Nello scontro tra Fini e Berlusconi il primo ha rivendicato la sua aspirazione ad una destra moderna non spiegandoci però che cosa intende per destra moderna ed anzi distinguendosi per assenza di contenuti nell’azione di contrasto a Berlusconi.
Sia chiaro che si possono comprendere i motivi di un dissenso epidermico con un modo di fare politica, il cosiddetto berlusconismo, che suscita perplessità e urtica la sobrietà di chi dalla politica si attende fatti e stile. Ma, ripetiamo, qual è il contributo di Fini in termini di proposte concrete e alternative al populismo affabulatorio di Berlusconi?
Ricordo l’entusiasmo per le aspettative che F. I., al suo nascere, suscitò in tanti liberali da sempre orfani di una rappresentanza sulla scena politica italiana.
C’erano anche i i reduci della diaspora socialista in cerca di una nuova casa e i furbi che fiutavano il vento favorevole, ma c’erano soprattutto loro, i liberali di formazione anglosassone che si ispiravano al liberalismo empirico degli Stuart Mill, alla tolleranza dei Locke, alla passione che muove la ragione degli Hume, alla logica di mercato che non obbedisce all’etica della giustizia sociale ma a ragioni di reciproca convenienza e di sano egoismo dei contraenti che, per i risultati che producono, si fanno etiche anche se rifuggono da comportamenti morali. Quel liberalismo, per intenderci, che fonda i suoi valori sulle scelte della coscienza individuale la quale, a sua volta, non muove da astrazioni ideologiche ma dalla constatazione di ciò che serve fare non per realizzare il maggior bene in assoluto ma per eliminare il ”disagio” che di volta in volta ci affligge, per attuare ciò che è possibile, per consentire a ciascuno di raggiungere la propria felicità, di esercitare la libertà negativa intesa come libertà dal bisogno piuttosto che la libertà positiva che crea la giungla dei diritti, provoca la bulimia delle aspettative da soddisfare ad ogni costo e schiaccia la capacità di iniziativa soppiantata dall’attesa del beneficio mendicato, che oppone la dottrina sociale a quella della responsabilità e l’uguaglianza alla libertà, che rischia di “trasformare i desideri particolari in diritti universali” (Ostellino).
Si fronteggiano due visioni della vita, l’una, quella liberale dei Berlin e degli Hayek, del riformismo graduale e concreto, convinta che la realtà sia perfettibile ma senza illusioni circa la realizzazione di una società perfetta, l’altra, velleitaria, che si rifà allo scientismo razionalistico ed è protesa verso la realizzazione di una realtà utopica in cui tutto è consentito pur di centrare l’obiettivo, persino la creazione di uno Stato etico e autoritario in nome di una pretesa superiorità morale e politica.
La prima concezione ha i suoi epigoni nella politica inglese dei Brown, dei Cameron, dei Clegg, l’uno laburista, l’altro conservatore,l’altro liberale, i quali, pur nella diversità delle rispettive posizioni, sono accomunati dalla consapevolezza di ciò che è utile per il Paese, dalle scelte che il momento impone senza preclusioni di carattere ideologico e dalla chiarezza nella proposizione di programmi concreti contenenti l’elenco dei progetti e delle loro modalità di realizzazione che ciascuno offre agli elettori. La seconda concezione ha trovato piena realizzazione in Italia dove consociativismo, assistenzialismo, statalismo, dilatazione della spesa pubblica, parassitismo, oppressione fiscale, corporativismo e poteri forti, il giacobinismo di leggi eccezionali che offendono gli elementari diritti dei singoli, affliggono da sempre la nostra società e si saldano al populismo degli ultimi anni.
Ci piacerebbe sapere a quale partito si iscrive Fini, soprattutto conoscere che cosa egli intende per destra moderna e quale è il progetto che ad essa si ispira, sì da essere messi nelle condizioni di capire il senso del suo dissenso.
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martedì 4 maggio 2010
domenica 11 aprile 2010
Dei.....diritti e delle pene
Quella che segue è la lettera che ho inviato al Sen. Fleres per sensibilizzarlo sulla vicenda di Peppe Fontana. La pubblico perchè ritengo che ogni iniziativa a favore di una dignitosa condizione del detenuto meriti visibilità, e perchè spero che la battaglia che in tanti stiamo combattendo perchè sia assicurato il rispetto degli elementari diritti in carcere, trovi nuovi sostenitori.
