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martedì 2 aprile 2019

La società giudiziaria


La società giudiziaria, figlia di un giacobinismo che ha alimentato una certa cultura giustizialista, sta conoscendo una nuova stagione sulla spinta del populismo imperversante. E' un fenomeno che Luciano Violante ha denunciato in una sua lectio magistralis temendone la deriva autoritaria. Essa ha dato prova di sé già all'epoca di mani pulite e non si è risparmiata tutte le volte che se ne è presentata l'occasione. Una delle battaglie che l'ha vista più impegnata è la lotta alla mafia condotta con un approccio fideistico talmente smaccato da eludere il diritto e ignorare i fatti punendo piuttosto che il reato lo status, una condizione nuova e infamante che marchia a fuoco definitivamente la pelle del malcapitato.
La società giudiziaria è dunque innanzitutto lo Stato che opera nei confronti dell'imputato mafioso una vera e propria sospensione dei diritti e crea la figura del reietto. E' una figura che viene costruita già in carcere con una detenzione punitiva e vendicativa che contravviene il dettato costituzionale secondo cui la pena non deve essere disumana e deve tendere alla rieducazione. Quanto invece essa sia disumana e diseducativa è testimoniato dal regime del 41 bis, una infamia che con l'alibi della sicurezza, nega al detenuto i diritti elementari dovuti ad un essere umano e ogni possibilità di riscatto. L'enormità di questa infamia è descritta nella lettera con cui un detenuto mi ha raccontato il suo colloquio con il figlioletto di pochi anni: “....questo dolcissimo figlio di tre anni non voleva saperne di lasciarmi dopo i dieci minuti durante i quali la legge mi consente di tenerlo in braccio. Il bambino si ribellò e l'agente, mosso a compassione, mi permise di tenerlo ancora un poco abbracciato al mio petto, dopo di che la madre riuscì a strapparmelo e ad attiralo al di là del vetro divisorio. Egli mi sorrise e tese le braccia verso di me, incontrò il vetro e batte le mani credendo in un gioco, sorrise ancora e ancora batté le mani, poi il sorriso si tramutò in singulto, le mani continuarono a battere e ancora a battere sempre più freneticamente contro il vetro fino a quando un pianto dirotto accompagnato dall'invocazione del mio nome sgorgò dai suoi occhioni sgomenti.”
La società giudiziaria siamo noi cittadini che diventiamo il luogo dell'intolleranza laddove il reietto, anche se non è ancora provata la sua colpevolezza, è sottoposto al giudizio del magistrato della porta accanto che lo condanna sulla base degli spifferi che fuoriescono dalle segrete carte della Procura. Siamo noi che neghiamo la possibilità di riscatto a chi ha scontato la pena e deve fare i conti con il sospetto, l'emarginazione e l'impossibilità di trovare un'alternativa che lo affranchi dalla tentazione del crimine. Ed è così che la legge del contrappasso finisce per presentare il conto. Con la legge sulla legittima difesa la Società giudiziaria ha intonato il canto del cigno e in una sorta di Termidoro ha ghigliottinato la magistratura non perché spaventata dalla spietatezza di Robespierre ma al contrario perché ha ritenuto che essa non si fosse sufficientemente dispiegata. Ha rivendicato a sé il diritto di fare giustizia e ha rivoluzionato il concetto di valore: il patrimonio vale una vita e va difeso anche a costo di essa. Ha operato una rivoluzione copernicana che ha invertito i valori e, mai sazia dei suoi eccessi, tenta ad ogni piè sospinto di soddisfare la sua bulimia alzando sempre più l'asticella dei suoi appetiti. Stiamo precipitando verso una inciviltà giuridica che ci fa tornare al Pentateuco, dimentichi del patrimonio dei lumi sciaguratamente relegati in soffitta.


sabato 23 febbraio 2019

I manettari


Il gesto dei polsi incrociati del senatore Giarrusso che evoca le manette, è l'odiosa espressione di un animo malvagio che non conosce la pietà e si realizza istigando alla gogna. Esso la dice tutta su come in casa grillina il senso della giustizia sia fatto coincidere con la voglia di linciaggio e con la pretesa di processare sulla pubblica piazza e condannare senza inutili lungaggini procedurali il malcapitato che ha il torto di militare nel campo avverso. Paradossalmente nello stesso momento in cui levano solennemente il grido in difesa della legalità, i grillini spodestano l'unico potere delegato a sovrintende al rispetto di essa, la magistratura, e si sostituiscono a quest'ultima emettendo sentenze in proprio che sono univoche: le manette per tutti coloro che sono sfiorati dal sospetto, secondo il dogma caro ad una certa cultura che considera il sospetto l’anticamera della verità, purché il sospetto riguardi gli avversari. La conferma di tale vocazione si è avuta nel caso Salvini con il ministro dell'interno graziato da un insolito approccio garantista anziché crocifisso dalla solita intransigenza forcaiola, e la magistratura scippata delle proprie funzioni. Certo sulle accuse della magistratura c’è da discutere e un dibattito si imponeva su come dovesse intendersi il comportamento del ministro, se reato o legittimo esercizio della propria funzione, ma questo dibattito avrebbe dovuto svolgersi nelle sedi competenti, non consultando in rete quattro gatti che sono stati spacciati per voce del popolo solo perché iscritti nella piattaforma della Casaleggio & C., e poco importa che non conoscessero la materia su cui erano chiamati a pronunciarsi. Altro che democrazia diretta, questa è usurpazione della democrazia ad opera di una olocrazia che manipola l'oclocrazia vociante. Ed è stato anche un escamotage che ha permesso all’universo grillino di uscire dalle secche in cui rischiava di incagliarsi il governo, nel segno dei peggiori maneggi della tanto deprecata prima repubblica. Altro discorso quello che riguarda gli avversari politici della compagine gialloverde, i quali anche loro in passato si sono attestati su posizioni giustizialiste salvo adesso reagire frignando contro il gesto del parlamentare grillino. Accade di essere investiti prima o poi dalla nemesi della storia quando è il proprio turno di incappare nel mostro giustizialista coltivato allorché faceva comodo alla propria parte. E non è indignandosi, come ha fatto buona parte dello schieramento politico, per la sorte di due settantenni finiti agli arresti domiciliari genitori, guarda caso, di Matteo Renzi, che si dimostra di avere a cuore una equa amministrazione della giustizia. E' questa una indignazione sospetta che dosa la propria sensibilità a seconda del censo, visto che non si è mai levata a favore dei tanti ultrasettantenni figli di un dio minore che in carcere ( quello vero non ai domiciliari con concessione del diritto di ricevere in casa chiunque e potersi relazionare con chicchessia ), ci marciscono per anni, alcuni in regime di alta sicurezza o addirittura di 41 bis, e scontano preventivamente la pena in attesa di sapere se sono innocenti o colpevoli. Alcuni di essi, ottantenni, in carcere ci muoiono!

venerdì 18 gennaio 2019

Cesare Battisti


Cesare Battista è sicuramente un personaggio negativo e non c’è nessuno che, per quanti sforzi faccia, possa ricavarne un profilo che meriti pietà. Uccidere a sangue freddo e in maniera vile degli innocenti nel nome di una ideologia che era solo una bandiera agitata allo scopo di spacciare per vocazione rivoluzionaria una miserabile vocazione al crimine puro, la dice tutta sulla caratura di questo delinquente. Cinico e calcolatore, è riuscito a darla a bere ai soliti “intellettò” salottieri inclini alle infatuazioni perverse, tra cui primeggia il solito Bernard- Henri  Lévy, che tanti danni hanno fatto e che, nella fattispecie, hanno fatto quadrato attorno al nostro giungendo fino all’improntitudine di riconoscergli una dignità letteraria. Sembra incredibile che mosche cocchiere assise sulla presunzione della loro infallibilità, siano potute cadere nel tranello del signor Battisti, ma tant’è, il dogmatismo ideologico che confonde il grano con il loglio fa brutti scherzi. C’eravamo illusi che la sorte avesse finalmente girato le spalle a questa primula in fuga sui due continenti. Salvato dai rigori della giustizia grazie ad una lunga latitanza protetta, nel momento in cui è stato arrestato ed è sembrato destinato ad una carcerazione ingloriosa, dimenticato come merita un comune malfattore, ecco che ci hanno pensato i nostri ministri dell’interno e della giustizia a dargli una mano producendosi in una performance degna dei migliori promoters e lanciando nel pantheon dei martiri questo galantuomo esibito come un trofeo di caccia ed esposto alla pubblica gogna in un clima che ci riporta agli scenari da suburra degli spettacoli circensi. Ci mancava solo che il signor Salvini e il signor Buonafede facessero pollice verso. In questo modo i nostri geni hanno ottenuto il bel risultato di consegnare un individuo simile ad una pietà che non merita. Se oggi il Web brulica di proteste sulla dignità calpestata del signor Battisti, lo dobbiamo ai nostri ineffabili ministri. Senza considerare poi la sconcezza in sé di due uomini delle istituzioni che fanno passerella competendo nella gara a chi è più visibile a spese di un uomo, sia esso il peggiore degli uomini. Spettacolo avvilente di un provincialismo culturale espressione di una società malata che non sa offrire niente di meglio.

