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martedì 23 ottobre 2012


L’unità d’Italia

Ricorrono spesso gli inviti ad uno scatto di reni di noi italiani, a prendere coscienza delle nostre potenzialità e della nostra condizione tutto sommato felice rispetto al resto del mondo. Ci si chiede perché non siamo capaci di amare sufficientemente la nostra patria, la sua cultura, le sue bellezze naturali, i suoi siti archeologici, persino i suoi brand imposti all’attenzione del mondo intero con il lavoro, l’ingegno, l’industriosità, perché non abbiamo l’orgoglio del nostro passato e in nome di esso l’aspirazione a costruire un destino comune. Azzardo una risposta: probabilmente perché l’Italia è una incompiuta, o meglio, l’Italia intesa come consapevolezza della propria identità, non è mai esistita. Già al momento della sua nascita essa fu il frutto di circostanze fortuite e favorevoli, non già di un moto di popolo spontaneo né di un progetto diffuso. Lo stesso Cavour, considerato il geniale artefice dell’unità d’Italia, aveva un altro progetto rispetto a quello che si ritrovò realizzato tra le mani. Aveva in animo l’ampliamento dei confini del regno sabaudo e guardava con sospetto ai matti come Garibaldi e Mazzini che, a suo vedere, rischiavano di scompaginare i suoi progetti. L’idea d’Italia fu l’utopia di mille idealisti spiantati, armati ed equipaggiati alla bell’e meglio, che veleggiarono verso Marsala incuranti della preponderanza di un esercito che sulla carta appariva imbattibile. Lo stesso Garibaldi probabilmente, in cuor suo, sapeva di andare incontro ad una impresa dall’esito incerto se non disperato e solo il suo fegataccio avvezzo a gesta temerarie in Sudamerica, poteva avventurarsi in quel salto nel buio che era la spedizione verso una terra sconosciuta a sud di Napoli. Dove accadde di tutto al di là di ogni più rosea aspettativa, la fellonìa delle truppe e il tradimento dei generali borbonici, il gioco degli interessi delle cancellerie francesi e inglesi, lo rabbia contro il potere costituito gettata sulle barricate da servi della gleba, lazzaroni e picciotti, l’apatia della nobiltà, l’insussistenza di una borghesia che non aveva coscienza di alcun ruolo, l’alleanza della criminalità organizzata con chi brigava contro il Borbone, tutto tranne lo spirito patriottico.
Ad unità compiuta dall’una e dall’altra parte ci si rese conto del risultato ottenuto. Gli ex sudditi del regno delle Due Sicilie, divenuti sudditi del regno d’Italia, si resero conto del pessimo affare fatto e di come erano caduti dalla padella nella brace, e i nuovi padroni si dovettero confrontare con una realtà medioevale che non sapeva neanche in quale dimensione era stata traghettata. La guerra civile, i contadini scambiati per briganti e trucidati o in alcuni casi divenuti autenticamente briganti in presenza di nuove ingiustizie, la normativa che penalizzava l’economia del sud a favore di quella del nord, lo stravolgimento delle sia pur poche testimonianze di dissenso, la dicono tutta sul clima dell’epoca e sul piglio coloniale che animava i nuovi governanti. Altro che unità d’Italia! Fu un imbroglio che condizionò il futuro della nostra Nazione. Come tutte le fusioni a freddo l’unione non  avvenne, anzi si radicò maggiormente il senso di appartenenza a più patrie, tante quante sono le contrade d’Italia e col passare del tempo è sempre più cresciuta nella mente della maggior parte degli italiani la convinzione di essere vittime di due realtà inconciliabili lette col livore delle parti contrapposte, un nord avido e rapace e un sud sprecone e parassita. Ancora oggi fatica a realizzarsi quell’identità che dovrebbe spingerci se non all’amor di patria, almeno alla coscienza della comune appartenenza. Siamo ancora guelfi contro ghibellini, polentoni contro terroni. Siamo fermi all’Italia dei comuni e di quel tempo abbiamo conservato la genialità, lo spirito d’iniziativa e l’amore per l’ignoto, il gusto del bello, uno stile di vita gaudente e non impegnativo, un individualismo esasperato e naturalmente una inguaribile litigiosità. Non ci si può chiedere quello che non abbiamo, l’orgoglio della nostra appartenenza e la capacità di andare oltre il particolare per costruire un destino comune che non è nelle nostre corde perché da sempre siamo un’accozzaglia di campanili.
Allorché invochiamo la riforma dello Stato sembriamo dimenticare che lo Stato nasce dal patto tra i cittadini, che i nostri cittadini sono irredimibili come i loro vizi e non hanno la coscienza civica per tenere fede agli impegni presi e che dunque il patto che hanno sottoscritto era destinato ad essere tradito. E infatti l’interesse comune al centro del patto sociale è stato puntualmente travolto dall’interesse privato, la cura del particolare incoraggiata da una coscienza elastica e il malaffare conseguente sono diventati una pratica diffusa, alle corporazioni che guidano il Paese e che hanno gonfiato la spesa pubblica per garantire le loro prebende, risponde l’esercito degli evasori fiscali,  il disavanzo pubblico è cresciuto per saziare la fame dei nostri notabili ed è destinato a crescere in un rincorrersi perverso di tasse e spesa fino a quando tale fame non sarà saziata, cioè mai. La spesa pubblica è fuori controllo proprio perché chi dovrebbe por mano alla sua riduzione, dovrebbe ridurre i propri privilegi, figuriamoci! Qualcuno sostiene che ci è mancata la rivoluzione protestante e che non siamo forgiati al senso del dovere. Qualunque sia il motivo, è un fatto che siamo come siamo e non è facile addomesticarci, che la politica e l’antipolitica che oggi si contrappongono con faccia feroce valgono per quello che sono, l’inutile esercizio di due categorie che vengono declinate nelle estreme espressioni di due eccessi negativi, il solo esercizio di cui siamo capaci. Facciamo politica nei modi e con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti, rispondiamo con un’antipolitica inconcludente che partorisce un populismo velleitario. E’ inutile dolersi di come siamo e pretendere di redimerci. Siamo fatti a modo nostro e non è detto che sia il modo peggiore, ma non è il caso di farci illusioni sventolando propositi che non sappiamo realizzare, facendo appello al superamento del nostro particolare che resta il solo obiettivo di cui siamo capaci, attribuendoci patenti di un moralismo improbabile che reclama dai nostri potenti una etica adamantina che noi cittadini comuni per primi non possediamo. Quello che riusciamo a realizzare è solo un inganno, il brontolio intollerabile e ipocrita di un nuovo sovrano, l’opinione pubblica rancorosa e diseducata al diritto, che straparla di buoni propositi e di morale, che agita un giustizialismo con cui tacita la propria coscienza e crocifigge il prossimo, che liquida l’avversario di turno attraverso la scorciatoia giudiziaria, che rinnega il patto fondativo dello Stato di diritto a favore della giustizia ideologica. 

