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martedì 26 marzo 2013

Dell’impresentabilità


Stamattina il mio amico Arnaldo col quale sono solito fare la mia passeggiata quotidiana, mi ha accolto con una espressione grave che lasciava trasparire una profonda irritazione. Saltati a piè pari i saluti, si è abbandonato ad una vera e propria filippica mulinando le mani contro immaginari interlocutori. Arnaldo è un tipo cheto e pacato, tocca a lui il più delle volte tenere a freno il mio carattere sanguigno durante le discussioni che ci vedono impegnati nel commento degli avvenimenti del giorno. Abbiamo entrambi un’età che scoraggia passioni, ne abbiamo viste tante e non ci stupiamo più di nulla. Stamattina invece Arnaldo ha abbandonato il suo solito aplomb per sostituirlo con una cascata di improperi. Urlava che è una vergogna dovere assistere alla violenza perpetrata da pochi unti dal Signore che credono di essere i soli depositari della verità e si arrogano il diritto di disprezzare l’opinione degli altri. Non riuscivo a capire e mentre lui continuava nella sua tirata, mi veniva in mente Don Ciccio Tumeo che, sfogando la sua rabbia col Principe di Salina, imprecava: “….quei porci s’inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco….”.
Tentavo di calmare il mio amico mentre, come un fiume in piena, egli proseguiva: “ Io non ho votato per Berlusconi, ha tradito le mie attese e non gliela perdono, dunque la mia non è una difesa d’ufficio. Ma ci sono tanti miei amici che hanno votato per lui assieme a 9.000.000. di elettori e non sopporto che quattro arroganti sfigati che pretendono di avere il monopolio della moralità e che sono gli ultimi epigoni di una stagione fallita, che hanno sempre maramaldeggiato con la reputazione della gente, se ne fottano dell’opinione di un terzo degli italiani reclamando l’ineleggibilità dell’uomo da essi votato ripetutamente da vent’anni a questa parte. Che cosa sono degli imbecilli questi italiani, mentre quattro gatti che non riescono a mandare un loro uomo in Parlamento hanno l’arroganza di dettare legge?  Detesto questi moralisti da strapazzo che mi costringono a difendere la mia libertà attraverso un uomo che non amo”.
Il buon Arnaldo probabilmente senza saperlo scomodava addirittura Voltaire ed io  capivo finalmente che egli ce l’aveva con la manifestazione organizzata da MicroMega e dal suo vate Flores d’Arcais con cui, tanto per cambiare, è stata rimarcata l’assolutezza del male rappresentato da Berlusconi e se ne è chiesta la rimozione attraverso la scorciatoia della legge e, nel caso specifico, di una legge poco chiara e dalla applicabilità controversa. Ma tant’è, legge o non legge, il salotto buono dell’Italia del bon ton e di una minoranza ossessionata dal mito della propria superiorità morale e intellettuale che pretende di esercitare il suo potere di interdizione, mosca nocchiera di una borghesia prona e dal perbenismo di facciata, non può tollerare che un’altra Italia vista come rozza e impresentabile vi si contrapponga e ne ha negato da tempo il diritto di esistere ed avere un suo ruolo. Convertita questa Italia e sparito Berlusconi, i guai dell’Italia, come d’incanto, si dissolverebbero, specie se la guida del Paese venisse affidata agli uomini d’oro di platoniana memoria. Riuscii finalmente a calmare il mio amico e gli spiegai che non c’era niente di nuovo sotto il sole, che nell’iperuranio dell’intellighentia italica svettano le menti degli allievi di qualcuno che prima di loro si è  inventata l’etica, il ginevrino J. J. Rousseau che parlò di volontà generale, ovvero di interesse collettivo, cui è doveroso ubbidire: “Chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà generale vi sarà costretto da tutto il corpo, il che non significa altro che lo si forzerà ad essere libero.” Strana contraddizione in termini la costrizione alla libertà e peccato che la volontà generale non coincida con la volontà di tutti ma solo con quella dei magistrati vagheggiati da Rousseau i quali, nel nostro caso, hanno stabilito che 9.000.000. di elettori non contino in confronto alla raffinatezza delle loro menti, le sole autorizzate a pensare per conto di tutti e decidere quale è l’interesse collettivo.  