giovedì 17 gennaio 2019

Comandano i terroni


Il titolo di Libero, “Comandano i terroni”,  con riferimento alle tre alte cariche dello Stato , Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio, Presidenza della Camera, occupate da tre meridionali, ha suscitato, come c’era da aspettarsi, reazioni indignate. Il titolo è certamente un insulto gratuito che offende non solo la forma ma anche la sostanza. Esso infatti non solo ci regala uno scampolo becero della penna al vetriolo del solito Feltri ma agita un problema che non esiste. Da che mondo è mondo, i posti di potere della politica in Italia sono stati sempre appannaggio dei proconsoli insediati a nord di Roma, e non c’è motivo di gridare al lupo solo perché  in questo momento tre meridionali siedono ai vertici delle istituzioni.  Forse che questa “colonizzazione” delle alte cariche dello Stato mette in pericolo la condizione di supremazia del nord che da sempre connota la scena politica italiana? Sembra quasi che nei nostri allarmati concittadini del nord, abituati a considerare il sud serbatoio di voti e i terroni subalterni agli interessi del nord, scatti una sorta di tic pavloviano che li fa insorgere preoccupati. Tranquilli signori del nord, non correte rischi, a dispetto delle tre alte cariche dello Stato, il potere, non solo quello economico, è saldamente in mano vostra e continuerete come sempre a comandare voi, altro che i terroni!  Detto questo però, c’è un però, ed è che, tanto per cambiare, noi meridionali non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione per piangere sulla nostra condizione, secondo un’antica tendenza al vittimismo, chiamando in causa altrui colpe anziché le nostre. E’ così che alcune penne indignate si sono prodotti in una sorta di chiamata alle armi lamentando la nostra condizione di subalternità al nord, rivendicando il nostro orgoglio e lanciando un invito a pretendere che la questione meridionale sia posta al centro dell’agenda politica del Paese come se questa fosse la panacea dei nostri mali! Ma dov’è l’originalità della proposta?  Da quando sono nato non sento parlare d’altro che di questione meridionale senza che ai buoni propositi e alle roboanti promesse siano seguiti i fatti, e ciò non per colpa d’altri ma per i nostri vizi, per l’inadeguatezza di noi meridionali. Di quale orgoglio parliamo infatti e dov’è l’orgoglio di un popolo che per buona parte non sa produrre, che non conosce l’etica della responsabilità, che ha fatto della propria inefficienza la cifra della propria identità e si è consegnato alla sua sorte di sottoprodotto sociale dedito alla questua e impegnato a ricorrere ad espedienti? E’ sempre stato così e non vedo perché dovremmo lamentarci degli sbracamenti di coloro che abbiamo incoraggiato a trattarci da paria. Certo non è il massimo sentirci dare del terrone, ma cosa possiamo aspettarci da gente che ha nel proprio DNA la rozzezza del sangue celtico e alla quale peraltro noi offriamo lo spunto per dare la stura al solito, logoro razzismo? E, a proposito di razzismo, sicuramente non è indice di una visione alta della politica ritenere di ridurre il sud ad una provincia residuale staccata dall’Europa. Con buona pace dei signori leghisti è una visione che non porta lontano. Così come non porta lontano illudersi, come ha fatto qualcuno, che l’orgoglio del sud sia ben rappresentato da epigoni del calibro di Orlando e De Magistris. Questi signori hanno già dato prova di sé e non è il caso di rimpiangerli.

martedì 25 dicembre 2018

Natale 2018


Bello il Natale, bello il solito rituale dei sentimenti buonisti solennemente proclamati  e non autenticamente sentiti, belle le famiglie raccolte attorno al focolare domestico intente, come ogni anno in questi giorni, a mentire sui buoni propositi che saranno puntualmente disattesi, bello il trionfo delle luminarie per le strade e lo splendore delle luci nelle vetrine dei negozi traboccanti di doni luccicanti che sono un insulto alla miseria, bella la solidarietà per gli ultimi compuntamente declinata  ma dimenticata per il resto dell’anno, belle le tavole riccamente imbandite e la crapula smodata i cui avanzi prenderanno la via dei cassonetti dove i poveri andranno a rovistare, belle le roboanti omelie degli improvvisati apostoli della carità gonfi del sacro fuoco che metteranno in soffitta non appena sarà calato il sipario sulla scena della rappresentazione in cartellone, bella l’ipocrisia di un farisaico e mieloso afflato umanitario che durerà lo spazio di un mattino, bello il grido del Papa contro lo scandalo della povertà mestamente destinato a cadere nel vuoto di coscienze pie, bella l’aria ecumenica che invita a volerci bene mentre il pugnale che colpirà alle spalle si nasconde tra le pieghe dell’inganno, bello il clima festante che ignora il dolore del mondo. L’eco del clamore pagano arriva nelle stanze della tortura ed aggiunge dolore a dolore infliggendo una pena ancora più crudele della pena consueta. L’eco crudele giunge nelle carceri e nelle bidonville, nei lebbrosari dei malati terminali, nelle mense in cui si consumano le lacrime distillate da pasti non consumati, nei luoghi della discarica in cui la società abbandona gli anziani, inutili resti di una umanità che fu, nel desolato mondo dei  reietti  esclusi dal consorzio cosiddetto civile, in tutti i luoghi dove l’uomo ha rinnegato se stesso. A tutti giungono proclami che non dicono nulla e si aggrappano sconciamente alla inadeguatezza di una pietà che pronuncia parole vuote, così come è vuoto l’augurio di buon Natale.


venerdì 23 novembre 2018

Angeli e demoni

Si avvicinò con un sorriso sdentato e timido mimando con l’indice e il pollice il segno dei piccioli e bofonchiando: “Scusassi, scusassi”. L’aspetto era miserevole ma lasciava trasparire un trascorso stato di  benessere dal quale quell’uomo vestito di una modesta ma linda grisaglia si era  dimesso per ragioni che erano testimoniate dalla sua dentatura irrimediabilmente consunta. La carie aveva cavalcato in compagnia della incipiente indigenza ed era stata l’avanguardia dello stato di povertà assoluta nel quale quel borghese piccolo piccolo sarebbe stato traghettato. I denti guasti erano il biglietto da visita della sua  condizione di  nuovo povero che, impegnato a tentare di arginare la rovina economica incombente, non aveva avuto tempo, testa e risorse per occuparsi  dei denti che stava perdendo. Ora era  troppo tardi e se ne andava in giro a questuare all’insegna di quel suo sorriso osceno. Fermo davanti a me, il capo chino,  in un’attesa priva di speranza, si illuminò di stupore quando si accorse che armeggiavo col portafogli alla ricerca di una banconota da offrirgli. Chissà dove viveva, chissà dove dormiva! Ad un tratto mi vennero in mente i ritratti della galleria dei reietti nei quali mi sono imbattuto durante la mia vita. Mi ricordai di quel distinto signore che, sorpreso a rovistare nel cassonetto dell’immondizia all’imbrunire quando il pudore trova riparo nelle prime ombre della sera, si giustificò con aria colpevole e lo sguardo implorante, dicendo che era impegnato a cercare qualcosa di suo che, chissà come, era andato a finire nel cassonetto. Ricordai il suo imbarazzo e le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi spalancati in un abisso di disperazione. Mi ricordai di Aldo e Giovanna agghindati e sorridenti mentre, reduci dalla messa pomeridiana nella Chiesa della Mercede, passavano con aria noncurante davanti al Boccone del Povero e, guardandosi circospetti attorno, sgattaiolavano nei locali della mensa. Mi ricordai di Cecilia e Alberto raggomitolati sotto una coperta di fortuna al riparo nei portici della Chiesa di San Michele che, stretti in un abbraccio d’amore, le mani rinsecchite dal freddo abbrancate le une alle altre, accoglievano con un sorriso grato gli angeli della notte che portavano un pasto caldo. Mi ricordai di Costanza, tosta e annerita dalla fuliggine del fuoco acceso ai bordi della tenda nella quale era accampata e che divenne la sua urna funeraria quando le fiamme la inghiottirono. Mi ricordai di Giovanni che diede un calcio ai suoi sogni di promettente studente di filosofia e, come Diogene, si rifugiò nella sua botte di frustrazione dalla quale usciva con sguardo furente. Mi ricordai di me migrato dall’opulenza all’indigenza dopo avere attraversato un pezzo della mia vita popolato da incubi. Mi chiesi allora, con l’irritazione di chi non capiva, perché tanti nostri connazionali si spingono negli angoli più sperduti del mondo per offrire la loro solidarietà a bisognosi lontani invece che ai nostri. Sennonché ho letto gli insulti che sul web sono piovuti addosso alla povera Silvia Romano, la ragazza rapita in Kenia, “colpevole” della sua generosità in un posto così lontano, e mi sono vergognato della mia irritazione, anche perché non ho attenuanti. Sono onorato dall’amicizia di una donna straordinaria che spende la sua esistenza per gli altri senza porre confini geografici o di pelle alla sua generosità. Dovrei sapere che cosa muove l’animo di persone come la mia amica e Silvia Romano, così distanti anagraficamente e così vicini nel modo di intendere la loro vita, donandola agli altri senza confini e senza pretendere nulla in cambio. La mia amica non ha dimenticato lo slancio dei suoi vent’anni e continua a sognare, dobbiamo sperare che, quando ci verrà restituita, Silvia, a dispetto della sua terribile esperienza, continuerà ad amare e anche lei a sognare e così riscattare l’umanità dall’infamia degli sciacalli che appestano il mondo dei social e non solo quello.                
                                        

