E’ motivo di speranza la lettura dell’articolo del dr. Ingroia sull’ultimo numero di “ I Love Sicilia “.
Finalmente da una fonte autorevole e soprattutto da un addetto ai lavori giunge la denuncia di un malcostume tutto italiano che vede impegnata la stampa nell’esercizio di una disinvoltura che non ha tanti riguardi per la correttezza dell’informazione.
Dunque il dr. Ingroia lamenta che i media “interferiscono nel materiale processuale e rischiano di condizionare negativamente il corretto funzionamento delle regole del gioco”. Raccomanda prudenza, anzi serietà e il giusto approccio alla notizia. Se, per esempio, Graviano smentisce Spatuzza, questa, secondo il dr. Ingroia, non è una notizia, mentre lo è se Graviano conferma le accuse di Spatuzza. Nel raccomandare serietà ai media, il dr. Ingroia chiede che i media dicano solo le verità care ai PM!
Ma è proprio quello che hanno sempre fatto i giornalisti della giudiziaria in agguato nelle vicinanze degli uffici della Procura, lesti a intercettare gli impianti accusatori e proporli ai lettori come l’unica verità. Una stampa appiattita sulle posizioni della pubblica accusa, fa i processi in piazza e consegna l’imputato nelle vesti di colpevole ad una opinione pubblica che a sua volta non fa sconti, emargina e sancisce la gogna. E’così che vicende giudiziarie infinite si traducono in una dannazione che colpisce vite e affetti e sfregia reputazioni. Personalmente ho sperimentato le conseguenze della mia vicenda giudiziaria tutte le volte che è emersa la mia identità di imputato di mafia e ho dovuto fare i conti con la reazione di chi si è affrettato a prendere le distanze da me. E a nulla è valso che abbia denunciato le manipolazioni della mia vicenda da parte di giornalisti che mi hanno palesemente diffamato attribuendomi reati e ruoli che la stessa Magistratura requirente non mi ha mai contestato. Tutto è stato inutile perché la Procura ha sempre archiviato.
Adesso però sono più fiducioso perché, se il dr. Ingroia raccomanda maggior serietà ai media quando si occupano delle condotte dei magistrati, posso aspettarmi che la stessa serietà sia riservata ai comuni cittadini come me, e soprattutto che la prossima volta la Procura tratti con maggiore severità i miei esposti.
E visto che parliamo di serietà e senso della misura, voglio tornare a quindici giorni fa, a quando il senso della misura è stato superato dalla reazione alla scarcerazione dei quattro fiancheggiatori di Provenzano. Adesso la Cassazione si è pronunciata, i quattro sono tornati definitivamente in carcere e non turbano più i sonni degli intransigenti sacerdoti di una implacabile giustizia che considera gli imputati dei nemici da abbattere e infierisce sui diritti pur di infierire sugli imputati.
E’ vero che stiamo parlando di cittadini di serie inferiore ma mi hanno insegnato che è il principio che conta e se il principio non vale per i cittadini di serie “B”, finisce per non valere per nessuno e allora c’è di che preoccuparsi.
Dunque quattro sciagurati che avevano già scontato i tre quarti della pena loro inflitta in primo e in secondo grado, sono stati scarcerati perché la Corte di Appello che li aveva condannati, ritenne che fossero stati superati i termini di custodia in assenza di una sentenza definitiva. Reputò che cinque anni di carcere della cui legittimità non si era sicuri, erano troppi anche per degli imputati, presunti mafiosi quanto si vuole, ma anche presunti innocenti.. Apriti cielo, si scatenò una tempesta in un bicchiere d’acqua, si parlò di fatto inconcepibile e di default della giustizia, l’on. Lumia si spinse fino a dichiarare che “una falla del sistema giudiziario aveva consentito ai boss di farla franca”. Avere scontato cinque dei sei o sette anni di pena loro inflitta, nonostante non si avesse ancora certezza della loro colpevolezza, significava averla fatta franca? E se la Cassazione si fosse pronunciata per la loro innocenza? Dove era in ogni caso il problema e dove il rischio per la società? Certo non nel pericolo che i quattro si dessero alla latitanza vista l’esiguità della pena da scontare. E allora?
La spiegazione ce l’ha fornita Bianconi sul Corriere della Sera del 5 giugno: “ E’ un brutto segnale che quattro presunti mafiosi condannati in primo e in secondo grado per avere favorito la latitanza di Provenzano escano di galera perché la sentenza definitiva non è arrivata in tempo, è sintomo di un sistema dove gli ingranaggi si inceppano ancora”. Appunto è un brutto segnale che gli ingranaggi si inceppino e permettano che quattro imputati scontino quasi tutta la pena prima che sia confermata definitivamente la loro colpevolezza. E’ un brutto segnale che susciti tanto scandalo il fatto che, grazie ai ritardi della giustizia, quattro imbrattatele escano dal carcere dove non hanno più titolo di restarvi, e non susciti altrettanto scandalo nei farisaici indignati a senso unico il fatto che gli stessi ritardi condannino gli imputati, oltre che a lunghi anni di detenzione che possono non essere dovuti, a un limbo di decine di anni in cui le vite e le reputazioni fanno in tempo a essere sconvolte, prima che si giunga a sentenza definitiva. E altro brutto segnale è stato assistere alla contesa scoppiata tra Corte d’Appello di Palermo e Cassazione con cui venivano rimpallate le responsabilità della scarcerazione. Il Presidente della Corte d’Appello ha addirittura accusato la Cassazione di avere dato sulla materia relativa ai termini di scadenza indicazioni contrastanti! Un bell’esempio di certezza del diritto e di decoro della Magistratura!
Adesso i nostri quattro sono tornati in carcere, ma quando, fra qualche mese, dopo avere scontato l’intera pena, usciranno, cosa facciamo? Li interniamo in un gulag? I duri e puri della giustizia senza tanti riguardi per le pretese di qualche irriducibile garantista, non disperino, un rimedio si troverà e, come ha rassicurato l’on. Gasparri,” Il ministro della Giustizia saprà intervenire ancora una volta per porre rimedio a questa grave inefficienza dei magistrati”. Quel che conta è la sicurezza dei cittadini non il diritto e dunque qualcosa si farà contro questi quattro sfrontati che, saldato a torto o a ragione il loro debito con la giustizia, pretenderanno di tornare in libertà.