giovedì 21 marzo 2013


Dell’indecenza

In questi giorni ricorre spesso la parola “indecenza”.
E’ indecente, secondo Bersani, la proposta del PDL di candidare un suo uomo alla presidenza della Repubblica.
E’ indecente, secondo Grillo, che D’Alema possa aspirare a diventare lui il Capo dello Stato.
Non ha usato il termine indecenza ma non si discostano molto dalla scandalizzata denuncia di lesa maestà i toni usati da Rodolfo Sabelli, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, nel bacchettare Ostellino che ha osato definire la magistratura un organismo amministrativo anziché un Potere dello Stato.
E’ indecente, secondo alcuni grillini , che i loro eletti non possano esprimersi secondo coscienza disobbedendo ai diktat dei capi e, al contrario, sempre secondo altri grillini, è indecente che si pretenda autonomia dall’ortodossia del capo.
E’ indecente, secondo l’uomo della strada che imperversa in rete, che vengano riconosciuti i diritti fondamentali a chi ha sbagliato e in particolare che sia riconosciuto il diritto alla pietà.
Potrei elencare all’infinito i casi lamentati di indecenza, c’è tanta voglia in giro di dare la stura alle proprie frustrazioni! Voglio invece cimentarmi nel tentativo di smascherare l’ipocrisia dell’ indecenza, ponendo una serie di domande.
Non amo Berlusconi e non mi sognerei mai di fare una sua difesa d’ufficio. Ma è decente che Bersani definisca indecente la proposta del PDL di esprimere il nome del prossimo Presidente della Repubblica, nello stesso momento in cui trova decente che PD e SEL si siano aggiudicate presidenza della Camera e del Senato, pretendano di guidare il governo e di mettere cappello anche sulla poltrona più alta delle Istituzioni? Siamo o non siamo in presenza di una occupazione che premia eccessivamente PD e SEL votati dal 29% degli elettori ed esclude dai giochi PDL e Lega che hanno una uguale consistenza di suffragi e dunque sono legittimati in pari misura ad avere una loro rappresentanza nelle Istituzioni? Non siamo al solito vizietto della sinistra di demonizzare l’avversario politico disconoscendo ai parlamentari votati da 9.000.000 di elettori di centro destra il diritto di avere un loro ruolo nella dialettica politica e destinandoli alla marginalità, in nome della decenza e dunque con la solita arroganza etica di chi pretende di avere il monopolio della superiorità morale? Parlare di golpe è esagerato, ma di indecenza si può.
E’ decente che Grillo definisca D’Alema una specie di avventuriero privo dei requisiti per aspirare alla carica di Capo dello Stato preconizzando un settennato di inciuci? Va bene il dissenso ma perché l’insulto gratuito?
E’ decente che il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati rivendichi per la magistratura la denominazione, che, sia chiaro, le compete, di Potere dello Stato respingendo con sdegno la denominazione che parimenti le compete di struttura di servizio che amministra la giustizia ubbidendo al corpo delle leggi? Quando il dr. Sabelli giustamente pretende che la magistratura sia un Potere autonomo e indipendente a garanzia per tutti i cittadini della tutela dei loro diritti, si  domanda se al privilegio dell’indipendenza corrisponda sempre il dovere del servizio e se questa indipendenza sia stata sempre ben spesa? Trova decente il dr. Sabelli che in Italia si siano verificati casi come quello di Tortora, come quello dei sette innocenti condannati all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, come quello di Stefano Cucchi morto in carcere in circostanze oscure, come quello di Ottaviano Del Turco arrestato ed esposto alla gogna in una tronfia conferenza stampa del Pubblico Ministero con accuse che, dopo tanti anni, non sono state provate ma anzi cominciano a sgretolarsi, come quello di Angelo Rizzoli che sta morendo in carcere perché non si trova un giudice capace di assumersi la responsabilità di farlo morire a casa nonostante sia affetto da “sclerosi multipla con emiparesi spastica emisoma destro, ipertensione arteriosa, grave insufficienza renale cronica prossima alla dialisi, diabete mellito, tre vasi coronarici compromessi da una pregressa angina, mielopatia compressiva del midollo cervicale” secondo quanto ci riferisce l’on. Luigi Manconi?  E’ in grado il dr. Sabelli di informarci sulle iniziative prese dal Consiglio Superiore della Magistratura contro i magistrati responsabili di questi torti nei confronti di cittadini inermi che hanno solo nella legge la loro tutrice e che proprio dal tradimento dello spirito della legge non sono stati tutelati? E’ decente che, in assenza di una severa attività di controllo dell’organismo di autogoverno della magistratura ed anzi in presenza di un arroccamento su posizioni di difesa ad oltranza dei torti di essa, il Terzo Potere assuma le connotazioni di una corporazione autoreferenziale e traduca la sua indipendenza in insindacabilità, in impunità e arbitrio?
E’ decente che i grillini, prima cavalchino la deriva populista del gran capo conoscendone i limiti e accettandoli pur di introitare un seggio in Parlamento e, a bottino incassato, lo disconoscano con la pretesa della libertà di coscienza e di decisione? E d’altra parte è decente che Grillo pretenda di decidere per tutti e di dettare le decisioni ispirate dal suo uzzolo a uomini e donne che hanno ricevuto un mandato dal popolo, disponendo egli di un consenso fondato più su anime variegate che su una piattaforma ideale comune dibattuta e decisa in un consesso formalmente costituito ed essendo dunque prigioniero degli umori altalenanti della democrazia diretta che non sempre ne riconosce il ruolo e che spesso lo scavalca? Gioie e dolori del populismo che per la sua stessa natura e perché non ha avuto il tempo di tradursi in una forte connotazione, sfugge al volere del capo e, di contro, apre le maglie all’ingresso nella sua cittadella di personaggi provenienti dalla militanza in formazioni politiche fortemente ideologizzate che, camuffati da grillini, ne condizionano le scelte per conto della vecchia casa madre. L’elezione di Grasso docet ed è solo l’anticipo di che cosa potrà ancora accadere quando ci sarà da formare il governo.
In tutto questo ad avere la peggio è, come al solito, il popolo bue.
Però, quando scorriamo i commenti sui social network e ci tocca sorbirci le disgustose performances delle tricoteuses sedute ai piedi delle disgrazie altrui a sghignazzare e insultare, quando leggiamo le demenziali sparate degli internauti rigorosamente anonimi e con licenza di sproloquiare, allora si, ammettiamo che il popolo bue merita di avere la peggio.   