giovedì 11 ottobre 2012


I luoghi comuni giustizialisti

Leggendo i commenti ad alcuni miei post mi sono fatto una cultura sul lessico degli intransigenti che al riparo di nickname e di una legislazione permissiva danno libero sfogo alle loro frustrazioni.
Se non fossero sintomatici di un preoccupante vuoto culturale e non riguardassero vicende drammatiche, queste entrate a gamba tesa, data la loro esilarante demenza, meriterebbero di essere prese in considerazione al massimo come copione per opere buffe. Ma parliamo di mafia e antimafia e anche la demenza va presa sul serio.
L’armamentario al quale ricorre la nuova lingua giustizialista ha il suo certificato di nascita in un rigurgito rancoroso che scopre nuove frontiere letterarie, da voce ad un vaneggiamento che non riesce a trovare adeguata espressione nel linguaggio tradizionale e ricorre ad un nuovo forte linguaggio per rendere appieno l’intensità del suo livore.
La voglia di far male è tale che non trova esagerato esprimersi con queste perle di cui sono stato il malcapitato destinatario:

“ non solo state in vacanza ( in carcere ) a spese della collettività ma vi lamentate pure mentre dovreste essere appesi a testa in giù…”

“ non capisco cosa ci faccia lei in un blog. Il regime carcerario che le è stato assegnato dovrebbe isolarlo completamente dal resto del mondo….”

“ altro che 41bis. Voi mafiosi dovrebbero sterminarvi come si fa con i parassiti, una volta per tutte….”

“ sarei propenso a votare per la pena di morte per quelli come lei….”