Visualizzazioni totali
giovedì 16 giugno 2011
martedì 14 giugno 2011
Riflessioni in libertà
Mi sono ritrovato impegnato in una accesa discussione con il titolare del supermercato dove sono solito fornirmi. Debbo ammettere che ho innescato questa discussione con un pizzico di perfidia perché, conoscendo l’avversione del mio interlocutore per Berlusconi, l’ho provocato complimentandomi con lui per l’esito dei risultati elettorali. “ Contento che Berlusconi è stato battuto?” gli ho detto. Apriti cielo, mi è piovuta addosso una cascata di improperi contro il Cavaliere, causa di tutti i mali del mondo e soprattutto dell’infelice destino dei suoi due figli, ancora disoccupati, ma per fortuna spazzato via dai referendum nei quali egli ha votato quattro “si”, perché “non esiste che l’acqua sia di proprietà privata, che l’atomo debba portare il mondo alla catastrofe, che il sig. Berlusconi la debba far franca con il libero impedimento che mentre impedisce il giudizio lascia andare in prescrizione il reato”. Ma non si contentava il nostro di preconizzare solo la morte politica, si augurava addirittura la morte fisica di Berlusconi, “lo voglio vedere morto, solo allora avrò pace”! Mi è parso troppo e tentai di protestare che stava esagerando, ma mal me ne incolse, perché il mio agguerrito interlocutore mi aggredì con il sangue agli occhi e lo sguardo spiritato accusandomi di essere il solito reazionario che non lascia parlare gli altri. Mi ritrassi intimidito e mi rifugiai nelle mie riflessioni, lì non rischi di essere aggredito.
Pensai a noi padri che, in una stagione di egoismo, saccheggiammo le risorse pubbliche e mettemmo al sicuro il nostro futuro fottendo il futuro dei nostri figli senza dovere aspettare le nefandezze di Berlusconi, ai messaggi che una cultura di parte ha potuto tranquillamente trasmettere mistificando sull’atomo che da risorsa del mondo è stato promosso al rango di nemico del mondo, imbrogliando su falsi progetti di privatizzazione dell’acqua, barando sul concetto di libero impedimento e prescrizione. Il risultato mi appariva sotto le sembianze del mio negoziante, intransigente nelle sue certezze, indurito nel suo ardore di parte, implacabilmente assiso sul carro dei trionfi referendari. Lo vedevo mentre faceva dei miei eccessi verbali ( magari nella discussione con lui posso essermi infervorato ) l’occasione per demonizzarmi relegandomi tra gli arnesi della reazione e la mente è corsa ad Asor Rosa e ai cattivi maestri, all’agora che continua a mandare a morte Socrate, alla ragione ingoiata dalla pancia, alla libertà dei moderni che, con buona pace di Constant, ciclicamente si lascia assoggettare dalla libertà degli antichi, alla volontà generale di Rousseau che ci rimanda ad una democrazia improbabile, a Locke e alla sua tolleranza mandata a farsi benedire in un universo ormai concesso a tutti, in cui tutti possono dire tutto e il contrario di tutto, soprattutto possono prevaricare. Vedevo il trionfo della superiorità morale che obbedisce all’etica bacchettona e manichea secondo cui il mondo è diviso tra buoni e cattivi, l’appiattimento delle coscienze e l’annullamento di tutto ciò che non sia politicamente corretto, il trionfo della demagogia e delle costruzioni ideologiche che hanno come scopo di difendere privilegi radicati, vedevo l’individuo allontanarsi sfocato all’orizzonte e mi tenevo ben stretta la mia povera coscienza che, pur rinculando, continua a dire la sua grazie ad uno spiraglio di ragione.
Pensai a noi padri che, in una stagione di egoismo, saccheggiammo le risorse pubbliche e mettemmo al sicuro il nostro futuro fottendo il futuro dei nostri figli senza dovere aspettare le nefandezze di Berlusconi, ai messaggi che una cultura di parte ha potuto tranquillamente trasmettere mistificando sull’atomo che da risorsa del mondo è stato promosso al rango di nemico del mondo, imbrogliando su falsi progetti di privatizzazione dell’acqua, barando sul concetto di libero impedimento e prescrizione. Il risultato mi appariva sotto le sembianze del mio negoziante, intransigente nelle sue certezze, indurito nel suo ardore di parte, implacabilmente assiso sul carro dei trionfi referendari. Lo vedevo mentre faceva dei miei eccessi verbali ( magari nella discussione con lui posso essermi infervorato ) l’occasione per demonizzarmi relegandomi tra gli arnesi della reazione e la mente è corsa ad Asor Rosa e ai cattivi maestri, all’agora che continua a mandare a morte Socrate, alla ragione ingoiata dalla pancia, alla libertà dei moderni che, con buona pace di Constant, ciclicamente si lascia assoggettare dalla libertà degli antichi, alla volontà generale di Rousseau che ci rimanda ad una democrazia improbabile, a Locke e alla sua tolleranza mandata a farsi benedire in un universo ormai concesso a tutti, in cui tutti possono dire tutto e il contrario di tutto, soprattutto possono prevaricare. Vedevo il trionfo della superiorità morale che obbedisce all’etica bacchettona e manichea secondo cui il mondo è diviso tra buoni e cattivi, l’appiattimento delle coscienze e l’annullamento di tutto ciò che non sia politicamente corretto, il trionfo della demagogia e delle costruzioni ideologiche che hanno come scopo di difendere privilegi radicati, vedevo l’individuo allontanarsi sfocato all’orizzonte e mi tenevo ben stretta la mia povera coscienza che, pur rinculando, continua a dire la sua grazie ad uno spiraglio di ragione.
venerdì 3 giugno 2011
Il senso della vittoria
Il risultato delle elezioni amministrative ha dato la stura alla reazione dei vincitori espressa in maniera unanimemente gioiosa, come è naturale, ma con una gradazione di toni che vanno dalla sobrietà al più sfrenato trionfalismo che evoca scenari impropri. Si va dalla composta reazione di Pisapia al campionario dei proclami di quanti scomodano le categorie dell’etica e dell’estetica per connotare risultati che in definitiva hanno deciso solo a chi assegnare il compito di amministrare delle città, seppure impegnative, di quanti si avventurano in improbabili celebrazioni del valore epocale di queste elezioni, sproloquiando di una sorta di palingenesi che avrebbe visto trionfare il bene sul male. Il lupo perde il pelo ma non il vizio e la sinistra, come al solito, la mette sulla superiorità morale della propria parte. C’è chi parla di espugnazione di Milano e di vittoria dell’Italia dell’eleganza tradendo il vizio d’origine di una certa sinistra rivoluzionaria e salottiera che, per quanto cerchi di ammantarsi con i panni della sobrietà, alla prima occasione non sa resistere ai propri istinti. C’è chi, bandana in testa, non riesce a tenere a freno gli impulsi giacobini che lo hanno visto protagonista di una stagione di manette facili e ne vuole rinnovare i fasti. Il mio edicolante, comunista della prima ora ma soprattutto antiberlusconiano, mi ha confessato che ha avuto un orgasmo provocato dalla sconfitta del Cavaliere che ha mandato in corto circuito i suoi ormoni. Gli ho chiesto come farà a dare impulso ai suoi appetiti sessuali allorché gli mancherà il motore della sua passione, il malconcio Berlusconi prossimo a togliere il disturbo.