martedì 5 marzo 2013

Disperazione


L’alienazione ci è sempre più compagna. Viviamo in una dimensione surreale che ci allontana dalla vita.
Ieri sera al cinema, durante l’intervallo fra un tempo e l’altro, ma persino durante la proiezione, ho visto una coppia di fidanzatini smanettare ciascuno sul proprio telefonino. Non una parola fra di loro, non un minimo di effusione, la complice oscurità della sala che un tempo incoraggiava una tenera e pudica intimità, sostituita dalla relazione morbosa con l’apparecchio oggetto di un amore raggelante.
Le nostre strade sono percorse da strani personaggi che vanno in giro come in trance alle prese con i tasti dell ipod, dell’ipad, del tablet e diavolerie elencando, che danno l’impressione di matti dialoganti con se stessi, stralunati campioni di una umanità disancorata dal contesto che la circonda.
A casa i nostri figli non appartengono più al nucleo familiare, li vediamo transitare di sfuggita, giusto il tempo di rifugiarsi nelle loro stanze a “farsi” di dialoghi virtuali, di burrachi on line, di esposizione in piazza delle loro intimità più recesse. Se volete sapere quello che i vostri figli non vi hanno mai detto, basta andare su facebook.
Persino a tavola, mi confida un amico sconfortato, suo figlio si porta appresso il tablet quasi fosse una proiezione di se stesso, e, fra una portata e l’altra, traffica con esso. Come l’etilico rifugio di una volta ci allontanava dai problemi, il computer di oggi ci dispensa dal dialogo e ci fa ignorare ciò di cui non discutiamo. Non cogito ergo non sum, la nostra gioventù, priva di coordinate che la guidino, se ne va per la discarica dei rifiuti umani. Adulti che in altri tempi avevano già costruito le basi del loro futuro, bivaccano a casa dei genitori, imbrocchiti dalla loro inutilità, assillati dai loro bisogni, avvelenati dal livore nei confronti dei padri che ne alimentano i vizi dopo aver loro negato un futuro.
C’è naturalmente dell’altro e non abbiamo motivo di rallegrarci. C’è chi non si accontenta della paghetta del genitore o non è nelle condizioni di disporre neanche di quella e in qualche modo risolve. Non certamente rivolgendosi agli ammortizzatori sociali o al mercato del lavoro asfittico e privo di risposte. Il tasso di disoccupazione dei giovani al 33,9% è l’unica risposta che il mercato riesce a dare a chi ha voglia di lavorare. Figuriamoci agli altri! Il problema oggi coinvolge nella stessa misura gli onesti e i disonesti. Il senso di inutilità genera disperazione e la disperazione è cattiva consigliera. Volete che anche gli onesti non si lascino tentare da espedienti che li aiutino in qualche modo a mettere d’accordo il pranzo con la cena? E’ così che la nostra società produce degli infelici che decidono di imboccare delle scorciatoie per sopravvivere incalzati dai sussulti della propria coscienza e dal timore di incappare nei rigori di uno Stato il quale ha gioco facile nel colpire l’illecito di piccolo cabotaggio senza alcuna indulgenza per la frustrazione in cui esso matura, e di contro si arrende ai grandi torti consumati al riparo di compiacenti connivenze. Animato da una doppia morale il nostro Stato si impegna nella lotta alla criminalità stracciona, laddove la morale andrebbe maneggiata con cautela, e trascura le scorrerie dell’illecito d’alto bordo nei cieli rarefatti delle élites lobbistiche. I boiardi di Stato, i soli che sanno muoversi nella giungla della pubblica amministrazione e, conoscendo le opportunità più appetibili di essa, sanno dove puntare per accaparrarsi fette importanti del bottino facendo incetta di incarichi e cumulando illegittimamente  laute prebende, che monopolizzano il funzionamento della macchina dello Stato e ne impediscono qualsiasi modifica piegandola ai propri interessi particolari, i corsari della finanza che cannibalizzano la nostra economia, i politici trombati  che rientrano in gioco imboscandosi nei sottoscala dei carrozzoni pubblici e sottraggono opportunità ai precari, sono quel campionario di umanità disonesta, zoccolo duro di un malaffare scudato dall’impunità, che irride alle tribolazioni del comune cittadino e, acquattato nei salotti felpati della inaccessibilità, provoca danni, se possibile, maggiori della criminalità comunemente intesa.
Anche nel mondo dell’illecito, come sempre, i piccoli finiscono sempre per pagare il conto.
Il mio solito amico mi ha confidato che si sentirà veramente tranquillo solo quando riuscirà a perdere i suoi figli convincendoli a fuggire dalla loro tentazioni disperate e da uno Stato iniquo, verso una patria più giusta.