giovedì 1 novembre 2018

L'etica dei nuovi governanti


Ero convinto con Churchill che la democrazia fosse la peggior forma di governo, ad eccezione di tutte le altre, ma ci ha pensato Di Maio a mettere in crisi le mie convinzioni: grazie a lui ho scoperto che non c’è niente di peggio di una democrazia capace di eleggere alla guida del Paese uomini come il nostro vicepremier. Non varrebbe la pena di aggiungere altro all’impareggiabile palmarès di questo incorreggibile gaffeur, ma le performances che egli sforna a getto continuo suscitano reazioni pavloviane cui è difficile sottrarsi. Uno che prima di governare l’Italia si è distinto per avere ricoperto l’alto incarico di steward al S.Paolo di Napoli, si permette di trinciare giudizi sui massimi sistemi senza avvertire i limiti della sua inadeguatezza. Seduto sul trespolo, questo campione del rigore politico che già ci aveva folgorati sulla via dell’impeachment al Capo dello Stato e ci aveva deliziato sulle “manine” che, secondo lui, hanno inserito “a sua insaputa” norme in provvedimenti del governo di cui lui è una delle guide, adesso si produce nell’ultima delle sue imprese bacchettando nientemeno che Mario Draghi colpevole di “ avvelenare nonostante sia italiano il clima ulteriormente”, solo perché ci mette in guardia dai pericoli dello spread. Come se fosse scontato che Draghi, per il fatto di essere italiano, debba rinunciare alla sua indipendenza di giudizio e compiacere Di Maio. Evidentemente al nostro giovane ministro sfugge il dettaglio che Mario Draghi è il Presidente della BCE, che il suo ruolo gli impone l’obbligo di proteggere le sorti dell’economia europea da iniziative che ritiene rischiose per esse e gli da il diritto di esprimere il suo dissenso forte e chiaro in assoluta autonomia persino rispetto al suo passaporto. E’ chiaro che svolgendo il suo incarico con rigore e competenza come ha dimostrato di sapere fare Draghi guadagnandosi il rispetto e la stima del mondo intero, fa anche l’interesse dell’Italia non avallando iniziative scriteriate come pretende Di Maio e anzi mettendo in guardia il suo Paese da quelli come lui. Ma stiamo parlando di una etica che sfugge al nostro statista il quale si  abbevera alle farneticazioni della rete e disprezza il sapere, considerandolo una forma di arroganza. E a proposito di etica, un breve commento in margine alle reazioni suscitate dalla sentenza di Strasburgo che ha condannato l’Italia per avere continuato ad applicare il regime di 41 bis  a Provenzano nonostante le sue condizioni di salute. Contro di essa dalle parti dell’universo gialloverde, in particolare da parte di Salvini che nella circostanza ha definito l’Europa un inutile baraccone,  si sono levate, puntuali,  indignate proteste per quella che ritengono una invasione di campo e un tentativo di mettere in discussione il 41 bis, e si è sostenuto che nessun diritto è stato violato visto che Provenzano è stato curato al meglio in una struttura ospedaliera. E’ appena il caso di ricordare a questi misericordiosi farisei che anche gli animali destinati al macello vengono pasciuti con gli alimenti migliori affinché le loro carni arrivino nelle tavole dei consumatori più saporite. Ma qui si sta parlando di un uomo e del suo essere ontologicamente inteso prescindendo dai suoi predicati accidentali, di cui ha scritto un certo Aristotele, e non credo che lo Stato italiano, il quale giustamente ha inflitto a Provenzano le dure pene che meritavano le sue colpe, abbia rispettato negli ultimi suoi giorni di vita il suo essere in quanto tale prescindendo dalle sue colpe. Credo piuttosto che  l’Italia si sia lasciata prendere la mano dal ricordo della empietà di Provenzano e in omaggio ad essa abbia tollerato che un uomo ridotto a vegetale continuasse a subire la tortura del 41 bis. E’ questo che ha sanzionato Strasburgo, non il 41 bis in sé, e questo, con tutto il rispetto per il punto di vista dei nostri censori,  è un richiamo alla giustizia da non confondere con la vendetta.



venerdì 26 ottobre 2018

La favola della democrazia diretta


I nuovi arrivati ai vertici del potere, in preda ad una insopprimibile sindrome di  hybris, ci ossessionano con il mantra della legittimazione elettorale: secondo questi signori, i soli che meritano di essere presi in considerazione sono gli eletti anche se inetti. Issati a bordo del potere a furor di un popolo con la bava alla bocca che ha come unico scopo quello di farla pagare a chi li ha li ha lasciati eredi del disastro attuale, questi miracolati non hanno saputo cogliere l’occasione offerta dalla loro buona stella e trasformarla in opportunità. Nella presunzione che il suffragio li esima dalla competenza, non hanno avvertito il senso del ruolo insperatamente conquistato e non si sono sforzati di realizzare il bene dei cittadini con l’arte del possibile ma, al contrario, si sono prodotti in una vera e propria eterogenesi dei fini proponendo rimedi che rischiano di peggiorare anziché migliorare le condizioni di salute dell’ammalato. Si scagliano contro la democrazia rappresentativa che affida il compito di governare alle élite selezionate attraverso un lungo percorso formativo, pretendendo di realizzare la cosiddetta democrazia diretta che manda al potere i campioni di un velleitarismo e di un pressappochismo il cui indirizzo all’azione politica è dettato dal gradimento di una base fanatica che trasmette veleni anziché saggezza. Il coraggio della solitudine degli uomini di Stato che sanno andare controcorrente pur di fare il bene comune, è un ingrediente che non appartiene agli attuali governanti  i quali sanno solo perseguire l’obiettivo contingente del consenso ad ogni costo, anche a costo di sfasciare la macchina dello Stato. Evocano pericoli esterni, si scagliano contro fantomatici poteri forti e contro l’Europa matrigna (che ha tanto da farsi perdonare per avere tradito la sua vocazione solidale adottando una politica restrittiva che ha scoraggiato la crescita, fatto diminuire il PIL,  aumentare il debito e ha contribuito a innescare rigurgiti “sovranisti”,  ma alla quale non c’è alternativa che non sia l’isolamento con  conseguenze facilmente immaginabili), quando invece l’unico vero pericolo arriva dai mercati, giudici inflessibili che non cedono alla suggestione dei proclami. I numeri, veri indicatori del nostro stato di salute, dicono che lo spread ha superato quota 300, che il nostro debito pubblico è il più elevato d’Europa, dopo quello greco, che lo spettro del piano B è ancora dietro l’angolo nonostante le rassicurazioni, che l’aumento del deficit rispetto al PIL serve solo alla spesa corrente e ad alimentare un assistenzialismo improduttivo e non una  crescita che nelle proiezioni degli analisti è addirittura dato sempre più  in coda al treno europeo, che prima o poi si porrà mano alla falcidia dei risparmi privati, che i proclamati investimenti pubblici e le ventilate riforme strutturali sono smentiti dalla tentazione di abbandonare alla incompiutezza opere straordinarie e strategiche per il futuro del Paese, con enormi ricadute in termini di occupazione e sviluppo, quali la Tav, la Tap, il tunnel del Brennero scavato già per 90 chilometri e costato 1,8 miliardi,etc., e di imbarcare nel carrozzone pubblico aziende decotte come l’Alitalia. Questo scenario da ultima spiaggia è sotto gli occhi dei mercati i quali traggono le loro conclusioni con spietata coerenza. Cercare altrove responsabilità è strumentale e disonesto.          

sabato 13 ottobre 2018

Travaglio


Durante un duello televisivo con Severgnini, Marco Travaglio ha sentenziato: “Due istituzioni, FMI e Bankitalia non sono elettivi e non possono permettersi di dire ai governi quali leggi devono fare, quali devono mantenere, quali non possono cambiare e quali possono cambiare. Avrebbero semmai potuto dire che le stime di crescita del governo sono troppo ottimistiche e questo è quello che hanno detto agli altri governi. Invece con questo governo hanno fatto qualcosa di più, hanno detto che cosa non si può toccare. Io capisco che a tanti non importa che la maggioranza degli elettori chieda che siano riformati il iobs Act e la legge Fornero e sia introdotto il reddito di cittadinanza ma, purtroppo, fino a quando nella Costituzione ci sarà scritto che la sovranità appartiene al popolo, la sovranità apparterrà al popolo e non a Bankitalia o al FMI. Quando il popolo si pronuncia e premia due forze che vogliono riformare delle leggi queste ultime vanno riformate. Si può criticare quelle forze che non trovano le coperture ma non gli si può dire che cosa possono o non possono fare, perché quelle scelte riguardano la politica”. In un suo editoriale apparso sul Corriere dell’altro ieri il prof. Cassese sostiene esattamente il contrario. Egli infatti, commentando la dichiarazione dell’on. Di Maio che invita Bankitalia a candidarsi alle prossime elezioni affermando che solo ricevendo il mandato dalla volontà popolare essa può sindacare l’azione del governo, scrive: “Per il vicepresidente del Consiglio tutto il potere discende dal popolo ed è sempre il popolo che, mediante le elezioni, deve pronunciarsi. La democrazia è ridotta ad elezioni e anche i vertici della Banca d’Italia debbono presentarsi all’elettorato o sottostare alla volontà del governo. Questa è una versione romanzata della democrazia che, invece, ha al suo interno poteri e contropoteri, non tutti con una investitura popolare diretta. Le corti giudiziarie, la Corte costituzionale, le autorità indipendenti, le università, sono corpi autonomi, alcuni garantiti come tali dalla Costituzione.” E procede spiegando che cosa è il pluralismo in democrazia, come si impedisce la tirannide della maggioranza e si garantiscono i diritti individuali nei confronti dell’opinione e dei sentimenti prevalenti grazie ai pesi e contrappesi che servono a equilibrare i poteri dello Stato, come ci hanno insegnato pensatori quali Alexis de Tocqueville e Stuart Mill le cui idee sono state alla base della democrazia moderna. La lezione del prof. Cassese dovrebbe servire a far capire a Travaglio che la sovranità popolare non può tutto e va esercitata solo entro i confini posti dal dettato costituzionale il quale peraltro attribuisce ad altri poteri altrettanta sovranità non condizionabile. Che è vero che agli eletti dal popolo non si può dire quello che debbono fare ma è altrettanto vero che gli si può benissimo dire quello che non possono fare. E  una cosa che non possono fare, neanche in omaggio alla volontà del popolo, è sfasciare lo Stato. Ci sono gli anticorpi costituzionali che l’impediscono e dovrebbe esserci anche il buonsenso degli stessi eletti i quali debbono sapere esercitare il loro ruolo di guida e discernere ciò che la dura realtà consente di fare, contrastando l’assalto all’albero della cuccagna dei loro stessi elettori e scoraggiando istanze che, ahinoi, appartengono al libro dei sogni. E’ nobile tentare di correggere una realtà che tutti riconosciamo ingiusta e fanno bene i nuovi governanti a tentare di farlo purché non si lascino prendere la mano dalle loro buone intenzioni e non ci raccontino la favola dell’abolizione della povertà. Di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno tanto per citare il buon Marx e non è il caso di buttare con l’acqua sporca anche il bambino. E tanto per essere chiari, come fa giustamente notare il prof. Cassese, 16 milioni di votanti che hanno premiato i due partiti di governo, non sono la maggioranza degli italiani aventi diritto di voto.