Capisco che la sinistra viene da un lungo periodo di carestia e non riesce a tenere a freno la tentazione di strafare e straparlare ma deve provare a ragionare memore della lezione del passato quando i facili entusiasmi e la demonizzazione dell’avversario sono stati gli ingredienti che hanno aiutato Berlusconi a vincere, avendo ben chiara la consapevolezza che un risultato favorevole non significa che si è messa in moto alcuna macchina da guerra che peraltro evoca pesanti sconfitte, facendo tesoro del regalo fattogli da una destra suicida e non avendo troppa fretta di ricambiare la cortesia ripetendo gli errori del passato. In definitiva i risultati di queste amministrative sono il frutto del disgusto degli elettori tradizionali del centro destra che hanno disertato massicciamente le urne, della passione degli elettori di sinistra e della rabbia di alcuni elettori di destra che si sono sentiti traditi e hanno provato ad affidare le loro speranze ad una scelta diversa, sono il messaggio di cittadini che hanno affrancato i loro sogni dal legame con i referenti tradizionali e li hanno fatti coincidere con candidati che apparivano fuori dai consueti logori schemi. I partiti non hanno motivo di stare allegri, tutti, a destra come a sinistra, sono stati battuti perché i voti sono stati solo un’offerta votiva all’icona rappresentata dal candidato e la personalizzazione della politica, tanto criticata con Berlusconi, ha avuto una clamorosa conferma. I professionisti della politica hanno motivo di riflettere sulle prospettive di uno scenario in cui figure essenziali della nostra democrazia come i partiti rischiano di non essere più il riferimento dell’elettore. Allora si che dovremo fare i conti con il populismo!
Il risultato delle elezioni amministrative ha dato la stura alla reazione dei vincitori espressa in maniera unanimemente gioiosa, come è naturale, ma con una gradazione di toni che vanno dalla sobrietà al più sfrenato trionfalismo che evoca scenari impropri. Si va dalla composta reazione di Pisapia al campionario dei proclami di quanti scomodano le categorie dell’etica e dell’estetica per connotare risultati che in definitiva hanno deciso solo a chi assegnare il compito di amministrare delle città, seppure impegnative, di quanti si avventurano in improbabili celebrazioni del valore epocale di queste elezioni, sproloquiando di una sorta di palingenesi che avrebbe visto trionfare il bene sul male. Il lupo perde il pelo ma non il vizio e la sinistra, come al solito, la mette sulla superiorità morale della propria parte. C’è chi parla di espugnazione di Milano e di vittoria dell’Italia dell’eleganza tradendo il vizio d’origine di una certa sinistra rivoluzionaria e salottiera che, per quanto cerchi di ammantarsi con i panni della sobrietà, alla prima occasione non sa resistere ai propri istinti. C’è chi, bandana in testa, non riesce a tenere a freno gli impulsi giacobini che lo hanno visto protagonista di una stagione di manette facili e ne vuole rinnovare i fasti. Il mio edicolante, comunista della prima ora ma soprattutto antiberlusconiano, mi ha confessato che ha avuto un orgasmo provocato dalla sconfitta del Cavaliere che ha mandato in corto circuito i suoi ormoni. Gli ho chiesto come farà a dare impulso ai suoi appetiti sessuali allorché gli mancherà il motore della sua passione, il malconcio Berlusconi prossimo a togliere il disturbo.
Capisco che la sinistra viene da un lungo periodo di carestia e non riesce a tenere a freno la tentazione di strafare e straparlare ma deve provare a ragionare memore della lezione del passato quando i facili entusiasmi e la demonizzazione dell’avversario sono stati gli ingredienti che hanno aiutato Berlusconi a vincere, avendo ben chiara la consapevolezza che un risultato favorevole non significa che si è messa in moto alcuna macchina da guerra che peraltro evoca pesanti sconfitte, facendo tesoro del regalo fattogli da una destra suicida e non avendo troppa fretta di ricambiare la cortesia ripetendo gli errori del passato. In definitiva i risultati di queste amministrative sono il frutto del disgusto degli elettori tradizionali del centro destra che hanno disertato massicciamente le urne, della passione degli elettori di sinistra e della rabbia di alcuni elettori di destra che si sono sentiti traditi e hanno provato ad affidare le loro speranze ad una scelta diversa, sono il messaggio di cittadini che hanno affrancato i loro sogni dal legame con i referenti tradizionali e li hanno fatti coincidere con candidati che apparivano fuori dai consueti logori schemi. I partiti non hanno motivo di stare allegri, tutti, a destra come a sinistra, sono stati battuti perché i voti sono stati solo un’offerta votiva all’icona rappresentata dal candidato e la personalizzazione della politica, tanto criticata con Berlusconi, ha avuto una clamorosa conferma. I professionisti della politica hanno motivo di riflettere sulle prospettive di uno scenario in cui figure essenziali della nostra democrazia come i partiti rischiano di non essere più il riferimento dell’elettore. Allora si che dovremo fare i conti con il populismo!
sabato 28 maggio 2011
La nostra immagine nel ridicolo
Appare chiaro ormai che il nostro Presidente del Consiglio ha perduto la trebisonda e non ha più la capacità di capire che cosa va fatto o no per evitare di cadere nel ridicolo. La sua ultima performance alla recente riunione del G8 ce ne ha dato la prova inequivocabile e dolorosa. Dolorosa perché ad essere tirati in ballo siamo tutti noi italiani meritevoli certo del discredito che ci deriva dalle nostre scelte ma non fino al punto da essere trascinati oltre il limite della decenza. E invece quel limite è stato superato quando Berlusconi, incassato il rifiuto di un summit a due con Obama , ha imposto al presidente statunitense un placcaggio irrituale nelle forme e nella sostanza. Che immagine penosa vedere il nostro Presidente poggiare la mano sulla spalla dell’indifferente Obama che si apprestava a sedersi al tavolo dei lavori, con un gesto confidenziale chiaramente non propiziato dalle circostanze, e improvvisare con la sua imbarazzata e stupita vittima la solita sceneggiata dei suoi travagli giudiziari e di come la magistratura italiana tenga sotto scacco la democrazia in Italia!
Non siamo un paese di prima grandezza nel panorama mondiale seppure sediamo in un sinedrio ristretto quale il G8, ma anche la nostra ininfluente dimensione può essere portata avanti con una dignità che ci faccia guadagnare rispetto. D’altronde siamo pur sempre il Paese di Dante e di Leonardo, di un Rinascimento che ha lasciato una eredità irripetibile al mondo, un Paese che ancora oggi nel campo dell’arte e della scienza fornisce esempi pregevoli, che è capace di esprimere individualità come Marchionne ed altri che conquistano in giro per il mondo simpatia e ammirazione, che con le sue forze armate si sta guadagnando il rispetto degli alleati, che è la patria di meravigliose realtà solidali attive negli angoli più sperduti del mondo.