mercoledì 27 febbraio 2013


La gioiosa macchina da guerra

Stamattina il mio edicolante, da sempre militante di una sinistra utopica, mi ha accolto con un accorato grido di protesta. Il buon Giuseppe si chiedeva incredulo come era potuto accadere che un 29% di italiani avesse votato per il centro destra di Berlusconi, causa di tutti i mali dell’Italia degli ultimi anni, e si abbandonava a giudizi impietosi nei confronti dell’indecente fauna di destra.
Mutuando il linguaggio della sinistra elitaria dal sopracciglio inarcato, moralmente e culturalmente superiore, non si capacitava che un certo elettorato antropologicamente inferiore avesse osato esprimere le proprie preferenze scegliendo un personaggio impresentabile come Berlusconi. Come aveva osato questo 29% di iloti prendere sul serio il diritto alla libertà di pensiero e condividere la rozzezza, l’inestetismo, la volgarità di un figuro condannato più che dai tribunali penali, dagli arbitri elegantiarum che dettano i canoni del politicamente corretto?
Mi sembrava di sentire echeggiare i toni di sufficienza di un Bersani o di un Gotor che, ponendo la pregiudiziale nei confronti di Berlusconi, ne mettevano alla berlina la capacità di dire la sua nella battaglia politica in corso, ne denunciavano la mancanza di credibilità, ne celebravano il funerale, brindavano anzitempo ad una vittoria sicura. Il vecchio vizio della demonizzazione e della irrisione dell’avversario tornava a far capolino nel frusto armamentario della gioiosa macchina da guerra della sinistra facendo perdere di vista quello che stava accadendo.
Stava accadendo che truppe sfiduciate e in rotta a seguito degli infortuni di Berlusconi avevano riguadagnato l’orgoglio dell’appartenenza, erano furiosi per il fatto di essere trattati con disprezzo e avevano deciso di riappropriarsi dell’amor proprio perduto, non accettavano di sentirsi liquidare come degli sprovveduti di bocca buona che credevano alla favola del rimborso IMU, si ribellavano al marchio di berluscones con cui venivano derisi e ritornavano sulla loro decisione di astenersi, e, non ultimo, volevano credere alla crociata contro le vessazioni fiscali perché poco gli importava dei profili estetici e molto dei massacri prodotti dall’IRAP e dall’IMU.
La sicurezza della vittoria ha rischiato di giocare un brutto tiro agli esegeti del bon ton . Riflettevo su ciò mentre ero tentato di chiedere a mia volta a Giuseppe come era potuto accadere che un 29% di italiani avesse votato per quel simpatico scialacquatore di Bersani che prometteva di smacchiare il giaguaro e minacciava di sbranare chi osasse mettere in discussione le sue virtù e, a furia di traccheggiare, ha rischiato che fosse lui ad essere sbranato. Ma riflettevo soprattutto se c’era da sperare che i due galletti di destra e di sinistra rinsavissero e si sedessero ad un tavolo per ragionare, dopo la stagione degli sputtanamenti reciproci, individuare le poche cose da fare assieme nell’interesse generale, magari ascoltando la pancia di chi ha protestato con Grillo, e dopo di che togliessero il disturbo.  

