Sono stato troppo ottimista quando, apprendendo della sospensione dello sciopero della fame e della sete di Peppe Fontana, ho tirato un sospiro di sollievo perché convinto che un epilogo drammatico fosse stato scongiurato. E invece no, le conseguenze dell’iniziativa di Peppe, seppure non sono deflagrate nella violenza della morte, si stanno consumando nello stillicidio di una quotidianità spietata inflitta allo spirito prima ancora che al fisico.
Ho notizia che Peppe Fontana, in coincidenza con la cessazione dello sciopero della fame e della sete, è stato tradotto nel carcere punitivo di Badu e Carros.
Peppe ha fatto pervenire quello che egli chiama un “Comunicato di lotta e denuncia da Guantanamo” in cui con la solita prosa arrembante e colorita descrive la sofferenza della traduzione e ne denuncia le motivazioni disegnando scenari apocalittici, temendo progetti oscuri e prefigurando epiloghi inquietanti. Non posso condividere la denuncia di “un occulto programma che mi vuole eliminare” perché mi rifiuto di pensare che anche in un sistema carcerario ottuso e vendicativo come quello italiano si possa giungere fino a tanto.
Comprendo lo stato d’animo di Peppe, la sua frustrazione e so che cosa avviene nell’animo di un uomo in carcere da 16 anni, ho sperimentato di persona che una sensibilità particolare attanaglia il cuore ed enfatizza le vicende e dunque la prudenza è d’obbligo ma posso testimoniare e sottoscrivere il contesto denunciato da Peppe Fontana. Posso testimoniare che lo sciopero della fame è una sfida impari dall’esito scontato, fosse anche il decesso dello scioperante, perché due scioperi della fame mi hanno condotto sulle soglie dell’aldilà senza che l’amministrazione carceraria se ne preoccupasse più di tanto, posso testimoniare che in carcere si può morire di una patologia trascurata non per dolo ma per sciatteria e insensibilità, perché sono rimasto preda della mia polimiosite per venti giorni giungendo alla quasi paralisi degli arti infiammati, al digiuno per impossibilità di deglutire, al soffocamento per impossibilità di respirare, alla tumefazione del mio organismo piagato sia all’interno che all’esterno, prima di essere sottoposto a visita specialistica che ha diagnosticato la gravità della mia patologia e raccomandato il ricovero immediato, ho sperimentato la crudeltà non so se casuale o voluta di una traduzione durata dodici ore inflittami in luogo del ricovero immediato e con totale disprezzo per la mia condizione. Vorrei dire a Peppe che il carcere è un luogo che si può affrontare nei modi più disparati e che il suo modo di affrontarlo è il più nobile, è un luogo dove persino la sua cultura può apparire irritante e farlo sentire come un corpo estraneo e che se egli ha deciso di combattere deve mettere in bilancio una maggiore sofferenza e saperla accettare. Ma dico anche che persino in carcere la sofferenza, se gratuita e procurata, non si giustifica. Io non so se la direttrice del carcere di Pagliarelli è il demonio descritto da Peppe Fontana, anche se della sua intransigenza ho avuto contezza in occasione della mia ultima permanenza a Pagliarelli, ma so che in un confronto tra i due la peggio tocca a Peppe, perché così vanno le cose del mondo come ci insegna Trasimaco secondo cui “la giustizia non è niente altro che l’interesse del più forte”. E so anche che in questa vicenda ci sono coincidenze che destano sospetti, episodi poco chiari e che la traduzione a Badu e Carros, carcere che inquieta le notti di chi lo ha vissuto, immediatamente succeduta ad uno sciopero della fame letto dall’amministrazione carceraria come una sfida portata alla propria autorità, sa tanto di rappresaglia, di occasione colta per un regolamento di conti nei confronti di un detenuto che ha osato portare fuori dalle mura del carcere le problematiche della detenzione. Non voglio fare dietrologia né cacce alle streghe ma rivendicare l’opportunità di un indagine sulla vicenda e, come suggerito da qualcuno, di una segnalazione alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo.
Intanto a Peppe va tutta la mia solidarietà e il mio affetto, lo sprone a tenere duro e l’invito a viaggiare negli spazi che egli ben conosce e di cui abbiamo tante volte parlato:anche se non è credente gli sta toccando in sorte di vivere la Pasqua nel suo spirito più alto.
Visualizzazioni totali
domenica 4 aprile 2010
domenica 28 marzo 2010
A proposito di sequestri e confische.......
