Intervenuto alla trasmissione “In mezz’ora” di Lucia Annunziata, Gianfranco Fini, commentando il progetto annunciato da Berlusconi di porre mano alla riforma della giustizia come primo atto dopo l’ottenimento della fiducia, si è domandato sarcasticamente se questa riforma sia una emergenza così impellente o se essa non nasca solo dalla preoccupazione di Berlusconi di sottrarsi ai processi. In verità in un successivo passaggio, senza tante fumisterie retoriche, l’on. Fini ha detto chiaramente che l’on. Berlusconi non vuole schiodarsi dalla poltrona di primo ministro per non affrontare i processi che incombono su di lui.
Ora, pur non facendo sconti al Presidente del Consiglio sulle sue reali finalità, è giusto liquidare il progetto di riformare il sistema giudiziario con una battuta sarcastica negandole il titolo di impellenza e relegandola al ruolo di stampella berlusconiana? La giustizia in Italia ha o non ha una sua problematicità che travalica le mire del premier e che è ingiusto sottovalutare aspettando che ad affrontare il nodo giustizia sia un governo gradito all’on. Fini? Non è invece giusto soppesare in tutta obiettività se la riforma è effettivamente necessaria e urgente e se le proposte di riforma sono congrue nonostante il governo che le propone? L’odio di Fini nei confronti di Berlusconi e una sua antica vocazione forcaiola che gli fa vivere con sospetto qualsiasi modifica all’attuale assetto della giustizia come un favore alla delinquenza, non basta ad eludere un problema reale e un progetto per affrontarlo. Né bastano le ragioni di un largo fronte schierato sulla intoccabilità delle prerogative della magistratura di cui si teme la perdita d’autonomia. A dispetto di tutto e in particolare del sarcasmo di Fini, il sempre annunciato e mai realizzato progetto di riforma della giustizia è urgente. Vediamo perché.
La giustizia penale in Italia è amministrata con il criterio così detto accusatorio che attribuisce alla pubblica accusa il compito di dimostrare la colpevolezza dell’imputato. Nella realtà l’onere della prova transita dalla pubblica accusa all’imputato costretto a dimostrare di essere innocente di fronte ad accuse spesso non provate. Nelle more del dibattimento l’imputato è costretto a patire una carcerazione così detta preventiva che anticipa una espiazione inflitta in anticipo rispetto ad una sentenza che potrebbe essere di assoluzione. Non c’è niente di simile in nessun altro Paese al mondo! Non solo ma, essendo i detenuti in attesa di giudizio il 40% della popolazione carceraria, si determina quell’affollamento che è una delle patologie del nostro sistema giudiziario.
I processi hanno tempi biblici sia nel penale che nel civile. I risultati sono nell’un caso di incertezza della status dell’imputato per lunghi anni con conseguenze devastanti per la sua immagine e la sua vita e nell’altro caso di precarietà nella dialettica giuridica delle controversie con evidente danno a persone e imprese e di diffidenza degli investitori stranieri che si tengono lontani da un mercato che non assicura certezza del diritto.
I giudici giudicanti e requirenti appartengono allo stesso ordine. Questo comporta l’inusualità tutta italiana, che non ha riscontro in nessun altro Paese, di un magistrato che decide sulle ragioni di un collega contro quelle di un estraneo all’ordine quale è l’avvocato difensore. Può avvenire inoltre che un magistrato proveniente dall’incarico di requirente passi a quello di giudicante e si trovi a valutare circostanze sulle quali egli stesso ha indagato e comunque porta con se la cultura del pregiudizio accusatorio al quale è stato educato. In queste condizioni si ha ragione di pensare che la gestione del dibattimento non assicuri parità di peso ad accusa e difesa con evidente penalizzazione del risultato processuale.
L’obbligatorietà dell’azione penale in effetti produce una discrezionalità nella scelta delle iniziative da intraprendere da parte del PM che sommerso da notizie di reato è obbligato a decidere a quale attribuire la precedenza. Stando così le cose perché intestardirsi con l’ipocrisia di una obbligatorietà che si traduce in un formidabile strumento nelle mani di una delle due parti in causa senza alcun deterrente che ne limiti eventuali intenti persecutori?
La tanto strombazzata funzione redentrice della detenzione prevista dalla Costituzione e dallo stesso ordinamento penitenziario, è in effetti vanificata dalle condizioni carcerarie frustranti che instupidiscono piuttosto che redimere i detenuti. Uomini costretti a vivere venti ore su ventiquattro in cella senza soluzioni che diano alla loro vita un qualsiasi stimolo, finiscono per coltivare una pericolosa sensazione di vuoto e di disperazione il cui esito può essere drammatico. La cadenza ormai sempre più frequente dei suicidi in carcere ne è la prova.
L’ergastolo è quanto di più stupido e crudele possa immaginarsi come pena al colpevole, anche il più abietto. Che senso ha negare ad un uomo il proprio futuro quando invece gli si potrebbe infliggere una lunga pena detentiva che assolverebbe adeguatamente lo scopo della punizione permettendogli un percorso di riflessione e possibile ravvedimento in vista di uno sbocco alla sua scarcerazione? Un uomo senza futuro è un uomo destinato a inaridirsi, che giorno dopo giorno perde i contorni della realtà e si confina in un suo mondo onirico popolato di deliri, è un uomo che fa del nulla la sua realtà e la traduce in insulsaggine, destinato all’abbrutimento o, se ne ha gli strumenti, alla santità. Ha lo Stato il diritto di lobotomizzare un suo cittadino?
Potrei continuare ancora a lungo ma mi fermo qui e chiedo: i problemi della giustizia sono o non sono reali? E la sua riforma è o non è giusta e urgente?