sabato 23 febbraio 2013


L’assedio dello Stato

Stiamo vivendo una strana stagione che vede realizzate le più pessimistiche previsioni di Orwell.
Ci guardiamo attorno con circospezione come se temessimo imboscate, controlliamo le nostre condotte perché non suscitino sospetti, parliamo, spendiamo, vestiamo con sobrietà per non svegliare gli appetiti di chi ci controlla e potrebbe farcela pagare. Quando mia moglie ed io riusciamo a ricavare dalle magre risorse di un bilancio legato ad una pensione men che modesta gli spiccioli per abbandonarci al lusso di una serata in pizzeria, lo facciamo con un senso di apprensione, come temendo di essere sorpresi in fragranza di sperpero. Sorridiamo alla fine delle nostre paure e ci diciamo che, per quanto rigoroso, il redditometro ha pur sempre una sua ragionevolezza. Ma non per tutti è così semplice. Non lo è per esempio per chi non ha un lavoro certo e si deve ingegnare con lavoretti in nero da cui ricavare il poco che serve a sopravvivere ma ha il problema, se sorpreso a sopravvivere, di dimostrare come riesce a farlo. Non è semplice per l’esercito degli acrobati dell’espediente che si insinuano nelle pieghe della società sfruttando ogni anfratto che offra riparo, con alle calcagna il rischio, sempre dietro l’angolo, di incespicare in un passo falso che presenti il conto per il reato di ribellione all’indigenza.
Quando, sbarcando da un aereo o da una nave, veniamo annusati dai cani poliziotto, avvertiamo più che il sollievo di sentirci tutelati dallo Stato, la paura che possiamo incappare in qualche irregolarità non voluta perché non sempre sappiamo che cosa è consentito e cosa non, affrontiamo con un pizzico di preoccupazione l’esame del cane o del metal detector, osserviamo con apprensione le espressioni del poliziotto cercando di capire se tutto è a posto, ci comportiamo con un atteggiamento guardingo nei confronti dello Stato perché questo è l’atteggiamento che ci ha ispirato lo Stato spiandoci, violando la nostra vita privata, vessandoci. E’ di questi giorni la sentenza del giudice Antonio Lepre del Tribunale civile di Napoli il quale, partendo da considerazioni sulla tutela dei diritti fondamentali prevista nella Costituzione e nella Carta dei diritti dell’Unione europea, boccia il redditometro perché “fuori dalla legalità costituzionale e comunitaria, in quanto esso è“eminentemente inquisitorio e sanzionatorio” e determina “ la soppressione definitiva del diritto del contribuente e della sua famiglia ad avere una vita privata, a poter gestire autonomamente il proprio denaro, ad essere quindi libero nelle proprie determinazioni senza dover essere sottoposto all’invadenza del potere esecutivo…..e subire intrusioni su aspetti anche delicatissimi della sua vita privata……”.
Se, facendo un acquisto, non possiamo utilizzare una somma contante pari o superiore ai 1000 euro senza rischiare una indagine per evasione fiscale, se, facendo in banca o alla posta un prelievo dai nostri sacrosanti risparmi peraltro già tracciati, superiore ad una certa cifra, siamo obbligati a dichiarare il destino di queste somme, se, telefonando, dobbiamo preoccuparci di essere chiari in maniera pedissequa per evitare di essere fraintesi da chi ci controlla, prendiamo atto che il Grande Fratello è tra noi.
Se all’espediente siamo stati indotti da uno Stato predatore il quale tassa la casa che ha già conosciuto in corso di edificazione i balzelli dovuti per ogni suo tassello impiegato, tassa la pensione che è già stata massacrata alla fonte ed in molti casi è rimasta l’unica risorsa a disposizione, tassa il lavoro ai dipendenti e alle imprese in un momento in cui il lavoro e le imprese andrebbero incentivate, se non riusciamo a far decollare la più importante impresa che abbiamo, il nostro patrimonio artistico e naturalistico unico al mondo che da solo potrebbe assicurare un bel balzo in avanti al nostro Pil e una soluzione alla nostra disoccupazione, mentre invece lasciamo degradare le nostre coste, i nostri siti archeologici, i nostri musei, le nostre opere d’arte, e non riusciamo ad attrarre quella manna dal cielo che sono i milioni di turisti cinesi e giapponesi, scendendo sempre più in posizioni di retroguardia, se la nostra classe dirigente non ha saputo amministrare il nostro bilancio riducendoci nelle condizioni in cui siamo e, nonostante ciò, ha la sfrontatezza di proporsi alla guida del Paese con gli uomini di sempre e per di più sale in cattedra pretendendo di impartire lezioni di virtù mentre la sola virtù che essa pratica è l’agiatezza della sua condizione privilegiata di contro alla indigenza di un popolo strozzato dalle sue ruberie, se questa classe dirigente ha l’impudenza di tuonare contro gli evasori fiscali nello stesso tempo in cui saccheggia le casse dello Stato, se lo Stato non ha saputo modificare le proprie strutture arcaiche, smantellare le corporazioni al suo interno, punire incapacità, scoraggiare privilegi accumulati dai suoi apparati, se sempre lo Stato con cui abbiamo sottoscritto il nostro patto nella doppia veste di cittadini titolari di diritti e di sudditi della legge si è trasformato in un insaziabile esattore che ci ha spogliato della nostra veste di cittadini per imporci quella di sudditi dell’abuso, se questo è lo Stato con cui dobbiamo fare i conti, c’è da stupirsi se in tanti cercano una nuova patria e quali illusioni possiamo coltivare?
Per dirla con Arbore, meditate gente meditate mentre vi apprestate a decidere se votare e per chi votare.