La legge nr. 109 del 1996 introduce le nuove disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati e confiscati ad appartenenti ad associazioni mafiose. La legge prosegue l'indirizzo della legge Rognoni/La Torre e del decreto legge 1989 che davano corpo all'intuizione di La Torre prima e di DAlla Chiesa dopo secondo cui la criminalità organizzata ha il suo tallone d' Achille nel patrimonio il cui prosciugamento equivale all'esaurimento della fonte alla quale attinge la vita di un organismo. La nuova legge, contrariamente alle precedenti che non prevedevano procedure di gestione e riutilizzo e il divieto di vendita, prevede sia l'uso sociale che il divieto di vendita del bene confiscato. I risultati raggiunti sono confortanti e dicono di realtà le quali si stanno cimentando in un impegno che dà speranza a giovani e a forze produttive realizzando lo scopo sociale della legge. Cooperative, Associazioni, Comunità ed Enti si misurano con successo in un impegno che trae da patrimoni illeciti leciti guadagni. Sembrerebbe tutto ben indirizzato non solo verso una rivincita della legalità ma anche verso un riscatto sociale, eppure non mancano le note dolenti. Come sempre quando si tratta di lotta alla mafia si cade nel giacobinismo caro a quanti con la furia del loro impegno travolgono il buon senso e buttano assieme all'acqua sporca dell'illecito, il bambino degli elementari diritti. Sopravviene una sorta di sacro furore che, combattendo l'illecito, non si cura delle regole, non guarda tanto per il sottile pur di fare pulizia e, per dirla con Ostellino, non si limita "alla ricerca di quella (parziale) verità che è la Giustizia ma pretende di cambiare il mondo".
Dico questo a ragion veduta e per esperienza diretta.
Mi sono stati sequestrati due immobili ed un libretto a risparmio con la motivazione che essi avevano un provenienza illecita. La loro valutazione è stata calcolata in diversi milioni di euro con ampio risalto sulla stampa che ha parlato di un duro colpo inferto ad un ingente patrimonio mafioso. Ebbene il Tribunale per le misure di prevenzione mi ha restituito gli immobili sequestrati con la motivazione che essi provengono da una donazione lecitissima risalente al 1969 fattami da mia madre che a sua volta aveva ereditato dal padre con testamento del 1953. Il valore accertato degli immobili è di euro 300.000,00 (trecentomila) e il "tesoro illecito" contenuto nel libretto a risparmio ammonta a ben...... euro 120,00 (centoventi). Ci voleva molto a fare un accertamento più rigoroso prima dell'emissione del provvedimento di sequestro?
Debbo presumere che il mio non sia un episodio isolato e che l'incubo vissuto da me e dalla mia famiglia durante il lungo anno trascorso prima che si giungesse a soluzione sia una costante ricorrente in un sistema che fa a meno delle verifiche ante e, pur di menar vanto, enfatizza i risultati raggiunti. Una maggiore oculatezza nelle indagini e una minore approssimazione nella valutazione dei patrimoni contribuirebbe ad una maggiore credibilità della legge, farebbe risparmiare soldi all'erario ed eviterebbe inutili sofferenze. Ma la sofferenza non è la sola protagonista nell'applicazione della 109. Purtroppo la funzione sociale data ad essa suona come una vera e propria beffa alla luce dei risultati disastrosi generati dalla gestione delle aziende sequestrate e successivamente confiscate. Un'azienda, anche se ha una matrice illecita, durante il suo cammino assume una valenza che nasce dall'abilità di chi la gestisce e una funzione sociale che le deriva dalla sua capacità occupazionale. Il sequestro e la confisca di una azienda pongono un problema che non può prescindere dal valore sociale di essa e chi si assume l'onere della gestione assume anche un obbligo morale nei confronti dei dipendenti dell'azienda. Persino l'imprenditore mafioso, mano a mano che l'azienda cresce, si innamora di essa e, per quanto possa sembrare incredibile, contrae, per un fatto morale o di orgoglio, un patto con i lavoratori assieme ai quali gioisce dei risultati positivi e soffre dei fallimenti, lavora gomito a gomito condividendo le sorti dell'azienda con la consapevolezza che esse sono anche le sorti dei dipendenti. Mancando questa figura, la vita e il futuro di uno come di decine di lavoratori sono destinati ad essere sacrificati sull'altare della fiscalità formale, dell'incompetenza e della incapacità gestionale di un amministratore giudiziario dalla fedina immacolata ma privo dello spirito di sacrificio e dell'amore per l'azienda che connotano chi visceralmente la vive. La storia dei patrimoni sequestrati e confiscati è anche la storia di aziende che, nella maggior parte dei casi, non fanno in tempo a passare dalla fase del sequestro a quella della confisca e che già nella prima fase vanno in malora assieme al futuro di tanti lavoratori e con buona pace della funzione sociale assegnata alla legge.