E’ lo stesso Paese che però su altri versanti è alla deriva, responsabile di una politica schizofrenica e di imbarazzanti governanti al pari di rissosi e inconcludenti oppositori, di una pletora di Masaniello al Nord come al Sud che danno al Paese un aspetto da repubblica delle banane, di una giustizia strabica e non funzionante, di una magistratura che desta perplessità, di una corruzione dilagante, di una criminalità diffusa e invasiva, di una incapacità cronica di semplificare i problemi e di un’altrettanta capacità di ideologizzare i propri vizi. Pur così malandato rimane comunque il nostro Paese al quale dobbiamo rispetto e carità di patria e che non merita certo l’imbarazzo che gli procura il nostro Presidente del Consiglio tutte le volte che partecipa a riunioni internazionali e non perde occasione per farla fuori dall’orinale, snobbato dagli altri partecipanti che dialogano alla pari tra di loro con l’aria di chiedersi chi è quell’intruso provinciale che cerca a tutti i costi di attirare l’attenzione.
Al Presidente del Consiglio che approfitta dei consessi internazionali per lavare i panni sporchi fuori dalla famiglia lamentandosi dei pericoli che incombono in Italia per colpa dei magistrati, quasi a sollevare un’emergenza sulla quale chiedere la vigilanza della comunità internazionale, domandiamo dove sia stato negli ultimi 15 anni e che cosa gli ha impedito di portare a compimento quella riforma della giustizia che gli sta tanto a cuore e della cui mancata realizzazione siamo noi comuni cittadini non protetti da alcun ombrello a chiedergli conto per primi.
Appare chiaro ormai che il nostro Presidente del Consiglio ha perduto la trebisonda e non ha più la capacità di capire che cosa va fatto o no per evitare di cadere nel ridicolo. La sua ultima performance alla recente riunione del G8 ce ne ha dato la prova inequivocabile e dolorosa. Dolorosa perché ad essere tirati in ballo siamo tutti noi italiani meritevoli certo del discredito che ci deriva dalle nostre scelte ma non fino al punto da essere trascinati oltre il limite della decenza. E invece quel limite è stato superato quando Berlusconi, incassato il rifiuto di un summit a due con Obama , ha imposto al presidente statunitense un placcaggio irrituale nelle forme e nella sostanza. Che immagine penosa vedere il nostro Presidente poggiare la mano sulla spalla dell’indifferente Obama che si apprestava a sedersi al tavolo dei lavori, con un gesto confidenziale chiaramente non propiziato dalle circostanze, e improvvisare con la sua imbarazzata e stupita vittima la solita sceneggiata dei suoi travagli giudiziari e di come la magistratura italiana tenga sotto scacco la democrazia in Italia!
Non siamo un paese di prima grandezza nel panorama mondiale seppure sediamo in un sinedrio ristretto quale il G8, ma anche la nostra ininfluente dimensione può essere portata avanti con una dignità che ci faccia guadagnare rispetto. D’altronde siamo pur sempre il Paese di Dante e di Leonardo, di un Rinascimento che ha lasciato una eredità irripetibile al mondo, un Paese che ancora oggi nel campo dell’arte e della scienza fornisce esempi pregevoli, che è capace di esprimere individualità come Marchionne ed altri che conquistano in giro per il mondo simpatia e ammirazione, che con le sue forze armate si sta guadagnando il rispetto degli alleati, che è la patria di meravigliose realtà solidali attive negli angoli più sperduti del mondo.
E’ lo stesso Paese che però su altri versanti è alla deriva, responsabile di una politica schizofrenica e di imbarazzanti governanti al pari di rissosi e inconcludenti oppositori, di una pletora di Masaniello al Nord come al Sud che danno al Paese un aspetto da repubblica delle banane, di una giustizia strabica e non funzionante, di una magistratura che desta perplessità, di una corruzione dilagante, di una criminalità diffusa e invasiva, di una incapacità cronica di semplificare i problemi e di un’altrettanta capacità di ideologizzare i propri vizi. Pur così malandato rimane comunque il nostro Paese al quale dobbiamo rispetto e carità di patria e che non merita certo l’imbarazzo che gli procura il nostro Presidente del Consiglio tutte le volte che partecipa a riunioni internazionali e non perde occasione per farla fuori dall’orinale, snobbato dagli altri partecipanti che dialogano alla pari tra di loro con l’aria di chiedersi chi è quell’intruso provinciale che cerca a tutti i costi di attirare l’attenzione.
Al Presidente del Consiglio che approfitta dei consessi internazionali per lavare i panni sporchi fuori dalla famiglia lamentandosi dei pericoli che incombono in Italia per colpa dei magistrati, quasi a sollevare un’emergenza sulla quale chiedere la vigilanza della comunità internazionale, domandiamo dove sia stato negli ultimi 15 anni e che cosa gli ha impedito di portare a compimento quella riforma della giustizia che gli sta tanto a cuore e della cui mancata realizzazione siamo noi comuni cittadini non protetti da alcun ombrello a chiedergli conto per primi.
lunedì 23 maggio 2011
Strauss-Kahn
Le foto di Strauss-Kahn in manette sono una immagine forte che, al di là del turbamento in se insito nella crudele prassi dei ceppi, colpisce ancora di più perché riguarda un uomo fino all’altro ieri potente. Ci si chiede stupiti come tanta umiliazione possa osare attingere a vette così alte e trascinare in una condizione di comune crudeltà un uomo finora ritenuto fuori dal comune. Si è scatenata la soddisfazione spietata di quanti danno la stura alla voglia di macelleria annidata in complessi di inferiorità che aspetta l’occasione per esplodere o più semplicemente obbediscono ad un calvinismo intransigente così diffuso nei paesi anglosassoni. Ma, specie al di qua dell’Atlantico, contro l’umiliazione riservata a Strauss-Kahn hanno prevalso una indignazione e una pietà che puzzano tanto di ipocrisia e di incoerenza. Se si fosse trattato di un qualsiasi carneade, ci sarebbe stato la stessa indignazione? Le manette hanno mai suscitato la stessa compassione a favore di comuni mortali che non hanno l’appeal di Strauss-Kahn?
Chiarisco subito che ritengo indegna, nei confronti di chiunque, la vergogna del perp walk invalsa nel costume statunitense, una gogna che la dice tutta sulla ringhiosa sete di linciaggio di un giacobinismo che vive la caduta del reo come un’ordalia che colpisce l’imputato ancor prima che questi sia riconosciuto colpevole. Grazie a Dio però in aula la musica cambia e il sistema giudiziario statunitense obbedisce ad altrettanta intransigenza nella tutela delle garanzie dell’individuo. Nonostante la gravità delle imputazioni, Strauss-Kahn è già stato scarcerato, sorvegliato a vista 24 ore su 24, ma libero di vivere nell’abitazione che si è scelto.