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venerdì 17 dicembre 2010
martedì 7 dicembre 2010
La morale che conviene
Sul “caso per caso” pronunciato dal dott. Ingroia a proposito di Ciancimino jr. Pierluigi Battista ha scritto un articolo che fotografa nitidamente l’abitudine tutta italiana di utilizzare una doppia morale a seconda della convenienza. Di volta in volta si invocano le garanzie a tutela degli amici e si reclama la sospensione dei diritti nei confronti dei nemici. Come scrive in maniera esemplare Battista, “il garantismo, limpido e cristallino quando si tratta di tutelare i propri amici, il proprio partito, il proprio clan, è inesistente quando a essere vittima di una ingiustizia e di uno Stato di diritto fragile come è quello italiano è il nemico” e ancora “strepiti e proteste e firme, quando è uno dei nostri, silenzio, indifferenza e tacita complicità se a essere preso a bersaglio della giustizia politica è un avversario”. Tuttavia in questa doppia morale descritta da Battisti c’è una forma di giustizia data dallo strabismo garantista su cui può contare il cittadino difeso o avversato dai partigiani in servizio permanente effettivo, a seconda della consorteria alla quale egli appartiene. Certo il garantismo nobile che prevede la difesa dei diritti fondamentali persino dell’avversario non è di casa in questo circo farisaico e tartufesco ma almeno chi appartiene ad una parrocchia sa di potere contare su una difesa d’ufficio spesso accordata tanto più quanto più il difeso è indifendibile ma è utile alla causa. Convenienza, militanza, cultura del sospetto, presunzione di superiorità morale, fedeltà ai teoremi, doppiogiochismo e facce di bronzo ci forniscono tutti i giorni esempi imbarazzanti di temerarie costruzioni. Se ne potrebbe stilare un elenco che risulterebbe infinito. Altra storia quella dei cittadini non comuni, i paria, i reietti ai quali non è concesso neanche il garantismo di parte. Essi non sono utili a nessuno, anzi lo sono nella misura in cui forniscono spunto per sussulti orgasmici di massa, materia per la costruzione di rendite di posizione, pulpiti su cui assidersi pontificando di morale, mattatoi in cui si può in tutta tranquillità scannare il diritto e la verità. Di uno di questi impresentabili parla Battisti chiamando in causa Paolo Signorelli, fascista che non ha trovato nessun difensore di parte perché non aveva santi nei paradisi che contano. Cito Battista: “ Non credo di condividere nemmeno una virgola delle cose che Signorelli ha scritto e detto nella sua vita. Ciò non dovrebbe impedire di riconoscere che Signorelli è stato vittima di una mostruosa ingiustizia, patendo dieci anni di galera per poi vedere riconosciuta la sua totale innocenza con una assoluzione piena e inequivocabile. Dieci anni di galera da innocente: e solo perché un teorema giudiziario aveva indicato Signorelli come la mente ideologica dello stragismo nero. Una vergogna politica, morale, giudiziaria………….che non è stata mai denunciata.” Battista si limita ad un caso di mala giustizia politica perché la sua sensibilità lo proietta verso questo tipo di orizzonte, io, per l’esperienza che ho vissuto, ho conosciuto un altro tipo di mala giustizia altrettanto se non più drammatica in cui il posto d’onore spetta agli imputati di mafia. Nel carcere di Opera ho conosciuto un detenuto condannato all’ergastolo per l’eccidio di via D’Amelio in una stagione in cui la deriva forcaiola doveva consegnare all’opinione pubblica dei colpevoli purchessia, scagionato da uno degli ultimi pentiti di mafia e ancora, dopo 15 anni di detenzione da innocente, in galera senza che lo Stato provveda alla revisione del processo. C’è niente che possa giustificare tanta infamia e c’è chi difenda quest’uomo? O il suo marchio mafioso lo rende indifendibile e lo assoggetta a quella che Battisti definisce una “ velocità plurima “ che marcia velocemente o lentamente a seconda dei casi? Denunciare questo episodio è legittimo o debbo aspettarmi un’altra carrettata di contumelie?
Sul “caso per caso” pronunciato dal dott. Ingroia a proposito di Ciancimino jr. Pierluigi Battista ha scritto un articolo che fotografa nitidamente l’abitudine tutta italiana di utilizzare una doppia morale a seconda della convenienza. Di volta in volta si invocano le garanzie a tutela degli amici e si reclama la sospensione dei diritti nei confronti dei nemici. Come scrive in maniera esemplare Battista, “il garantismo, limpido e cristallino quando si tratta di tutelare i propri amici, il proprio partito, il proprio clan, è inesistente quando a essere vittima di una ingiustizia e di uno Stato di diritto fragile come è quello italiano è il nemico” e ancora “strepiti e proteste e firme, quando è uno dei nostri, silenzio, indifferenza e tacita complicità se a essere preso a bersaglio della giustizia politica è un avversario”. Tuttavia in questa doppia morale descritta da Battisti c’è una forma di giustizia data dallo strabismo garantista su cui può contare il cittadino difeso o avversato dai partigiani in servizio permanente effettivo, a seconda della consorteria alla quale egli appartiene. Certo il garantismo nobile che prevede la difesa dei diritti fondamentali persino dell’avversario non è di casa in questo circo farisaico e tartufesco ma almeno chi appartiene ad una parrocchia sa di potere contare su una difesa d’ufficio spesso accordata tanto più quanto più il difeso è indifendibile ma è utile alla causa. Convenienza, militanza, cultura del sospetto, presunzione di superiorità morale, fedeltà ai teoremi, doppiogiochismo e facce di bronzo ci forniscono tutti i giorni esempi imbarazzanti di temerarie costruzioni. Se ne potrebbe stilare un elenco che risulterebbe infinito. Altra storia quella dei cittadini non comuni, i paria, i reietti ai quali non è concesso neanche il garantismo di parte. Essi non sono utili a nessuno, anzi lo sono nella misura in cui forniscono spunto per sussulti orgasmici di massa, materia per la costruzione di rendite di posizione, pulpiti su cui assidersi pontificando di morale, mattatoi in cui si può in tutta tranquillità scannare il diritto e la verità. Di uno di questi impresentabili parla Battisti chiamando in causa Paolo Signorelli, fascista che non ha trovato nessun difensore di parte perché non aveva santi nei paradisi che contano. Cito Battista: “ Non credo di condividere nemmeno una virgola delle cose che Signorelli ha scritto e detto nella sua vita. Ciò non dovrebbe impedire di riconoscere che Signorelli è stato vittima di una mostruosa ingiustizia, patendo dieci anni di galera per poi vedere riconosciuta la sua totale innocenza con una assoluzione piena e inequivocabile. Dieci anni di galera da innocente: e solo perché un teorema giudiziario aveva indicato Signorelli come la mente ideologica dello stragismo nero. Una vergogna politica, morale, giudiziaria………….che non è stata mai denunciata.” Battista si limita ad un caso di mala giustizia politica perché la sua sensibilità lo proietta verso questo tipo di orizzonte, io, per l’esperienza che ho vissuto, ho conosciuto un altro tipo di mala giustizia altrettanto se non più drammatica in cui il posto d’onore spetta agli imputati di mafia. Nel carcere di Opera ho conosciuto un detenuto condannato all’ergastolo per l’eccidio di via D’Amelio in una stagione in cui la deriva forcaiola doveva consegnare all’opinione pubblica dei colpevoli purchessia, scagionato da uno degli ultimi pentiti di mafia e ancora, dopo 15 anni di detenzione da innocente, in galera senza che lo Stato provveda alla revisione del processo. C’è niente che possa giustificare tanta infamia e c’è chi difenda quest’uomo? O il suo marchio mafioso lo rende indifendibile e lo assoggetta a quella che Battisti definisce una “ velocità plurima “ che marcia velocemente o lentamente a seconda dei casi? Denunciare questo episodio è legittimo o debbo aspettarmi un’altra carrettata di contumelie?