venerdì 12 ottobre 2018

Saviano


Da cronista impegnato a inseguire per i vicoli di Scampia notizie sui fatti di sangue della camorra, a icona della galleria delle patacche allestita dai sacerdoti del politicamente corretto, Saviano ne ha fatta di strada. Star  tra le più ambite nei salotti che contano, al punto da essere stato ricevuto all’Eliseo e avere vissuto una serata da protagonista a casa di Bernard-Henry-Lévy, idolo dei talk show che se lo contendono trattandolo come un oracolo, egli è l’esempio di come dal nulla nasce un mito. La fulminea escalation del guaglione rampante si inquadra nella necessità della nomenklatura intellettuale imperante di sostituire vecchi arnesi, contrabbandati per anni quali paladini dei diritti fondamentali e nel frattempo andati in pezzi, con nuovi  campioni improbabili ma utili ad alimentare il mito di un déjà-vu caduto in disgrazia. E’ una necessità che non riguarda solo la galassia italiana tanto è che  l’inossidabile Bernard Henry-Levy, cui non fa certo difetto la faccia tosta e che è stato uno degli artefici della crociata contro Gheddafi millantando la difesa dei diritti umani, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, non pago del suo capolavoro, si è lanciato nella nuova titanica impresa di portare sugli scudi nientemeno che Saviano difficilmente individuabile quale titolare di meriti che giustifichino la sua accoglienza come ospite d’onore in uno dei salotti più esclusivi dell’intellighenzia francese. Pur di issare uno straccio di vessillo ideologico lo spocchioso Henry-Levy è disposto ad accontentarsi di un tribuno che ha saputo dargliela a bere, senza star lì a fare troppo lo schizzinoso. D’altronde in fatto di patacche la Francia non è seconda a nessuno, avendo essa ospitato nientemeno che nelle vesti di rifugiati politici, fior di galantuomini come Toni Negri e Cesare Batisti, fatte naturalmente le debite differenze. I nostri intellettuali dal loro canto, a corto di argomenti e di eroi, sconfitti in tutti i campi in cui si sono cimentati e dove hanno lasciato solo macerie,  hanno eletto a loro campione Saviano il quale non si è fatto pregare e, investito del ruolo, non ha esitato a proclamarsi la coscienza più autentica di una Italia virtuosa. Ispirandosi a categorie manichee egli stabilisce cosa è giusto o cosa non lo è, chi è santo e chi è diavolo, se condannare Salvini che, essendo un diavolo non può non avere violato la legge, e assolvere Mimmo Lucano che ha, si, violato la legge ma con i panni del santo. Niente di nuovo in un universo che da sempre procede per dogmi, in cui si fa valere il principio di due pesi e due misure a seconda della categoria di appartenenza, ma non lamentiamoci poi se i barbari sono alle porte. Nessuno disconosce i meriti e il coraggio di Saviano dimostrati nella sua denuncia dei misfatti della camorra e l’idea di privarlo della scorta è insensata, ma è altrettanto insensato fare di lui il re travicello che decide che cosa è giusto e cosa non lo è. Il signor Saviano costruisca pure sulla sua vicenda una fruttuosa rendita di posizione ma per carità non pretenda di colonizzare le nostre coscienze raccontandoci che la sua coscienza è più consapevole e candida della nostra.

mercoledì 3 ottobre 2018

Di Maio


Se fossimo un popolo che ha a cuore il proprio destino dovremmo sentire il puzzo di carne marcia che esala dal nostro organismo in putrefazione. Siamo un Paese allo sfascio e la finanza allegra alla quale si dedicano i grillini ricorda l’anima spensierata dei governanti che li hanno preceduti e lasciati eredi di vizi antichi. Questi strani personaggi piombati sulla scena politica e il loro capo, l’on. Di Maio, più che a politici somigliano ad un allegra brigata di fanciulli che si baloccano con un giocattolo più grande di loro trotterellando sul cavallo a dondolo della decrescita felice.  L’on. Di Maio ha nel volto glabro di bambino mai cresciuto le fattezze di un pierino capriccioso che scambia le favole con la realtà e fa le bizze se non viene accontentato. Calca la scena nazionale e internazionale come fosse il cortile di casa e gioca le partite dei grandi dove sono in ballo le sorti delle nazioni come una partita a tresette nel circolo di quartiere.  Il guaio è che egli è solo la punta dell’iceberg di una massa informe, incapace di pensare, sedotta dagli spin doctor che manipolano le menti e drogano la rete inserendo in essa veleni che incitano alla rivolta e producono refrains demenziali. Siamo alla dissennatezza in libera uscita e Di Maio ne è l’interprete più autentico. Vedere all’opera il nostro vice presidente del Consiglio fa tremare i polsi. Poiché è stato eletto dal popolo l’on. Di Maio ritiene di potersi permettere tutto, anche di infischiarsi della Costituzione e di ribaltare prassi collaudate, piegare uomini e regole ai suoi capricci, chiedere avventatamente l’impeachment contro il Capo dello Stato, fare la guerra alle autorità indipendenti accusandole di essere nemiche del popolo, fuggire dalle proprie responsabilità ed evocare fantomatici congiurati che tramano nell’ombra, condurre battaglie che appaiono generose ma che sono velleitarie. La battaglia in difesa dei più deboli di cui pretende di farsi unico interprete l’on. Di Maio, è sacrosanta e non è certo lui che ce lo deve ricordare perché essa rientra tra i compiti fondamentali della politica, ma è altrettanto saggio non fare correre nel nome di questa battaglia rischi mortali al Paese con ricette suicide. Ed è sacrosanta anche la battaglia contro la finanza globale che ha ormai preso il sopravvento sulla politica, una battaglia che però deve sapere recuperare anziché demonizzare la politica, l’unico strumento, se utilizzato in maniera virtuosa, di cui disponiamo a sostegno della stessa sopravvivenza della democrazia e della lotta a favore dei più deboli. Gli avversari politici infine non sono nemici da mettere all’indice solo perché osano opporsi al dogma del pensiero unico predicato dal nostro, essi al contrario hanno il merito di dare un contributo di idee che possono essere condivise o no ma che sono legittime e utili al dibattito politico. Issato dal popolo ai vertici dello Stato, preso di sé e della presunzione di operare miracoli come nientemeno quello di abolire la povertà, l’on. Di Maio svolge diligentemente e più o meno consapevolmente il ruolo di utile idiota al servizio del famigerato piano B di cui si è infatuato probabilmente perché non ha ben ponderato la portata delle conseguenze che ne deriverebbero. Quando da piccoli giocavamo a mosca cieca capitava spesso di dovere fare i conti con bizzosi compagnetti che non accettavano le regole del gioco e pretendevano di imporre quelle che gli suggeriva l’educazione al soddisfacimento del loro ego impartita da genitori inadeguati. I progenitori di Di Maio, purtroppo per noi, non sono inadeguati ma perfidamente capaci di confezionare il pupo che interpreta fedelmente la parte che gli è stata assegnata. Ci sorge però un dubbio, forse non abbiamo capito un bel nulla, forse non abbiamo capito che il nostro Richelieu pensa con la propria testa e ha una propria strategia, quella cioè di andare ai materassi (lo ha scritto a suo tempo Grillo), cavalcare l’ira della gente perpetuando un clima di conflitto in cui agitare la solita bandiera populista che colmi il vuoto nel quale volteggia la sua distopia e, anche grazie alla concessione di mance assistenziali, continuare a incassare dividendi elettorali. Un’altra spiegazione potrebbe essere la voglia di rivincita di chi, baciato dalla fortuna, si è ubriacato del suo nuovo stato, ha perso il senso della misura e, come tutti i nuovi arricchiti, si prende la sua brava rivincita abusando del potere conquistato e illudendosi così di riscattare il suo passato di travet.  E l’interesse del popolo? Quella è un’altra storia che non ha niente a che vedere con la battaglia dell’on. Di Maio.