Al Sen. Salvo Fleres
garante per i diritti dei detenuti in Sicilia
Gentile Senatore Fleres,
apprendo con sollievo che da tempo il Suo Ufficio si sta occupando di Peppe Fontana “per far si che la sua detenzione possa essere rispettosa dei diritti dei reclusi così come previsto dal vigente ordinamento penitenziario”.
Grazie per il Suo impegno, però saremmo tutti più sollevati se Ella spiegasse più chiaramente che cosa sta facendo per il signor Fontana. E ci spiegasse anche perché, nonostante il Suo impegno, a Peppe Fontana non sono mancate attenzioni a dir poco singolari. E’ stato raggiunto da un provvedimento disciplinare (egli così mite seppure così cocciuto), è stato recluso per una settimana in cella di isolamento, indotto ad uno sciopero della fame e della sete, spedito a Badu e Carros certamente non per premiarlo ma per educarlo a non alzare la cresta, esposto ai rischi di una traduzione infinita in ceppi sebbene in condizioni precarie, impedito nel suo diritto di completare gli studi in spregio agli sforzi di tanti anni e alla normativa vigente in materia, sottoposto ad una severità che ha la sua ragion d’essere nell’arroganza del potere.
Che cosa è accaduto perché un uomo come Peppe di cui le relazioni comportamentali certificano l’affidabilità tanto da ritenerlo degno di godere di permessi premio, incappasse nella contraddizione di un premio in sincrono con una severità così punitiva? E’accaduto semplicemente che Peppe Fontana si è scontrato con un tir e ne è stato travolto. Nella sua ingenua presunzione ha ritenuto che fosse titolare di diritti ed è stato riportato ad una realtà che ha dei diritti una concezione approssimativa.
E’ da tempo in atto una disputa tra chi invoca il compromesso tra Stato di diritto e Stato d’eccezione in nome del quale rivendica l’opportunità di derogare ai diritti civili pur di fare pulizia e tutelare la sicurezza, e chi invece, in nome della sacralità di valori non derogabili, dichiara il proprio dissenso. Ha prevalso la prima concezione e in questo quadro si spiega un provvedimento come il 41 bis che si fa beffa dei diritti fondamentali dell’uomo e che per questo motivo è stato bacchettato dalla Corte Europea e dal suo Presidente Jean Paul Casta, su questo fronte è caduto Peppe Fontana.
Leggo della battaglia per i diritti civili condotta da dissidenti a Cuba, in Iran, in Cina e dei nobili appelli alla mobilitazione in loro favore, leggo di come il maggior pericolo che insidia la battaglia di questi martiri è la solitudine e il senso di abbandono che sentono più dolorosi delle torture fisiche e che nel mondo prevale una sorta di apatia ad ogni impegno persino nelle organizzazioni che dovrebbero tutelare i diritti umani e che hanno perso mordente. Ebbene le nostre carceri sono un microcosmo in cui ogni giorno è violato il rispetto degli elementari diritti umani. Sono luoghi nei quali i suicidi si susseguono con cadenza sinistra a testimonianza di una condizione invivibile, in cui detenuti possono essere uccisi con la facilità con cui è stato ucciso Stefano Cucchi, il sovraffollamento sottrae dignità alla vita del detenuto, la giornata scorre monotona senza interessi e senza possibilità di riscatto ventiquattr’ore su ventiquattro, carenze igieniche sanitarie espongono a rischi i detenuti, l’ergastolo ostativo spegne a poco a poco e anzitempo la vita di uomini senza speranza, uomini fatti di carne e nutriti di sentimenti non possono abbracciare per decenni i propri cari, sono luoghi che richiamano le più turpi realtà di violazione dei diritti umani sparsi per la terra.
La solitudine di Peppe Fontana nel carcere di Badu e Carros è la stessa solitudine dei tanti dissidenti nel resto del mondo.
Lei che, oltre ad essere garante dei diritti dei detenuti, è anche senatore della Repubblica, non ritiene che il senatore possa dare una mano al garante e supportarlo nella battaglia che questo ruolo gli impone?
Cordialmente,
Nino Mandalà.
Al Sen. Salvo Fleres
garante per i diritti dei detenuti in Sicilia
Gentile Senatore Fleres,
apprendo con sollievo che da tempo il Suo Ufficio si sta occupando di Peppe Fontana “per far si che la sua detenzione possa essere rispettosa dei diritti dei reclusi così come previsto dal vigente ordinamento penitenziario”.