Dico questo a ragion veduta e per esperienza diretta.
Mi sono stati sequestrati due immobili ed un libretto a risparmio con la motivazione che essi avevano un provenienza illecita. La loro valutazione è stata calcolata in diversi milioni di euro con ampio risalto sulla stampa che ha parlato di un duro colpo inferto ad un ingente patrimonio mafioso. Ebbene il Tribunale per le misure di prevenzione mi ha restituito gli immobili sequestrati con la motivazione che essi provengono da una donazione lecitissima risalente al 1969 fattami da mia madre che a sua volta aveva ereditato dal padre con testamento del 1953. Il valore accertato degli immobili è di euro 300.000,00 (trecentomila) e il "tesoro illecito" contenuto nel libretto a risparmio ammonta a ben...... euro 120,00 (centoventi). Ci voleva molto a fare un accertamento più rigoroso prima dell'emissione del provvedimento di sequestro?
Debbo presumere che il mio non sia un episodio isolato e che l'incubo vissuto da me e dalla mia famiglia durante il lungo anno trascorso prima che si giungesse a soluzione sia una costante ricorrente in un sistema che fa a meno delle verifiche ante e, pur di menar vanto, enfatizza i risultati raggiunti. Una maggiore oculatezza nelle indagini e una minore approssimazione nella valutazione dei patrimoni contribuirebbe ad una maggiore credibilità della legge, farebbe risparmiare soldi all'erario ed eviterebbe inutili sofferenze. Ma la sofferenza non è la sola protagonista nell'applicazione della 109. Purtroppo la funzione sociale data ad essa suona come una vera e propria beffa alla luce dei risultati disastrosi generati dalla gestione delle aziende sequestrate e successivamente confiscate. Un'azienda, anche se ha una matrice illecita, durante il suo cammino assume una valenza che nasce dall'abilità di chi la gestisce e una funzione sociale che le deriva dalla sua capacità occupazionale. Il sequestro e la confisca di una azienda pongono un problema che non può prescindere dal valore sociale di essa e chi si assume l'onere della gestione assume anche un obbligo morale nei confronti dei dipendenti dell'azienda. Persino l'imprenditore mafioso, mano a mano che l'azienda cresce, si innamora di essa e, per quanto possa sembrare incredibile, contrae, per un fatto morale o di orgoglio, un patto con i lavoratori assieme ai quali gioisce dei risultati positivi e soffre dei fallimenti, lavora gomito a gomito condividendo le sorti dell'azienda con la consapevolezza che esse sono anche le sorti dei dipendenti. Mancando questa figura, la vita e il futuro di uno come di decine di lavoratori sono destinati ad essere sacrificati sull'altare della fiscalità formale, dell'incompetenza e della incapacità gestionale di un amministratore giudiziario dalla fedina immacolata ma privo dello spirito di sacrificio e dell'amore per l'azienda che connotano chi visceralmente la vive. La storia dei patrimoni sequestrati e confiscati è anche la storia di aziende che, nella maggior parte dei casi, non fanno in tempo a passare dalla fase del sequestro a quella della confisca e che già nella prima fase vanno in malora assieme al futuro di tanti lavoratori e con buona pace della funzione sociale assegnata alla legge.
Il Rovistatore
Lo vidi, nell'incerta luce del crepuscolo, guardingo e con il volto seminascosto, mentre, piegato sul cassettone dell'immondizia, rovistava. Mi colpì l'insolito contrasto tra l'abbigliamento dignitoso di quest'uomo canuto, dall'aria decorosa e mite, e i lerci avanzi di altrui opulenze. In bilico sul bordo del cassettone, sceglieva rapidamente quello che gli serviva e lo riponeva in una busta di plastica, sollevava a tratti la testa a guardare attorno con aria circospetta, poi riprendeva a rovistare. Sentì il mio sguardo su di lui, si girò di scatto, mi fisso con aria implorante avvampando di vergogna e fuggì portando con sè un pezzo del mio cuore e l'altro pezzo lasciandolo alle prese con i suoi rimorsi.