Non male, vero? E tuttavia la foia forcaiola sa fare di meglio allorché, sbronza della ciucca mediatica in circolo perenne, bara con la realtà e rivolta la parola come un guanto scodellandoci, oltre alle succitate amenità, luoghi comuni ancora più vieti dettati dal tasso alcolico in vena al momento. Tra i più ricorrenti è la lamentela di chi afferma che non c’è certezza della pena, senza prendersi la briga di verificare che spesso la pena, specie per i mafiosi, è, non solo certa, ma inflitta a maggior ragione  quando più è incerta  la colpa.
Altrettanto ricorrente è l’intransigenza di chi cambia il significato di inquisito e vi attribuisce quello di condannato. Non si ha la pazienza di aspettare la sentenza di condanna definitiva e si appioppa all’imputato il marchio di colpevole ex cathedra.
Qualcuno si è spinto fino a dichiarare che è un momento magico quello in cui si sente il tintinnio delle manette. Siamo all’estasi da masturbazione onirica !
Si invoca il gulag e il carcere a vita raccomandando di “ buttare la chiave “, perché tanto chi è imputato deve pur aver fatto qualcosa di illecito e sennò perché lo avrebbero arrestato?
Si afferma che in nome dell’emergenza è lecita una giustizia emergenziale, vale a dire, sommaria.
La lentezza processuale che allunga a dismisura la via crucis giudiziaria viene letta, piuttosto che come un calvario per l’imputato, come un eccesso di garanzie che penalizza l’accertamento della verità, e i prescritti che non fanno in tempo a sapere se sono colpevoli o innocenti e in buona sostanza sono privati del diritto ad un processo equo, vengono bollati come furbi che beneficiano della scadenza dei termini per sottrarsi ad una sentenza di condanna. Più che prescritti, come ha acutamente scritto qualcuno, andrebbero considerati proscritti.
Rassicuro chi si preoccupa che sia finita qui, il piatto forte arriva quando volano insulti che richiamano escrementi e rifiuti organici in genere e che motivi di decenza mi impediscono di riportare nella loro esplicita declinazione. Chi ama il disgusto cerchi e troverà!
Per dirla col poeta, “ Il modo ancor m’offende”, ancor più del contenuto è l’involucro che colpisce come un pugno nello stomaco. Passi l’idiozia ma si abbia almeno il buon gusto di impacchettarla in una confezione elegante.