Gli europei dal cuore tenero e dagli scheletri nell’armadio che ammiccano ai potenti e hanno un concetto strabico della giustizia, si abbandonano a facile indignazione dimenticando:
- gli italiani, che gli imputati di casa nostra sono anch’essi sottoposti alla passerella davanti ai fotografi e alle folle osannanti e sono costretti a subire lunghi anni di detenzione prima della sentenza, che siamo stati protagonisti e vittime della mitica stagione di tangentopoli in cui l’abuso delle manette mandava in orgasmo qualche magistrato, che in Italia ha potuto verificarsi una infamia come la vicenda Tortora senza che nessuno abbia pagato il conto;
- i francesi, che sono gli eredi delle tricoteuses che durante la rivoluzione francese sghignazzavano all’indirizzo dei condannati a morte che venivano portati alla ghigliottina, hanno rinnovato i loro fasti giacobini con l’affare Dreyfus, sono i portatori di una morale ondivaga che assolve o condanna a seconda che in ballo ci siano le disinvolte convivenze di Mitterand e le assatanate concupiscenze di Strass-Kahn o il sesso orale di Clinton e le allegre serate del Cavaliere, hanno protetto un assassino come Battista il quale ha potuto tranquillamente pontificare in terra gallica coccolato dalla inossidabile intellighènzia di manica larga che lo ha fatto passare per un perseguitato politico.
Negli Stati Uniti la crudeltà come la giustizia sono uguali per tutti, in Europa sono variabili che mutano a seconda del destinatario.
Chiarisco subito che ritengo indegna, nei confronti di chiunque, la vergogna del perp walk invalsa nel costume statunitense, una gogna che la dice tutta sulla ringhiosa sete di linciaggio di un giacobinismo che vive la caduta del reo come un’ordalia che colpisce l’imputato ancor prima che questi sia riconosciuto colpevole. Grazie a Dio però in aula la musica cambia e il sistema giudiziario statunitense obbedisce ad altrettanta intransigenza nella tutela delle garanzie dell’individuo. Nonostante la gravità delle imputazioni, Strauss-Kahn è già stato scarcerato, sorvegliato a vista 24 ore su 24, ma libero di vivere nell’abitazione che si è scelto.
Gli europei dal cuore tenero e dagli scheletri nell’armadio che ammiccano ai potenti e hanno un concetto strabico della giustizia, si abbandonano a facile indignazione dimenticando:
- gli italiani, che gli imputati di casa nostra sono anch’essi sottoposti alla passerella davanti ai fotografi e alle folle osannanti e sono costretti a subire lunghi anni di detenzione prima della sentenza, che siamo stati protagonisti e vittime della mitica stagione di tangentopoli in cui l’abuso delle manette mandava in orgasmo qualche magistrato, che in Italia ha potuto verificarsi una infamia come la vicenda Tortora senza che nessuno abbia pagato il conto;
- i francesi, che sono gli eredi delle tricoteuses che durante la rivoluzione francese sghignazzavano all’indirizzo dei condannati a morte che venivano portati alla ghigliottina, hanno rinnovato i loro fasti giacobini con l’affare Dreyfus, sono i portatori di una morale ondivaga che assolve o condanna a seconda che in ballo ci siano le disinvolte convivenze di Mitterand e le assatanate concupiscenze di Strass-Kahn o il sesso orale di Clinton e le allegre serate del Cavaliere, hanno protetto un assassino come Battista il quale ha potuto tranquillamente pontificare in terra gallica coccolato dalla inossidabile intellighènzia di manica larga che lo ha fatto passare per un perseguitato politico.
Negli Stati Uniti la crudeltà come la giustizia sono uguali per tutti, in Europa sono variabili che mutano a seconda del destinatario.
venerdì 13 maggio 2011
Le nuove categorie del diritto
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere di lunedì 9 maggio, argomentando a proposito della (mancanza di) identità italiana con il suo solito acume, a un certo punto, descrivendo le immagini festanti delle folle americane per la morte di Bin Laden e marcando la differenza tra il popolo americano e il nostro, scrive: “ Ancora una volta, che differenza rispetto a noi. Rispetto alla cautela perbenistica del nostro discorso pubblico, alla nostra ostentazione di umanitarismo legalitario a ogni piè sospinto, alla nostra eterna incertezza morale nel riconoscere il bene e il male sulla scena del mondo”. A Galli della Loggia fa eco Elie Wiesel il quale afferma:”Osama era il male, banale o no andava eliminato!”. Che dire, credevamo che eliminare il male neutralizzando la causa di esso senza necessariamente affidare alle armi ma al diritto il compito di comminare o meno la pena capitale, appartenesse al patrimonio dei valori consolidati e che si possa giubilare per la soluzione del problema non per la morte di un uomo. Evidentemente ci sbagliavamo e dobbiamo abituarci alle nuove categorie in base alle quali l’uccisione di Gheddafi, di Assad e di tutti i tiranni del mondo rientra nella nuova morale della normativa che è destinata a regolare le relazioni internazionali.
Il ragionamento di Galli della Loggia, mi fa venire in mente una mia vicenda personale.
Ogni tanto mi avventuro in tours masochistici navigando nel florilegio delle contumelie che mi inseguono sul web e puntualmente mi imbatto in una lettera aperta, sempre la stessa, indirizzatami l’anno scorso dalla signora Chelli, presidente dell’associazione vittime della strage di Firenze, a commento di un mio post sul 41 bis che ha suscitato tanto scandalo. Allora, comprendendo la rabbia della signora Chelli, non volli rispondere, ma, visto che la lettera è destinata a restare in rete a perenne memoria della mia nefandezza, non posso continuare a tacere.
Ecco uno stralcio della lettera della signora Chelli: “ Egregio signor Nino Mandalà, ancora una volta mi trovo costretta a scrivere una lettera…..soprattutto in questo caso, cioè nel caso del 41 bis…..Da 17 anni la mafia combatte il 41 bis. Lo ha fatto con odio, con cattiveria, con crudeltà inedita in via dei Georgofili a Firenze……Da allora continua a pretendere di dire la sua ogni giorno sul 41bis, e sempre allo stesso modo……Noi abbiamo redatto un comunicato nel quale abbiamo scritto che alla mafia il 41 bis sta bene, molto bene, e che Lei dovrebbe dire a chi di dovere come fare a catturare Matteo Messina Denaro…..senza perdere tempo a distribuire proclami sulla crudeltà del 41 bis….Le ribadisco che….nulla di crudele vi è nel regime carcerario del 41 bis…è necessario perché la mafia non può e non deve mai comunicare con l’esterno….Si legga gli atti processuali del processo di Firenze per le stragi del 1993, e insieme a Lei lo facciano tutti quelli che fanno finta che il 41 bis sia disumano per i mafiosi….Riparliamo di crudeltà quando e se avrà capito quale sia il grado di crudeltà in cui vivono ogni giorno i sopravvissuti per colpa Sua e dei condannati per mafia come Lei….”