Il Sacerdote
Il Sacerdote imperversa imperterrito sulla scena della desolante società civile. Egli si esprime con "fecimo" ed "ebbimo" fiero della sua rozzezza che brandisce con l'orgogliosa noncuranza di chi ha ben altro da fare che curarsi della forma. Ha una missione da compiere, quella di salvare il mondo, di redimerlo dalle zozzure, di pulirlo dalle sue incrostazioni corrotte con un passione la cui purezza non tollera di essere intralciata da leziosità lessicali. Non importa se dietro la sua approssimazione formale si annida una altrettanta approssimazione sostanziale, è importante che la sua purezza ideologica possa dilagare senza ostacoli. Novello Eutifrone, egli si erge a paladino della giustizia purchè sia punitiva e senza appello, stabilisce ciò che giusto e ingiusto, ciò che è santo e ciò che è empio e, assiso sulle sue farisaiche certezze, decide di accusare il padre per non contaminarsi, ritenendo santo ciò che è empio e confondendo i piani della morale. In verià è gretto, intollerante, fanatico e procede nella sua crociata perchè spinto dalla sua meschinità d'animo alla quale la sua ambizione e malvagità assegnano destini gloriosi. Egli avvelena l'acqua del pozzo cui un popolo dabbene e sprovveduto si abbevera preparando il processo a Socrate e tuona, a cavallo del suo delirio, evocando lo spettro del tiranno, incitando all'odio e pregustando il luogo della vergogna, un Piazzale Loreto prossimo venturo.
giovedì 11 marzo 2010
Peppe Fontana
Sono stato per un breve periodo compagno di cella di Peppe e ho imparato a capire quanto egli sia tignoso ai limiti dell’autolesionismo. Guascone, provocatorio, libertario, letterato, poeta e, come lui stesso si definisce, anarchico, non conosce limiti a sé stesso, figurarsi se tollera i confini della cella in cui è rinchiuso da anni. Infatti dalla sua cella è evaso da tempo volando, oltre le mura del carcere, a cavallo della sua anima ribelle libratasi verso gli sconfinati spazi della sua Utopia, volteggiante sulla sua amata Selinunte. Il suo corpo, ahimè, no, quello è rimasto in cella a fare i conti con la quotidianità angosciante della carcerazione, resa ancora più angosciante dalla stupidità e dall’arroganza.
So di che cosa parlo perché ho sperimentato la detenzione a Pagliarelli e ho imparato a mie spese che cosa significa confrontarsi tutti i giorni che Dio manda, vuoi con la burbanzosa alterigia dell’agente dalla luna storta che per un giorno si è portato appresso problemi domestici ed esistenziali da scaricare sul detenuto, vuoi con la demenzialità di regolamenti interpretati con sadica ottusità, vuoi con le angherie di un sistema inefficiente, vuoi con .la tua anima che quel giorno non ha voluto saperne di volare, vuoi con la paura che la tua vita dipenda dalla buona sorte che decide se la tua patologia è degna di attenzione. So di che cosa parlo perché a Pagliarelli della mia polimiosite ho rischiato di morire. So di che cosa parlo perché ho vissuto l’esperienza di traduzioni infinite, in ceppi, col carico di zaini ricolmi di povere cose e dei miei settant’anni.
So di che cosa parlo perché so cosa significa trascorrere venti delle ventiquattrore della giornata tra quattro mura a dividere il cibo, le abitudini, lo spazio, la televisione, le flatulenze con un altro essere umano carico della sua rabbia pronta ad esplodere.
So di che cosa parlo perché due scioperi della fame intrapresi col furore delle mie ragioni, si sono infranti contro l’indifferenza dei miei compagni e della direzione che considerava l’iniziativa un attentato alla propria autorità e una sfida da combattere fino alle estreme conseguenze da far patire solo alla mia testardaggine.
So che lo sciopero della fame e della sete iniziato da Peppe Fontana il due e interrotto il nove marzo, probabilmente perché una volta tanto la ragionevolezza ha avuto la meglio sulla cocciutaggine di Peppe, ha scongiurato un epilogo drammatico, ma so anche che l’interruzione dello sciopero non annulla il valore di una protesta con la quale Peppe denuncia un vulnus e lancia una richiesta di solidarietà su una vicenda drammatica nella sua specificità ma anche emblematica di un sistema di potere ottuso, che non merita di essere archiviata dalla solita coltre di indifferenza riservata al mondo delle carceri.
L’esito della battaglia di Peppe dipende anche da noi e da quello che il nostro cuore ci detterà di fare.