martedì 12 febbraio 2013

Della natura umana


Della natura umana si discute da sempre.
Ne ha discusso S.Agostino a proposito del male, ne hanno discusso Hobbes e Rousseau, l’uno con considerazioni non molto tenere sulla malvagità della natura umana tanto da indurlo a mettere l’uomo sotto la tutela del Leviatano, l’altro all’incontrario convinto che la natura umana sia buona. Mi iscrivo fra quelli che si fanno qualche problema a considerare l’uomo buono. Ritengo che egli abbia perduto la sua innocenza nel momento in cui si è rivoltato contro Dio ed è diventato autenticamente uomo rivendicando il proprio libero arbitrio. Da quel momento è diventato padrone di se stesso con tutto quello che l’attivazione della sua volontà gli ha portato in dote, la capacità cioè di indirizzare i propri comportamenti e declinare di volta in volta la natura che da essi è svelata. Certo si pone il problema del destino che sembra sfuggire alla volontà ma anche in questo caso non si può negare il ruolo della volontà dell’uomo nell’accompagnare le scelte del destino. Mi sovviene al riguardo il pensiero di Socrate secondo cui basta che l’uomo conosca il bene perché sia virtuoso. Con tutto il rispetto per Socrate, la conoscenza del bene non è sufficiente se non è accompagnata dalla volontà del bene.  
E allora come la mettiamo? La mettiamo, come teorizza S.Agostino, che l’uomo è predestinato ma che comunque quando compie il male lo compie perché guidato dalla sua cattiva volontà che invece di tendere al Bene supremo tende ai beni creati e finiti preferendo la creatura a Dio?  S. Agostino deve mettersi d'accordo con sé stesso, troppo comodo considerare l'uomo predestinato e al tempo stesso responsabile quando sceglie il male. Con buona pace di S.Agostino e della sua predestinazione, cattiva o buona che sia la volontà dell’uomo, essa è una conquista con cui bisogna fare i conti. Accettiamo la fede di chi crede che l’uomo è padrone della sua vita grazie alla magnanimità di Dio e che, grazie alla bontà di Dio, ha la possibilità di riscattarla, ma, con l’aiuto di Dio o senza, siamo comunque alla mercé di noi stessi, terribilmente responsabili delle nostre azioni, immensamente soli e autori di comportamenti i quali però ci ammoniscono che la volontà da sola non basta, che è monca se è priva di cuore.
Sono reduce da una visita fatta a mio figlio recluso in regime di 41 bis. Non sto a tediarvi con la solita storia che è inumano non poterlo abbracciare, ne ho già parlato e sappiamo tutti quali sono state le reazioni. La volontà dell’uomo in questo caso non è stata molto caritatevole. Vi parlo invece dello spaccato che è venuto fuori dal dialogo con mio figlio. La prima notizia che mi ha dato è che il detenuto della cella accanto alla sua pochi minuti prima aveva tentato il suicidio impiccandosi. E’ stato salvato grazie alla fortunata circostanza che gli agenti si sono trovati nei paraggi per rilevare mio figlio e accompagnarlo al colloquio con me. Lo hanno salvato ma hanno salvato un uomo morto ormai da tempo. Mi racconta mio figlio che quest’uomo non riceve da anni una visita dai suoi familiari, che non dispone di provvidenze economiche e vive di ciò che, come si diceva una volta, passa il governo e della carità dei suoi compagni, che si è lasciato andare ad una depressione profonda e vive la sua vita a letto sotto sedativi, che l’unico guizzo di volontà e, direi, di dignità lo ha spinto al tentativo di suicidio. La sua volontà contro la volontà sovrana di un mondo senza cuore. Una lotta impari.