Grazie per il Suo impegno, però saremmo tutti più sollevati se Ella spiegasse più chiaramente che cosa sta facendo per il signor Fontana. E ci spiegasse anche perché, nonostante il Suo impegno, a Peppe Fontana non sono mancate attenzioni a dir poco singolari. E’ stato raggiunto da un provvedimento disciplinare (egli così mite seppure così cocciuto), è stato recluso per una settimana in cella di isolamento, indotto ad uno sciopero della fame e della sete, spedito a Badu e Carros certamente non per premiarlo ma per educarlo a non alzare la cresta, esposto ai rischi di una traduzione infinita in ceppi sebbene in condizioni precarie, impedito nel suo diritto di completare gli studi in spregio agli sforzi di tanti anni e alla normativa vigente in materia, sottoposto ad una severità che ha la sua ragion d’essere nell’arroganza del potere.
Che cosa è accaduto perché un uomo come Peppe di cui le relazioni comportamentali certificano l’affidabilità tanto da ritenerlo degno di godere di permessi premio, incappasse nella contraddizione di un premio in sincrono con una severità così punitiva? E’accaduto semplicemente che Peppe Fontana si è scontrato con un tir e ne è stato travolto. Nella sua ingenua presunzione ha ritenuto che fosse titolare di diritti ed è stato riportato ad una realtà che ha dei diritti una concezione approssimativa.
E’ da tempo in atto una disputa tra chi invoca il compromesso tra Stato di diritto e Stato d’eccezione in nome del quale rivendica l’opportunità di derogare ai diritti civili pur di fare pulizia e tutelare la sicurezza, e chi invece, in nome della sacralità di valori non derogabili, dichiara il proprio dissenso. Ha prevalso la prima concezione e in questo quadro si spiega un provvedimento come il 41 bis che si fa beffa dei diritti fondamentali dell’uomo e che per questo motivo è stato bacchettato dalla Corte Europea e dal suo Presidente Jean Paul Casta, su questo fronte è caduto Peppe Fontana.
Leggo della battaglia per i diritti civili condotta da dissidenti a Cuba, in Iran, in Cina e dei nobili appelli alla mobilitazione in loro favore, leggo di come il maggior pericolo che insidia la battaglia di questi martiri è la solitudine e il senso di abbandono che sentono più dolorosi delle torture fisiche e che nel mondo prevale una sorta di apatia ad ogni impegno persino nelle organizzazioni che dovrebbero tutelare i diritti umani e che hanno perso mordente. Ebbene le nostre carceri sono un microcosmo in cui ogni giorno è violato il rispetto degli elementari diritti umani. Sono luoghi nei quali i suicidi si susseguono con cadenza sinistra a testimonianza di una condizione invivibile, in cui detenuti possono essere uccisi con la facilità con cui è stato ucciso Stefano Cucchi, il sovraffollamento sottrae dignità alla vita del detenuto, la giornata scorre monotona senza interessi e senza possibilità di riscatto ventiquattr’ore su ventiquattro, carenze igieniche sanitarie espongono a rischi i detenuti, l’ergastolo ostativo spegne a poco a poco e anzitempo la vita di uomini senza speranza, uomini fatti di carne e nutriti di sentimenti non possono abbracciare per decenni i propri cari, sono luoghi che richiamano le più turpi realtà di violazione dei diritti umani sparsi per la terra.
La solitudine di Peppe Fontana nel carcere di Badu e Carros è la stessa solitudine dei tanti dissidenti nel resto del mondo.
Lei che, oltre ad essere garante dei diritti dei detenuti, è anche senatore della Repubblica, non ritiene che il senatore possa dare una mano al garante e supportarlo nella battaglia che questo ruolo gli impone?
Cordialmente,
Nino Mandalà.
domenica 4 aprile 2010
La Pasqua di Peppe
Sono stato troppo ottimista quando, apprendendo della sospensione dello sciopero della fame e della sete di Peppe Fontana, ho tirato un sospiro di sollievo perché convinto che un epilogo drammatico fosse stato scongiurato. E invece no, le conseguenze dell’iniziativa di Peppe, seppure non sono deflagrate nella violenza della morte, si stanno consumando nello stillicidio di una quotidianità spietata inflitta allo spirito prima ancora che al fisico.
Ho notizia che Peppe Fontana, in coincidenza con la cessazione dello sciopero della fame e della sete, è stato tradotto nel carcere punitivo di Badu e Carros.
Peppe ha fatto pervenire quello che egli chiama un “Comunicato di lotta e denuncia da Guantanamo” in cui con la solita prosa arrembante e colorita descrive la sofferenza della traduzione e ne denuncia le motivazioni disegnando scenari apocalittici, temendo progetti oscuri e prefigurando epiloghi inquietanti. Non posso condividere la denuncia di “un occulto programma che mi vuole eliminare” perché mi rifiuto di pensare che anche in un sistema carcerario ottuso e vendicativo come quello italiano si possa giungere fino a tanto.