So di che cosa parlo perché ho sperimentato la detenzione a Pagliarelli e ho imparato a mie spese che cosa significa confrontarsi tutti i giorni che Dio manda, vuoi con la burbanzosa alterigia dell’agente dalla luna storta che per un giorno si è portato appresso problemi domestici ed esistenziali da scaricare sul detenuto, vuoi con la demenzialità di regolamenti interpretati con sadica ottusità, vuoi con le angherie di un sistema inefficiente, vuoi con .la tua anima che quel giorno non ha voluto saperne di volare, vuoi con la paura che la tua vita dipenda dalla buona sorte che decide se la tua patologia è degna di attenzione. So di che cosa parlo perché a Pagliarelli della mia polimiosite ho rischiato di morire. So di che cosa parlo perché ho vissuto l’esperienza di traduzioni infinite, in ceppi, col carico di zaini ricolmi di povere cose e dei miei settant’anni.
So di che cosa parlo perché so cosa significa trascorrere venti delle ventiquattrore della giornata tra quattro mura a dividere il cibo, le abitudini, lo spazio, la televisione, le flatulenze con un altro essere umano carico della sua rabbia pronta ad esplodere.
So di che cosa parlo perché due scioperi della fame intrapresi col furore delle mie ragioni, si sono infranti contro l’indifferenza dei miei compagni e della direzione che considerava l’iniziativa un attentato alla propria autorità e una sfida da combattere fino alle estreme conseguenze da far patire solo alla mia testardaggine.
So che lo sciopero della fame e della sete iniziato da Peppe Fontana il due e interrotto il nove marzo, probabilmente perché una volta tanto la ragionevolezza ha avuto la meglio sulla cocciutaggine di Peppe, ha scongiurato un epilogo drammatico, ma so anche che l’interruzione dello sciopero non annulla il valore di una protesta con la quale Peppe denuncia un vulnus e lancia una richiesta di solidarietà su una vicenda drammatica nella sua specificità ma anche emblematica di un sistema di potere ottuso, che non merita di essere archiviata dalla solita coltre di indifferenza riservata al mondo delle carceri.
L’esito della battaglia di Peppe dipende anche da noi e da quello che il nostro cuore ci detterà di fare.
domenica 28 febbraio 2010
Poniamoci delle domande
Il pianeta giustizia in Italia è attraversato da storture vecchie e nuove di cui proviamo ad abbozzare
un elenco senza alcuna pretesa di una analisi che le spieghi ma limitandoci ad una denuncia che prende mestamente atto dell’ineluttabilità di esse.
C’è da chiedersi perché:
_ uomini dal passato oscuro e dalle inspiegabili fulminee carriere possono sedersi in tutta tranquil=
lità sul pulpito di una pretesa superiorità morale e da lì con manichea intransigenza stilare liste di
proscrizione, disegnare croci di Adenauer collocando da un lato i buoni e dall’altro i cattivi, tra=
scinare sul banco degli imputati i cattivi, istruire processi ed emettere sentenze di condanna
che anticipano quelle dei tribunali;
_ a causa della carcerazione preventiva gli imputati sono costretti all’espiazione di buona parte della
pena edittale prima che si concludano i tre gradi di giudizio;
_ la presunzione di innocenza si è nei fatti ribaltata in presunzione di colpevolezza e l’imputato ha
l’onere di dimostrare la propria innocenza più di quanto l’accusa di provarne la colpevolezza;
_ dichiarazioni di pentiti non riscontrate da supporti esterni diventano prove per il solo fat=
to che convergono con altre dichiarazioni parimenti non riscontrate;
_ in un sistema che prevede l’istituto del processo accusatorio si è conservato il principio di un’uni=
ca carriera che rende sodali giudici e procuratori e questi ultimi possono imperversare prima e
durante il processo grazie ad un potere senza equivalente responsabilità che non sia quella accertata da controlli di casta. E ancora l’obbligatorietà dell’azione penale si è in effetti tramutata in
discrezionalità;
_ l’enorme potere della magistratura ubbidisce esclusivamente ad un organo di autocontrollo che
non risponde ad altri che a sé stesso con buona pace del bilanciamento dei poteri;
_ le morti in carcere per pestaggi e suicidi continuano a verificarsi con cadenza sinistramente rego=
lare nell’indifferenza dell’opinione pubblica e senza che si individui alcuna responsabilità;
_ uomini investiti da uragani giudiziari restano colpevoli nell’immaginario collettivo, triturati nel
frullatore mediatico, distrutti nel fisico e nello spirito, destabilizzati nell’immagine e nel patrimo=
nio per decenni prima di conoscere la loro sorte;
_ figli incolpevoli, strappati dalla detenzione al rapporto con i padri, subiscono la crudeltà di norme
ciniche che li relegano nel recinto degli affetti negati, imponendo loro lontananze incolmabili e
divieti disumani;
_ uomini che hanno pagato il conto delle loro colpe sono, all’atto della scarcerazione, catapultati
senza ammortizzatori in una società ostile che li respinge negando loro qualsiasi prospettiva che
non sia quella di tornare a delinquere e quanti in carcere ci restano a vita diventano patetici re=
sidui della loro originaria umanità, sciagurati depositari di un disperato incoscio che li condurrà
all’appuntamento con il suicidio;
Sono domande alle quali si può provare a dare una risposta esaminando lo stato di salute della
stampa e della politica.