mercoledì 3 ottobre 2012



Non tutte le mafie sono uguali

La reazione al mio post sul 41bis da la misura di come è sentito il fenomeno mafioso in Italia.
Basta scorrere la letteratura che si occupa di mafia per avere una idea di ciò che pensano gli italiani sul’argomento, basta leggere i commenti che hanno accompagnato il mio blog fin dalla sua nascita per percepire l’odio che alberga nell’animo dei blogger in giro per la rete, nei confronti dei mafiosi, dei presunti tali e di quelli che sono appena sfiorati da un minimo sospetto.
Niente da obiettare, l’indignazione è sacrosanta anche se risente di una enfatizzazione che rimanda  ad una regia sospetta. Nelle proteste di un popolo ferito che insorge contro il malaffare si mischia assieme all’ira genuina, la manipolazione di quanti utilizzano lo sdegno degli onesti per guadagnare dimensioni altrimenti impensabili. Personaggi destinati all’anonimato si ritagliano una loro visibilità pontificando dall’alto di una superiorità morale che spesso è usurpata, maratoneti delle fughe in avanti si segnalano fra i più attivi nello sforzo di cancellare con pennellate di intransigenza le tracce di un passato che vogliono far dimenticare, abili press agents di se stessi lucrano sulle disgrazie altrui o sulla simulazione delle proprie promuovendo carriere e affari, letterati mediocri e chierici d’assalto sfruttano la gallina dalle uova d’oro per soddisfare vanità e coltivare interessi.
Agli intransigenti in buona fede ma a tema unico sottopongo alcune riflessioni.
L’ Italia ha subito dalla mafia ferite difficilmente rimarginabili, di più, offese agli affetti più cari dei propri cittadini e oltraggi alla propria immagine, attentati al proprio ordinamento civile che l’hanno indotta a provvedimenti ai limiti della legittimità giuridica. Non voglio accendere in questa sede un ulteriore dibattito sulla giustezza o meno dei provvedimenti adottati ma credo di poter dire, senza ombra di dubbio, che essi sono stati, giusti o no, di una durezza senza precedenti. Si è ritenuto che le circostanze richiedessero una risposta adeguata, che la collettività corresse dei rischi e non si è andato tanto per il sottile. Ma, chiedo ai crociati antimafia: è solo la mafia che attenta alla dignità del nostro popolo, alle istituzioni e all’ordinamento civile? E dunque è solo la mafia che merita tanta intransigenza e, in compagnia dei soli movimenti eversivi, provvedimenti così disumani?
Osservo la realtà che mi circonda e mi chiedo perché tante sacche di malcostume che aggrediscono la nostra società con la stessa forza devastante della mafia possono tranquillamente prosperare senza suscitare una indignazione che vada oltre il solito vezzo degli italiani per la protesta sterile.
Dove sono i comitati anticorruzione che, sfilando per le vie delle città, invochino la reclusione in regime di massima sicurezza per i sicari della nostra economia e dei nostri destini? Dove una commissione che, come la Commissione Antimafia, combatta le altre mafie che soffocano il libero funzionamento della nostra democrazia, la burocrazia che tiene prigioniera la politica, privilegia gli appartenenti al cerchio magico e impedisce le riforme, le organizzazioni consortili che blindano assetti consolidati, i potentati finanziari che hanno sostituito la produzione con la speculazione saccheggiando realtà imprenditoriali e vanificando la crescita di tutti noi, i politici che hanno assolto al solo compito di realizzare rendite di posizione personali, enclaves di impunità, prebende la cui scandalosa gestione esplode in una Piedigrotta grottesca che mette a nudo la loro inadeguatezza persino nel malaffare, che aprono le maglie della legge agli appetiti dei disonesti e che, per il resto, hanno portato il Paese allo sfacelo continuando imperterriti a riproporsi al palato accomodante di noi italiani, i cosiddetti poteri forti, mitici burattinai di un mondo misterioso che non devono rendere conto a nessuno, i responsabili di una giustizia civile e penale che ci regala ogni cinque giorni il consueto annunciato suicidio in carcere e arranca in coda alla graduatoria dell’efficienza e dell’equità in Europa e nel mondo, i manipolatori delle nostre coscienze che si avvalgono del loro potere mediatico per imporci le loro verità.
In che cosa queste mafie differiscono dalla mafia comunemente intesa? Certamente nella veste paludata che non richiama l’immagine cruenta di Cosa Nostra, ma non nella loro crudeltà, perché esse sono, se possibile, più crudeli e letali di Cosa Nostra, sono più invasive, hanno saccheggiato il futuro dei nostri giovani e cancellato il passato dei nostri vecchi, ci hanno spogliato della dignità di cittadini trasformandoci in sudditi, hanno ucciso la nostra facoltà di scegliere e l’ hanno sostituita con l’unica opzione oggi possibile, la rincorsa affannosa agli espedienti per sbarcare il lunario, ci hanno rubato la serenità necessaria a un minimo di qualità di vita, ci fanno convivere con l’incertezza del diritto e  la certezza delle ingiustizie diffuse, ci condannano all’impotenza e alla frustrazione in uno scenario senza speranza.
E allora, perché a questi mafiosi non si infliggono le stesse pene dei mafiosi tradizionali?
Perché i mafiosi tradizionali li precipitiamo in tombini dove chiunque passi può sputare, li rimuoviamo come si fa con qualcosa che sentiamo estranea e ci imbarazza, e invece ai mafiosi paludati ammicchiamo con indulgente complicità come a dei geniali birbanti? Forse perché di questi birbanti invidiamo l’abilità e le fortune e alla loro famiglia sentiamo, tutto sommato, di appartenere privi come siamo di un minimo di senso civico? O forse  perché uomini delle istituzioni e colpevoli si nutrono dello stesso brodo di coltura, frequentano gli stessi luoghi, appartengono alle stesse caste, si sposano fra di loro e contraggono omertose connivenze avendo cura di distogliere la rabbia della gente dal proprio mondo e indirizzarla contro i soliti iloti figli di un dio minore?