mercoledì 1 dicembre 2010
La crisi dello Stato
Credo sia giunto il momento di chiedersi se l’Italia ha ancora titolo per chiamarsi Nazione.
Se vale il concetto di Nazione inteso nel senso rousseauiano di corpo al quale vengono affidati i diritti dei singoli per ricavarne una sovranità nazionale la cui obbedienza “ ci forza ad essere liberi “, l’Italia non è più una Nazione. Il desolante panorama che abbiamo di fronte parla di oppressione anziché di libertà, perché non hanno funzionato le salvaguardie pensate da Constant contro il rischio di un indirizzo autoritario della volontà generale e perché è mancata la classe dirigente.
La libertà e l’autonomia individuali sono state invase e sacrificate e la così detta religione civile è diventata un simulacro che si nutre di una sacralità vuota e procede per miti in una parvenza di democrazia imbalsamata nelle sue liturgie. E mentre i soliti sacerdoti si baloccano con i refrains di una stagione giunta al capolinea invocando l’intoccabilità della costituzione, la divisione dei Poteri e il rispetto dei relativi ruoli , l’inviolabilità della volontà popolare, la sovranità del Parlamento, la solennità delle garanzie costituzionali, le” magnifiche sorti e progressive “ della nostra democrazia, nel cui funzionamento tutte le parti politiche giurano di impegnarsi, mentre imperversano parole vuote, i nostri pensionati vengono consegnati ad una vita di stenti, i giovani sono lasciati alla mercé della loro disperazione, la nostra cultura e le nostre opere d’arte sono abbandonate allo sfascio, le imprese a se stesse e le nostre città al degrado, la nostra immagine nel mondo è sporcata dalle organizzazioni criminali ma anche da certi nostri impresentabili governanti, il Paese è ostaggio della piazza, i Poteri si accapigliano fra loro.
Si cominciano ad avvertire i sinistri scricchiolii della catastrofe mentre la nostra classe dirigente produce politici litigiosi che hanno a cuore interessi particolari, che riescono ad esprimere le loro elevate virtù al massimo issandosi sui tetti a caccia di visibilità, che fanno volare il debito pubblico al doppio dello standard europeo indicato quale soglia a garanzia della messa in sicurezza, che sperperano, corrompono e si fanno corrompere per fini miserabili, che sfasciano il tessuto sociale e produttivo e distruggono la vita e le garanzie dei cittadini facendo della giustizia il tempio dell’ingiustizia. In questo clima proliferano gli imbonitori e i tribuni servi delle opposte ideologie che confondono l’opinione pubblica e soffiano sul fuoco di faide insanabili. In questa che è una vera e propria rimozione del concetto di bene comune, matura e si consuma il dramma degli orfani del sistema, di chi non ha la protezione della consorteria d’appartenenza, dei paria senza visibilità che hanno perduto la speranza del futuro e si dibattono nella loro impotenza, ma si consuma anche la deriva di un Paese ormai allo sbando senza che i protagonisti di esso provino vergogna e abbiano l’intelligenza di capire che gli interessi particolari finiranno per travolgere deboli e forti indifferentemente e che è necessario un comune impegno che metta il Paese al riparo dal default che prima o poi, ma piuttosto prima che poi, busserà alla nostra porta.
Un paese così fatto può ancora chiamarsi Nazione? E la sua classe dirigente che procura lutti e sofferenze, che si è appropriata dei nostri diritti impedendoci di essere liberi, che non ha la credibilità morale e la forza per esercitare la sovranità nazionale, si discosta molto dai mali che pretende di guarire?
Credo sia giunto il momento di chiedersi se l’Italia ha ancora titolo per chiamarsi Nazione.
Se vale il concetto di Nazione inteso nel senso rousseauiano di corpo al quale vengono affidati i diritti dei singoli per ricavarne una sovranità nazionale la cui obbedienza “ ci forza ad essere liberi “, l’Italia non è più una Nazione. Il desolante panorama che abbiamo di fronte parla di oppressione anziché di libertà, perché non hanno funzionato le salvaguardie pensate da Constant contro il rischio di un indirizzo autoritario della volontà generale e perché è mancata la classe dirigente.
La libertà e l’autonomia individuali sono state invase e sacrificate e la così detta religione civile è diventata un simulacro che si nutre di una sacralità vuota e procede per miti in una parvenza di democrazia imbalsamata nelle sue liturgie. E mentre i soliti sacerdoti si baloccano con i refrains di una stagione giunta al capolinea invocando l’intoccabilità della costituzione, la divisione dei Poteri e il rispetto dei relativi ruoli , l’inviolabilità della volontà popolare, la sovranità del Parlamento, la solennità delle garanzie costituzionali, le” magnifiche sorti e progressive “ della nostra democrazia, nel cui funzionamento tutte le parti politiche giurano di impegnarsi, mentre imperversano parole vuote, i nostri pensionati vengono consegnati ad una vita di stenti, i giovani sono lasciati alla mercé della loro disperazione, la nostra cultura e le nostre opere d’arte sono abbandonate allo sfascio, le imprese a se stesse e le nostre città al degrado, la nostra immagine nel mondo è sporcata dalle organizzazioni criminali ma anche da certi nostri impresentabili governanti, il Paese è ostaggio della piazza, i Poteri si accapigliano fra loro.