Nella sua biografia “La fine è il mio inizio” Tiziano Terzani definisce il giornalismo “il quarto potere, la stampa e i mezzi di informazione che controllano il giudiziario, l’esecutivo e il legislativo
diventano la voce della gente che non può parlare.” E Pulitzer nel suo libro “Sul giornalismo” di=
ce :” Un giornalista è la vedetta sul ponte di comando della nave, non agisce in base al proprio red=
dito né ai profitti del proprietario. Resta al suo posto per vigilare sulla sicurezza e il benessere dei
lettori che confidano in lui.”
Vi pare che alcuni cronisti giudiziari che velinano i bollettini dei P.M. rispondano a questi requisiti
o non piuttosto che abbiano abdicato alla loro indipendenza “facendo della bassa macelleria perché
più sangue scorre più copie si vendono”(Ostellino) e “mettendo fango nelle pale del ventilatore a
caccia di notizie sulle debolezze, le miserie, le pruderie” (Bertolaso) di uomini di cui non è ancora dimostrata alcuna responsabilità penale?
Nel panorama di un giornalismo distratto e orientato, vorace e crudele, latita la figura della “vedet=
ta sul ponte di comando della nave che vigila sul benessere dei lettori che confidano in lui” e invece
prolifera la figura del giornalista protagonista che ha a cuore il proprio benessere e la notorietà da conquistare ad ogni costo, anche a costo di patti scellerati e posizioni di subalternità.
La politica è l’altra grande malata del nostro sistema incapace com’è di dare risposte ai problemi del
Paese e invece efficientissima nel dare l’assalto alle risorse dello Stato garantendosi prebende che la
decenza dovrebbe scoraggiare e ponendosi sotto ricatto, nuda in tutta la sua debolezza, protagonista
poco credibile nella dialettica istituzionale.
un elenco senza alcuna pretesa di una analisi che le spieghi ma limitandoci ad una denuncia che prende mestamente atto dell’ineluttabilità di esse.
C’è da chiedersi perché:
_ uomini dal passato oscuro e dalle inspiegabili fulminee carriere possono sedersi in tutta tranquil=
lità sul pulpito di una pretesa superiorità morale e da lì con manichea intransigenza stilare liste di
proscrizione, disegnare croci di Adenauer collocando da un lato i buoni e dall’altro i cattivi, tra=
scinare sul banco degli imputati i cattivi, istruire processi ed emettere sentenze di condanna
che anticipano quelle dei tribunali;
_ a causa della carcerazione preventiva gli imputati sono costretti all’espiazione di buona parte della
pena edittale prima che si concludano i tre gradi di giudizio;
_ la presunzione di innocenza si è nei fatti ribaltata in presunzione di colpevolezza e l’imputato ha
l’onere di dimostrare la propria innocenza più di quanto l’accusa di provarne la colpevolezza;
_ dichiarazioni di pentiti non riscontrate da supporti esterni diventano prove per il solo fat=
to che convergono con altre dichiarazioni parimenti non riscontrate;
_ in un sistema che prevede l’istituto del processo accusatorio si è conservato il principio di un’uni=
ca carriera che rende sodali giudici e procuratori e questi ultimi possono imperversare prima e
durante il processo grazie ad un potere senza equivalente responsabilità che non sia quella accertata da controlli di casta. E ancora l’obbligatorietà dell’azione penale si è in effetti tramutata in
discrezionalità;
_ l’enorme potere della magistratura ubbidisce esclusivamente ad un organo di autocontrollo che
non risponde ad altri che a sé stesso con buona pace del bilanciamento dei poteri;
_ le morti in carcere per pestaggi e suicidi continuano a verificarsi con cadenza sinistramente rego=
lare nell’indifferenza dell’opinione pubblica e senza che si individui alcuna responsabilità;
_ uomini investiti da uragani giudiziari restano colpevoli nell’immaginario collettivo, triturati nel
frullatore mediatico, distrutti nel fisico e nello spirito, destabilizzati nell’immagine e nel patrimo=
nio per decenni prima di conoscere la loro sorte;
_ figli incolpevoli, strappati dalla detenzione al rapporto con i padri, subiscono la crudeltà di norme
ciniche che li relegano nel recinto degli affetti negati, imponendo loro lontananze incolmabili e
divieti disumani;
_ uomini che hanno pagato il conto delle loro colpe sono, all’atto della scarcerazione, catapultati
senza ammortizzatori in una società ostile che li respinge negando loro qualsiasi prospettiva che
non sia quella di tornare a delinquere e quanti in carcere ci restano a vita diventano patetici re=
sidui della loro originaria umanità, sciagurati depositari di un disperato incoscio che li condurrà
all’appuntamento con il suicidio;
Sono domande alle quali si può provare a dare una risposta esaminando lo stato di salute della
stampa e della politica.
