuovo capo dall’alba dei tempi, devo fare i salti mortali per
pagare l’affitto, ma a quanto pare, non è servito a nulla, la
messinscena è fallita miseramente. Chi convincerà i miei complici
con i quali ho sempre pianto miseria raccontando di essere povero in
canna, che non li ho ingannati, dopo che le straordinarie rivelazioni
della DIA hanno svelato le mie ricchezze? Questi signori, come è
noto, non hanno il senso dell’umorismo e hanno il brutto vizio di
prendere tutto maledettamente sul serio. Questo sul fronte della
criminalità. Sul fronte della Giustizia è in itinere la decisione
del Tribunale per le misure di prevenzione di un provvedimento nei
miei confronti. Quale pensate che sarà l’esito alla luce del
regalo fattomi dalla DIA? Le aberrazioni narrate da Kafka ne “Il
processo” impallidiscono in confronto a quelle della realtà
giudiziaria italiana.
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