Si cominciano ad avvertire i sinistri scricchiolii della catastrofe mentre la nostra classe dirigente produce politici litigiosi che hanno a cuore interessi particolari, che riescono ad esprimere le loro elevate virtù al massimo issandosi sui tetti a caccia di visibilità, che fanno volare il debito pubblico al doppio dello standard europeo indicato quale soglia a garanzia della messa in sicurezza, che sperperano, corrompono e si fanno corrompere per fini miserabili, che sfasciano il tessuto sociale e produttivo e distruggono la vita e le garanzie dei cittadini facendo della giustizia il tempio dell’ingiustizia. In questo clima proliferano gli imbonitori e i tribuni servi delle opposte ideologie che confondono l’opinione pubblica e soffiano sul fuoco di faide insanabili. In questa che è una vera e propria rimozione del concetto di bene comune, matura e si consuma il dramma degli orfani del sistema, di chi non ha la protezione della consorteria d’appartenenza, dei paria senza visibilità che hanno perduto la speranza del futuro e si dibattono nella loro impotenza, ma si consuma anche la deriva di un Paese ormai allo sbando senza che i protagonisti di esso provino vergogna e abbiano l’intelligenza di capire che gli interessi particolari finiranno per travolgere deboli e forti indifferentemente e che è necessario un comune impegno che metta il Paese al riparo dal default che prima o poi, ma piuttosto prima che poi, busserà alla nostra porta.
Un paese così fatto può ancora chiamarsi Nazione? E la sua classe dirigente che procura lutti e sofferenze, che si è appropriata dei nostri diritti impedendoci di essere liberi, che non ha la credibilità morale e la forza per esercitare la sovranità nazionale, si discosta molto dai mali che pretende di guarire?
martedì 23 novembre 2010
Carfagna
La querelle esplosa a proposito della ministra Carfagna è la cartina di tornasole di atteggiamenti che derivano dalla sedimentazione di comportamenti accumulati durante tanti anni di asservimento ai parametri della partigianeria politica. Ed è così che la Carfagna diventa tutto e il contrario di tutto. Di lei è stato detto che è l’emblema della “mignottocrazia” proiettata dai fasti del velinismo a quelli della politica, messa in croce, come un’intrusa della politica che vola alta, dagli schizzinosi bardi di sinistra o difesa, come l’esempio della capacità di guadagnare sul campo una sua credibilità politica, dai disinvolti pretoriani di destra , tutto a seconda della convenienza di parte. Scoppiato il caso, è scoppiata anche la decenza e si sono invertiti i ruoli. Chi fino ad ora l’ha attaccata adesso la innalza sugli scudi e la incensa quale vittima, l’ennesima , del solito, bieco berlusconismo, chi invece l’ha difesa, la demonizza come l’esempio di una inconsistenza che non ha alcun valore, campione di intelligenza col nemico con cui è sorpresa a fraternizzare. Si scade nell’insulto da sottoscala e la stessa ministra contribuisce all’ ”ammuina” parlando di lotta tra bande, come si trattasse di un regolamento di conti tra malfattori e apostrofando l’on. Mussolini con l’epiteto di “vajassa” . Tutto piegato all’interesse di bottega e senza riguardo per il senso della misura e per ciò che è effettivamente avvenuto e che si riduce ad un puro e semplice episodio di dialettica politica: la ministra Carfagna ha provato a portare avanti un suo progetto che si scontra con quello di altri militanti del PDL e, a quanto pare, ha perso la partita perché Berlusconi ha scelto di sostenere i suoi avversari. Punto e basta! In un partito normale tutto si sarebbe risolto senza strepiti nell’ambito di una dinamica in cui il successo e l’insuccesso sono messe parimenti nel conto, nel PDL invece è scoppiata una vera e propria faida di tutti contro tutti in cui la lotta politica scade in una personalizzazione feroce che fa dei personaggi in campo prede di un safari che stride persino con la spregiudicatezza della nostra scalcagnata politica. Quale è il senso di tanto livore in una contesa degna di miglior causa? La signora Carfagna, qualunque sia quello che qualcuno con poca eleganza chiama il suo peccato d’origine, cioè la sua provenienza dagli ambienti dello spettacolo, col tempo ha ben figurato e ha portato avanti battaglie meritorie delle quali persino i suoi avversari politici le hanno dato atto. Ad un personaggio dello spettacolo, come Barbareschi, non è stata rimproverata la sua provenienza e nessuno si scandalizza per la sua elezione in Parlamento e per gli incarichi che sta ricoprendo nel neonato FLI. E allora perché tante riserve e tante grevi insinuazioni nei confronti di una donna che oltretutto sta ben meritando e sta dimostrando di che stoffa è fatta affermando che, non sentendosi tutelata dal partito, ne uscirà rinunciando sia all’incarico di ministro che al suo status di parlamentare e precisando che non aderirà a FLI con cui è stata sospettata di intendersela sotto banco? Se farà fede a quanto sostiene, dimostrerà di avere più attributi di tanti maschietti! E allora, ripeto, perché tante riserve e soprattutto tanto malanimo? E’ possibile che essi derivino dal solito irriducibile maschilismo da caserma che non concede sconti ad una donna intelligente perché è bella, è possibile che le mire di quest’ultima suscitino più di una perplessità sacrosanta o meno, che però andrebbe espressa con maggiore garbo politico, ma è più verosimile che tutto nasca dal fatto che nel PDL ormai da tempo si è perduta la bussola e tutto è affidato agli umori di chi un bel mattino si alza con l’uzzolo di sproloquiare senza conoscere l’abc dell’ortodossia politica. In definitiva anche gli altri contendenti non sono stati certo trattati con eleganza dalla signora Carfagna. E’ stupefacente come un partito padronale che dovrebbe essere gestito con criteri che mirano al profitto ( anche inteso nel senso più nobile di interesse generale ) sia lasciato alla mercé di una classe dirigente che ne sta sperperando il patrimonio. E’ come se la gestione di una multinazionale venisse affidata ad un amministratore di condominio e, laddove sarebbero necessari lungimiranza, capacità di mediazione, attenzione ad evitare inutili contrasti personali e tentazioni centrifughe, saggezza necessaria a gestire la complessità di anime così diverse, a tenere a bada le ambizioni non sempre sacrosante di arrembanti personaggi che hanno dato l’assalto alla diligenza, a scoraggiare piaggerie interessate, insomma laddove ci sarebbe bisogno di un Berlusconi, Berlusconi è mancato.