Nella sua biografia “La fine è il mio inizio” Tiziano Terzani definisce il giornalismo “il quarto potere, la stampa e i mezzi di informazione che controllano il giudiziario, l’esecutivo e il legislativo
diventano la voce della gente che non può parlare.” E Pulitzer nel suo libro “Sul giornalismo” di=
ce :” Un giornalista è la vedetta sul ponte di comando della nave, non agisce in base al proprio red=
dito né ai profitti del proprietario. Resta al suo posto per vigilare sulla sicurezza e il benessere dei
lettori che confidano in lui.”
Vi pare che alcuni cronisti giudiziari che velinano i bollettini dei P.M. rispondano a questi requisiti
o non piuttosto che abbiano abdicato alla loro indipendenza “facendo della bassa macelleria perché
più sangue scorre più copie si vendono”(Ostellino) e “mettendo fango nelle pale del ventilatore a
caccia di notizie sulle debolezze, le miserie, le pruderie” (Bertolaso) di uomini di cui non è ancora dimostrata alcuna responsabilità penale?
Nel panorama di un giornalismo distratto e orientato, vorace e crudele, latita la figura della “vedet=
ta sul ponte di comando della nave che vigila sul benessere dei lettori che confidano in lui” e invece
prolifera la figura del giornalista protagonista che ha a cuore il proprio benessere e la notorietà da conquistare ad ogni costo, anche a costo di patti scellerati e posizioni di subalternità.
La politica è l’altra grande malata del nostro sistema incapace com’è di dare risposte ai problemi del
Paese e invece efficientissima nel dare l’assalto alle risorse dello Stato garantendosi prebende che la
decenza dovrebbe scoraggiare e ponendosi sotto ricatto, nuda in tutta la sua debolezza, protagonista
poco credibile nella dialettica istituzionale.
mercoledì 10 febbraio 2010
Dei pentiti di mafia e della loro licenza di mistificare
Ho riletto dopo anni “Il marxismo tra democrazia e totalitarismo” di Virgilio Fagone e l’introduzione ad esso curata da R. Carmagnani e P. Rizzuto che così conclude: <> E’ l’analisi di una ideologia sconfitta dalla storia ma che ci ha lasciato l’eredità di una figura dura a morire, quella dell’intellettuale organico che pretende di farsi portatore esclusivo di valori universali, di essere guida morale e civile, di ritenere che, in nome di questa pretesa, tutto sia consentito. Soprattutto che sia consentito tenere in vita la contraddizione tra le dichiarazioni di principio a sostegno dell’uomo liberale al quale si riconosce centralità e la prassi, oserei dire marxista, che lo mortifica.
Una sorta di ricatto morale serpeggia tra quanti attendono alla vita pubblica e sono responsabili della nostra vita privata, una sorta di assoggettamento al politicamente corretto che azzera la capaci-
tà di pensare. Queste riflessioni mi sono state suggerite dalla lettura delle reazioni alla notizia di un
DDL che il parlamentare PDL sen. Valentino sta proponendo sui pentiti di mafia. Pare che il sen. Valentino voglia fare approvare una norma secondo la quale le dichiarazioni dei pentiti, per essere
valide, debbono essere supportate da specifici riscontri esterni.
Si è scatenata una massiccia levata di scudi e lo stesso ministro di Grazia e Giustizia si è precipitato
a dirsi contrario e a tranquillizzare il Capo dello Stato che il tentativo di Valentino non arriverà in
aula. Ma perché tanto allarme?