Comprendo lo stato d’animo di Peppe, la sua frustrazione e so che cosa avviene nell’animo di un uomo in carcere da 16 anni, ho sperimentato di persona che una sensibilità particolare attanaglia il cuore ed enfatizza le vicende e dunque la prudenza è d’obbligo ma posso testimoniare e sottoscrivere il contesto denunciato da Peppe Fontana. Posso testimoniare che lo sciopero della fame è una sfida impari dall’esito scontato, fosse anche il decesso dello scioperante, perché due scioperi della fame mi hanno condotto sulle soglie dell’aldilà senza che l’amministrazione carceraria se ne preoccupasse più di tanto, posso testimoniare che in carcere si può morire di una patologia trascurata non per dolo ma per sciatteria e insensibilità, perché sono rimasto preda della mia polimiosite per venti giorni giungendo alla quasi paralisi degli arti infiammati, al digiuno per impossibilità di deglutire, al soffocamento per impossibilità di respirare, alla tumefazione del mio organismo piagato sia all’interno che all’esterno, prima di essere sottoposto a visita specialistica che ha diagnosticato la gravità della mia patologia e raccomandato il ricovero immediato, ho sperimentato la crudeltà non so se casuale o voluta di una traduzione durata dodici ore inflittami in luogo del ricovero immediato e con totale disprezzo per la mia condizione. Vorrei dire a Peppe che il carcere è un luogo che si può affrontare nei modi più disparati e che il suo modo di affrontarlo è il più nobile, è un luogo dove persino la sua cultura può apparire irritante e farlo sentire come un corpo estraneo e che se egli ha deciso di combattere deve mettere in bilancio una maggiore sofferenza e saperla accettare. Ma dico anche che persino in carcere la sofferenza, se gratuita e procurata, non si giustifica. Io non so se la direttrice del carcere di Pagliarelli è il demonio descritto da Peppe Fontana, anche se della sua intransigenza ho avuto contezza in occasione della mia ultima permanenza a Pagliarelli, ma so che in un confronto tra i due la peggio tocca a Peppe, perché così vanno le cose del mondo come ci insegna Trasimaco secondo cui “la giustizia non è niente altro che l’interesse del più forte”. E so anche che in questa vicenda ci sono coincidenze che destano sospetti, episodi poco chiari e che la traduzione a Badu e Carros, carcere che inquieta le notti di chi lo ha vissuto, immediatamente succeduta ad uno sciopero della fame letto dall’amministrazione carceraria come una sfida portata alla propria autorità, sa tanto di rappresaglia, di occasione colta per un regolamento di conti nei confronti di un detenuto che ha osato portare fuori dalle mura del carcere le problematiche della detenzione. Non voglio fare dietrologia né cacce alle streghe ma rivendicare l’opportunità di un indagine sulla vicenda e, come suggerito da qualcuno, di una segnalazione alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo.
Intanto a Peppe va tutta la mia solidarietà e il mio affetto, lo sprone a tenere duro e l’invito a viaggiare negli spazi che egli ben conosce e di cui abbiamo tante volte parlato:anche se non è credente gli sta toccando in sorte di vivere la Pasqua nel suo spirito più alto.
Ho notizia che Peppe Fontana, in coincidenza con la cessazione dello sciopero della fame e della sete, è stato tradotto nel carcere punitivo di Badu e Carros.
Peppe ha fatto pervenire quello che egli chiama un “Comunicato di lotta e denuncia da Guantanamo” in cui con la solita prosa arrembante e colorita descrive la sofferenza della traduzione e ne denuncia le motivazioni disegnando scenari apocalittici, temendo progetti oscuri e prefigurando epiloghi inquietanti. Non posso condividere la denuncia di “un occulto programma che mi vuole eliminare” perché mi rifiuto di pensare che anche in un sistema carcerario ottuso e vendicativo come quello italiano si possa giungere fino a tanto.