La querelle esplosa a proposito della ministra Carfagna è la cartina di tornasole di atteggiamenti che derivano dalla sedimentazione di comportamenti accumulati durante tanti anni di asservimento ai parametri della partigianeria politica. Ed è così che la Carfagna diventa tutto e il contrario di tutto. Di lei è stato detto che è l’emblema della “mignottocrazia” proiettata dai fasti del velinismo a quelli della politica, messa in croce, come un’intrusa della politica che vola alta, dagli schizzinosi bardi di sinistra o difesa, come l’esempio della capacità di guadagnare sul campo una sua credibilità politica, dai disinvolti pretoriani di destra , tutto a seconda della convenienza di parte. Scoppiato il caso, è scoppiata anche la decenza e si sono invertiti i ruoli. Chi fino ad ora l’ha attaccata adesso la innalza sugli scudi e la incensa quale vittima, l’ennesima , del solito, bieco berlusconismo, chi invece l’ha difesa, la demonizza come l’esempio di una inconsistenza che non ha alcun valore, campione di intelligenza col nemico con cui è sorpresa a fraternizzare. Si scade nell’insulto da sottoscala e la stessa ministra contribuisce all’ ”ammuina” parlando di lotta tra bande, come si trattasse di un regolamento di conti tra malfattori e apostrofando l’on. Mussolini con l’epiteto di “vajassa” . Tutto piegato all’interesse di bottega e senza riguardo per il senso della misura e per ciò che è effettivamente avvenuto e che si riduce ad un puro e semplice episodio di dialettica politica: la ministra Carfagna ha provato a portare avanti un suo progetto che si scontra con quello di altri militanti del PDL e, a quanto pare, ha perso la partita perché Berlusconi ha scelto di sostenere i suoi avversari. Punto e basta! In un partito normale tutto si sarebbe risolto senza strepiti nell’ambito di una dinamica in cui il successo e l’insuccesso sono messe parimenti nel conto, nel PDL invece è scoppiata una vera e propria faida di tutti contro tutti in cui la lotta politica scade in una personalizzazione feroce che fa dei personaggi in campo prede di un safari che stride persino con la spregiudicatezza della nostra scalcagnata politica. Quale è il senso di tanto livore in una contesa degna di miglior causa? La signora Carfagna, qualunque sia quello che qualcuno con poca eleganza chiama il suo peccato d’origine, cioè la sua provenienza dagli ambienti dello spettacolo, col tempo ha ben figurato e ha portato avanti battaglie meritorie delle quali persino i suoi avversari politici le hanno dato atto. Ad un personaggio dello spettacolo, come Barbareschi, non è stata rimproverata la sua provenienza e nessuno si scandalizza per la sua elezione in Parlamento e per gli incarichi che sta ricoprendo nel neonato FLI. E allora perché tante riserve e tante grevi insinuazioni nei confronti di una donna che oltretutto sta ben meritando e sta dimostrando di che stoffa è fatta affermando che, non sentendosi tutelata dal partito, ne uscirà rinunciando sia all’incarico di ministro che al suo status di parlamentare e precisando che non aderirà a FLI con cui è stata sospettata di intendersela sotto banco? Se farà fede a quanto sostiene, dimostrerà di avere più attributi di tanti maschietti! E allora, ripeto, perché tante riserve e soprattutto tanto malanimo? E’ possibile che essi derivino dal solito irriducibile maschilismo da caserma che non concede sconti ad una donna intelligente perché è bella, è possibile che le mire di quest’ultima suscitino più di una perplessità sacrosanta o meno, che però andrebbe espressa con maggiore garbo politico, ma è più verosimile che tutto nasca dal fatto che nel PDL ormai da tempo si è perduta la bussola e tutto è affidato agli umori di chi un bel mattino si alza con l’uzzolo di sproloquiare senza conoscere l’abc dell’ortodossia politica. In definitiva anche gli altri contendenti non sono stati certo trattati con eleganza dalla signora Carfagna. E’ stupefacente come un partito padronale che dovrebbe essere gestito con criteri che mirano al profitto ( anche inteso nel senso più nobile di interesse generale ) sia lasciato alla mercé di una classe dirigente che ne sta sperperando il patrimonio. E’ come se la gestione di una multinazionale venisse affidata ad un amministratore di condominio e, laddove sarebbero necessari lungimiranza, capacità di mediazione, attenzione ad evitare inutili contrasti personali e tentazioni centrifughe, saggezza necessaria a gestire la complessità di anime così diverse, a tenere a bada le ambizioni non sempre sacrosante di arrembanti personaggi che hanno dato l’assalto alla diligenza, a scoraggiare piaggerie interessate, insomma laddove ci sarebbe bisogno di un Berlusconi, Berlusconi è mancato.
martedì 16 novembre 2010
Della solitudine
Si parla della solitudine e delle sue diverse categorie, se ne parla a proposito degli anziani ma non soltanto, se ne parla per motivi che hanno a che fare con l’età, e sono i più frequenti, ma anche per motivi che riguardano la banalità dell’esistenza o la sua drammaticità. Ernesto Galli della Loggia, con acutezza impareggiabile, ha fotografato la solitudine di Berlusconi consegnato da una sorta di cupio dissolvi all’autoisolamento. E’ nel destino degli uomini di potere fare i conti con la solitudine e con quella spada di Damocle che Dioniso di Siracusa faceva pendere attaccata ad un crine e che l’accorto uomo di potere si sforza di tenere lontana dalla propria testa. Berlusconi invece sembra impegnato a recidere il crine.
Non c’è dubbio che egli oggi sia un uomo solo, è un uomo che, pur capace di eccellenti intuizioni, non ha saputo realizzarle, pur capace di accumulare un credito enorme, lo ha sperperarlo sull’altare di una vocazione al suicidio che ha a che fare più con Freud che con la politica, è un uomo che ha mal tollerato una condizione di tranquillo potere ritenuta inadeguata alla sua dimensione debordante, al punto da provocarla in una sfida che lo ha visto avvitarsi su se stesso con più o meno consapevole masochismo. In una realtà spietata come la nostra le solitudini ricorrono spesso. E’ l’agguato più insidioso per gli anziani, specie per quelli che hanno concluso la loro vita lavorativa e avvertono un senso di inutilità. La mancanza di un contributo alla società li deprime. Man mano hanno perduto i valori di una intera esistenza, gli antichi amici, gli affetti più consolidati, e vivono smarriti una vita che sentono vuota. Ma c’è una solitudine più drammatica che Alberoni definisce solitudine da abbandono ed è quella che sta conoscendo Berlusconi, una solitudine che, contrariamente a quanto sostiene Bondi, è più umana che politica perché attiene ad una personalizzazione della politica che ha indotto il Presidente del Consiglio a scelte di pancia più che di testa. Gli asini che adesso scalciano ne sono una prova. E’ la solitudine figlia del fallimento che ti fa il vuoto attorno, dove la perdita di riferimenti certi che l’avanzare del tempo infligge con pietosa e graduale selezione, deflagra improvvisa e totale. E’ la solitudine che ti fa sperimentare la crudele fragilità della tua condizione, l’abiura dei sodali di un tempo che si ritraggono guardinghi, la condanna delle tue scelte da parte di chi fino a ieri ti incensava, la necrosi di antichi rapporti da cui si leva un fetore insopportabile e che rischia di condannarti ad una vita di rimorsi e rimpianti, incapace di sognare e progettare, che si rannicchia su se stessa e attende la fine.