Secondo la normativa attuale un pentito può dichiarare che tizio è mafioso e la sua dichiarazione sa-
rà valutata unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità. Questo signifi-ca che la dichiarazione di un pentito non è valutata nella sua intrinsecità ma in quanto supportata
dalla dichiarazione di altro pentito che costituisce l’elemento di prova di cui parla la norma. E’ la cosiddetta convergenza del molteplice. Non importa che ciascuna dichiarazione da sola non abbia valore di prova perché non supportata da specifici riscontri esterni, è sufficiente che essa converga con altra dichiarazione magari anche questa priva di riscontri, perché guadagni la patente di attendibilità e dignità di prova.
Appare chiaro che stiamo parlando di una prova autoreferenziale e priva di valore ed è dunque legittima la proposta del sen.Valentino tesa a modificarla. Eppure essa è sta demonizzata e fatta oggetto di scandalizzate reazioni. Le solite anime belle si sono strappate le vesti parlando di regalo alla mafia e lamentando che, se venisse approvata la norma proposta, si azzererebbero di fatto i processi di mafia. Ma questi sacerdoti della giustizia dov’erano quando venivano emesse sentenze basate su prove inesistenti? E perché una norma ingiusta non dovrebbe essere modificata per la preoccupazione che essa azzeri i processi quando invece proprio perché poggiano su una norma ingiusta i processi, sia pure di mafia, è sacrosanto che siano azzerati?
Forse perché parliamo di mafia e tutto è consentito in nome della lotta alla mafia e ai mafiosi per i quali i principi liberali non valgono e sui quali si può, senza pagare pegno, imperversare facendo di uomini privi di diritti strumento di propaganda, schiavi di postulati etici, carne da macello da dare in pasto alla “pruderie” di moralizzatori da strapazzo che sognano rivoluzioni abortite e hanno l’odio nei cuori?
Una sorta di ricatto morale serpeggia tra quanti attendono alla vita pubblica e sono responsabili della nostra vita privata, una sorta di assoggettamento al politicamente corretto che azzera la capaci-
tà di pensare. Queste riflessioni mi sono state suggerite dalla lettura delle reazioni alla notizia di un
DDL che il parlamentare PDL sen. Valentino sta proponendo sui pentiti di mafia. Pare che il sen. Valentino voglia fare approvare una norma secondo la quale le dichiarazioni dei pentiti, per essere
valide, debbono essere supportate da specifici riscontri esterni.
Si è scatenata una massiccia levata di scudi e lo stesso ministro di Grazia e Giustizia si è precipitato
a dirsi contrario e a tranquillizzare il Capo dello Stato che il tentativo di Valentino non arriverà in
aula. Ma perché tanto allarme?
Secondo la normativa attuale un pentito può dichiarare che tizio è mafioso e la sua dichiarazione sa-
rà valutata unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità. Questo signifi-ca che la dichiarazione di un pentito non è valutata nella sua intrinsecità ma in quanto supportata
dalla dichiarazione di altro pentito che costituisce l’elemento di prova di cui parla la norma. E’ la cosiddetta convergenza del molteplice. Non importa che ciascuna dichiarazione da sola non abbia valore di prova perché non supportata da specifici riscontri esterni, è sufficiente che essa converga con altra dichiarazione magari anche questa priva di riscontri, perché guadagni la patente di attendibilità e dignità di prova.
Appare chiaro che stiamo parlando di una prova autoreferenziale e priva di valore ed è dunque legittima la proposta del sen.Valentino tesa a modificarla. Eppure essa è sta demonizzata e fatta oggetto di scandalizzate reazioni. Le solite anime belle si sono strappate le vesti parlando di regalo alla mafia e lamentando che, se venisse approvata la norma proposta, si azzererebbero di fatto i processi di mafia. Ma questi sacerdoti della giustizia dov’erano quando venivano emesse sentenze basate su prove inesistenti? E perché una norma ingiusta non dovrebbe essere modificata per la preoccupazione che essa azzeri i processi quando invece proprio perché poggiano su una norma ingiusta i processi, sia pure di mafia, è sacrosanto che siano azzerati?
Forse perché parliamo di mafia e tutto è consentito in nome della lotta alla mafia e ai mafiosi per i quali i principi liberali non valgono e sui quali si può, senza pagare pegno, imperversare facendo di uomini privi di diritti strumento di propaganda, schiavi di postulati etici, carne da macello da dare in pasto alla “pruderie” di moralizzatori da strapazzo che sognano rivoluzioni abortite e hanno l’odio nei cuori?
Iscriviti a:
Post (Atom)