venerdì 21 settembre 2018

L'Europa dei Rodomonte


Prima la signora Bachelet che ha messo nel mirino l’Italia, adesso il signor Asselborn, ministro degli esteri del Lussemburgo che aggredisce  Salvini reo di avere affermato che in Italia non abbiamo bisogno di schiavi e che se proprio ci tiene sia il Lussemburgo ad accoglierli, e finisce in bellezza con un perentorio “et merde, alors”. Sembra proprio che quando si tratta dell’Italia tutti si scoprano dei giganti. Ce lo meritiamo perché non abbiamo mai saputo proporci in Europa in modo credibile, abbiamo sottovalutato il nostro ruolo in seno ad essa, abbiamo gestito i nostri conti in maniera da dovere piatire continuamente deroghe alle regole comunitarie, ci siamo fatti la fama di Paese poco affidabile e il risultato è che viene facile anche all’ultimo arrivato mancarci di rispetto. La responsabilità chiaramente non è dei nuovi governanti ma di chi li ha preceduti, di coloro cioè che, impegnati a specchiarsi nelle acque del loro narcisismo e a darsi battaglia circumnavigando il proprio ombelico, non hanno saputo dare alla loro azione politica un respiro internazionale, non hanno saputo fare nulla per evitare la retrocessione dell’Italia nella fascia dei Paesi ininfluenti e anzi hanno fatto di tutto con la loro inadeguatezza perché ciò accadesse. Ormai fuori gioco, questi signori sanno solo guardare scandalizzati all’avanzata dei” barbari” e tentare di screditarli tifando per Bachelet e Asselborn, e poco importa se, così facendo, si schierano contro il loro Paese ma soprattutto contro una onesta narrazione dei fatti. Se parliamo dei nuovi arrivati le cose non vanno meglio. Seppure incolpevoli del disastro che hanno ereditato, essi sono colpevoli delle conseguenze che sta producendo il loro dilettantismo incapace di affrontare l’emergenza con il buon senso e il pragmatismo che la situazione impone. Anche loro infatti, sudditi di una ideologia stracciona, invece di studiare e trovare soluzioni adatte alla bisogna, invece di fare analisi lucide e adottare decisioni che servano a sanare il disastro che hanno trovato, non hanno saputo fare di meglio che cavalcare la rabbia della gente inseguendo traguardi irreali e, se parliamo di Europa, ingaggiando un braccio di ferro che non possiamo permetterci e che ci aliena le simpatie dei più. Il risultato è che persino un signor Asselborn qualsiasi si può permettere di trattarci come ha fatto. Perché poi? Se è vero che Salvini ha usato il termine schiavi, è pure vero che il signor Asselborn ci ha marciato in assoluta malafede. Quando infatti Salvini, oltre a illudersi che le nostre donne procreeranno nuove forze lavoro, afferma che l’Italia non vuole accogliere nuovi schiavi, non intende etichettare spregiativamente i migranti ma fare l’ovvia considerazione che una accoglienza offerta in un contesto che non è in grado di integrarli dignitosamente, rischia di avviare questi disgraziati ai lavori più degradanti se non addirittura al malaffare e all’accattonaggio, in definitiva ad una nuova forma di schiavitù. E l’invito al Lussemburgo di accoglierli a casa propria non può suonare offensivo per un Paese che si dice solidale. Dove è dunque lo scandalo? Si ha come l’impressione che non si riesca a perdonare a Salvini la colpa di esistere e gliela si voglia far pagare censurandolo anche quando dice cose ragionevoli.  Non è una forma di razzismo oltre che una mancanza di garbo istituzionale quella che il signor Asselborn riserva al nostro ministro quando lo contesta immeritatamente e lo apostrofa con quei toni, lanciando addirittura il microfono sul tavolo? Per una volta che Salvini riesce a non andare fuori dal seminato ci pensa il signor Asselborg a non farci mancare atteggiamenti da bullo. Che lezioni ci può dare poi un signore che rivendica al Lussemburgo il merito di una della pagine più nere della migrazione europea? Quando l’ineffabile ministro degli esteri lussemburghese si vanta dell’accoglienza riservata dal Lussemburgo ai migranti italiani nel dopoguerra, sembra non rendersi conto che i nostri poveri compatrioti in quelle contrade vissero una vita disumana e molti di loro, 136 per la precisione, morirono nell’inferno di Marcinelle. Di che cosa dunque mena vanto il signor Asselborn e Salvini che fa? Proprio lui che ci ha abituato ad un profilo tonitruante quando gioca in casa, non ha saputo rimbeccare questo galantuomo col giusto piglio. Siamo messi veramente bene! Fortunatamente la spacconata del signor Asselborn ci salva dal gradino più basso, c’è chi sta peggio di noi, ma ciò non toglie che siamo incapaci e imbelli.

sabato 15 settembre 2018

Totò Cuffaro e la sua nuova coscienza


Presso l’aula dell’ARS intestata a Piersanti Mattarella si è svolto nei giorni scorsi un convegno sul sistema carcerario e sul disagio dei familiari dei detenuti, promosso dall’on. Figuccia, relatori Salvatore Cuffaro, ex detenuto, come recitava la locandina, il prof. Fiandaca ed altri che si sono succeduti con i loro interventi. Sia il parterre che il tavolo della presidenza offrivano un bel colpo d’occhio. La gente era tanta, come accade quando scende in pista l’ex presidente della Regione Siciliana, e confesso che una così folta presenza mi ha fatto dubitare della sincerità di quella partecipazione. In un Paese come l’Italia in cui i benpensanti, bene che vada, storcono la bocca quando si parla di carcere e, se sono in vena di giustizia sommaria, chiedono che la cella diventi la tomba del detenuto, non c’è da farsi molte illusioni. Cuffaro gode tuttora di parecchio seguito ed era difficile distinguere tra l’affetto che gli ancora numerosi seguaci nutrono per lui e l’interesse sincero per l’argomento oggetto del dibattito. La materia non è facile da affrontare, bisogna essersi sporcati veramente le mani per sapere di cosa si parla, bisogna avere sudato lacrime e sangue per sapere esprimere appieno l’idea di che cosa è la condizione del detenuto. Non è solo il corpo che viene imprigionato, è l’anima la vera vittima di una necrosi che uccide lo spirito giorno per giorno e ti trascina in un abisso senza ritorno se una mano pietosa non ti soccorre. Ebbene i relatori del convegno hanno saputo rendere il senso di questa tragedia, hanno preso per mano l’uditorio e l’hanno guidato passo passo nei sentieri  di un percorso accidentato narrandone tutte le asperità e ricevendone in cambio una partecipazione attenta e commossa. Sul versante strettamente tecnico il prof. Fiandaca ha messo l’accento su alcune storture del sistema carcerario denunciando l’uso strumentale della legalità e la mancanza di coraggio della politica che si guarda bene dal prendere il toro per le corna e affrontare come si deve un problema tanto serio, temendo una ricaduta negativa in termini elettorali. Il prof. Vitale e la prof.ssa Lo Curto ci hanno esortato a non dimenticare che i detenuti sono delle persone, che la solidarietà è una moneta che rende più di quanto non pretenda, che tutti siamo colpevoli, persino i magistrati i quali, invece che nell’eremo delle loro coscienze, a volte decidono secondo categorie ideologiche e di appartenenza, che la detenzione non può essere fatta scontare in modo afflittivo ma deve sapere afferrare per i capelli uomini che possono essere redenti e a volte salvati da se stessi prima che decidano di farla finita. I toni sono stati toccanti e hanno avuto l’apogeo nell’intervento di una ragazza disabile che dalla sua carrozzina ci ha ammoniti contro il demone del pregiudizio. E naturalmente la chiusura è stata tutta per Totò Cuffaro al quale nessuno deve insegnare quali sono le corde da toccare. Ha descritto la sua sofferenza ma soprattutto la sofferenza dei suoi ex compagni di pena che non ha dimenticato e ai quali offre il contributo del suo impegno e della sua testimonianza mettendosi in gioco anche a rischio di essere azzannato dai forcaioli di turno. Chi come me ha vissuto lo stesso destino di Cuffaro si è sentito a casa, al riparo dalla damnatio, risarcito dopo anni di emarginazione, in quell’aula che porta il nome di un martire, ha percepito che quel martire da lassù approvava, che in quell’aula si stava onorando la pietà mentre fuori da essa andava in scena il  siparietto di una sparuta pattuglia di irriducibili che si esibiva nel solito, logoro copione all’insegna dell’intolleranza.      