Tuttavia quest’uomo ci ha abituato ai suoi scatti d’orgoglio, avventato e generoso, tosto e amante delle sfide, non è escluso che anche stavolta ce la faccia a uscire dall’angolo.
Si parla della solitudine e delle sue diverse categorie, se ne parla a proposito degli anziani ma non soltanto, se ne parla per motivi che hanno a che fare con l’età, e sono i più frequenti, ma anche per motivi che riguardano la banalità dell’esistenza o la sua drammaticità. Ernesto Galli della Loggia, con acutezza impareggiabile, ha fotografato la solitudine di Berlusconi consegnato da una sorta di cupio dissolvi all’autoisolamento. E’ nel destino degli uomini di potere fare i conti con la solitudine e con quella spada di Damocle che Dioniso di Siracusa faceva pendere attaccata ad un crine e che l’accorto uomo di potere si sforza di tenere lontana dalla propria testa. Berlusconi invece sembra impegnato a recidere il crine.
Non c’è dubbio che egli oggi sia un uomo solo, è un uomo che, pur capace di eccellenti intuizioni, non ha saputo realizzarle, pur capace di accumulare un credito enorme, lo ha sperperarlo sull’altare di una vocazione al suicidio che ha a che fare più con Freud che con la politica, è un uomo che ha mal tollerato una condizione di tranquillo potere ritenuta inadeguata alla sua dimensione debordante, al punto da provocarla in una sfida che lo ha visto avvitarsi su se stesso con più o meno consapevole masochismo. In una realtà spietata come la nostra le solitudini ricorrono spesso. E’ l’agguato più insidioso per gli anziani, specie per quelli che hanno concluso la loro vita lavorativa e avvertono un senso di inutilità. La mancanza di un contributo alla società li deprime. Man mano hanno perduto i valori di una intera esistenza, gli antichi amici, gli affetti più consolidati, e vivono smarriti una vita che sentono vuota. Ma c’è una solitudine più drammatica che Alberoni definisce solitudine da abbandono ed è quella che sta conoscendo Berlusconi, una solitudine che, contrariamente a quanto sostiene Bondi, è più umana che politica perché attiene ad una personalizzazione della politica che ha indotto il Presidente del Consiglio a scelte di pancia più che di testa. Gli asini che adesso scalciano ne sono una prova. E’ la solitudine figlia del fallimento che ti fa il vuoto attorno, dove la perdita di riferimenti certi che l’avanzare del tempo infligge con pietosa e graduale selezione, deflagra improvvisa e totale. E’ la solitudine che ti fa sperimentare la crudele fragilità della tua condizione, l’abiura dei sodali di un tempo che si ritraggono guardinghi, la condanna delle tue scelte da parte di chi fino a ieri ti incensava, la necrosi di antichi rapporti da cui si leva un fetore insopportabile e che rischia di condannarti ad una vita di rimorsi e rimpianti, incapace di sognare e progettare, che si rannicchia su se stessa e attende la fine.
Tuttavia quest’uomo ci ha abituato ai suoi scatti d’orgoglio, avventato e generoso, tosto e amante delle sfide, non è escluso che anche stavolta ce la faccia a uscire dall’angolo.
martedì 9 novembre 2010
A proposito di indegni e affini
Troppa grazia e tanta voglia di far male nei commenti al mio ultimo post. E' il bello dell'agorà dove la democrazia si dispiega pienamente e talvolta tracima in demagogia, dove tutti, anche i più sprovveduti, hanno il diritto di dire tutto, specie quelli che, al riparo dell'anonimato, possono in tutta tranquillità abbandonarsi al coraggio della viltà dando fondo ai loro istinti più malandrini. I commenti di cui sono stato oggetto esprimono tutti lo stesso concetto: Nino Mandalà è un indegno, una merdaccia, una vergogna che non ha diritto a niente e tanto meno a scrivere in un blog, andrebbe sepolto a vita in carcere, e altro che sarebbe troppo lungo elencare. Non me ne lamento, chi, come me, ha deciso di aprire una finestra sul mondo, deve sapere accettare il rischio degli schizzi che gli piovono addosso.
Non posso rispondere a tutti.
Accontento solo Pier che mi sfida a pubblicare la sua invettiva emblematica del campionario di fango dal quale sono stato investito. Eccola: "Quelli come voi andrebbero internati nei gulag senza processi, proprio come avete fatto con le vostre vittime, come avete fatto con la Sicilia".
Non posso accontentare invece Francesco che mi rimprovera di non scrivere nulla contro la mafia. Non posso Francesco perché ho ben chiaro che una mia iniziativa in tal senso non risulterebbe credibile e rischierebbe di apparire strumentale. Sono già stato accusato in passato di ciò e mi è bastato.
Non resisto infine al mio impulso e protesto contro Artiglio, Dizzy e altri che mi accusano di essere un assassino. Questo no, non lo posso accettare, anche alla più stupida delle cattiverie c'è un limite.
Per il resto che dire. Quando ho letto questi commenti, mi sono chiesto se merito tanta severità o se essa non sia il frutto avvelenato dei messaggi consegnati alla pancia di una opinione pubblica sprovvista degli anticorpi necessari a neutralizzare le manipolazioni, da parte di cattivi maestri senza tanti scrupoli che , sbattendo il mostro in prima pagina senza tanti complimenti e senza effettuare le dovute verifiche ma anzi falsificandone i risultati, fanno nascere, come in una macabra matrioska, da un mostro altri mostri con le sembianze dei bravi cittadini trasformati in altrettanti Robespierre, privati della loro innocenza, incitati all'esercizio della giustizia sommaria, nutriti d'odio, inviati ad una crociata che ha come obiettivo quello di avvelenare il clima nel quale far fiorire rendite di posizione. I bravi cittadini diventano così strumenti per la costruzione di carriere altrimenti impensabili, fatta salva l'onesta battaglia dei tanti che corrono i loro rischi senza secondi fini.