Ora io ho il massimo rispetto per il dolore della signora e dei parenti delle altre vittime degli attentati. Come non capire la loro rabbia, peraltro composta, di fronte alla barbarie consumata da belve indefinibili che hanno causato tante vittime innocenti! Si rimane sbigottiti di fronte a tanta ferocia che ci rimanda a quando l’uomo non aveva ancora percepito la propria umanità, e le parole mancano. Tuttavia alla signora dico in punta di piedi: “E’ giusto paragonarmi a simili bestie? Il dolore Le da il diritto di ferire il Suo prossimo senza fare le dovute verifiche? Ha Lei gli elementi per decidere che io debba essere incluso in simile contesto? Io non ho studiato le carte processuali sulle stragi di Firenze ma non ce n’è bisogno per conoscere la crudeltà della mafia, ci sono tanti altri episodi, l’uccisione del piccolo Matteo su tutti. E questo significa che lo Stato deve scendere sullo stesso terreno della mafia e consumare vendette? Non basta già la mafia a sfregiare il diritto e la dignità dell’uomo? Lei piuttosto ha studiato le mie carte processuali si da apprendere che, dopo 13 anni, io sono ancora nel guado di una vicenda giudiziaria che non ha ancora deciso se sono o no mafioso e mi espone alle Sue terribili affermazioni secondo cui io non avrei la sensibilità per capire “il grado di crudeltà in cui vivono ogni giorno i sopravvissuti per colpa mia e dei condannati di mafia come me”? Non è altrettanto crudele da parte sua attribuirmi simili responsabilità e insensibilità? C’è una sentenza definitiva che dica che io sono mafioso o una imputazione che mi contesti rapporti con Messina Denaro tanto da poterne agevolare la cattura? Posso sperare che il Suo dolore sia speso, oltre che per le vittime della furia disumana che alberga fuori dal consorzio civile, anche per le vittime come me della disumanità che alberga dentro il consorzio civile e mi da in pasto alle ire della piazza senza decidersi, dopo 13 anni, a stabilire cosa vuole fare della mia vita? Mi dica, è giusto tutto questo? Ed è giusto che io, che ho conosciuto la sofferenza del carcere e so che cosa significa patire il 41 bis perché ho un figlio sottoposto a questo regime, non possa schierarmi alla luce del sole e civilmente per la sua abolizione, anche sbagliando, senza essere azzannato come un animale o invitato a finire i miei giorni in un gulag? Le pare che conduca questa battaglia con metodi mafiosi? E se non è così, perché nella Sua lettera io vengo accostato a degli stragisti che combattono il 41 bis “con odio, con cattiveria,con crudeltà inedita in via dei Georgofili”? Non è un po’ troppo? Si parla tanto dell’abolizione della pena di morte e finalmente si è raggiunta una moratoria su di essa, si parla tanto dell’abolizione dell’ergastolo senza scandali, perché parlare dell’abolizione del 41 bis è tanto scandaloso? Uno Stato che funziona sa trovare gli strumenti per evitare che si attivino rapporti dei detenuti con l’esterno senza ricorrere a tanto. La verità, gentile signora, è che non costa seppellire gli ingombranti protagonisti di una stagione dissennata che, colpevoli quanto si vuole, disumani quanto si vuole, sono ormai diventati figli di un Dio minore, anzi figli di nessuno”
Questo sento di dire alla signora Chelli. Al prof. Galli della Loggia dico che c’è certamente una bella differenza tra il popolo americano e quello italiano ma, se si fa passare il concetto che il diritto possa essere sostituito con la violenza, questa differenza presto sarà colmata, anzi la lettera della signora Chelli, esempio civile di ben altra deriva forcaiola che non va tanto per il sottile, ci dice che noi italiani siamo ben lontani dall’”umanitarismo legalitario” lamentato dal prof. Galli della Loggia e che la differenza è già stata colmata.
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere di lunedì 9 maggio, argomentando a proposito della (mancanza di) identità italiana con il suo solito acume, a un certo punto, descrivendo le immagini festanti delle folle americane per la morte di Bin Laden e marcando la differenza tra il popolo americano e il nostro, scrive: “ Ancora una volta, che differenza rispetto a noi. Rispetto alla cautela perbenistica del nostro discorso pubblico, alla nostra ostentazione di umanitarismo legalitario a ogni piè sospinto, alla nostra eterna incertezza morale nel riconoscere il bene e il male sulla scena del mondo”. A Galli della Loggia fa eco Elie Wiesel il quale afferma:”Osama era il male, banale o no andava eliminato!”. Che dire, credevamo che eliminare il male neutralizzando la causa di esso senza necessariamente affidare alle armi ma al diritto il compito di comminare o meno la pena capitale, appartenesse al patrimonio dei valori consolidati e che si possa giubilare per la soluzione del problema non per la morte di un uomo. Evidentemente ci sbagliavamo e dobbiamo abituarci alle nuove categorie in base alle quali l’uccisione di Gheddafi, di Assad e di tutti i tiranni del mondo rientra nella nuova morale della normativa che è destinata a regolare le relazioni internazionali.
Il ragionamento di Galli della Loggia, mi fa venire in mente una mia vicenda personale.
Ogni tanto mi avventuro in tours masochistici navigando nel florilegio delle contumelie che mi inseguono sul web e puntualmente mi imbatto in una lettera aperta, sempre la stessa, indirizzatami l’anno scorso dalla signora Chelli, presidente dell’associazione vittime della strage di Firenze, a commento di un mio post sul 41 bis che ha suscitato tanto scandalo. Allora, comprendendo la rabbia della signora Chelli, non volli rispondere, ma, visto che la lettera è destinata a restare in rete a perenne memoria della mia nefandezza, non posso continuare a tacere.