giovedì 13 settembre 2018

L'ONU ovvero dell'improntitudine


La signora Bachelet, alto commissario per i diritti umani dell’ONU di recente nomina, ha esordito col  botto. Secondo lei l’Italia sarebbe un Paese razzista al punto da dovere essere sottoposto alla verifica degli ispettori dall’ONU. Da che mondo è mondo il bue chiama cornuto l’asino e allo stesso modo la signora Bachelet, rappresentante di un organismo che ha perduto la sua credibilità avvitandosi in imbarazzanti contraddizioni proprio sul tema dei diritti civili, pretende di impartire lezioni ad un Paese come l’Italia. Non sempre si possono condividere le sparate di Salvini ma stavolta non si può non essere d’accordo con lui quando afferma che l’ONU non si può permettere di accusare di razzismo un Paese che è in testa alla lista delle nazioni che prestano opera di volontariato in tutti gli angoli del mondo e che sul proprio suolo ha fatto approdare e in parte accolto più migranti di qualsiasi altro Paese europeo. Né noi italiani possiamo essere liquidati come razzisti solo perché qualche idiota, che rappresenta solo una infinitesima parte di quel caritatevole popolo che è il popolo italiano, si abbandona a qualche gesto di intolleranza. La signora Bachelet ha tutto il diritto di esprimere il suo dissenso sul provvedimento che ha bloccato a bordo della Diciotti 177 migranti per diversi giorni, ma non quello di disporre una ispezione sul nostro territorio trattandoci alla stregua di uno dei tanti Paesi dall’incerta connotazione democratica di cui trabocca l’ONU e contro cui proprio l’ONU, chissà perché, si guarda bene dall’intervenire. Da noi, grazie al cielo, gli anticorpi funzionano, esiste una magistratura che vigila e che nella fattispecie si è mossa prontamente agendo contro quello che, a torto o a ragione, ha ritenuto un reato, non c’è dunque bisogno di gendarmi esterni, abbiamo le nostre istituzioni che funzionano egregiamente e sanno essere un efficace baluardo dei diritti. Evidentemente gli occhiuti commissari dello strabico organismo internazionale si sono distratti e hanno colpito il bersaglio sbagliato rivolgendo all’Italia accuse che dovrebbero rivolgere all’Europa per il cinismo con cui essa ignora il problema dell’emigrazione riversandolo tutto sulle spalle dell’Italia. E’ bene chiarire che un conto è la disposizione discutibile di trattenere per giorni centinaia di migranti sulla Diciotti, un altro conto è correre ai ripari chiudendo i nostri porti alle navi che soccorrono i migranti esattamente come fanno tanti altri Paesi affacciati nel Mediterraneo e quelli dell’entroterra che chiudono le loro frontiere. Il nostro giro di vite serve proprio a risolvere nell’interesse dei migranti un problema che da soli non siamo in grado di affrontare o che rischiamo di affrontare male e non può diventare pretesto per mettere  in dubbio la nostra umanità e la nostra proverbiale disponibilità all’accoglienza. In base a quale principio i migranti dovrebbero approdare tutti sulle nostre coste e perché, se tentiamo di impedirlo, siamo accusati di razzismo, mentre  invece gli altri Paesi possono tranquillamente adottare una politica di respingimento senza dovere temere nulla? E’ una domanda che poniamo alla solerte signora Bachelet  rappresentante di un organismo che ha eletto alla presidenza del Comitato Consultivo del Consiglio dei diritti umani nientemeno che l’Arabia Saudita paladina, come tutti sappiamo, dei diritti umani. Ed è una domanda alla quale dovrebbero rispondere certi personaggi della nostra sinistra i quali, come al solito, hanno perduto una buona occasione per tacere.

martedì 21 agosto 2018

Genova


A Genova si è consumata una tragedia e, come se non bastasse, i corvi si sono avventati sul dolore dei genovesi per farne mercimonio. Una vicenda che non doveva accadere, che doveva essere gestita con la sobrietà che le circostanze imponevano, ha dato la stura alla consueta litigiosità italiana. Siamo un popolo dalle due facce, capace di gesti di eroismo e di solidarietà uniche al mondo, che nella circostanza ha saputo stringersi con amore attorno a Genova, ma che nella stessa circostanza si è reso protagonista di condotte imbarazzanti ad opera dei soliti disinvolti uomini politici. La sobrietà, il dolore  e la volontà sincera di porre mano ai rimedi che il disastro imponeva, una emergenza che esigeva di far quadrato e di trovare una unità di intenti, hanno lasciato il posto a una girandola di accuse e giudizi sommari di iconoclasti invasati. E’ stato il festival delle cadute di stile. Ha cominciato la nuova maggioranza alla quale non è parso vero di fare della tragedia un’occasione ghiotta per sferrare un attacco agli avversari aizzando la piazza e fomentando voglie di vendetta pur di lucrare un minimo di consenso, ma dimenticandosi di quando definiva una “favoletta” il pericolo di crollo del ponte e giudicava inutile un’opera come la Gronda. Per di più si è avventurata con la solita approssimazione in propositi che non hanno nulla da spartire col buon senso e il rigore che una materia così delicata imporrebbe. Fa un certo effetto sentire affermare dal Presidente del Consiglio che bisogna sbarazzarsi immediatamente della concessionaria Autostrade senza attendere “le lungaggini della giustizia”. Come fa un certo effetto sentire il ministro Toninelli preannunciare che si costituirà parte civile contro la suddetta concessionaria, ignorando che proprio il suo dicastero, in quanto responsabile dei controlli sulla manutenzione del ponte, potrebbe essere chiamato anche esso in causa. In questo caso che cosa fa il signor Ministro, si costituisce parte civile contro se stesso? Evidentemente i suoi burocrati non hanno fatto in tempo ad avvertirlo. Procedendo nella carrellata delle minzioni fuori dall’orinale, segnaliamo l’attivismo del signor Casalino, improbabile portavoce dei penta stellati, il quale non ha avvertito alcun senso di vergogna quando, nel momento stesso in cui si svolgevano i funerali di Stato delle vittime, ha inondato di messaggi i siti dei giornali invitandoli a dare risonanza alla notizia delle ovazioni al suo boss, l’on. Di Maio. L’animo del signor Casalino vibra di commozione per il tributo riservato al suo capo più di quanto non riesca a fare per l’atmosfera di dolore che si respirava durante le esequie. Per la sua parte la concessionaria Autostrade non è stata da meno fottendosi del dolore dei familiari delle vittime e preoccupandosi, a caldo e con i cadaveri ancora fumanti, di rivendicare il suo diritto a non essere intaccato nei suoi interessi. Sull’antica maggioranza è meglio stendere un velo pietoso. Essa è ritenuta (a torto o a ragione, si vedrà)  la compagine che ha concesso un autentico monopolio ad un privato e che ha avuto nei confronti di esso un atteggiamento compiacente tanto da autorizzare sospetti inquietanti, ed è percepita come corresponsabile del disastro. Ha balbettato accusando i legastellati di sciacallaggio e imbastendo un maldestro tentativo di difesa del proprio operato che è sembrato una difesa d’ufficio della concessionaria. Un vero e proprio autogol!  Tra veleni e voglie di rivalsa la politica, come si vede,  non ha saputo superare i suoi conflitti, non ha saputo affrontare facendo fronte comune una tragedia che riguarda tutti, rimboccandosi  le maniche per ricostruire quello che è stato distrutto e rinviando a tempo debito la resa dei conti. 43 persone sono morte, una città è in ginocchio e attende risposte dalla politica che non siano il solito déjà vu. E attende anche giustizia. Se dagli atti delle indagini dovessero emergere incuria, mancanza di prevenzione e di controlli, se dovesse risultare che la tragedia di Genova è frutto della collusione tra una finanza vorace e una politica infedele, che ai vertici  della politica e della imprenditoria siede una corruttela che in questa vicenda si è fatta prendere la mano dall’improvvisazione e dall’ingordigia e ha sacrificato sull’altare del profitto 43 vite come usa nelle più spietate mattanze di mafia, si abbia il coraggio di mirare in alto e di punire con esemplare severità.

martedì 7 agosto 2018

La pena di morte


La pena di morte
Ci tocca tornare a parlare dei reietti dopo che il Papa ha deciso di riscrivere il catechismo affermando che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”. Il Vangelo, secondo la lettura intransigente del Papa che, per inciso, contraddice posizioni di diverso avviso di alcuni Padri della Chiesa, non consente all’uomo di violare la vita concedendogli solo la libertà di viverla, seppure con sofferenza, in obbedienza al volere divino. Che dire? Riesce difficile condividere una logica che non lascia spazio al libero arbitrio dell’uomo e non gli permette di ribellarsi al destino persino quando esso condanna al dolore. E tuttavia anche per chi si schiera dalla parte del Papa si impongono alcune riserve. Cosa significa infatti parlare di dignità della persona come fa il Papa limitandosi ad ammonire che la pena di morte attenta ad essa ma ignorando che la dignità reclama ragioni alle quali è la vita stessa ad attentare più che la morte? Che dignità è quella vissuta da chi vive in stato di costrizione senza prospettiva che questa condizione cessi se non con la morte? E’ la condizione degli ergastolani, dannati che muoiono ogni giorno vivendo una vita apparente, che trascinano le loro giornate scandite dal suono dei loro passi sempre uguali e sempre più stanchi, uomini murati vivi che cercano di dare un senso ad una esistenza senza più ragioni, diventati, dopo decenni di carcere duro, estranei a se stessi, avanzi dolenti dell’antico contesto, ossessionati dal pensiero onirico latente di quell’infido appuntamento estremo che è il suicidio, vittime di quella che Girard chiama “vendetta inutile”, frutto di una società in cui “il malvagio e il debole non possono cadere più in basso della peggiore bassezza che c’è anche in tutti noi…..perché, come una foglia non impallidisce senza la muta complicità di tutta la pianta, così il malvagio non potrà nuocere senza il tacito consenso di tutti noi” (Kahlil Gibran). Invocano la morte come una liberazione mentre guardano all’orizzonte infinito del fine pena mai. E’ un contesto nel quale la persona è privata della propria dignità dalla vita piuttosto che dalla morte. In queste condizioni la vita non merita di essere vissuta e la Chiesa non può restare sorda alla pietà limitandosi a proclamare il mantra della sacralità della vita anche quando essa è una parvenza di vita. Per gli ergastolani la morte è una grazia anche quando è comminata dallo Stato o è decisa dalla volontà di ciascuno alla resa, e la Chiesa deve avvertire l’imperativo misericordioso di lasciare morire in pace chi è già morto dentro.