venerdì 21 settembre 2012

In risposta ai soliti noti


Avevo messo nel conto la reazione dei soliti noti che impazzano in rete alla ricerca delle occasioni per liberare le loro frustrazioni e deciso in partenza di non tenerne conto. Ma non mi aspettavo tanto. Debbo dire che ho difficoltà a leggere il senso degli insulti che mi vengono rivolti ed è troppa fatica (oltretutto non ne ho la competenza) cimentarsi nell’unico ambito che dovrebbe occuparsi della complessità dei deliri piovutimi addosso: la psicoanalisi. Non c’è nessuno che abbia centrato il cuore del problema, non uno che abbia contestato, sul piano morale e giuridico, il mio appello per la cancellazione del regime del 41bis, quasi tutti sono andati fuori tema e si sono concentrati sulla mia indegnità. Come se essere indegni precluda la possibilità di porre un problema che indubbiamente esiste e che non è così scontato (vedi le censure in sede europea). Siamo alla damnatio memoriae, alla cancellazione dell’individuo e della sua capacità di pensare, all’etica come strumento di lobotomizzazione della mente, alla rete che esibisce campioni di un massimalismo che si appalta le poltrone del moralismo e l’esclusiva delle patenti da distribuire, in cui tanti Vinscinsky da strapazzo scorazzano sognando di dar corpo alle loro ambizioni forcaiole. Ho persino prodotto un mostro che coltiva il sogno del ripristino della pena di morte.
I soli che sono entrati nel merito del mio appello seppure per contestarlo, sono stati l’on. Lumia e il dr. Ingroia, l’uno con considerazioni di opportunità, l’altro con considerazioni di carattere giuridico. Al primo il quale sostiene che il regime del 41bis andrebbe addirittura indurito e che la sua cancellazione equivarrebbe ad una sconfitta dello Stato, mi permetto far presente che le esigenze di sicurezza non sono esigenze di vendetta, che esse  possono essere tutelate anche con strumenti diversi dall’isolamento e che forte della sua intransigenza, invece di imperversare nel comodo mattatoio di casa nostra contro i reietti tagliati fuori dalle garanzie del nostro ordinamento giuridico, egli dovrebbe volare a Strasburgo e bacchettare Jean Paul Casta presidente della Corte Europea dei diritti dell’uomo il quale ha censurato l’Italia con queste parole: “Ancora per l’Italia la Corte ha sollevato dubbi sul frequente ricorso alla detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l’associazione mafiosa, con pesanti rischi per la salute psichica del carcerato”. E per favore non scomodi Pindaro che cantò gesta e miti inseguendo un ideale umano che nulla ha a che fare con la concretissima quotidianità di uomini murati vivi.
Al dr. Ingroia il quale ci ricorda che la Consulta si è pronunciata per la costituzionalità del 41bis, voglio a mia volta raccomandare la lettura dei seguenti articoli della Carta Costituzionale, gli articoli 2, 10,13,27. La pronuncia della Consulta alla luce di queste norme costituzionali è, mi sia consentito, un mistero.
Non voglio chiudere questo post senza rispondere ai soli che hanno usato toni pacati e mi hanno fatto sentire un poco meno indegno.
A Balqis De Cesare ricordo che sono un imputato di mafia condannato in primo e secondo grado e dunque una mia partecipazione ad una manifestazione antimafia suonerebbe inopportuna, poco credibile e, oserei dire, provocatoria, a parte il fatto che non verrebbe accettata. Ma cosa penso della mafia e la mia distanza da essa si possono evincere dalla lettura dei post del mio blog e soprattutto dalla lettura del mio libro “L’universo di Nazareno” stampato dal gruppo editoriale l’Espresso.
Ringrazio Aledo per i suoi toni pacati, ogni tanto si respira un poco d’aria pulita. Rischio però di deluderlo. C’è una verità processuale seppure non definitiva che dice che sono mafioso. Si vedrà come andrà in Cassazione, nel caso venissero confermate le sentenze di primo e secondo grado, sarò definitivamente e ufficialmente mafioso. C’è però anche una verità non processuale della quale parlo nel mio post “Ritorno in carcere”, e quella è la mia verità. A lei scegliere a chi credere. La posso aiutare citando la mistica spagnola Teresa D’Avila che sosteneva: “Se vuoi conoscere veramente un uomo, devi leggere le sue epistole perché è lì che l’uomo si libera degli orpelli e denuda il suo cuore”. Cito a memoria ma il senso dovrebbe essere questo. La ringrazio qualunque dovesse essere la sua scelta.