Di veleno in veleno perdiamo di vista ciò su cui dovremmo dibattere e Beccaria,Voltaire, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, le battaglie di principio dei radicali, diventano roba da rottamare in omaggio ai Torquemada da strapazzo che fanno a gara di intolleranza agitando il meglio del loro armamentario moraleggiante. Con buona pace del buon senso e del buon gusto.
Non posso rispondere a tutti.
Accontento solo Pier che mi sfida a pubblicare la sua invettiva emblematica del campionario di fango dal quale sono stato investito. Eccola: "Quelli come voi andrebbero internati nei gulag senza processi, proprio come avete fatto con le vostre vittime, come avete fatto con la Sicilia".
Non posso accontentare invece Francesco che mi rimprovera di non scrivere nulla contro la mafia. Non posso Francesco perché ho ben chiaro che una mia iniziativa in tal senso non risulterebbe credibile e rischierebbe di apparire strumentale. Sono già stato accusato in passato di ciò e mi è bastato.
Non resisto infine al mio impulso e protesto contro Artiglio, Dizzy e altri che mi accusano di essere un assassino. Questo no, non lo posso accettare, anche alla più stupida delle cattiverie c'è un limite.
Per il resto che dire. Quando ho letto questi commenti, mi sono chiesto se merito tanta severità o se essa non sia il frutto avvelenato dei messaggi consegnati alla pancia di una opinione pubblica sprovvista degli anticorpi necessari a neutralizzare le manipolazioni, da parte di cattivi maestri senza tanti scrupoli che , sbattendo il mostro in prima pagina senza tanti complimenti e senza effettuare le dovute verifiche ma anzi falsificandone i risultati, fanno nascere, come in una macabra matrioska, da un mostro altri mostri con le sembianze dei bravi cittadini trasformati in altrettanti Robespierre, privati della loro innocenza, incitati all'esercizio della giustizia sommaria, nutriti d'odio, inviati ad una crociata che ha come obiettivo quello di avvelenare il clima nel quale far fiorire rendite di posizione. I bravi cittadini diventano così strumenti per la costruzione di carriere altrimenti impensabili, fatta salva l'onesta battaglia dei tanti che corrono i loro rischi senza secondi fini.
Di veleno in veleno perdiamo di vista ciò su cui dovremmo dibattere e Beccaria,Voltaire, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, le battaglie di principio dei radicali, diventano roba da rottamare in omaggio ai Torquemada da strapazzo che fanno a gara di intolleranza agitando il meglio del loro armamentario moraleggiante. Con buona pace del buon senso e del buon gusto.
lunedì 1 novembre 2010
Carcere duro, voglia di equivocare
Il 41 bis è una pena detentiva che non ha come scopo "particolari modalità afflittive".
E' quanto sostiene il prof. Vittorio Grevi in un articolo apparso sul Corriere della Sera di ieri in cui contesta l'uso della formula "carcere duro" a proposito del 41 bis che egli pudicamente definisce "regime carcerario differenziato".
Si esprime esattamente così: "La formula carcere duro è fuorviante in quanto evoca modalità particolari afflittive di esecuzione della pena detentiva ( se non,addirittura,della carcerazione preventiva ), quasi che lo scopo fosse di aggiungere un "di più" di sofferenza a carico di soggetti già sottoposti a restrizione della libertà personale in carcere ( un pò come accadeva nei confronti dei detenuti in catene o vincolati dalla palla al piede....)" e conclude riconoscendo che, pur producendo in concreto "un grave irrigidimento delle modalità della vita detentiva, lo scopo non è quello di infliggere una maggiore afflizione fine a se stessa...bensì esclusivamente quello di evitare che si possano mantenere dal carcere illeciti collegamenti con l'associazione criminale d'appartenenza....appena una tale esigenza di sicurezza verso l'esterno dovesse venire meno, anche il relativo regime carcerario di rigore dovrebbe essere revocato".
Ci mancherebbe che il legislatore, nel varare una legge,lo facesse con lo scopo di affliggere i destinatari di essa, ma questo significa forse che il 41 bis non è un regime di carcere duro?
Vediamo di cosa parliamo.
Il 41 bis prevede una serie di restrizioni particolari rispetto alla detenzione solita. Il detenuto non ha alcuna possibilità di contatto fisico con i familiari, è sottoposto a censura sia per ciò che riguarda i colloqui che per la corrispondenza, è sclerotizzato nei rapporti con i suoi compagni,può usufruire in maniera limitata dell'area libera ( il cosiddetto passeggio nel cortile recintato ), ha diritto ad un'ora di colloquio al mese che spesso non è neanche fruito perché i familiari non hanno tutti i mesi la possibilità economica di coprire la lunga distanza che li separa dal luogo di detenzione. Si può ben dire che questi uomini sono murati vivi, tanto da avere suscitato un richiamo all'Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo e fatto dichiarare al suo presidente: "Ancora per l'Italia la Corte ha sollevato dubbi sul frequente ricorso alla detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l'associazione mafiosa, con grandi rischi per la salute psichica del carcerato". Detto questo, c'è da interrogarsi sulla congruenza di una misura che, dal punto di vista logico,mostra i suoi limiti. Contro la convinzione del prof. Grevi secondo cui, appena le esigenze di sicurezza verso l'esterno verranno meno, il 41 bis sarà revocato, parlano i dati relativi al persistere di esso per decenni nei confronti di detenuti che, si presume, in tutti questi anni non hanno potuto coltivare, grazie al 41 bis, rapporti con l'esterno.
Ho una discreta competenza in proposito e posso dire che uomini che hanno vissuto in quelle condizioni sono stati cambiati dalla sofferenza, istupiditi da consuetudini che si ripetono per anni ininterrottamente sempre uguali, sono diventati i malconci residui del contesto originario, non saprebbero neanche leggere la realtà esterna che si è nel frattempo determinata. Che senso ha reiterare il 41 bis nei confronti di questi uomuni? E se invece si ritiene che,nonostante il 41 bis, questi uomini hanno continuato a mantenere illeciti rapporti con l'esterno durante tanti lunghi anni,significa che il 41 bis ha fallito, e allora che senso ha tenerlo in vita tranne quello di attribuirgli uno scopo afflittivo?