mercoledì 25 luglio 2018

La tortura


Scontare la vita morendo come sosteneva Anassimandro? Pagare con la morte e prima ancora con la sofferenza la colpa di esistere? La vita con la sua crudeltà sembra dar ragione ad Anassimandro e l’uomo appare vittima di un ingiusto destino. Da sempre ci si interroga sul perché del male senza riuscire a trovare una risposta soddisfacente, tutti però conveniamo sull’obbligo morale dell’uomo di porre, per quanto gli è possibile, un argine ad esso. In un recente commento all’opera di Nietzsche, Claudio Magris, a proposito del male, scrive: “La tragedia infame dei deboli, degli oppressi, degli sfruttati, dei malati, dei torturati, dei massacrati è il cancro del mondo, contro cui è necessario e così difficile combattere”. Combattere Il male dunque è un imperativo categorico e anche quando la violenza si impone come accade allorché lo Stato priva della libertà il cittadino che si macchia di un reato, essa non può andare oltre i confini previsti dalla legge e trasformarsi in violenza gratuita o addirittura sconfinare nella tortura. Purtroppo spesso questi confini non vengono rispettati. Quando pensiamo a Gabriele Cagliari il quale, dopo quattro mesi di “canile” (è la definizione da lui data alla detenzione nell’ultima lettera ai suoi familiari) nel carcere di San Vittore prima che fosse accertata definitivamente la sua colpevolezza, devastato dal dolore e dalla vergogna, ha posto fine alla sua vita, quando pensiamo ad Enzo Tortora il quale, accusato di essere un trafficante di droga e un venditore di morte, è stato lasciato marcire in carcere per mesi da magistrati che si sono rivelati inadeguati al ruolo, prima di essere riconosciuto innocente, e di lì a poco è morto di crepacuore, quando pensiamo al suicidio di Raul Gardini rimasto stritolato nel terribile gioco al massacro di una stagione carica di veleni in cui il tintinnio delle manette era il refrain ricorrente, quando pensiamo ai 7 innocenti condannati all’ergastolo per l’eccidio Borsellino grazie al depistaggio di funzionari dello Stato e riconosciuti innocenti solo dopo 15 anni di detenzione non dovuta, quando pensiamo ai tanti indagati che finiscono sulla graticola dell’inquisitore e, ancor prima di essere condannati da un tribunale della Repubblica, sono condannati alla gogna ad opera della folla tumultuante che li lincia in piazza, e alcuni di essi decidono che non valga più la pena di continuare a vivere, quando pensiamo ai detenuti in regime di 41 bis i quali  la loro vita la perdono un pezzo al giorno trascinandosi in un incubo che annulla qualsiasi parvenza di umanità (Jean Paul Costa presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato: “Ancora per l’Italia la Corte ha sollevato dubbi sul frequente ricorso alla detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l’associazione mafiosa, con pesanti rischi per la salute psichica del carcerato”), quando pensiamo ad alcuni poteri dello Stato, dalle cui decisioni dipende la vita e la reputazione di ciascuno di noi, che trasformano la loro indipendenza in arroganza e impunità e non si curano della giustizia ma della loro volontà di potenza, non possiamo non dirci allarmati e non è esagerato parlare di tortura. E quando l’on. Meloni strepita proponendo l’abolizione del reato di tortura, perché, a suo dire, una tale codifica equivale a privare le forze dell’ordine di uno strumento essenziale per svolgere efficacemente il loro lavoro, non possiamo non preoccuparci per questo approccio che pretende di autorizzare la tortura quale strumento di legge. Il caso Cucchi che ci racconta di un ragazzo massacrato dalle forze dell’ordine per “svolgere il loro lavoro”, è lì a ricordarci che la giusta severità comandata dalla legge non può essere un alibi per infliggere la tortura. Ad alimentare ancora di più questa logica giacobina ci hanno pensato alcuni nostri intellettuali, omertosi quando devono spartirsi l’argenteria di famiglia, garruli quando devono contrabbandare la loro fedeltà a valori su cui costruire rendite di posizione. Questi campioni della doppia morale dall’alto dei loro privilegi pontificano di giustizia sociale stando però attenti a non mischiarsi con la plebe perché, per dirla con Ricossa, “amano il popolo come astrazione ma lo detestano come insieme di persone vive e cioè rumorose, volgari, sudate,invadenti”, lucrano le loro guarentigie fottendo i disperati di cui si fanno paladini a parole e naturalmente invocano la forca ad ogni piè sospinto.

mercoledì 4 luglio 2018

I reietti


In Italia esiste una specie sconosciuta ai più, quella dei reietti, gli ultimi della società bollati dalle loro colpe o dal pregiudizio e relegati ai margini del consorzio civile. Di essi si occupano con particolare impegno i benemeriti ideologi dell’intolleranza che da sempre conducono contro la specie una vera e propria crociata lasciando sul terreno le vittime prescelte dal loro dogmatismo etico. Privato di buona parte dei diritti fondamentali, ridotto a paria della società, il reietto è una preda facile da addentare senza che alcuno corra in sua difesa. Il ghiro coda di topo, la farfalla monarca, il lemure del Madagascar possono contare sulla discesa in campo dei buoni contro il pericolo della loro estinzione, i reietti  no, essi sono marchiati a fuoco senza possibilità di riscatto, sono carne marcia su cui  si avventano i giacobini con la bava alla bocca che, seduti sul pulpito della loro superiorità morale, negano qualsiasi chance a chi tenta di risalire la china di una deriva che l’ha visto soccombente. Privi di dubbi i saccenti promotori dei comitati di salute pubblica conducono la loro campagna di odio che non concede remissione alle colpe, e costruiscono attorno agli indegni un cordone sanitario che eviti la contaminazione del tessuto sano. E’ l’etica che insegue il successo e cavalca l’intransigenza funzionale all’edificazione delle carriere dei sepolcri imbiancati impegnati ad apparire, la stessa etica che tiene i vili alla larga dal rischio della contaminazione. Vengono così eretti muri di indifferenza quando non di ostilità che guardano con sospetto all’autenticità di un cammino di redenzione e ne vanificano gli sforzi. I campioni dell’intransigenza e della superiorità morale che, guarda caso, si identificano con larghi settori dell’establishment culturale, fanno dell’intolleranza il loro credo e del cinismo lo strumento del loro successo.  A dispetto di essi può però accadere che anche per i reietti la vita abbia in serbo una qualche forma di risarcimento, è accaduto a me. Oggetto degli appetiti della stampa quando c’era da banchettare con la mia vicenda giudiziaria, snobbato quando c’era da dare testimonianza dei miei timidi tentativi di rinascita, respinto dal raccapriccio della cosiddetta società civile, sono stato raggiunto dalla carezza di una straordinaria signora impegnata non a declamare la vuota retorica di un moralismo livido che lascia alle proprie spalle solo macerie, ma a costruire luoghi di speranza inseguendo la propria vocazione, mettendo in campo la propria storia di donna baciata dal successo per aiutare gli ultimi d’Africa, reietti anche loro, cui dona tutto quello che può di sé, “una piccola goccia che contribuisce a fare l’oceano”, come è solita affermare. Lei non è si fermata sulla soglia della mia indegnità ma è andata oltre, si è fatta largo tra le pieghe di un animo in cui è rischioso addentrarsi, come scrisse di me un noto editorialista, e tuttavia ha deciso di fidarsi, ha deciso che non meritavo la gogna riservatami dalle tricoteuses urlanti ai piedi del patibolo, ha creduto che meritassi la sua preziosa amicizia e me ne ha fatto dono prendendomi per mano e accompagnandomi fuori dalle mura del lager dove sono rimasto segregato per anni.