giovedì 13 settembre 2012

Il 41 bis


Ho sperimentato sulla mia pelle cosa significa sollevare il problema relativo al regime del 41 bis per essere stato investito, quando ho affrontato l’argomento, da invettive, insulti e inviti a finire i miei giorni in un gulag. So poi che, assieme ai soliti ignoti a caccia di buglioli in cui vomitare il loro odio, debbo mettere nel conto anche  il rischio di essere frainteso dai soliti aruspici che amano leggere chissà quali dietrologie in articoli innocenti, e le sacrosante proteste di quanti portano impresse sulla loro pelle i segni delle ferite riportate sul fronte della lotta alla mafia. Ma sono testardo e torno sull’argomento che, seppure impopolare, ha il fascino della lotta impari e della pietà sentita come imperativo morale.
Mi rivolgo innanzitutto ai parenti delle vittime di mafia. Di essi condivido lo sdegno e comprendo l’ira, ad essi, se la Cassazione deciderà in via definitiva che sono mafioso, seppure estraneo alle loro sofferenze ma colpevole dell’identità inflittami, chiederò perdono, ma ad essi sento di  rivolgermi come a compagni di un medesimo viaggio, titolari di quello che Gibran ha chiamato il comune destino in cui “insieme sono intessuti il filo bianco e il filo nero e, se il filo nero si spezza, il tessitore dovrà esaminare la tela da cima a fondo e provare di nuovo il suo telaio.”
Ad essi dico che il loro desiderio di giustizia è sacrosanto ma che questo desiderio non può confondersi con la voglia di sangue di cui si nutrono gli squallidi personaggi che usano i drammi altrui per liberare la loro anima malvagia, che essi sono l’umore dal quale sono germogliati gli spiriti di uomini che hanno sacrificato la loro vita, che il loro dolore è troppo nobile per sporcarsi col rancore e la vendetta. I loro destini servono a riscattare altri destini e ad essi chiedo di unirsi ai familiari dei carnefici dei loro cari per un atto di giustizia. Quando parlo di giustizia non intendo indulgenza nei confronti delle colpe e delle pene. A ciascuno il suo, ai colpevoli l’espiazione della pena, ai giusti la pretesa del rispetto dei fondamentali diritti umani. Il rigore dell’espiazione non deve essere frainteso e confuso con la tortura, l’espiazione deve procedere senza sconti ma avendo riguardo per la dignità del colpevole e dei suoi familiari. Quando in un mio post proposi la lettera di un detenuto in regime di 41 bis che descriveva le condizioni strazianti in cui si svolgeva il colloquio tra se e suo figlio di pochi anni, ho dovuto registrare il sarcastico commento di un anonimo che si compiaceva della crudeltà del colloquio descritto e si augurava sofferenze ancora maggiori. Ecco cosa intendo per giustizia di contro al giustizialismo, non certo il perdono da parte dello Stato che non può abdicare al suo rigore, ma neanche la vendetta e l’accanimento nei confronti del reo al cui fianco mi piace immaginare la pietà della vittima che ben conosce la sofferenza e ne avverte l’insensatezza.
Ad altri mi rivolgo con diverse motivazioni e, fra esse, non certo la pietà. Alle coscienze libere che hanno a cuore l’equità del diritto mi rivolgo per ricordare loro che hanno dormito a lungo, che tra diritto e sicurezza urge una scelta e che l’opzione della sicurezza finora prevalsa non fa onore alla tradizione dei lumi e delle garanzie liberali. La pena non può essere utilizzata come risposta eccezionale ad una condizione d’emergenza e lo Stato di diritto deve sapere tenere i nervi saldi non dimenticando che la contrapposizione fra sicurezza e diritto va gestita con misura ed equilibrio. Vi è chi si richiami alla lezione Dei Beccaria, dei Montesquieu, dei Locke, e sappia gridare che la pena non è afflizione e che non è ammissibile che esseri umani fatti della stessa carne di noi tutti subiscano l’inferno di una condizione intollerabile quale è quella del 41 bis reiterato ininterrottamente per decenni, senza alcuna considerazione per le mutate circostanze e per le nuove sensibilità nel frattempo maturate nell’animo dei detenuti, in cui la vita fisica e quella psichica vengono giorno dopo giorno spente con un crudele stillicidio di vessazioni che coinvolgono i reclusi e i loro familiari?
Dal mio non invidiabile osservatorio percepisco che mio figlio non è più quello di sette anni fa e constato lo smarrimento di mio nipote costretto a sottoporsi al martirio del colloquio mensile col padre, il vuoto del suo sguardo, la mia inadeguatezza a dare risposte alle sue domande mute e il mio terrore per le derive che possono nascere nel suo animo provato.
Uomini come il Capo dello Stato, campioni del pensiero liberale che hanno a cuore la tutela dell’individuo come Ostellino, luminari della scienza che hanno sostenuto la capacità dell’uomo di cambiare e di avere diritto ad una seconda opportunità come Veronesi, combattivi difensori dei diritti umani come Pannella, Della Vedova e Manconi, portatori di una concezione giuridica rigorosamente garantista come Pisapia e Ferrajoli, giornalisti intellettualmente onesti come Panza, Polito, Battista e carismatici come Scalfari, non hanno alibi se continuano a latitare in una contesa che riguarda la civiltà del diritto ancor prima della sopravvivenza di vite umane. Ad essi ricordo che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 39/46 del 1987 ha approvato una Convenzione contro la tortura e ha obbligato gli stati contraenti ad adottare una serie di provvedimenti in sintonia con la convenzione approvata. La legislazione italiana non si è ancora adeguata a quest’obbligo e, se si fa riferimento all’art. 27 della Costituzione sulla umanizzazione della pena, non c’è dubbio che il 41 bis è un regime di tortura e che la sua applicazione è un vulnus del nostro sistema giudiziario. D’altronde siamo destinatari di parecchie censure in merito da parte della Comunità europea. La giustizia in uno stato liberale altro non è che una valutazione morale esercitata in un ordinamento legale, grazie alla quale lo Stato può giustificare il ricorso alla violenza, attraverso la condanna e la carcerazione, in risposta alla violenza del cittadino. Ma lo Stato che affida ad una valutazione morale la ragione della sua violenza, non può prescindere da un analogo imperativo morale che imponga il rispetto della condizione umana alla quale è costretto a fare violenza.
E’ questo un appello alle coscienze libere, agli Ostellino, ai Veronesi, ai Pannella, Della Vedova, Manconi, Pisapia. Ferrajoli, Panza, Polito, Battista, Scalfari e ad altri uomini di buona volontà perché si rivolgano alla associazione Liberarsi a Grassina (Fi) ( assliberarsi@tiscali.it ) che da tempo si batte in difesa dei diritti dei detenuti e assieme ad essa si intestino una battaglia per l’abolizione del 41 bis, una battaglia che so difficile perché combattuta contro avversari che godono di seguito, di potere di veto e coagulano umori giacobini coltivati a lungo e capillarmente diffusi in una opinione pubblica spaventata e incitata al linciaggio, ma che ha il fascino delle lotte degne perché riguarda l’uomo della cui centralità cominciò a parlare un certo Socrate attirandosi l’accusa di empietà, perché riguarda la sua dignità che è quella di tutti noi.
Avevo previsto di rivolgere questo appello al cardinale Martini, così vicino alle sofferenze dei carcerati, ma sono arrivato tardi. Sono comunque certo che da lassù ci darà una mano.