Ecco uno stralcio della lettera della signora Chelli: “ Egregio signor Nino Mandalà, ancora una volta mi trovo costretta a scrivere una lettera…..soprattutto in questo caso, cioè nel caso del 41 bis…..Da 17 anni la mafia combatte il 41 bis. Lo ha fatto con odio, con cattiveria, con crudeltà inedita in via dei Georgofili a Firenze……Da allora continua a pretendere di dire la sua ogni giorno sul 41bis, e sempre allo stesso modo……Noi abbiamo redatto un comunicato nel quale abbiamo scritto che alla mafia il 41 bis sta bene, molto bene, e che Lei dovrebbe dire a chi di dovere come fare a catturare Matteo Messina Denaro…..senza perdere tempo a distribuire proclami sulla crudeltà del 41 bis….Le ribadisco che….nulla di crudele vi è nel regime carcerario del 41 bis…è necessario perché la mafia non può e non deve mai comunicare con l’esterno….Si legga gli atti processuali del processo di Firenze per le stragi del 1993, e insieme a Lei lo facciano tutti quelli che fanno finta che il 41 bis sia disumano per i mafiosi….Riparliamo di crudeltà quando e se avrà capito quale sia il grado di crudeltà in cui vivono ogni giorno i sopravvissuti per colpa Sua e dei condannati per mafia come Lei….”
Ora io ho il massimo rispetto per il dolore della signora e dei parenti delle altre vittime degli attentati. Come non capire la loro rabbia, peraltro composta, di fronte alla barbarie consumata da belve indefinibili che hanno causato tante vittime innocenti! Si rimane sbigottiti di fronte a tanta ferocia che ci rimanda a quando l’uomo non aveva ancora percepito la propria umanità, e le parole mancano. Tuttavia alla signora dico in punta di piedi: “E’ giusto paragonarmi a simili bestie? Il dolore Le da il diritto di ferire il Suo prossimo senza fare le dovute verifiche? Ha Lei gli elementi per decidere che io debba essere incluso in simile contesto? Io non ho studiato le carte processuali sulle stragi di Firenze ma non ce n’è bisogno per conoscere la crudeltà della mafia, ci sono tanti altri episodi, l’uccisione del piccolo Matteo su tutti. E questo significa che lo Stato deve scendere sullo stesso terreno della mafia e consumare vendette? Non basta già la mafia a sfregiare il diritto e la dignità dell’uomo? Lei piuttosto ha studiato le mie carte processuali si da apprendere che, dopo 13 anni, io sono ancora nel guado di una vicenda giudiziaria che non ha ancora deciso se sono o no mafioso e mi espone alle Sue terribili affermazioni secondo cui io non avrei la sensibilità per capire “il grado di crudeltà in cui vivono ogni giorno i sopravvissuti per colpa mia e dei condannati di mafia come me”? Non è altrettanto crudele da parte sua attribuirmi simili responsabilità e insensibilità? C’è una sentenza definitiva che dica che io sono mafioso o una imputazione che mi contesti rapporti con Messina Denaro tanto da poterne agevolare la cattura? Posso sperare che il Suo dolore sia speso, oltre che per le vittime della furia disumana che alberga fuori dal consorzio civile, anche per le vittime come me della disumanità che alberga dentro il consorzio civile e mi da in pasto alle ire della piazza senza decidersi, dopo 13 anni, a stabilire cosa vuole fare della mia vita? Mi dica, è giusto tutto questo? Ed è giusto che io, che ho conosciuto la sofferenza del carcere e so che cosa significa patire il 41 bis perché ho un figlio sottoposto a questo regime, non possa schierarmi alla luce del sole e civilmente per la sua abolizione, anche sbagliando, senza essere azzannato come un animale o invitato a finire i miei giorni in un gulag? Le pare che conduca questa battaglia con metodi mafiosi? E se non è così, perché nella Sua lettera io vengo accostato a degli stragisti che combattono il 41 bis “con odio, con cattiveria,con crudeltà inedita in via dei Georgofili”? Non è un po’ troppo? Si parla tanto dell’abolizione della pena di morte e finalmente si è raggiunta una moratoria su di essa, si parla tanto dell’abolizione dell’ergastolo senza scandali, perché parlare dell’abolizione del 41 bis è tanto scandaloso? Uno Stato che funziona sa trovare gli strumenti per evitare che si attivino rapporti dei detenuti con l’esterno senza ricorrere a tanto. La verità, gentile signora, è che non costa seppellire gli ingombranti protagonisti di una stagione dissennata che, colpevoli quanto si vuole, disumani quanto si vuole, sono ormai diventati figli di un Dio minore, anzi figli di nessuno”
Questo sento di dire alla signora Chelli. Al prof. Galli della Loggia dico che c’è certamente una bella differenza tra il popolo americano e quello italiano ma, se si fa passare il concetto che il diritto possa essere sostituito con la violenza, questa differenza presto sarà colmata, anzi la lettera della signora Chelli, esempio civile di ben altra deriva forcaiola che non va tanto per il sottile, ci dice che noi italiani siamo ben lontani dall’”umanitarismo legalitario” lamentato dal prof. Galli della Loggia e che la differenza è già stata colmata.
sabato 7 maggio 2011
La morte di Osama Bin Laden
La morte di Osama Bin Laden si presta ad alcune riflessioni.
La prima ci suggerisce la domanda se sia stato giusto uccidere un uomo disarmato che si opponeva alla cattura con furia inerme. Probabilmente nella concitazione del blitz questo dettaglio era difficilmente verificabile e non si son voluti correre rischi. Oppure non è andata così e un uomo è stato ucciso perché questa era la decisione presa fin dall’inizio allo scopo di evitare un processo pieno di insidie. In questo caso è stato calpestato il principio della superiorità del diritto sulla violenza e stabilito un precedente che lascia facilmente intuire quale sarà il destino di Gheddafi. D’altronde un esempio di come vanno intese le necessità della guerra si è avuto con l’uccisione di tre nipotini del Rais,vittime della tanto decantata civiltà occidentale, considerati solo degli inevitabili effetti collaterali.
E a proposito di civiltà, una seconda riflessione ci fa chiedere se è vero che è stato combattuto quello “scontro di civiltà” teorizzato da Lewis e Hungtingon secondo cui si oppongono in un conflitto sanguinoso valori antitetici fatti di cultura, religione, identità diverse e in-conciliabili che coinvolgono intere civiltà e se questo scontro si è concluso con la morte di Bin Laden.
Ritengo che il terrorismo islamico non coincida col sentire dell’intero mondo arabo e che, se scontro c’è stato, esso sia rimasto confinato entro le ridotte di una posizione minoritaria degli estremisti del terrore e della guerra ad esso portata dall’Occidente. Ritengo anche che la morte di Bin Laden abbia reso palese la distanza del mondo arabo dagli estremisti.
Basta vedere quali sono state le reazioni di questo mondo nell’apprendere la notizia e come la maggioranza di esso abbia tirato un sospiro di sollievo. Tuttavia questo non significa che i rischi di un conflitto siano cessati. Sicuramente il tempo del terrore non si è concluso, perché la struttura di Al Qaeda è frastagliata in tanti centri di potere locale che prescindono dalle direttive di un unico capo e che dunque continueranno a elaborare e realizzare le loro strategie del terrore ed anche perché non è da sottovalutare il pericolo di ritorsioni da parte di chi vuole vendicare la morte di Bin Laden.