Comprendo lo stato d’animo di Peppe, la sua frustrazione e so che cosa avviene nell’animo di un uomo in carcere da 16 anni, ho sperimentato di persona che una sensibilità particolare attanaglia il cuore ed enfatizza le vicende e dunque la prudenza è d’obbligo ma posso testimoniare e sottoscrivere il contesto denunciato da Peppe Fontana. Posso testimoniare che lo sciopero della fame è una sfida impari dall’esito scontato, fosse anche il decesso dello scioperante, perché due scioperi della fame mi hanno condotto sulle soglie dell’aldilà senza che l’amministrazione carceraria se ne preoccupasse più di tanto, posso testimoniare che in carcere si può morire di una patologia trascurata non per dolo ma per sciatteria e insensibilità, perché sono rimasto preda della mia polimiosite per venti giorni giungendo alla quasi paralisi degli arti infiammati, al digiuno per impossibilità di deglutire, al soffocamento per impossibilità di respirare, alla tumefazione del mio organismo piagato sia all’interno che all’esterno, prima di essere sottoposto a visita specialistica che ha diagnosticato la gravità della mia patologia e raccomandato il ricovero immediato, ho sperimentato la crudeltà non so se casuale o voluta di una traduzione durata dodici ore inflittami in luogo del ricovero immediato e con totale disprezzo per la mia condizione. Vorrei dire a Peppe che il carcere è un luogo che si può affrontare nei modi più disparati e che il suo modo di affrontarlo è il più nobile, è un luogo dove persino la sua cultura può apparire irritante e farlo sentire come un corpo estraneo e che se egli ha deciso di combattere deve mettere in bilancio una maggiore sofferenza e saperla accettare. Ma dico anche che persino in carcere la sofferenza, se gratuita e procurata, non si giustifica. Io non so se la direttrice del carcere di Pagliarelli è il demonio descritto da Peppe Fontana, anche se della sua intransigenza ho avuto contezza in occasione della mia ultima permanenza a Pagliarelli, ma so che in un confronto tra i due la peggio tocca a Peppe, perché così vanno le cose del mondo come ci insegna Trasimaco secondo cui “la giustizia non è niente altro che l’interesse del più forte”. E so anche che in questa vicenda ci sono coincidenze che destano sospetti, episodi poco chiari e che la traduzione a Badu e Carros, carcere che inquieta le notti di chi lo ha vissuto, immediatamente succeduta ad uno sciopero della fame letto dall’amministrazione carceraria come una sfida portata alla propria autorità, sa tanto di rappresaglia, di occasione colta per un regolamento di conti nei confronti di un detenuto che ha osato portare fuori dalle mura del carcere le problematiche della detenzione. Non voglio fare dietrologia né cacce alle streghe ma rivendicare l’opportunità di un indagine sulla vicenda e, come suggerito da qualcuno, di una segnalazione alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo.
Intanto a Peppe va tutta la mia solidarietà e il mio affetto, lo sprone a tenere duro e l’invito a viaggiare negli spazi che egli ben conosce e di cui abbiamo tante volte parlato:anche se non è credente gli sta toccando in sorte di vivere la Pasqua nel suo spirito più alto.
domenica 28 marzo 2010
A proposito di sequestri e confische.......
La legge nr. 109 del 1996 introduce le nuove disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati e confiscati ad appartenenti ad associazioni mafiose. La legge prosegue l'indirizzo della legge Rognoni/La Torre e del decreto legge 1989 che davano corpo all'intuizione di La Torre prima e di DAlla Chiesa dopo secondo cui la criminalità organizzata ha il suo tallone d' Achille nel patrimonio il cui prosciugamento equivale all'esaurimento della fonte alla quale attinge la vita di un organismo. La nuova legge, contrariamente alle precedenti che non prevedevano procedure di gestione e riutilizzo e il divieto di vendita, prevede sia l'uso sociale che il divieto di vendita del bene confiscato. I risultati raggiunti sono confortanti e dicono di realtà le quali si stanno cimentando in un impegno che dà speranza a giovani e a forze produttive realizzando lo scopo sociale della legge. Cooperative, Associazioni, Comunità ed Enti si misurano con successo in un impegno che trae da patrimoni illeciti leciti guadagni. Sembrerebbe tutto ben indirizzato non solo verso una rivincita della legalità ma anche verso un riscatto sociale, eppure non mancano le note dolenti. Come sempre quando si tratta di lotta alla mafia si cade nel giacobinismo caro a quanti con la furia del loro impegno travolgono il buon senso e buttano assieme all'acqua sporca dell'illecito, il bambino degli elementari diritti. Sopravviene una sorta di sacro furore che, combattendo l'illecito, non si cura delle regole, non guarda tanto per il sottile pur di fare pulizia e, per dirla con Ostellino, non si limita "alla ricerca di quella (parziale) verità che è la Giustizia ma pretende di cambiare il mondo".
Dico questo a ragion veduta e per esperienza diretta.