lunedì 27 agosto 2012

La condanna di Anders Breivik


                                                       

La mite condanna di Anders Breivik, colpevole di avere ucciso a freddo settantasette persone, a 21 anni di carcere, suscita in noi italiani un moto di indignazione e di stupore. Educati ad un concetto di pena ben più severo, stentiamo a capire il senso di questa sentenza, perché, rispetto ai norvegesi nutriamo una diversa considerazione della dignità dell’uomo. Seppure l’art. 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, noi siamo ben lontani dalla cultura del recupero, preferendo ascoltare i suggerimenti della pancia che ci incitano alla vendetta. Da noi l’imputato è già colpevole e l’odore di sangue ci spinge ad esecuzioni di piazza che fanno giustizia sommaria della nostra civiltà ancor prima che della vita di un uomo. Basta navigare su internet per imbattersi nei più sconcertanti scampoli di un campionario di intolleranza che la dice tutta su quello che siamo. L’imputazione, ancor prima della sentenza di condanna, scatena la nostra sete di vendetta facendo emergere quella subcultura che ci connota come un popolo afflitto da una disinvolta concezione morale, spietato censore delle altrui colpe, a caccia del prossimo da linciare tanto più quanto più è indulgente con se stesso. Le tricoteuses assise ai piedi del patibolo non si discostano molto dai condannati e ne costituiscono il brodo di coltura.
Figuriamoci dunque se possiamo capire i norvegesi! Da noi, per molto meno, vige la pratica dell’ergastolo con cui liquidiamo il male anziché redimerlo, con cui normalizziamo la vita del condannato in via definitiva e mettiamo la società al riparo definitivo dal pericolo che, dopo trent’anni anni, il condannato possa tornare a delinquere. E’ l’antica diatriba fra sicurezza e diritto che da noi fa prevalere la sicurezza anche se sull’altare di questo feticcio si immola la vita di un uomo. Perché dobbiamo dire con chiarezza che stiamo parlando di una esecuzione di morte, anzi, di più, di una lenta, crudele, infinita esecuzione durante la quale il condannato è privato della sua vita attraverso una consunzione cerebrale che lo accompagna fino alla fine della sua esistenza. E in più, stiamo parlando di una esecuzione consumata nell’inferno delle nostre carceri.
Beccaria sosteneva che una pena inflitta ad un uomo dopo tanto tempo è una pena ingiusta perché colpisce un uomo che dopo tanto tempo non è più lo stesso uomo e Umberto Veronesi, proprio a commento della sentenza Breivik, ha confermato scientificamente la teoria di Beccaria. Scrive Veronesi:” Fino a pochi anni fa pensavamo che con il tempo aumentassero solo le sinapsi, i collegamenti fra neuroni. Oggi abbiamo scoperto invece che il cervello è dotato di cellule staminali proprie e dunque si rigenera. Quindi anatomicamente il nostro cervello può rinnovarsi. In effetti ognuno di noi può sperimentare come il suo modo di pensare e sentire non sia lo stesso di 10 anni prima; ma il ragionamento ha ben più forti implicazioni a livello della giustizia, perché il detenuto non è la stessa persona condannata 20 anni prima. Personalmente io appartengo alla vasta schiera dei sostenitori dell’origine ambientale del male: non esistono persone geneticamente predisposte al delitto, ma esistono persone psicologicamente più fragili che vengono influenzati da fattori esterni (famiglia, cultura, disagio sociale o psichico) che li spingono al crimine. Se accettiamo questo presupposto scientifico, allora tanto più il compito della giustizia non è la vendetta, la greca Nemesi, ma la Metanoia, il ravvedimento predicato da Giovanni Battista sulle rive del Giordano, e dunque la rieducazione e, in caso di successo, il reinserimento sociale”.
Non c’è altro da aggiungere se non la testimonianza di una confessione fattami, durante la mia detenzione, da un ergastolano: “Ritengo l’ergastolo una pena più crudele della morte. Esso è la condanna ad una parvenza di vita che parla solo a se stessa, monca, innaturale, senza connessioni col resto del mondo, è il destino di uomini che fanno della finzione una realtà vissuta disperatamente, progettando sogni e coltivando speranze che non si realizzeranno, sbirciando fuori dalla propria emarginazione e aspettando un segnale di interesse per la propria sorte. Noi ergastolani ci sforziamo di vivere, imponiamo con rabbia le nostre esistenze rivendicando il diritto alle nostre intelligenze cancellate da coloro che ci infliggono, assieme ad un futuro negato, l’astio perché osiamo. Siamo gli eredi di origini ormai lontane che, dopo decenni, stentiamo a ricordare, gli avanzi confusi di un antico contesto, ossessionati dal rumore dei nostri passi, privi di relazioni vitali, ormai irriconoscibili e costretti a vivere una vendetta inutile. René Girard ne “La nausea della vendetta” ha scritto che l’originalità della vendetta è un’impresa vana e che, nella misura in cui tutti i personaggi sono presi in una spirale di vendetta, matura una tragedia senza inizio e senza fine. Ebbene l’ergastolo, come la vendetta, è una tragedia senza fine in cui il tempo diventa uno stillicidio senza passato e senza futuro, in cui gli uomini che sovrintendono alla nostra pena aspettano pazientemente che giungiamo a quell’appuntamento estremo che aleggia costantemente a fianco di noi ergastolani, il suicidio”.