giovedì 21 giugno 2018

Salvini


Viene voglia di tifare per Salvini, e infatti buona parte degli italiani lo fa mentre le solite prefiche, in preda ai consueti isterismi, non sanno fare di meglio che gridare al lupo tacciando il nostro ministro dell’Interno di fascismo per i suoi atteggiamenti muscolari e i suoi scivoloni lessicali che sono un insulto all’intelligenza e sintomo di incultura ma che tutto sommato attentano solo al buon gusto, sempre che alle parole non seguano i fatti. Nessuno di loro che si interroghi sul perché, nonostante tutto, tanta gente abbia decretato il successo del capo leghista. Egli ha i toni del bullo di periferia, frequentazioni internazionali poco raccomandabili, alleanze contraddittorie con gente ( Orbàn ) che ha a cuore interessi contrari ai nostri, ha detto peste e corna dei meridionali salvo scendere successivamente in mezzo a loro agitando la bandiera delle loro rivendicazioni con una disinvoltura da funambolo della coerenza, millanta progetti che sa di non potere realizzare, ha un eloquio poco istituzionale ( è finita la pacchia ), azzarda sfide che ci fanno rischiare l’emarginazione, eppure imperversa col vento in poppa e con  la prospettiva di fare il pieno al prossimo turno elettorale. Se invece di ricorrere a facili demonizzazioni  facessimo un’analisi onesta, capiremmo che Salvini è il frutto di  errori che sono stati fatti e continuano ad essere fatti da tutti e ai quali bisogna sforzarsi di porre rimedio. Una delle ragioni che spiegano il suo successo è il pugno duro contro l’approdo nelle nostre coste dei migranti, e certo non ha aiutato a ridimensionare la sua intransigenza  ( anzi, il contrario ) l’uscita infelice dei francesi che con una faccia tosta degna di miglior causa pretendono di dare lezioni di umanità sul fronte dell’accoglienza a noi italiani che siamo tra i primi al mondo nell’universo del volontariato e della solidarietà, e al contempo chiudono le porte di casa loro respingendo i migranti a Ventimiglia e blindando i loro porti. Ahinoi, la Francia non perde il vizio di salire in cattedra e impartire lezioni con la solita prosopopea e il solito complesso di superiorità inconcludente e velleitario. La miopia e l’inadeguatezza dell’Europa hanno fatto il resto e Salvini  ha avuto  buon gioco a farsi passare per paladino del suo popolo con la narrazione dell’attacco portato ai nostri interessi dalle élites europee e del peggioramento delle già precarie condizioni dei nostri concittadini più poveri a causa della concorrenza dei disperati d’Africa, contro cui può impunemente impugnare la bandiera dell’euroscetticismo e della xenofobia. Si può dire senza tema di  smentita che il progenitore di Salvini è l’Europa. Se alla Francia  è stata data la possibilità di fare sfracelli in Libia con il conseguente verminaio della guerra di tutti contro tutti che ha fatto saltare il tappo all’ondata migratoria incontrollata (in nome di una crociata umanitaria che nascondeva la solita smania di grandeur), se alla Germania e ai Paesi del Nord Europa è stato consentito di praticare una cieca politica di rigore che ha avuto come primo obiettivo il consolidamento delle loro economie forti senza alcuna considerazione per il welfare dei Pesi più poveri, se è stato consentito loro di gestire la crisi finanziaria greca con una intransigenza pelosa che ha salvato alcune banche tedesche buone a lucrare grossi guadagni sulla pelle della Grecia in tempi di vacche grasse ma non a pagare le conseguenze del rischio assunto allorché i loro investimenti sono diventati carta straccia, e di fare invece la faccia feroce contro lo Stato italiano quando questo è corso in aiuto delle nostre banche in crisi, se al contrario l’Italia, con la zavorra del suo debito pubblico e con la sua insipienza, si è autorelegata al ruolo di comparsa senza alcun peso nelle decisioni che contano ed è costretta a presentarsi col cappello in mano tutte le volte che chiede un minimo di flessibilità, mentre invece altri Paesi ne hanno abusato senza che ciò abbia destato scandalo, se ai Paesi dell’est europeo è stato consentito di attingere a piene mani dalle risorse europee ma non è stato imposto di  rispettare gli obblighi ai quali sono vincolati, se l’Italia e la Grecia sono state abbandonate al loro destino di Paesi da ultima spiaggia dove navi battenti bandiere di altri Paesi, sulla autentica vocazione solidale di alcune delle quali è lecito nutrire dubbi, riversano il loro carico di umanità anziché  fare rotta verso i Paesi di appartenenza e invece ai Paesi del  resto d’ Europa è stato consentito di chiudere i loro porti  e di gridare, con una logica che lascia di stucco, alla irresponsabilità e al cinismo quando a chiudere i porti sono stati gli italiani, se la Germania ha ottenuto che venisse elargita alla Turchia una regalia di 3 miliardi di euro l’anno, attinti dalle casse dell’Europa, in cambio del blocco della rotta balcanica e il conseguente maggior flusso migratorio sulla rotta del Mediterraneo, se non si riesce a modificare il trattato di Dublino che impone di tenere i migranti nel Paese in cui arrivano e in più si profila all’orizzonte  la minaccia del signor Seehofer, ministro dell’Interno tedesco, di rinviare i migranti accolti in Germania ma privi dei requisiti necessari, verso i Paesi dove sono stati registrati (vedi Italia e Grecia), se insomma in Europa allignano furbizie, egoismi e ipocrisie, vige il tornaconto dei Paesi  più forti che riescono a fare sistema, se lo sguardo non va oltre la siepe degli interessi particolari e ignora le rivendicazioni e le giuste ragioni dei Paesi meno forti, non ci si può scandalizzare se a tutto ciò si oppone la rodomontesca aggressività di Salvini. L’Europa nasce come patria di tutti con un progetto solidale e una carica ideale che poggia su valori comuni e  ha forgiato lungo gli anni identità che si sono sempre più integrate creando le fondamenta di quella che può diventare una unica futura nazione. Una nazione si assume il carico del buono e del meno buono che trova sulla sua strada. Se la Germania occidentale avesse fatto solo calcoli di convenienza economica avrebbe dovuto rinunciare all’unificazione. Se l’Europa ha come obiettivo solo l’etica del rigore e non la solidarietà, se non sa volare alto ispirandosi agli ideali superiori che l’hanno fatta nascere, se non sa condurre la battaglia in difesa dei più deboli (senza sconti, sia chiaro, sul rispetto delle regole di cui anche i deboli si debbono far carico e sullo sforzo che essi devono produrre in direzione di una più virtuosa gestione della propria economia) facendone la battaglia di tutti perché comune è il destino di essa e le criticità rischiano di trasformarsi in un boomerang per l’intero sistema, se non sa dotarsi di una politica estera unisona che non obbedisca a interessi particolari e ci faccia combattere a ranghi serrati le sfide globali che ci attendono, tra cui l’emergenza emigranti da affrontare con un approccio coeso, corresponsabile e intelligente, nella consapevolezza che essa è l’avvisaglia di un esodo epocale e inarrestabile, essa ha fallito e il futuro è dei Salvini e delle piccole patrie destinate ad essere fagocitate dai molossi universali.


lunedì 4 giugno 2018

I dioscuri


Con l’irruzione sulla scena di  Di Maio e Salvini i giacobini italiani possono contare su due alfieri irriducibili  delle loro frustrazioni e delle loro fobie.
Col suo portamento da abatino, con la sua grisaglia d’ordinanza, con il suo pedigree incolore, con il suo lessico infarcito di strafalcioni, lo scugnizzo di Pomigliano li rappresenta a pieno titolo e li guida all’assalto del potere a dispetto dei saperi e delle competenze. Teorico della democrazia diretta di rousseauiana memoria (ma ha letto Rousseau?), affida agli algoritmi della Casaleggio Associati il compito di reclutare in rete i disinvolti sostenitori delle più strampalate semplificazioni, una minoranza che rappresenta solo se stessa, di assecondarne le pulsioni velleitarie e, spacciandoli per espressione della volontà popolare, proiettarli ai vertici delle istituzioni. Sostituisce, senza avvertire il senso del ridicolo, Tocqueville con Grillo e pretende di mandare in soffitta le regole della vita democratica, teorizzando una dittatura della maggioranza autoreferenziale che non risponde ai vincoli previsti dalla Costituzione. Bipolare e corrivo, transita da un opposto all’altro prestando orecchio agli altalenanti umori della piazza e cambiando parere a seconda delle convenienze. Il suo capolavoro è stato la contradanza degli atteggiamenti contraddittori nei confronti del Capo dello Stato. E’ passato dalle lodi più sperticate(“ Piena fiducia in un grande uomo come Mattarella su qualsiasi decisione”, “Nessuna pressione su Mattarella”, Mattarella pienamente rispettoso della Costituzione”) quando ancora questi non aveva bocciato il nome di Savona, alle accuse più infamanti ( “Complice dell’establishment”, “Traditore della Costituzione da mettere in stato d’accusa” ) e addirittura alla richiesta  di impeachment, per servirci alla fine l’ennesima capriola, la versione dell’agnellino pronto a collaborare. Con la Lega non è stato da meno passando dalla demonizzazione all’alleanza con essa.
Salvini dal canto suo non ha niente della sprovvedutezza del suo gemello ma proprio per questo è più pericoloso. Egli dispone di un cinismo e di un fiuto che lo hanno fatto muovere  con  abilità nella intricata trattativa per la formazione del governo. Aveva un piano e lo ha centrato in pieno piazzandosi al centro della scena e proponendosi come elemento insostituibile. Ha dimostrato di possedere una sua intelligenza strategica ma non l’etica della responsabilità e ha messo il suo background al servizio dell’ interesse di parte piuttosto che dell’interesse nazionale. Ingrugnito e pieno di sé, cavalca i peggiori istinti della piazza con linguaggio tribunizio e incendiario, mostrando di non possedere quella dote che fa la grandezza di un leader, la capacità di rinunziare al proprio ego per amore della Patria, unita al senso della missione visionaria che ha al suo centro l’interesse superiore. Anche lui non si è risparmiato nella gara agli insulti con i 5 Stelle prima di sposarseli con tanto di contratto.
Questi due campioni così diversi e così uguali, accomunati da un peronismo d’antan, ci hanno fatto penzolare per due giorni sull’orlo del precipizio fino a quando sono stati spaventati dalla nemesi dei mercati e, di fronte allo scenario catastrofico che rischiava di mandare in malora il Paese, non per amor di Patria ma per calcolo, sono venuti a più miti consigli. Il governo è fatto ma affrontiamo trepidamente il viaggio in mare aperto consapevoli che i soci di maggioranza di esso sono questi signori  e che la loro inaffidabilità non è il miglior viatico per una navigazione tranquilla.