Io dico che il 41 bis, per le considerazioni che ho espresso e con riguardo alla necessità di contemperare esigenze di sicurezza con esigenze di equità, è una misura che può benissimo essere sostituita da un efficace regime ordinario esercitato con gli strumenti a disposizione del DAP.
Per quanto concerne poi il fatto che esso debba essere considerato o no regime duro, sarà pur vero che il suo scopo non è afflittivo ma è vero altresì che la sua natura ha finito per essere crudele con buona pace dei virtuosismi eristici del prof. Grevi.
Non manco mai di proporre , quando se ne presenta l'occasione, la lettura di un brano della lettera di un detenuto in regime di 41 bis e continuerò a riproporla ancora in futuro nella speranza che essa giunga al cuore del Ministro di Grazia e Giustizia: "Dopo i primi quindici minuti consentiti il bambino mi fu sottratto e affidato alla madre. Egli mi sorrise da dietro il vetro divisorio e tese le braccia verso di me, incontrò il vetro divisorio e batté le mani contro di esso credendo in un gioco,sorrise ancora e ancora batté le mani, poi il sorriso si tramutò in un singulto, le mani continuarono a battere e poi a battere sempre più freneticamente fino a quando un pianto disperato sgorgò dai suoi acchioni spalancati e sgomenti".
Non vogliamo dire che il 41 bis è un regime di carcere duro? Diciamo allora che è un regime odioso!
E' quanto sostiene il prof. Vittorio Grevi in un articolo apparso sul Corriere della Sera di ieri in cui contesta l'uso della formula "carcere duro" a proposito del 41 bis che egli pudicamente definisce "regime carcerario differenziato".
Si esprime esattamente così: "La formula carcere duro è fuorviante in quanto evoca modalità particolari afflittive di esecuzione della pena detentiva ( se non,addirittura,della carcerazione preventiva ), quasi che lo scopo fosse di aggiungere un "di più" di sofferenza a carico di soggetti già sottoposti a restrizione della libertà personale in carcere ( un pò come accadeva nei confronti dei detenuti in catene o vincolati dalla palla al piede....)" e conclude riconoscendo che, pur producendo in concreto "un grave irrigidimento delle modalità della vita detentiva, lo scopo non è quello di infliggere una maggiore afflizione fine a se stessa...bensì esclusivamente quello di evitare che si possano mantenere dal carcere illeciti collegamenti con l'associazione criminale d'appartenenza....appena una tale esigenza di sicurezza verso l'esterno dovesse venire meno, anche il relativo regime carcerario di rigore dovrebbe essere revocato".
Ci mancherebbe che il legislatore, nel varare una legge,lo facesse con lo scopo di affliggere i destinatari di essa, ma questo significa forse che il 41 bis non è un regime di carcere duro?
Vediamo di cosa parliamo.
Il 41 bis prevede una serie di restrizioni particolari rispetto alla detenzione solita. Il detenuto non ha alcuna possibilità di contatto fisico con i familiari, è sottoposto a censura sia per ciò che riguarda i colloqui che per la corrispondenza, è sclerotizzato nei rapporti con i suoi compagni,può usufruire in maniera limitata dell'area libera ( il cosiddetto passeggio nel cortile recintato ), ha diritto ad un'ora di colloquio al mese che spesso non è neanche fruito perché i familiari non hanno tutti i mesi la possibilità economica di coprire la lunga distanza che li separa dal luogo di detenzione. Si può ben dire che questi uomini sono murati vivi, tanto da avere suscitato un richiamo all'Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo e fatto dichiarare al suo presidente: "Ancora per l'Italia la Corte ha sollevato dubbi sul frequente ricorso alla detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l'associazione mafiosa, con grandi rischi per la salute psichica del carcerato". Detto questo, c'è da interrogarsi sulla congruenza di una misura che, dal punto di vista logico,mostra i suoi limiti. Contro la convinzione del prof. Grevi secondo cui, appena le esigenze di sicurezza verso l'esterno verranno meno, il 41 bis sarà revocato, parlano i dati relativi al persistere di esso per decenni nei confronti di detenuti che, si presume, in tutti questi anni non hanno potuto coltivare, grazie al 41 bis, rapporti con l'esterno.
Ho una discreta competenza in proposito e posso dire che uomini che hanno vissuto in quelle condizioni sono stati cambiati dalla sofferenza, istupiditi da consuetudini che si ripetono per anni ininterrottamente sempre uguali, sono diventati i malconci residui del contesto originario, non saprebbero neanche leggere la realtà esterna che si è nel frattempo determinata. Che senso ha reiterare il 41 bis nei confronti di questi uomuni? E se invece si ritiene che,nonostante il 41 bis, questi uomini hanno continuato a mantenere illeciti rapporti con l'esterno durante tanti lunghi anni,significa che il 41 bis ha fallito, e allora che senso ha tenerlo in vita tranne quello di attribuirgli uno scopo afflittivo?
Io dico che il 41 bis, per le considerazioni che ho espresso e con riguardo alla necessità di contemperare esigenze di sicurezza con esigenze di equità, è una misura che può benissimo essere sostituita da un efficace regime ordinario esercitato con gli strumenti a disposizione del DAP.
Per quanto concerne poi il fatto che esso debba essere considerato o no regime duro, sarà pur vero che il suo scopo non è afflittivo ma è vero altresì che la sua natura ha finito per essere crudele con buona pace dei virtuosismi eristici del prof. Grevi.
Non manco mai di proporre , quando se ne presenta l'occasione, la lettura di un brano della lettera di un detenuto in regime di 41 bis e continuerò a riproporla ancora in futuro nella speranza che essa giunga al cuore del Ministro di Grazia e Giustizia: "Dopo i primi quindici minuti consentiti il bambino mi fu sottratto e affidato alla madre. Egli mi sorrise da dietro il vetro divisorio e tese le braccia verso di me, incontrò il vetro divisorio e batté le mani contro di esso credendo in un gioco,sorrise ancora e ancora batté le mani, poi il sorriso si tramutò in un singulto, le mani continuarono a battere e poi a battere sempre più freneticamente fino a quando un pianto disperato sgorgò dai suoi acchioni spalancati e sgomenti".
Non vogliamo dire che il 41 bis è un regime di carcere duro? Diciamo allora che è un regime odioso!
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