Mi sono stati sequestrati due immobili ed un libretto a risparmio con la motivazione che essi avevano un provenienza illecita. La loro valutazione è stata calcolata in diversi milioni di euro con ampio risalto sulla stampa che ha parlato di un duro colpo inferto ad un ingente patrimonio mafioso. Ebbene il Tribunale per le misure di prevenzione mi ha restituito gli immobili sequestrati con la motivazione che essi provengono da una donazione lecitissima risalente al 1969 fattami da mia madre che a sua volta aveva ereditato dal padre con testamento del 1953. Il valore accertato degli immobili è di euro 300.000,00 (trecentomila) e il "tesoro illecito" contenuto nel libretto a risparmio ammonta a ben...... euro 120,00 (centoventi). Ci voleva molto a fare un accertamento più rigoroso prima dell'emissione del provvedimento di sequestro?
Debbo presumere che il mio non sia un episodio isolato e che l'incubo vissuto da me e dalla mia famiglia durante il lungo anno trascorso prima che si giungesse a soluzione sia una costante ricorrente in un sistema che fa a meno delle verifiche ante e, pur di menar vanto, enfatizza i risultati raggiunti. Una maggiore oculatezza nelle indagini e una minore approssimazione nella valutazione dei patrimoni contribuirebbe ad una maggiore credibilità della legge, farebbe risparmiare soldi all'erario ed eviterebbe inutili sofferenze. Ma la sofferenza non è la sola protagonista nell'applicazione della 109. Purtroppo la funzione sociale data ad essa suona come una vera e propria beffa alla luce dei risultati disastrosi generati dalla gestione delle aziende sequestrate e successivamente confiscate. Un'azienda, anche se ha una matrice illecita, durante il suo cammino assume una valenza che nasce dall'abilità di chi la gestisce e una funzione sociale che le deriva dalla sua capacità occupazionale. Il sequestro e la confisca di una azienda pongono un problema che non può prescindere dal valore sociale di essa e chi si assume l'onere della gestione assume anche un obbligo morale nei confronti dei dipendenti dell'azienda. Persino l'imprenditore mafioso, mano a mano che l'azienda cresce, si innamora di essa e, per quanto possa sembrare incredibile, contrae, per un fatto morale o di orgoglio, un patto con i lavoratori assieme ai quali gioisce dei risultati positivi e soffre dei fallimenti, lavora gomito a gomito condividendo le sorti dell'azienda con la consapevolezza che esse sono anche le sorti dei dipendenti. Mancando questa figura, la vita e il futuro di uno come di decine di lavoratori sono destinati ad essere sacrificati sull'altare della fiscalità formale, dell'incompetenza e della incapacità gestionale di un amministratore giudiziario dalla fedina immacolata ma privo dello spirito di sacrificio e dell'amore per l'azienda che connotano chi visceralmente la vive. La storia dei patrimoni sequestrati e confiscati è anche la storia di aziende che, nella maggior parte dei casi, non fanno in tempo a passare dalla fase del sequestro a quella della confisca e che già nella prima fase vanno in malora assieme al futuro di tanti lavoratori e con buona pace della funzione sociale assegnata alla legge.
Dico questo a ragion veduta e per esperienza diretta.
Mi sono stati sequestrati due immobili ed un libretto a risparmio con la motivazione che essi avevano un provenienza illecita. La loro valutazione è stata calcolata in diversi milioni di euro con ampio risalto sulla stampa che ha parlato di un duro colpo inferto ad un ingente patrimonio mafioso. Ebbene il Tribunale per le misure di prevenzione mi ha restituito gli immobili sequestrati con la motivazione che essi provengono da una donazione lecitissima risalente al 1969 fattami da mia madre che a sua volta aveva ereditato dal padre con testamento del 1953. Il valore accertato degli immobili è di euro 300.000,00 (trecentomila) e il "tesoro illecito" contenuto nel libretto a risparmio ammonta a ben...... euro 120,00 (centoventi). Ci voleva molto a fare un accertamento più rigoroso prima dell'emissione del provvedimento di sequestro?