Mi ha raccontato tante altre cose mio figlio, di come, per esempio, si combatte una battaglia quotidiana e anche essa impari, fra la debolezza del detenuto e l’imperio del regolamento penitenziario. Chi è stato in carcere sa che il regolamento è sovrano. Chi lo ha redatto si è preoccupato di renderlo severo, in alcune parti stupidamente severo, anche se lo ha fatto precedere ipocritamente dalla pomposa proclamazione che la detenzione ha il compito di redimere. Io dico che ha il compito di rendere ancora più crudele la già innaturale condizione del detenuto. La volontà in questo caso si materializza nel delirio d’onnipotenza del direttore del carcere o anche di un semplice agente che hanno l’occasione di misurare il proprio potere sulla pelle del detenuto applicando un regolamento, già di per se in alcune parti demenziale, ad libitum. Certo c’è il Tribunale di sorveglianza che vigila sulla sua corretta applicazione. Ma quanti sono i detenuti in grado di ricorrere al magistrato di sorveglianza e quanta la disponibilità del direttore del carcere a rispettare l’ordinanza del giudice? Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere, ma proprio mio figlio che ha vinto un ricorso al tribunale di sorveglianza e ha ottenuto una disposizione che lo autorizzava a dialogare con i suoi compagni, si è visto trasferire in altra sezione e si è sentito intimare di non parlare con i suoi compagni perché….. non erano gli stessi compagni ai quali si riferiva la disposizione del giudice. Ingegnoso, no? Ed esemplare della cattiveria cui può giungere la volontà umana specie se c’è da prevaricare.
La vita in carcere è fatta anche di questi episodi, di queste squallide ripicche, ma è fatta soprattutto della disperazione di uomini che non hanno prospettive rispetto alla consuetudine di una vita sempre uguale che si trascina giorno dopo giorno con gli stessi riti di sempre ed è destinata a perpetuarsi fino a fine pena o, peggio, fino alla fine della vita quando il fine pena è mai, di uomini che giungono al capolinea della loro vita diversi da come sono partiti e finiscono per subire da innocenti una condanna che non li riguarda più. A questa vita non è offerta alcuna alternativa, non in carcere dove non c’è la possibilità che il detenuto sia impegnato in forme di vita che lo facciano sentire utile e lo distolgano dalla stupidità che si impossessa di una psiche condannata alla noia, che lo allontanino dalla tentazione di odiare se stessi e la loro vita, di odiare lo Stato e sentirlo nemico, altro che redenzione. Non fuori dal carcere, dove giungono accompagnati dal pregiudizio e dalla mancanza di ammortizzatori che li aiutino a non ricadere nella colpa. Altro che volontà lungimirante e misericordiosa!
Ma le insidie alla nostra volontà sono in agguato in ogni momento della nostra vita. La nostra volontà si dispiega in tante forme di bontà e di cattiveria in cui, ahinoi, la bontà è una navicella fragile in balia di un mare in tempesta. Assistiamo agli esempi di splendida solidarietà di un volontariato che mette la propria vita a disposizione del prossimo, ma assistiamo purtroppo ad una più massiccia offensiva di cattiveria. E’ più facile essere cattivi perché non ci si deve impegnare nello sforzo di fronteggiare le mille insidie della vita, basta lasciarsi andare senza doversi sottoporre alla fatica di dar conto al fastidioso imperativo morale o alla nostra coscienza. La saggezza e la carità impongono dei sacrifici e delle rinunce delle quali la passione può fare a meno. E’ così facile fare del male, per esempio inveire contro un uomo in disgrazia ed è così inebriante! Roberto Puglisi, con la sua penna straordinaria, ci ha narrato della canea scatenatasi in rete contro Gianfranco Micciché colpito da angina, ma la sua indignazione è destinata all’oblio. Assistiamo ogni giorno alle manifestazioni di ferocia e di sciacallaggio di anonimi in libera uscita ai quali non par vero di potere scatenare il loro livore senza pagare pegno, è solo la punta dell’iceberg di un mondo sotterraneo e infelice che non deve sottoporsi alla fatica dell’onestà intellettuale e morale ma può lasciarsi andare agli istinti più ferini anziché alla volontà buona.
Assistiamo ogni giorno agli squilibri di un mondo in cui la ferocia dei vincenti si abbatte sulla debolezza dei perdenti. Mi piace ripetere spesso l’episodio citato da Tucidide nel libro V° de “La guerra del Peloponnese” che narra di come i Melii siano dovuti soccombere alle ragioni degli ateniesi i quali ammantavano con l’appellativo di diritto le loro convenienze. E’ un copione che si ripete da sempre e che vede i deboli soccombere nei confronti dei forti in una lotta impari in cui la volontà è priva di cuore.