lunedì 20 agosto 2012

Casini…


                                                                 
In una lettera al Corriere della Sera l’on.Casini invita a raccogliere la lezione di De Gasperi e, come al solito, si propone con l’aria del bravo ragazzo che cade dalle nuvole denunciando gli errori degli altri.
Evocando le parole di De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”, egli accusa la classe politica e una parte di quella dirigente di avere tradito la lezione di De Gasperi coltivando “gli interessi di partito, di categoria e di corporazione, e poco, o niente,” quelli delle “prossime generazioni”. Aggiunge che il testimone di De Gasperi è stato raccolto “da uomini come Fanfani, La Malfa o Moro, personalità capaci di guidare il Paese, attraverso scelte anche impopolari, fino a risultati straordinari, con tassi di crescita che oggi definiremmo cinesi, un Pil pro capite da quarta-quinta potenza economica mondiale, un’industria manifatturiera seconda solo alla Germania”. L’on. Casini si è nutrito della stessa cultura degli uomini che mostra di ammirare, una cultura che si ispirava ai valori di un malinteso senso di giustizia sociale e di un cattolicesimo di retroguardia che da lì a poco sarebbe stato superato dai nuovi indirizzi della dottrina sociale della Chiesa. Prendendo il testimone di De Gasperi c’era da fare una scelta tra i due vecchi antagonisti di sempre, libertà e uguaglianza, sapendo leggere il messaggio di De Gasperi. L’Italia di allora era una Nazione protesa verso i traguardi decantati dall’on. Casini grazie alla propria forza vitale, al proprio ingegno, alla propria laboriosità e creatività, certamente non grazie all’opera degli eredi di De Gasperi che fecero una scelta di uguaglianza imbrigliando quelle risorse invece di incoraggiarle. In omaggio ad un ideale di uguaglianza calata dall’alto, fu varato un welfare sprecone e lottizzato che incoraggiò la nascita di corporazioni e lobby e finì per fissare disuguaglianze tra privilegiati e non, soprattutto tra le generazioni delle vacche grasse e le generazioni future penalizzate da un saccheggio delle risorse pubbliche che non potevamo permetterci. Assistiamo alla corsa di chi pretende di intestarsi valori liberali, dopo averli ignorati in una corsa folle allo statalismo invasivo che ha soffocato l’economia del Paese pur di garantire consorterie ormai consolidate e difficili da scalfire, mentre le nuove generazioni affogano nei problemi di una esistenza senza futuro grazie ad una scelta che parte da lontano e che è stata fatta dagli uomini che Casini definisce statisti.
Figlio di questa cultura, ad ogni rintocco di campane a morte, il nostro sale sull’ambone a denunciare i tradimenti della politica con aria compunta e  piglio scandalizzato, ma non ci spiega dove era lui mentre si perpetravano questi tradimenti.