Debbo presumere che il mio non sia un episodio isolato e che l'incubo vissuto da me e dalla mia famiglia durante il lungo anno trascorso prima che si giungesse a soluzione sia una costante ricorrente in un sistema che fa a meno delle verifiche ante e, pur di menar vanto, enfatizza i risultati raggiunti. Una maggiore oculatezza nelle indagini e una minore approssimazione nella valutazione dei patrimoni contribuirebbe ad una maggiore credibilità della legge, farebbe risparmiare soldi all'erario ed eviterebbe inutili sofferenze. Ma la sofferenza non è la sola protagonista nell'applicazione della 109. Purtroppo la funzione sociale data ad essa suona come una vera e propria beffa alla luce dei risultati disastrosi generati dalla gestione delle aziende sequestrate e successivamente confiscate. Un'azienda, anche se ha una matrice illecita, durante il suo cammino assume una valenza che nasce dall'abilità di chi la gestisce e una funzione sociale che le deriva dalla sua capacità occupazionale. Il sequestro e la confisca di una azienda pongono un problema che non può prescindere dal valore sociale di essa e chi si assume l'onere della gestione assume anche un obbligo morale nei confronti dei dipendenti dell'azienda. Persino l'imprenditore mafioso, mano a mano che l'azienda cresce, si innamora di essa e, per quanto possa sembrare incredibile, contrae, per un fatto morale o di orgoglio, un patto con i lavoratori assieme ai quali gioisce dei risultati positivi e soffre dei fallimenti, lavora gomito a gomito condividendo le sorti dell'azienda con la consapevolezza che esse sono anche le sorti dei dipendenti. Mancando questa figura, la vita e il futuro di uno come di decine di lavoratori sono destinati ad essere sacrificati sull'altare della fiscalità formale, dell'incompetenza e della incapacità gestionale di un amministratore giudiziario dalla fedina immacolata ma privo dello spirito di sacrificio e dell'amore per l'azienda che connotano chi visceralmente la vive. La storia dei patrimoni sequestrati e confiscati è anche la storia di aziende che, nella maggior parte dei casi, non fanno in tempo a passare dalla fase del sequestro a quella della confisca e che già nella prima fase vanno in malora assieme al futuro di tanti lavoratori e con buona pace della funzione sociale assegnata alla legge.
Il Rovistatore
Lo vidi, nell'incerta luce del crepuscolo, guardingo e con il volto seminascosto, mentre, piegato sul cassettone dell'immondizia, rovistava. Mi colpì l'insolito contrasto tra l'abbigliamento dignitoso di quest'uomo canuto, dall'aria decorosa e mite, e i lerci avanzi di altrui opulenze. In bilico sul bordo del cassettone, sceglieva rapidamente quello che gli serviva e lo riponeva in una busta di plastica, sollevava a tratti la testa a guardare attorno con aria circospetta, poi riprendeva a rovistare. Sentì il mio sguardo su di lui, si girò di scatto, mi fisso con aria implorante avvampando di vergogna e fuggì portando con sè un pezzo del mio cuore e l'altro pezzo lasciandolo alle prese con i suoi rimorsi.
Il Sacerdote
Il Sacerdote imperversa imperterrito sulla scena della desolante società civile. Egli si esprime con "fecimo" ed "ebbimo" fiero della sua rozzezza che brandisce con l'orgogliosa noncuranza di chi ha ben altro da fare che curarsi della forma. Ha una missione da compiere, quella di salvare il mondo, di redimerlo dalle zozzure, di pulirlo dalle sue incrostazioni corrotte con un passione la cui purezza non tollera di essere intralciata da leziosità lessicali. Non importa se dietro la sua approssimazione formale si annida una altrettanta approssimazione sostanziale, è importante che la sua purezza ideologica possa dilagare senza ostacoli. Novello Eutifrone, egli si erge a paladino della giustizia purchè sia punitiva e senza appello, stabilisce ciò che giusto e ingiusto, ciò che è santo e ciò che è empio e, assiso sulle sue farisaiche certezze, decide di accusare il padre per non contaminarsi, ritenendo santo ciò che è empio e confondendo i piani della morale. In verià è gretto, intollerante, fanatico e procede nella sua crociata perchè spinto dalla sua meschinità d'animo alla quale la sua ambizione e malvagità assegnano destini gloriosi. Egli avvelena l'acqua del pozzo cui un popolo dabbene e sprovveduto si abbevera preparando il processo a Socrate e tuona, a cavallo del suo delirio, evocando lo spettro del tiranno, incitando all'odio e pregustando il luogo della vergogna, un Piazzale Loreto prossimo venturo.
giovedì 11 marzo 2010
Peppe Fontana
Sono stato per un breve periodo compagno di cella di Peppe e ho imparato a capire quanto egli sia tignoso ai limiti dell’autolesionismo. Guascone, provocatorio, libertario, letterato, poeta e, come lui stesso si definisce, anarchico, non conosce limiti a sé stesso, figurarsi se tollera i confini della cella in cui è rinchiuso da anni. Infatti dalla sua cella è evaso da tempo volando, oltre le mura del carcere, a cavallo della sua anima ribelle libratasi verso gli sconfinati spazi della sua Utopia, volteggiante sulla sua amata Selinunte. Il suo corpo, ahimè, no, quello è rimasto in cella a fare i conti con la quotidianità angosciante della carcerazione, resa ancora più angosciante dalla stupidità e dall’arroganza.