Il pericolo è reale e incombente ma di corto respiro come tutte le grandi passioni minoritarie destinate a spegnersi. Il vero pericolo, nel tempo, risiede nella eventualità che le diverse culture dell’Occidente e dell’Islam pacifico non trovino un terreno d’intesa.
Seppure minoritario, il terrorismo ha potuto attecchire anche perché ha avuto il suo terreno di coltura in una profonda e diffusa religiosità che ha saputo esasperare chiamando l’Islam ad una guerra santa con lo stesso spirito dei cristiani che tra l’ XI e il XIII secolo combatterono le crociate proprio contro l’Islam.
Il problema dunque a mio avviso è il rigore religioso del mondo islamico che deve essere affrontato sapendo che su questo terreno si gioca il destino di una convivenza che può essere pacifica e fruttuosa per entrambe le parti ma può
anche sfociare in quello scontro teorizzato da Huntington e che in questo caso coinvolgerebbe due intere civiltà.
La storia ha una sua logica che impone una eterogenesi dei fini con cui dobbiamo fare i conti. Come in un ricorso storico le nostre contrade sono invase dalle pacifiche crociate di masse di emigranti che provengono dai paesi arabi e che portano con se il retaggio di una diversa religione, diversi usi, diverse convinzioni e ideali, che possono spaventarci.
Il multiculturalismo, temuto dai più, è certo un grosso problema perché investe un diverso approccio a valori che affondano le loro radici in secolari sedimentazioni difficili da rimuovere. Spetta sicuramente a chi giunge nel Paese che l’ospita uniformarsi ai valori che ivi trova, i diritti civili, il rispetto per la dignità dell’uomo, la tolleranza, le leggi, i principi democratici, frutto di lotte che hanno dato una identità alle nazioni occidentali. Al riguardo non
possono esserci equivoci, ma non ci debbono essere nemmeno equivoci sul fatto che noi occidentali dobbiamo avere rispetto per la religiosità altrui e considerazione per certi aspetti della cultura araba, come di altre etnie, cui dobbiamo sapere guardare con curiosità e tolleranza.
Gli arabi invasero la Sicilia e la Spagna meridionale offrendo un esempio di convivenza civile e lasciando tracce di una grande civiltà. Proviamo a ispirarci alla lezione di quella esperienza.
La prima ci suggerisce la domanda se sia stato giusto uccidere un uomo disarmato che si opponeva alla cattura con furia inerme. Probabilmente nella concitazione del blitz questo dettaglio era difficilmente verificabile e non si son voluti correre rischi. Oppure non è andata così e un uomo è stato ucciso perché questa era la decisione presa fin dall’inizio allo scopo di evitare un processo pieno di insidie. In questo caso è stato calpestato il principio della superiorità del diritto sulla violenza e stabilito un precedente che lascia facilmente intuire quale sarà il destino di Gheddafi. D’altronde un esempio di come vanno intese le necessità della guerra si è avuto con l’uccisione di tre nipotini del Rais,vittime della tanto decantata civiltà occidentale, considerati solo degli inevitabili effetti collaterali.
E a proposito di civiltà, una seconda riflessione ci fa chiedere se è vero che è stato combattuto quello “scontro di civiltà” teorizzato da Lewis e Hungtingon secondo cui si oppongono in un conflitto sanguinoso valori antitetici fatti di cultura, religione, identità diverse e in-conciliabili che coinvolgono intere civiltà e se questo scontro si è concluso con la morte di Bin Laden.
Ritengo che il terrorismo islamico non coincida col sentire dell’intero mondo arabo e che, se scontro c’è stato, esso sia rimasto confinato entro le ridotte di una posizione minoritaria degli estremisti del terrore e della guerra ad esso portata dall’Occidente. Ritengo anche che la morte di Bin Laden abbia reso palese la distanza del mondo arabo dagli estremisti.
Basta vedere quali sono state le reazioni di questo mondo nell’apprendere la notizia e come la maggioranza di esso abbia tirato un sospiro di sollievo. Tuttavia questo non significa che i rischi di un conflitto siano cessati. Sicuramente il tempo del terrore non si è concluso, perché la struttura di Al Qaeda è frastagliata in tanti centri di potere locale che prescindono dalle direttive di un unico capo e che dunque continueranno a elaborare e realizzare le loro strategie del terrore ed anche perché non è da sottovalutare il pericolo di ritorsioni da parte di chi vuole vendicare la morte di Bin Laden.
Il pericolo è reale e incombente ma di corto respiro come tutte le grandi passioni minoritarie destinate a spegnersi. Il vero pericolo, nel tempo, risiede nella eventualità che le diverse culture dell’Occidente e dell’Islam pacifico non trovino un terreno d’intesa.
Seppure minoritario, il terrorismo ha potuto attecchire anche perché ha avuto il suo terreno di coltura in una profonda e diffusa religiosità che ha saputo esasperare chiamando l’Islam ad una guerra santa con lo stesso spirito dei cristiani che tra l’ XI e il XIII secolo combatterono le crociate proprio contro l’Islam.
Il problema dunque a mio avviso è il rigore religioso del mondo islamico che deve essere affrontato sapendo che su questo terreno si gioca il destino di una convivenza che può essere pacifica e fruttuosa per entrambe le parti ma può
anche sfociare in quello scontro teorizzato da Huntington e che in questo caso coinvolgerebbe due intere civiltà.
La storia ha una sua logica che impone una eterogenesi dei fini con cui dobbiamo fare i conti. Come in un ricorso storico le nostre contrade sono invase dalle pacifiche crociate di masse di emigranti che provengono dai paesi arabi e che portano con se il retaggio di una diversa religione, diversi usi, diverse convinzioni e ideali, che possono spaventarci.
Il multiculturalismo, temuto dai più, è certo un grosso problema perché investe un diverso approccio a valori che affondano le loro radici in secolari sedimentazioni difficili da rimuovere. Spetta sicuramente a chi giunge nel Paese che l’ospita uniformarsi ai valori che ivi trova, i diritti civili, il rispetto per la dignità dell’uomo, la tolleranza, le leggi, i principi democratici, frutto di lotte che hanno dato una identità alle nazioni occidentali. Al riguardo non
possono esserci equivoci, ma non ci debbono essere nemmeno equivoci sul fatto che noi occidentali dobbiamo avere rispetto per la religiosità altrui e considerazione per certi aspetti della cultura araba, come di altre etnie, cui dobbiamo sapere guardare con curiosità e tolleranza.
Gli arabi invasero la Sicilia e la Spagna meridionale offrendo un esempio di convivenza civile e lasciando tracce di una grande civiltà. Proviamo a ispirarci alla lezione di quella esperienza.
Iscriviti a:
Post (Atom)