venerdì 8 febbraio 2013

Uomini e donne in carcere


Il Presidente della Repubblica, in visita a San Vittore, si è commosso di fronte alla realtà con la quale è venuto a contatto. Certo è dura confrontarsi con i relitti di uomini affidati alla custodia dello Stato e trattati con cura inferiore a quella che noi tutti riserviamo alle bestie. La vista di un cagnolino maltrattato, di un somaro sottoposto a percosse, di un cardellino rinchiuso in una gabbia angusta, suscita in noi un moto di compassione che non riusciamo a sentire in pari misura nei confronti di uomini e donne che hanno sbagliato ma che meritano di scontare la loro pena in un contesto di civiltà, di una umanità dolente che soffre nelle nostre carceri e che rimuoviamo con  fastidio quasi a volere seppellire nel nostro intimo il senso di colpa per un fallimento di cui ci sentiamo confusamente responsabili.
Questi reietti della società di cui crediamo di liberarci relegandoli nei gulag delle nostre carceri, sono in verità parte della nostra vita perché di essi siamo complici. Lo siamo nella misura in cui veniamo meno all’etica del buon vivere più spesso di quanto non crediamo. Un mio conoscente che non manca mai di scagliarsi contro i malavitosi che attentano alla sicurezza della nostra collettività, non perde neanche l’occasione, tutte le volte che può, di trasgredire la legge e l’imperativo morale, evadendo le tasse, barando al gioco, taccheggiando nei supermercati, mentendo alla moglie. Certo la criminalità professionale è tutt’altra cosa e probabilmente egli si rammarica perché essa mette a rischio l’ovattata sicurezza del suo squallido mondo di trasgressioni. E’ l’elasticità dell’etica. E in nome di questa elasticità appare meno grave della criminalità organizzata per fini mafiosi la criminalità organizzata nei cieli della nostra finanza, della nostra politica, della nostra amministrazione pubblica. Là scorre il sangue, qua scorrono le nostre vite violentate, il futuro dei nostri figli cancellato, la qualità della nostra vita immiserita, le nostre tasche svuotate del necessario che serve a giungere dignitosamente a fine mese. Cosa pensate che passi per il cuore dei nostri figli quando sono costretti a misurarsi con il fallimento della loro vita, quando, vegetando fra le mura di casa, sono costretti a piatire la paghetta dai genitori in un’età in cui la paghetta dovrebbero darla loro a figli che non hanno potuto procreare? Pensate che attribuiranno il loro fallimento ai relitti che soggiornano nelle patrie galere o ai criminali in guanti bianchi che imperversano impunemente nel tessuto della nostra società al riparo di consorterie e procurano danni che si riversano su ciascuno di noi? I grand commis i quali si tramandano di padre in figlio incarichi che appartengono al circuito chiuso e impermeabile della burocrazia statale, i forzati dei consigli di amministrazione che si dividono equamente e secondo un criterio di appartenenza lobbistica comode e remunerate cadreghe in società del nostro patrimonio pubblico, politici in uscita dal parlamento che rientrano in gioco con incarichi istituzionali, non sottraggono forse opportunità a giovani probabilmente più meritevoli? Amministratori infedeli verso lo Stato e incuranti di una sana gestione delle aziende loro affidate ma fedelissimi ai propri interessi, finanzieri d’assalto, banchieri al riparo dello scudo della Banca d’Italia, manager incapaci quanto lautamente compensati, tutti impegnati in manovre dai nomi altisonanti, aggiotaggio, insider trading, intenti a rastrellare tangenti e balzelli milionari camuffati da consulenze, non impoveriscono forse tutti noi, condannandoci ad una emarginazione sociale ed economica che diventa sempre più intollerabile? Certo la loro capacità di procurare danni alla società è esercitata in maniera paludata e non colpisce l’immaginario collettivo con la stessa violenza della criminalità organizzata. Godono peraltro della assolutoria ammirazione di una opinione pubblica affetta da mancanza di senso civico e di etica che trova facile riversare il proprio livore sui più comodi criminali tradizionali. Questi con l’armamentario tradizionale di una violenza sanguinaria  producono i danni che sono sotto gli occhi di tutti, ma pagano il conto salato della loro stupidità figlia di una arroganza ostentata. Pagano il conto marcendo in condizioni invivibili e catalizzano il disgusto della gente distraendolo dai criminali in guanti bianchi che invece sanno mimetizzarsi e possono impunemente uccidere le nostre vite più di quanto non facciano la mafia, la drangheta, la camorra, quasi a costo zero.