So di che cosa parlo perché ho sperimentato la detenzione a Pagliarelli e ho imparato a mie spese che cosa significa confrontarsi tutti i giorni che Dio manda, vuoi con la burbanzosa alterigia dell’agente dalla luna storta che per un giorno si è portato appresso problemi domestici ed esistenziali da scaricare sul detenuto, vuoi con la demenzialità di regolamenti interpretati con sadica ottusità, vuoi con le angherie di un sistema inefficiente, vuoi con .la tua anima che quel giorno non ha voluto saperne di volare, vuoi con la paura che la tua vita dipenda dalla buona sorte che decide se la tua patologia è degna di attenzione. So di che cosa parlo perché a Pagliarelli della mia polimiosite ho rischiato di morire. So di che cosa parlo perché ho vissuto l’esperienza di traduzioni infinite, in ceppi, col carico di zaini ricolmi di povere cose e dei miei settant’anni.
So di che cosa parlo perché so cosa significa trascorrere venti delle ventiquattrore della giornata tra quattro mura a dividere il cibo, le abitudini, lo spazio, la televisione, le flatulenze con un altro essere umano carico della sua rabbia pronta ad esplodere.
So di che cosa parlo perché due scioperi della fame intrapresi col furore delle mie ragioni, si sono infranti contro l’indifferenza dei miei compagni e della direzione che considerava l’iniziativa un attentato alla propria autorità e una sfida da combattere fino alle estreme conseguenze da far patire solo alla mia testardaggine.
So che lo sciopero della fame e della sete iniziato da Peppe Fontana il due e interrotto il nove marzo, probabilmente perché una volta tanto la ragionevolezza ha avuto la meglio sulla cocciutaggine di Peppe, ha scongiurato un epilogo drammatico, ma so anche che l’interruzione dello sciopero non annulla il valore di una protesta con la quale Peppe denuncia un vulnus e lancia una richiesta di solidarietà su una vicenda drammatica nella sua specificità ma anche emblematica di un sistema di potere ottuso, che non merita di essere archiviata dalla solita coltre di indifferenza riservata al mondo delle carceri.
L’esito della battaglia di Peppe dipende anche da noi e da quello che il nostro cuore ci detterà di fare.
So di che cosa parlo perché ho sperimentato la detenzione a Pagliarelli e ho imparato a mie spese che cosa significa confrontarsi tutti i giorni che Dio manda, vuoi con la burbanzosa alterigia dell’agente dalla luna storta che per un giorno si è portato appresso problemi domestici ed esistenziali da scaricare sul detenuto, vuoi con la demenzialità di regolamenti interpretati con sadica ottusità, vuoi con le angherie di un sistema inefficiente, vuoi con .la tua anima che quel giorno non ha voluto saperne di volare, vuoi con la paura che la tua vita dipenda dalla buona sorte che decide se la tua patologia è degna di attenzione. So di che cosa parlo perché a Pagliarelli della mia polimiosite ho rischiato di morire. So di che cosa parlo perché ho vissuto l’esperienza di traduzioni infinite, in ceppi, col carico di zaini ricolmi di povere cose e dei miei settant’anni.
So di che cosa parlo perché so cosa significa trascorrere venti delle ventiquattrore della giornata tra quattro mura a dividere il cibo, le abitudini, lo spazio, la televisione, le flatulenze con un altro essere umano carico della sua rabbia pronta ad esplodere.
So di che cosa parlo perché due scioperi della fame intrapresi col furore delle mie ragioni, si sono infranti contro l’indifferenza dei miei compagni e della direzione che considerava l’iniziativa un attentato alla propria autorità e una sfida da combattere fino alle estreme conseguenze da far patire solo alla mia testardaggine.
So che lo sciopero della fame e della sete iniziato da Peppe Fontana il due e interrotto il nove marzo, probabilmente perché una volta tanto la ragionevolezza ha avuto la meglio sulla cocciutaggine di Peppe, ha scongiurato un epilogo drammatico, ma so anche che l’interruzione dello sciopero non annulla il valore di una protesta con la quale Peppe denuncia un vulnus e lancia una richiesta di solidarietà su una vicenda drammatica nella sua specificità ma anche emblematica di un sistema di potere ottuso, che non merita di essere archiviata dalla solita coltre di indifferenza riservata al mondo delle carceri.
L’esito della battaglia di Peppe dipende anche da noi e da quello che il nostro cuore ci detterà di fare.
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